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Dove il fiume incontra il cielo

Dove il fiume incontra il cielo
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Consegna prevista Marzo 2022
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Più personaggi controversi, tanti eventi e luoghi da scoprire, animano questa storia travolgente ambientata in un’epoca che va dagli anni ’70 del secolo scorso fino ai giorni nostri.
Simone, dopo la laurea in architettura, diventa asse portante per l’attività imprenditoriale di Riccardo, suo migliore amico. Con lui gira il mondo alla ricerca delle migliori qualità di caffè, fino a quando a San Pietroburgo, complice un convegno in solitario, incontra Caterina, di cui si innamora follemente. Lei, con questa relazione, metterà alle spalle una vita complicata, una vita che non è stata tenera con lei, una vita che le riserverà ancora sorprese inaspettate.

Perché ho scritto questo libro?

Per lasciare traccia di tanti sogni infranti, di amori irrisolti, di pianti e di sorrisi, di luoghi ed esperienze vissute e mai dimenticate, di notti insonni, di persone care perse, di persone belle conosciute e mai rincontrate. Ho scritto questo libro per riaccendere gli animi, per ricostruire un sogno, per provare a superare lo sconforto in cui ci ha catapultato la brutta pandemia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Telefonicamente, Simone si era sentito spesso con Caterina dopo il ritorno da San Pietroburgo. Mai di notte però. La telefonata giunta alle ore due dell’ultimo giorno di novembre di quel 2014, lo colse di sorpresa. Simone, preso di soprassalto dallo squillo, quando vide comparire il suo nome sul display, pensò che finalmente, dopo tanta pressione da parte sua, si era decisa a far ritorno in Italia e quindi, probabilmente, voleva comunicarglielo all’istante. Invece Caterina era in preda a un’ansia vertiginosa. Dal suocero, in tardi serata, aveva ricevuto una mail che, alla fine di una lunga dissertazione, la invitava ad andare a Lione per incontrare Jacques. Il figlio, in quel periodo particolare della prima fase adolescenziale, manifestava una forte turbolenza d’animo. Disse che con il padre non c’era mai stata convergenza. D’altronde anche da piccolino non aveva avuto con lui un buon rapporto. Jacques ricordava bene di essersi ritrovato in una terra straniera, dopo un lungo viaggio, in compagnia di un padre che stentava a riconoscere. Lucidamente, ricordava ancora le notti insonni, i pianti, le menzogne di risposta alle domande reiterate sulla mamma. Adesso, a tredici anni, le straordinarie facoltà mentali, unite a un carattere d’acciaio, gli consentivano quasi sempre di ottenere ciò che voleva.

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E in quel periodo chiedeva solamente di potersi confrontare con la mamma. Voleva ascoltare, dalla sua voce, le motivazioni dell’abbandono di cui gli aveva sempre riferito il padre, e a cui non aveva mai creduto. Jacques voleva sapere. Jacques era un ragazzo maturo che voleva scegliere a chi e a cosa credere. Christophe, il suocero, non solo la pregò di accettare l’invito, ma di farlo anche velocemente. Temeva che il nipote, in un eccesso di sconforto, potesse commettere finanche una pazzia. Quest’ultima cosa detta le aveva gelato il sangue. Non ebbe più ripensamenti e si era già accordato per la seguente settimana. Ai biglietti per l’aereo, all’albergo e per tutte le altre cose di cui avesse avuto bisogno, ci avrebbe pensato lui. Anzi Christophe aveva aggiunto che poteva portare con sé chiunque avesse voluto a farle compagnia. Ecco, questo era il motivo fondamentale della telefonata alle due di notte. Le faceva piacere condividere questa esperienza particolare con una persona che la capiva e le voleva bene. Nelle conversazioni intercorse nei mesi precedenti, avevano spesso parlato di Jacques. Simone aveva sempre detto che l’affetto che negava al figlio sarebbe stato deleterio per entrambi. Avrebbero sofferto per tutte le mancanze. Dagli abbracci ai sorrisi complici, dai litigi stupidi all’amore filiale e materno che non si può contrabbandare con nessuna altra cosa. Simone aveva impegni impellenti in quella settimana, ma il pensiero di rivederla, di stare con lei a Lione nel periodo prenatalizio, di aiutarla in un momento così delicato, sovrastò qualsiasi altro pensiero atto a sconsigliarlo. Caterina fu così contenta della risposta affermativa, che abbassando ogni guardia, confessò tutto l’amore che provava per lui e che miseramente aveva provato a costipare, per non aggiungere altra delusione alla sua ampia collezione privata. In un tranquillo

