Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

From Pink to Black and Back

From Pink to Black and Back
100%
200 copie
completato
4%
48 copie
al prossimo obiettivo
Svuota
Quantità
Consegna prevista Novembre 2021

Leggerete di un’avventura, realmente accaduta, a me. Leggerete di una ragazza comune, di provincia, con un grande sogno, tanta caparbietà e ambizione. Leggerete di donne, di viaggi, di condivisione, di crescita attraverso il divertimento. Leggerete di errori, di sofferenza, di notti insonni. Leggerete di uno e più fallimenti. In questo libro vi racconto che “arrendersi” può essere la miglior soluzione e il miglior regalo che possiate farvi, a volte. Fallisce chi stupidamente si accanisce a fare la stessa cosa, nello stesso modo e continuando a soffrire. Intelligente è invece chi molla, per fare altro e per ripartire diversamente, avendo imparato una dura lezione di vita, quella per cui per “fare impresa” non basta la visione, occorre la giusta esecuzione, il tempismo e avere uno, o più, piani B. Questo libro risponde alla domanda “Che fine ha fatto il tuo sogno, la tua startup?” a cui una risposta univoca e succinta non esiste. Avevo urgenza di raccontarvene i dettagli.

Perché ho scritto questo libro?

Si dà tanto spazio a storie di successi facili, di come si diventi milionari e si conducano vite di sfarzo. Non si raccontano invece storie di fallimenti comuni, quelli che ti portano ad essere una persona più forte e preparata a raggiungere il vero successo, quello della felicità interiore. Ho sentito l’urgenza di raccontare la mia storia, da donna e grande sostenitrice del genere, vivendo sulla mia pelle che ancora oggi, esserlo sia penalizzante in tanti ambiti, in primis nell’imprenditoria.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Copenhagen e Maya

Vi racconto una storia che se dovessi disegnare sarebbe ben rappresentata da una montagna russa, in continua corsa, veloce. Una corsa di picchi di soddisfazione in salita e altrettante pericolose e dolorose discese.

Vivevo a Gronnegade, nel cuore di Copenhagen, a due passi da Nu Havn.  Anno 2012, 29 anni, in un appartamentino in affitto di cui mi ero innamorata a prima vista, tanto piccolo quanto accogliente, perfetto per me, nonostante la mia fisicità ingombrante, che si è sempre adattata a tutto. Si trovava in uno di quegli edifici storici fatti di cemento e travi di legno a vista che sembrano uscire da una favola nordica. Ho sempre prediletto la posizione del luogo in cui vivo rispetto alla sua grandezza, e questo spazio, nonostante la piccolezza, mi permetteva di vivere la parte più calda e viva della fredda Copenhagen. Il mio lavoro di allora mi aveva portato a girare parecchio all’estero e Copenhagen era l’ultima di una serie di tappe che avevo fatto precedentemente. Prima di essa c’erano state Amsterdam, Londra, Atene, Buenos Aires… E ogni scelta di cambiamento che avevo effettuato era stata dettata dall’esigenza di nuovi stimoli, non soltanto lavorativi ma anche personali.

Continua a leggere

Continua a leggere

A Copenhagen vivevo bene. Io stavo tendenzialmente bene. Il lavoro era sicuro, solido, un’ottima posizione: Marketing Finance Manager per la Northern European Area di una grande multinazionale del settore tabacco. Andavo a lavoro e giravo per la città sempre in bicicletta, una bici molto vecchia nera e scrostata senza freni, che mi ero portata da Amsterdam. L’ho tenuta per evitare che me la rubassero. La usavo anche con la neve, ormai ero diventata più nordica di quanto mi aspettassi. Non rinunciavo allo sport, mi ero iscritta alla catena di palestre Fitness DK vicino casa e nonostante non capissi nulla di danese, riuscivo a seguire i corsi, ero perfino tornata a fare danza classica, la mia grande passione di sempre. Mi ero appassionata agli Smorrebrod, al mercato centrale moderno dove fare brunch, alle mie corse lungo la riva esposta sul mare, alle serate a Kodbyens, al modo di vestire minimal, scuro e serio dei miei coetanei, al silenzio la Domenica mattina, assente di campane delle chiese e dell’abbaiare dei cani a cui ero abituata.

