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From Pink to Black and Back

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Questo libro risponde alla domanda “Che fine ha fatto Pinktrotters, la startup che connetteva le donne di tutto il mondo?”. Una risposta univoca non esiste, ma quello che è certo è che “arrendersi” a volte può essere la miglior soluzione e il miglior regalo che ci si può fare. Fallisce chi stupidamente si accanisce a fare la stessa cosa, nello stesso modo e continuando a soffrire. Intelligente è invece chi molla, per fare altro e per ripartire diversamente, avendo imparato una dura lezione di vita, quella per cui per “fare impresa” non basta la visione, occorre la giusta esecuzione, il tempismo e avere uno, o più, piani B. Un libro che racconta di donne, di viaggi, di condivisione, di crescita ma anche di errori imprenditoriali, sofferenza, di notti insonni e offre un punto di vista diverso su quello che significa davvero fare imprenditoria in Italia, e soprattutto ciò che non bisogna fare.

COPENHAGEN E MAYA

Anno 2012

Vi racconto una storia che se dovessi disegnare sarebbe ben rappresentata da una montagna russa, in continua corsa, veloce. Una corsa di picchi di soddisfazione in salita e altrettante pericolose e dolorose discese. Vivevo a Gronnegade, nel cuore di Copenhagen, a due passi da Nu Havn. Anno 2012, ventinove anni, in un appartamentino in affitto di cui mi ero innamorata a primavista, tanto piccolo quanto accogliente, perfetto per me, nonostante la mia fisicità ingombrante, che si è sempre adattata a tutto. Si trovava in uno di quegli edifici storici fatti di cemento e travi di legno a vista che sembrano uscire da una favola nordica. Ho sempre prediletto la posizione del luogo in cui vivo rispetto alla sua grandezza, e questo spazio, nonostante i metri quadri un po’ risicati , mi permetteva di vivere la parte più calda e viva della fredda Copenhagen. Il mio lavoro di allora mi aveva portato a girare parecchio all’estero e Copenhagen era l’ultima di una serie di tappe. Prima di essa c’erano state Amsterdam, Londra, Atene, Buenos Aires… E ogni scelta di cambiamento che avevo effettuato era stata dettata dall’esigenza di nuovi stimoli, non soltanto lavorativi ma anche personali.