pomeriggio del cinque di dicembre, a distanza di un’oretta dall’atterraggio dei rispettivi voli, si ritrovarono all’interno dell’aeroporto di Lione. Un lungo abbraccio fece da cornice ad una serie interminabili di baci commossi, fino a quando Caterina, dando uno sguardo al tabellone degli arrivi, esclamò “Atterrato” “Cosa?” “L’aereo, è atterrato l’aereo di Andrew proveniente da Berlino. Non te l’ho detto per farti una sorpresa. Scusami, ma voglio sentirmi protetta a dovere. Ho timore possa succedere qualcosa”. “Bella idea, sarà una piacevole rimpatriata. Grazie amore, è veramente una splendida sorpresa”. Dopo una decina di minuti comparve Andrew. Non era solo. Ad accompagnarlo un’avvenente, procace signorina che lui presentò come la sua fidanzata tedesca. Per Andrew che, oltre ai quasi due metri di altezza e al fisico palestrato, era dotato di una simpatia contagiosa, non doveva essere stato difficile fare breccia nel suo cuore. Seguirono, ovviamente, altri abbracci e ammiccamenti vari che, dopo un poco, si conclusero al bancone del primo bar individuato nell’aeroporto lionese. Il caffè ordinato fece pentire Simone di avere avanzato la proposta. Angela, invece, in perfetto inglese disse di averlo gradito molto. Così, discutendo sulla bontà del caffè che rimandava al teorema della relatività, si avviarono all’esterno a prendere un taxi che li avrebbe condotti allo stesso albergo, prenotato da Caterina per conto di Christophe. L’hotel in piazza della Repubblica, nel cuore della Presqu’Ile tra i fiumi Saona e Rodano, li accolse con l’aria festosa già ritrovata nella piazza. In quel tardi pomeriggio, il crepuscolo ravvivava la scenografia delle candele che decoravano finestre e balconi di tutta la città. Il portiere dell’albergo gli disse si trattava di una antichissima tradizione risalente al 1643, per ringraziare la fine dell’epidemia di peste. Per l’accensione, però, bisognava attendere la serata dell’otto dicembre, quando, dentro vetri colorati detti “lumignons”, le candele, insieme alle mille installazioni luminose, già operanti da quella sera stessa e disseminate tra monumenti, parchi e fiumi, avrebbero ulteriormente illuminato la città per festeggiare l’Immacolata Concezione. Insomma si complimentava con loro per aver scelto di visitare la città durante la “Festa delle Luci”, la festa più conosciuta e popolare di Lione, la festa che annunciava Natale con quattro notti sotto il segno della luce e dell’incanto, la festa che in quei giorni attendeva milioni di visitatori, provenienti dall’intera Francia e dall’estero. Per non deluderlo, nessuno gli disse del vero motivo della visita in città, né tantomeno di aver appreso della spettacolare festa, dall’autista del taxi qualche minuto prima. L’appuntamento con Jacques e i suoi nonni era previsto per il giorno dopo. Allora si convenne di approfittare di quella prima serata che prometteva emozioni forti, poesia e magia nei diversi percorsi attraverso la città. Si diedero appuntamento per rivedersi, dopo un’ora, nella stessa hall dove stavano ringraziando il portiere per tutte le informazioni utili elargite. Andrew e Angela dovettero attendere Simone e Caterina ancora una mezz’ora. Era tanta la gioia di rivedersi dopo