Non avevo tanti amici, era difficile frequentare i danesi senza parlare la loro lingua, e la vita e le feste da expat mi avevano totalmente stufato. Avevo Andrea, il mio amico pescarese ormai più danese che Italiano, e Sofie, locale ma dal cuore e dalla pelle internazionale. Una vita serena sì, ma non vedevo il mio futuro in questa città. Troppo ventosa, troppa poca energia vibrante, troppi pochi sorrisi per strada. Il mio cuore aveva bisogno di nuove avventure e il mio cervello di nuovi traguardi. Avevo iniziato a fantasticare su un cambio, ma non sapevo ancora di che natura sarebbe stato.

Capitò che tramite Asmallworld, social network a cui al tempo ero iscritta, conobbi Maya, una ragazza poco più grande di me, nativa africana, con la famiglia emigrata in Portogallo, anche lei lavoratrice expat in terra danese. Con Maya è stata subito amicizia, ci siamo frequentate tanto, con lei sperimentavamo posticini nuovi, soprattutto cocktail bars che tanto caratterizzano Copenahgen. Maya viveva insieme al suo fidanzato, un alto e molto più grande di lei uomo olandese mega dirigente di una azienda di trasporti danese. Si erano conosciuti a lavoro, e ora lei stava cercando di lanciare un suo business nella consulenza delle risorse umane. La vedevo pienamente realizzata, era per me un punto di riferimento come donna. Volevo essere come lei. Ogni volta che andavo a casa sua pensavo: “Wow, che fortunata Maya. Vive in una casa stupenda, arredata con un gusto che io non ho, sempre con i fiori freschi sul tavolo, le posate perfette, i cuscini di velluto dai colori sgargianti. Ha un fidanzato che la ama tantissimo, che le ha regalato il Cartier Love (un sogno di regalo per ogni fidanzata!) con cui fa tanti viaggi… E in più sta per lanciare un suo business. Io a confronto sono così lontana da tutto questo…”

Maya era brava con la sua immagine, a vendersi bene, e forse anche a leggere nella mente degli altri. Nella mia aveva letto che avessi bisogno e voglia di mettermi in discussione con un lavoro che mi rappresentasse di più. Ero stufa dei numeri della gestione finanziaria aziendale, stufa del Planning & Reporting, stufa dei profitti e delle perdite e delle analisi sterili. Sentivo di avere una forte anima creativa, più orientata al marketing e volevo un lavoro che mi permettesse di esprimere me stessa di più.

Le avevo raccontato che erano già un paio d’anni che cercavo di cambiare lavoro e azienda. Era complicato, nessun’azienda voleva rischiare ad assumere qualcuno che non avesse mai lavorato prima in un settore creativo né in un ruolo più vicino al branding e al marketing che ai numeri, come quello a cui ero abituata fin da quando mi ero laureata. E in cui ero anche brava… ero cresciuta tanto in quest’azienda del tabacco, in cui mi hanno fatto studiare, coccolato, fatto viaggiare, conoscere persone stupende in tutto il mondo. Avevo trascorso quasi 5 anni imparando tantissime cose ed ero grata.

Tuttavia, non sarei mai diventata Finance Director, non avrei mai fatto una professione così tanto orientata ai numeri e poco alla creatività. Mi mancava esprimere la vera me, i miei veri punti di forza.
Le avevo provate tutte, avevo mandato centinaia di curriculum, inseguito professionisti con cui volevo lavorare sia su Linkedin che tramite amici in comune, mi ero sottoposta a tantissime interviste e Skype call sperando che qualcuno cogliesse la mia vera natura e mi desse la possibilità di esprimerla in un lavoro più consono a me. Mi interessavano settori creativi, dalla moda all’arte, alla musica. Quello per cui fondamentalmente avevo studiato (Management dell’arte, della cultura e della comunicazione), ma che poi durante il Master avevo rinnegato pensando che la Finanza mi avrebbe permesso di trovare un lavoro più stabile e ben pagato. Vero.

Ma a lungo termine quello che siamo e quello di cui siamo appassionati torna in superficie, bussa alla porta che hai chiuso sforzandoti e si fa sentire prepotente. E non puoi non ascoltarlo. Devi dargli spazio.

E così stavo cercando di fare. Ma con scarsissimi risultati.