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A Copenhagen vivevo bene. Io stavo tendenzialmente bene. Il lavoro era sicuro, solido, un’ottima posizione: marketing finance manager per la Northern European Area di una grande multinazionale del settore tabacco. Andavo a lavoro e giravo per la città sempre in bicicletta, una bici molto vecchia, nera, scrostata e senza freni che mi ero portata da Amsterdam. L’ho tenuta per evitare che me la rubassero. La usavo anche con la neve, ormai ero diventata più nordica di quanto mi aspettassi. Non rinunciavo allo sport, mi ero iscritta alla catena di palestre Fitness DK vicino casa e nonostante non capissi nulla di danese, riuscivo a seguire i corsi, ero perfino tornata a fare danza classica, la mia grande passione di sempre. Mi ero appassionata agli smørrebrød, al mercato centrale moderno dove fare brunch, alle mie corse lungo la riva esposta sul mare, alle serate a Kodbyens, al modo di vestire minimal, scuro e serio dei miei coetanei, al silenzio la domenica mattina, privo delle campane delle chiese e dell’abbaiare dei cani a cui ero abituata.
Non avevo tanti amici, era difficile frequentare i danesi senza parlare la loro lingua, e la vita e le feste da expat mi avevano totalmente stufato. Avevo Andrea, il mio amicopescarese ormai più danese che italiano, e Sofie, locale ma dal cuore e dalla pelle internazionale. Una vita serena sì, ma non vedevo il mio futuro in quella città. Troppo ventosa, troppa poca energia vibrante, troppi pochi sorrisi per strada. Il mio cuore aveva bisogno di nuove avventure e il mio cervello di nuovi traguardi. Avevo iniziato a fantasticare su un cambio, ma non sapevo ancora di che natura sarebbe stato.
Capitò che tramite Asmallworld, social network a cui al tempo ero iscritta, conobbi Maya,una ragazza poco più grande di me, nativa africana, con la famiglia emigrata in Portogallo, anche lei lavoratrice expat in terra danese. Con Maya è stata subito amicizia, ci siamo frequentate tanto, con lei sperimentavamo posticini nuovi, soprattutto cocktail bar che tanto caratterizzano Copenahgen. Maya viveva insieme al suo fidanzato, molto più grande di lei, olandese, altissimo, mega dirigente di un’azienda di trasporti danese. Si erano conosciuti a lavoro, e ora lei stava cercando di lanciare un suo business nella consulenza delle risorse umane. La vedevo pienamente realizzata, era per me un punto di riferimento come donna. Volevo essere come lei. Ogni volta che andavo a casa sua pensavo: Wow, che fortunata Maya. Vive in una casa stupenda, arredata con un gusto che io non ho, sempre con i fiori freschi sul tavolo, le posate perfette, i cuscini di velluto dai colori sgargianti. Ha un fidanzato che la ama tantissimo, che le ha regalato il Cartier Love –un sogno di regalo per ogni fidanzata! –con cui fa tanti viaggi… e in più sta per lanciare un suo business. Io a confronto sono così lontana da tutto questo…
Maya era brava con la sua immagine, a vendersi bene, e forse anche a leggere nella mente degli altri. Nella mia aveva letto che avevo bisogno e voglia di mettermi in discussione con un lavoro che mi rappresentasse di più. Ero stufa dei numeri della gestione finanziaria aziendale, stufa del Planning & Reporting, stufa dei profitti e delle perdite e delle analisi sterili. Sentivo di avere una forte anima creativa, più orientata al marketing, e volevo un lavoro che mi permettesse di esprimere di più me stessa.
Le avevo raccontato che erano già un paio d’anni che cercavo di cambiare lavoro e azienda. Era complicato, nessuna azienda voleva rischiare ad assumere qualcuno che non avesse mai lavorato prima in un settore creativo né in un ruolo più vicino al branding e al marketing che ai numeri, come quello a cui ero abituata fin da quando mi ero laureata. E in cui ero anche brava… ero cresciuta tanto in quest’azienda del tabacco, mi avevano fatto studiare, coccolato, fatto viaggiare, conoscere persone stupende in tutto il mondo. Avevo trascorso quasi cinque anni imparando tantissime cose e gliene ero grata.
Tuttavia, non sarei mai diventata finance director, non avrei mai fatto una professione così tanto orientata ai numeri e poco alla creatività. Mi mancava esprimere la vera me, i miei veri punti di forza.
Le avevo provate tutte, avevo mandato centinaia di curriculum, inseguito professionisti con cui volevo lavorare sia su Linkedin che tramite amici in comune, mi ero sottoposta a tantissime interviste e Skype call sperando che qualcuno cogliesse la mia vera natura e mi desse la possibilità di esprimerla in un lavoro più consono a me. Mi interessavano settori creativi, dalla moda all’arte, alla musica. Quello per cui fondamentalmente avevo studiato –management dell’arte, della cultura e della comunicazione –, ma che poi durante il master avevo rinnegato pensando che la finanza mi avrebbe permesso di trovare un lavoro più stabile e ben pagato. Vero.
Ma a lungo termine quello che sei e quello di cui sei appassionato torna in superficie, bussa alla porta che hai chiuso sforzandoti di chiuderla e si fa sentire prepotente. E non puoi non ascoltarlo. Devi dargli spazio.
E così stavo cercando di fare. Ma con scarsissimi risultati.
Avevo parlato di questo mio desiderio di cambiamento con Maya che, occupandosi di risorse umane capiva, e cercava di farmi delle domande che mi indirizzassero verso la risposta che avevo dentro di me, ma che faticava a venire fuori.
«Perché non pensi a lanciare un tuo business?» una volta mi disse. E io caddi dalle nuvole. Era un’opzione che non avevo mai considerato prima di allora. Ammiravo sempre tantissimo le persone dotate di spirito imprenditoriale ma non avevo mai avuto un riferimento di questo tipo in famiglia e non mi ero mai sentita pronta a fare un passo così grande. Avevo soltanto considerato la carriera da dipendente aziendale. Ambiziosa sì, ma sempre nel limite di quello a cui anche i miei studi mi avevano (erroneamente) indirizzato: il management per altri. Ho sempre saputo e pensato che fare impresa fosse molto complicato, era qualcosa di inesplorato per me e anche molto rischioso.
La risposta a questa domanda aveva aperto in me una nuova possibilità. Una strada che avrei potuto intraprendere, ma che sapevo già avrebbe provocato sconvolgimenti in me stessa in primis, e poi anche in famiglia. La solidità di un lavoro ben pagato e a tempo indeterminato che andavo a gettare via per tentare l’ignoto… ma soprattutto: per fare cosa?
Il brainstorming era iniziato. Ci pensavo tutti i giorni, pensavo alle mie skills, a cosa sapevo fare, alle mie passioni e ai problemi che io e le persone intorno a me avevano nella vita di tutti i giorni. Volevo trovare una soluzione a un mio problema. Volevo cimentarmi nel risolverlo, in modo creativo, nuovo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Le librerie e Amazon sono pieni di libri con consigli per un sicuro successo in affari (e non). Infallibili, pronti all’uso. Stando allo scaffale e alla generale alfabetizzazione dovremmo essere già tutti da tempo al mare a goderci i nostri dollari. La verità è che nessun successo nasce come tale, come nessuna impresa nasce grande. Di solito è un punto di passaggio che porta ad altro: nuove esperienze, nuove imprese. Per prima cosa, comunque, chi si mette in proprio sconta l’incomprensione di chi non ha mai avuto il coraggio di farlo. Poi, l’amarezza della sconfitta. Quello che viene dopo lo potete leggere nel libro di Eliana. Che è una storia di riscatto che appassionerà imprenditori e leader.

  2. (proprietario verificato)

    Un libro onesto che apre gli occhi! Sono anche io un’imprenditrice e mi sono totalmente ritrovata ne racconto di Eliana. Il libro offre diversi livelli di lettura, c’è una storia personale avvincente di chi insegue un sogno, una visione, ci sono le verità che nessuno racconta sulle difficoltà che si incontrano nel mondo professionale in particolare da imprenditore, ma c’è anche tanta solitudine e l’antidoto per venirne fuori. Letto in un paio di giorni perché non potevo fermarmi!

  3. (proprietario verificato)

    Un libro incalzante, positivo, diretto e sincero. Leggerete di un’ avventura legata al mondo del business ma anche al percorso introspettivo dell’ autrice che ci emoziona e rende partecipi passo passo.
    Una storia che sorprende perche’ incentrata su un fallimento, un tema ad oggi trattato pochissimo in Italia, ma mescolato con la grinta, la positività e l’ambizione della protagonista che è un personaggio straordinario.

    Consigliatissimo!

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Eliana Salvi
è un’imprenditrice digitale, con alle spalle un’esperienza professionale dalle multinazionali alla consulenza, alla gestione di rapporti commerciali per grandi aziende tech. Ha viaggiato e vissuto in diversi paesi del mondo e questo l’ha portata a fondare Pinktrotters, la prima community al mondo di viaggi al femminile. Un’esperienza di imprenditoria femminile di alti e bassi che ha voluto racchiudere in questo racconto. Ha autoprodotto la scrittura di altri libri dedicati all’empowerment femminile.
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