cinque mesi che, nel sofisticato box, per la verità un poco stretto per accogliere comodamente entrambi, la doccia cromo emozionale anticipò la festa delle luci, con un sussulto erotico esplosivo. Si dimenticarono di tutto. Era vivo solo il frenetico presente. L’acqua tiepida, che dal soffione veniva giù abbondante, fluida e leggera, accarezzava e avvolgeva i loro corpi caldi di passione. Si insaponarono più volte, sbagliando spesso l’utilizzo dei flaconi. Il bagnoschiuma versato sui capelli, e lo shampoo lungo il corpo, faceva ritardare le operazioni di lavaggio, che ricominciavano ancora dopo evidenti spruzzi di felicità. Ancora una volta il divertimento per loro cominciava sotto l’acqua. A San Pietroburgo, con l’ombrello chiuso, era cominciato sotto quella naturale della pioggia. Nella città francese bagnata da più fiumi, nell’attesa di un ricongiungimento enigmatico di una madre con un figlio, cominciava sotto l’acqua rigenerante di una doccia colorata. Mentre si asciugava, Caterina pensò che forse non era casuale la contemporaneità di quell’azione con i festeggiamenti all’Immacolata Concezione. Per lei, al netto del dolore fisico, era come partorire per la seconda volta lo stesso figlio che, stavolta, senza il frutto di un’inseminazione, sapeva essere soltanto suo. Quando esternò questa similitudine, a Simone scappò una risata che la fece un poco rabbuiare. Lui, per non essere accusato di avere scarsa sensibilità, precisò il concetto. “Ti prego, non me ne volere. In quanto a bellezza, tu e la Madonna siete pari, ma in amore, ti assicuro, sei decisamente più audace”. Rotolandosi sul piumone amaranto del maestoso letto, finirono per allungare i titoli di coda dell’avvincente film di vibrante passione, di cui erano nuovamente protagonisti assoluti. Dopo le opportune scuse alla coppia russo germanica, confusi in una marea di visitatori, partirono alla scoperta dei monumenti e delle piazze emblematiche che si trovavano nei dintorni. Alla piazza dei Giacobini, decisero di andare verso sud. Così, superando il teatro dei Celestini, arrivarono a Bellecour, dove li accolse un’enorme piazza pedonale. Sostarono all’esterno di un grande bar per un aperitivo, in compagnia di musica dal vivo. Un gruppo di giovani esuberanti suonava e cantava country. Brani di Crosby, Stills, Nash e Young si alternavano a quelli di Simon e Garfunkel. Poco dopo il loro arrivo, sopraggiunse un bell’uomo anziano, in un impeccabile vestito bianco di velluto di seta, su camicia, panciotto e scarpe bianche, senza capelli ma dalla folta barba bianca, che, dopo aver scambiato poche parole con i giovani musicisti, si unì al gruppo con la sua chitarra dalla cassa interamente bianca. Uno spettacolo nello spettacolo. La sua voce lievemente rauca, ma calda e pastosa, catturò totalmente i fortunati ascoltatori, tant’è che quando attaccò la seconda canzone non si sentiva più un brusìo, sembrava di stare a un concerto live di una star, e non più a un affollatissimo bar dove si sostava, fondamentalmente, per chiacchierare. Dopo aver ascoltato la terza e sua ultima canzone, soddisfatti si avviarono al centro della piazza. Caterina, ricordandosi di essere più che una