Avevo parlato di questo mio desiderio di cambio a Maya, che occupandosi di risorse umane capiva, e cercava di farmi delle domande che mi indirizzassero verso la risposta che avevo dentro di me, ma che faticava a venire fuori.

“Perché non pensi a lanciare un tuo business?” una volta mi disse. E io caddi dalle nuvole. Era un’opzione che non avevo mai considerato prima d’ora. Ammiravo sempre tantissimo le persone imprenditoriali ma non avevo mai avuto un riferimento di tale tipo in famiglia e non mi ero mai sentita pronta a fare un passo così grande. Avevo soltanto considerato la carriera da dipendente aziendale. Ambiziosa sì, ma sempre nel limite di quello a cui anche i miei studi mi avevano (erroneamente) indirizzato: il management per altri. Ho sempre saputo e pensato che fare impresa fosse molto complicato, era qualcosa di inesplorato per me e anche molto rischioso.

La risposta a questa domanda aveva aperto in me una nuova possibilità. Una strada che avrei potuto intraprendere, ma che sapevo già avrebbe provocato sconvolgimenti in me stessa in primis, e poi anche in famiglia. La solidità di un lavoro ben pagato e a tempo indeterminato che andavo a gettare via per tentare l’ignoto… Ma soprattutto: per fare cosa?!?

Il brainstorming era iniziato. Ci pensavo tutti i giorni, pensavo alle mie skills, a cosa sapevo fare, alle mie passioni e ai problemi che io e le persone intorno a me avevano nella vita di tutti i giorni. Volevo trovare una soluzione ad un mio problema. Volevo cimentarmi nel risolverlo, in modo creativo, nuovo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Le librerie e Amazon sono pieni di libri con consigli per un sicuro successo in affari (e non). Infallibili, pronti all’uso. Stando allo scaffale e alla generale alfabetizzazione dovremmo essere già tutti da tempo al mare a goderci i nostri dollari. La verità è che nessun successo nasce come tale, come nessuna impresa nasce grande. Di solito è un punto di passaggio che porta ad altro: nuove esperienze, nuove imprese. Per prima cosa, comunque, chi si mette in proprio sconta l’incomprensione di chi non ha mai avuto il coraggio di farlo. Poi, l’amarezza della sconfitta. Quello che viene dopo lo potete leggere nel libro di Eliana. Che è una storia di riscatto che appassionerà imprenditori e leader.

  2. (proprietario verificato)

    Un libro onesto che apre gli occhi! Sono anche io un’imprenditrice e mi sono totalmente ritrovata ne racconto di Eliana. Il libro offre diversi livelli di lettura, c’è una storia personale avvincente di chi insegue un sogno, una visione, ci sono le verità che nessuno racconta sulle difficoltà che si incontrano nel mondo professionale in particolare da imprenditore, ma c’è anche tanta solitudine e l’antidoto per venirne fuori. Letto in un paio di giorni perché non potevo fermarmi!

  3. (proprietario verificato)

    Un libro incalzante, positivo, diretto e sincero. Leggerete di un’ avventura legata al mondo del business ma anche al percorso introspettivo dell’ autrice che ci emoziona e rende partecipi passo passo.
    Una storia che sorprende perche’ incentrata su un fallimento, un tema ad oggi trattato pochissimo in Italia, ma mescolato con la grinta, la positività e l’ambizione della protagonista che è un personaggio straordinario.

    Consigliatissimo!

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Eliana Salvi
Marchigiana, entusiasta della vita, appassionata di viaggi. Si forma come manager i primi anni della sua carriera in contesti internazionali. Tornata in Italia, si dedica alla sua prima esperienza imprenditoriale digitale, creando il primo social network al mondo per donne viaggiatrici: Pinktrotters, con l’obiettivo di combattere la solitudine e creare un network di donne che, viaggiando insieme, trovano ispirazione le une dalle altre. Dopo un grande risalto mediatico dovuto alla visione del progetto, succede qualcosa di inatteso e torna ad un lavoro da dipendente, come consulente. Questo libro nasce dall’urgenza di raccontare quanto sia difficile essere imprenditrici, giovani donne e in Italia. Oggi, come mentore, aiuta altre donne che hanno trovato in lei una figura di guida nei loro percorsi di vita. Ha pubblicato altri libri di successo su coaching e imprenditoria al femminile.
Eliana Salvi on FacebookEliana Salvi on InstagramEliana Salvi on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie