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Dove il fiume incontra il cielo

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Dopo la laurea in Architettura, Simone inizia a lavorare nella torrefazione di Riccardo, il suo migliore amico, e insieme i due girano il mondo alla ricerca delle migliori qualità di caffè.

Complice un convegno in solitaria a San Pietroburgo, Simone incontra Caterina e si innamora perdutamente. Nonostante sia ancora preda delle paure del passato, anche lei non riesce a reprimere i propri sentimenti e, mettendosi alle spalle una relazione complicata, fatta di violenze e soprusi, decide di cominciare una nuova vita insieme al suo amato. Tuttavia, per Caterina e Simone, il destino ha ancora in serbo situazioni inaspettate.

 

L’editore è stato di parola. Nel giorno e all’ora stabilita, una giovane commessa mi consegna la stampa di prova del romanzo. Mentre osservo i particolari della copertina di questo scritto intenso, vero e soltanto in parte narrativo, sono pervaso da un piacevole stato di benessere. Alla fine dell’orario di lavoro, con calma, darò un’attenta occhiata all’impaginazione, alla grafica e a ogni altro piccolo dettaglio.

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Domani, dopo aver fatto pervenire le eventuali osservazioni, questa prima copia la consegnerò all’ispiratore della storia, il mio migliore amico. Il titolo a suo nome, riportato a caratteri cubitali sulla prima di copertina, ne è la semplice riprova. L’avventura di scrittore, gratificante, anche se lunga e faticosa, finalmente si è conclusa. Mi sento come un guerriero che, stremato da una battaglia estenuante, è ora solo in cerca di riposo. 

Pensando che potrei concedermi una pausa fin da subito, in perfetta solitudine, mi fermo al tavolo di un elegante gazebo, posizionato sul lato nord dell’ampia corte dell’ex fabbrica di spirito. La distilleria del Settecento, completamente ristrutturata, è stata trasformata in un interessante polo culturale. 

Bello vedere la libreria da quest’altra angolatura. Le vetrate trasparenti, che inondano di libri la corte dall’antico pozzo centrico, rispettano la stessa partizione di quelle allineate su via Roma, dove, nell’armoniosa facciata, è posto l’arcuato ingresso principale. 

Al giovanotto che viene a prendere la comanda, cortesemente, chiedo un caffè schiumato. Dopo pochissimi minuti me lo consegna insieme a un bicchiere d’acqua naturale, a vari tipi di zucchero in bustina e a graziosi biscottini allo zenzero. Gustando la bevanda e il mini dessert offerto dalla casa, ho modo di apprezzare quanto sia accogliente questo salotto letterario creato all’esterno dell’innovativo caffè wine bar. Ho già in visione una magnifica serata di fine estate. 

Senza più tentennamenti, decreto la location perfetta per l’inaugurazione del ciclo di presentazioni di questa mia opera prima. Agli ospiti, per rallegrare la serata, riserverò una degustazione di vini scelti tra i migliori del nostro territorio. Il titolare è un vero intenditore del settore e dispone di una cantina strapiena di bottiglie selezionate delle migliori annate. 

Rinfrancato per la decisione presa, mi alzo dalla sedia ed esco fuori dal gazebo. Le palpebre si chiudono all’istante. La luce solare è tagliente, brucia gli occhi, mentre la suoneria dello smartphone squilla senza tregua. Per vedere chi mi cerca, faccio ombra con il libro sul display. Il numero sconosciuto mi dice veramente poco. Di certo non è un familiare, non è un amico, né tantomeno un cliente della mia torrefazione. Per una manciata di secondi mi interrogo sull’opportunità di accordare una risposta. Non vorrei scompaginare la felicità del momento, ma, essendo apprensivo per natura, faccio scorrere l’indice sul cerchietto verde e in automatico dico: «Pronto?».

Il libro, nella precarietà dell’azione frettolosa, mi scivola di mano e, cadendo a terra, rimane aperto sulla pagina centrale, proprio quella che dà inizio a un capitolo avvincente. 

Impaziente, nell’attesa della voce misteriosa, raccolgo il mio Simone.

SIMONE

Capitolo 1

Riccardo conobbe Simone all’Istituto per Geometri di Marigliano. Capitati per caso nella stessa prima classe della sezione D, per la famosa attrazione degli opposti, tra loro due nacque fin da subito una forte simpatia. 

Da quando, poco dopo il suo primo anno di vita, aveva provato l’emozione del volo in caduta libera, Riccardo era divenuto un tipo incontenibile. Quel giorno si trovava nel girello, a sgambettare sul terrazzo di casa e, nell’unico attimo in cui era rimasto fuori orbita dal controllo della madre, si era avvicinato impetuoso al cancelletto in ferro che, se fosse stato chiuso, gli avrebbe impedito l’accesso alla scala. Ma, lasciato distrattamente aperto da qualcuno, non gli era stato difficile capitolare con una giravolta acrobatica fino al primo pianerottolo. Per fortuna, il muretto aveva ammortizzato la sua rovinosa caduta.