estimatrice di opere d’arte, informò l’esigua comitiva che, oltre alla statua equestre in bronzo di Luigi XIV, in quella piazza vi era, dal duemila, una statua che raffigurava Antoine de Saint-Expèry assieme al Piccolo Principe. La statua di rame, posta su una colonna di marmo bianco, era ben illuminata. Le citazioni, tratte dall’opera dello scrittore e incise su quella colonna alta all’incirca cinque metri, per un gioco di luce e proiezioni, risultavano ben evidenziate, così da poterle commentare. Per finire la serata in bellezza, scelsero di cenare sulla riva opposta della Saona, quella della Lione Vecchia. Così, attraversato il ponte Bonaparte, si trovarono nell’affollatissimo quartiere rinascimentale di Saint Jean, dove nei pressi della sua celebre cattedrale, si fermarono a un bistrot per mangiare succulenti piatti di cucina tradizionale. Andrew e Angela si divertivano cercando di interloquire con il personale in lingua francese, ma alla fine dovettero desistere e chiedere aiuto a Caterina, che per il trascorso coniugale con il finto lettore, aveva una certa confidenza con la lingua. A notte fonda, inebriati dal vino locale che aveva accompagnato generosamente il lauto pasto, le coppie fecero ritorno alle rispettive stanze, dove, incoraggiate da una luna suadente che, nell’infinità di luci artificiali, unica, emetteva una sorprendente luce naturale, intrecciarono i corpi nel gioco universale dell’amore, elevando un dolce inno di ringraziamento alla vita. Il giorno dopo, da sola, dopo aver attraversato l’altra riva del Rodano, Caterina s’inoltrò in via Colombier alla ricerca del palazzo nobiliare settecentesco di Christophe. Giunse lì alle 12,05, cinque minuti dopo l’orario fissato per l’appuntamento. Un’anziana signora, con fare molto circospetto, la fece entrare appena lei pronunciò il suo nome. “Addirittura una governante a servizio”, pensò meravigliata Caterina, seguendola in salotto, dove fu fatta accomodare su un divano angolare in pelle di colore avorio. Dopo una manciata di secondi entrò Christophe. Lo riconobbe subito. Era il bell’uomo della sera precedente, quello vestito interamente in bianco e che aveva strabiliato con la chitarra e la sua voce. Che fosse proprio lui, glielo confermava anche il portaritratto in argento poggiato sulla madia a poco più di un metro di distanza. La foto, scattata probabilmente non molto tempo prima, lo ritraeva esattamente con lo stesso vestito. Ovviamente, a un incontro di prima conoscenza, pensando fosse stato indelicato, non fece menzione della cosa, anche se era tanta la voglia di complimentarsi per le emozioni che le aveva saputo regalare. Come un vecchio gentiluomo la salutò col baciamano, cosa che un po’ la imbarazzò. Era abituata a ben altri saluti da suo figlio. Sedutosi sulla bella poltrona Chesterfield in tessuto a sfumature rosso e verde, chiese alla nuora cosa poteva offrirle. Dopo pochi secondi dalla sua risposta, chiamò la governante. Caterina, confusa, in una situazione che la faceva sentire quasi una dama dell’ottocento, aveva detto di gradire la prima cosa che le era venuto in mente. Aveva chiesto la bevanda che, nella permanenza italiana, ritornava utile per ogni occasione. “Il caffè qui lo beviamo lungo

e mai a quest’ora” precisò Christophe “ma il desiderio di un ospite va sempre assecondato”. Poi, alla governante che attendeva ancora la sua scelta, chiese “Margaret, ne fai due per piacere?”.

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Salvatore Esposito
Salvatore Esposito è nato e vive a Somma Vesuviana, città del napoletano. Architetto e politico ambientalista, ama da sempre la scrittura. Da giovanissimo componeva i testi delle sue canzoni che, come cantautore, esibiva in giro in numerosi concerti. Ama il viaggio e l’arte in tutte le sue manifestazioni. “Dove il fiume incontra il cielo” è il suo secondo romanzo. Il primo, “Fili d’Innocenza”, in self-publishing, ha ricevuto una menzione d’onore a un concorso letterario e numerose recensioni positive.
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