Ancora oggi la madre gli dice che è stato miracolato perché, tranne evidenti bozzoli disseminati tra tempia e nuca, non aveva riportato gravi ferite.

In realtà, già dalla scuola elementare, Riccardo si era convinto che all’interno della sua testa qualcosa di formidabile fosse accaduto: nelle scelte che prendeva, i vibranti impulsi che avvertiva lo facevano essere sempre più veloce degli altri e quasi mai in modo disattento.

Simone veniva da Somma Vesuviana, un paese bello, tranquillo, adagiato sulla collinetta del monte più fantastico del mondo, confinante con Marigliano. Dal loro primo incontro, a Riccardo era parso un tipo ordinato, pronto a salutare tutti con rispetto o a ringraziare chiunque per ogni piccola cosa. Timido, buono e gentile, Simone sembrava fuori luogo e bisognevole di protezione al cospetto di compagni tanto svegli quanto svogliati e bullizzanti. Riccardo ebbe inoltre il sospetto che fosse anche studioso, così ne approfittò. Gli disse che poteva fidarsi di lui e che lo avrebbe aiutato a socializzare. A patto, però, di condividere con lui il banco centrale dell’ultima fila, di cui si era già impossessato: almeno per i compiti in classe non avrebbe avuto problemi. Insomma, all’inizio fu un’amicizia interessata.

Allora Riccardo non poteva immaginare che Simone sarebbe stato in grado di contagiarlo, trasmettendogli in breve tempo la passione per lo studio. Finirono infatti a trascorrere insieme la maggior parte del tempo, a scuola di mattina e a casa dell’uno o dell’altro di pomeriggio, scoprendo le loro affinità: l’amore per lo sport in generale e per il calcio in particolare, e una fede assoluta per la squadra del Napoli. 

Dopo aver cementato la loro amicizia nei primi due anni di scuola, quando si ritrovarono per iniziare il terzo anno, nel settembre del 1986, Simone mostrò a Riccardo l’abbonamento che gli avrebbe consentito l’accesso allo stadio San Paolo. Tra l’altro, nel settore centrale dei distinti. Il pensiero di trascorrere molte domeniche di quel campionato ad ammirare le giocate di Diego Armando Maradona gli metteva contentezza, soprattutto per via di quella vocina interna che, come confidò a Riccardo, a più riprese continuava a ripetergli che quella sarebbe stata un’annata feconda. Il Napoli avrebbe vinto lo scudetto, ecco cosa gli ripeteva.

Quell’abbonamento era stato un regalo dello zio Enrico di Caserta, l’ultimo fratello del padre di Simone. Lo zio, di una quindicina d’anni più grande di lui, aveva aperto nel centro storico di quella città un bar che, nel giro di pochi anni, aveva decretato la sua fortuna. Single convinto, Enrico diceva sempre che, semmai un giorno fosse convolato a nozze, avrebbe voluto un figlio come suo nipote. Educato, saggio e generoso, non poteva non essere orgoglioso di lui.

E proprio la generosità era il piatto forte di Simone, e quella fu l’occasione per dimostrarlo ancora una volta. 

Infatti, passandogli in visione l’abbonamento, disse a Riccardo che ogni volta che ne avesse avuto desiderio glielo avrebbe dato in prestito, tranne ovviamente nelle partitissime.

All’inizio di quella primavera, il giorno stesso del suo compleanno, Riccardo riuscì a farsi regalare da suo padre il biglietto d’ingresso allo stadio. Così, la prima domenica in cui la squadra giocò in casa, i due amici andarono allo stadio insieme. Prima raggiunsero Napoli con il treno della Circumvesuviana e poi, con la metro, proseguirono la corsa fino alla stazione dei Campi Flegrei. Da lì, dopo aver macinato un chilometro a piedi, arrivarono di fronte all’ingresso dello stadio di “Re Maradona”.

Per prendere i posti centrali, a mezz’altezza, in modo da garantirsi la migliore visuale, giunsero due ore prima dall’inizio della partita. Sebbene la gente fosse già tanta, riuscirono comunque a occupare due posti discreti.

Dopo aver mangiato la colazione a sacco preparata dalle rispettive mamme, osservando un gruppetto di ragazzi esagitati, a Riccardo venne l’idea balorda di emularli. Simone provò subito a far deragliare quell’idea, ma l’amico, inflessibile, lanciò la sfida: dai distinti sarebbero dovuti arrivare nella tribuna opposta, dov’erano seduti il presidente, il sindaco, qualche giocatore infortunato o escluso dalla rosa, e tanta gente altolocata. Tutto qui, un piano semplice che, tra l’altro, sarebbe servito ad ammazzare il tempo. Ancora una volta Simone provò a far ragionare Riccardo, ma era ben conscio dell’inutile sforzo. Così, alla dichiarazione che dall’altra parte ci sarebbe andato anche da solo, all’amico non restò altro che andargli dietro. 

Proprio come gli scalmanati ispiratori, raggiunta la prima recinzione in ferro – che divideva il settore dei distinti da quello della curva A – Riccardo si arrampicò fino alla sommità e, con i piedi ben piantati sul ferro orizzontale, spiccò un volo superiore ai due metri, facendo molta attenzione a cadere con i piedi uniti, sulla parte piana che precedeva la gradinata. L’atterraggio risultò perfetto, a tal punto che qualcuno si sentì in dovere di applaudirlo. Dopodiché, si girò verso l’amico e lo incitò a imitarlo. Vedendolo quantomai indeciso, provò a istigarlo: se proprio non se la sentiva, lui avrebbe rifatto il salto all’incontrario.

Colpito nell’orgoglio, Simone allora allungò le mani, si spinse in alto e, facendo forza sulle braccia per slanciarsi, a fatica mise la pancia sulla barra piatta superiore, in un bilanciamento assai precario. E infatti rischiò di cadere giù come un siluro. O meglio, a testa in avanti, come un salame. Per fortuna, però, fece in tempo a tirare indietro le gambe. Con una manovra durata più di tre minuti, finalmente si raddrizzò, mettendosi in posizione di lancio. In evidente imbarazzo e con la fronte impregnata di sudore, Simone stette fermo ancora una manciata di minuti prima di prendere la decisione conclusiva: non avrebbe mai spiccato il volo. Accovacciato, roteò i piedi e le braccia, mantenendo ben strette le mani alla barra, poi fece scivolare la parte anteriore del corpo radente il vetro, fino a toccare terra. Si girò verso Riccardo e, dopo averlo scrutato a fondo, ansimando borbottò: «Bravo, Riccardo! Sei riuscito a rendermi ridicolo e a farmi rivivere il terrore di sei anni fa». In quell’indimenticabile pomeriggio, mentre giocava a pallone con gli amici, aveva sentito le gambe diventare talmente dure da fargli perdere l’equilibrio. Era caduto all’istante, come una pera cotta. La paura era stata tale e tanta che, da quel momento, aveva deciso di non giocare più a calcio.

Riccardo non diede molto peso al suo racconto e, ancora una volta, corse in avanti eccitato, attraversando tutta la curva e giungendo a una nuova recinzione che li divideva dalla tribuna laterale. Rifece quanto fatto prima. Anche Simone fece altrettanto, stavolta impiegando meno tempo. Quando però furono davanti all’ultima recinzione, proprio quella che li divideva dalla tribuna centrale, Simone lo fermò urlando. Il dolore che avvertiva era troppo forte, le sue gambe si erano bloccate e non riusciva più a camminare. Riccardo non l’aveva mai sentito urlare in quel modo e, guardando gli occhi impauriti dell’amico, il suo ardore si smorzò. Si fermò e cercò di rassicurarlo, ma si rese conto che si trovavano nel settore ospiti, così lo trascinò lentamente in un posto in alto, nel punto più lontano, ben defilati da quegli esagitati forestieri.

Insomma, alla fine videro la partita da una postazione laterale e remota, per di più in compagnia dei tifosi avversari e in totale silenzio per non essere scoperti.

Andò diversamente l’11 maggio del 1987, il giorno in cui la profezia di Simone si avverò. Prima ancora che la partita finisse, saltarono sulla Suzuki Vitara decappottata del cugino di Riccardo, cominciando la sfilata insieme a una moltitudine di auto e scooter, tra tanta gente accalorata. Negli occhi dei due amici traspariva la stessa gioia. A un tratto una bellissima tifosa, con in mano un’enorme bandiera azzurra, chiese al gruppo di salire a bordo, e in quel momento il volto di Simone diventò ancora più radioso. La signorina dai lunghi capelli e dai grandi occhi neri, con indosso dei jeans scuri e una canotta chiara dalla generosa scollatura, si mise a mostrare tette e bandiere al vento ai tanti fotoreporter e giornalisti, mentre lui e Riccardo, entusiasti di esibirla, la sostenevano con forza, ancorando piedi e gambe alle proprie braccia e tenendola issata bene in alto, in assoluta sicurezza.

E grazie a quella simpatica fanciulla, si ritrovarono inaspettatamente protagonisti nel Tg Rai della sera, e sui giornali del mattino successivo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Salvatore Esposito
nato a Somma Vesuviana nel 1958, esercita la professione di architetto e si dedica alla scrittura. Più volte eletto consigliere comunale, tuttora ricopre la carica di assessore nella sua città natìa. L’autore è al suo secondo romanzo. Il primo, Fili d’innocenza, è stato pubblicato nel 2019, dopo la menzione d’onore al Premio Città di Grosseto, per la sezione inediti.
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