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FRONTIERE SENZA NAZIONI. Conversazioni su Jugoslavia, Sahel, Afghanistan e Siria

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Consegna prevista Febbraio 2021
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Nella mia vita errante ho incontrato dei personaggi che hanno cambiato il mio modo di vedere alcune parti della Terra afflitte da instabilità croniche, che hanno esacerbato i conflitti e la miseria di milioni di persone. Malcolm, un professore italiano, Laji, uno studente maliano, Hamid, un cooperante afgano, e Mohammed, un dottorando egiziano, sono i quattro protagonisti che con le loro visionarie congetture tracciano nuove frontiere per ristabilire l’identità di alcuni popoli sventrati dal colonialismo ottocentesco, soggiogati dai trattati dei vincitori della Grande Guerra o smembrati dall’imperialismo britannico. La ex Jugoslavia, il Sahel, l’Afghanistan e la Siria fanno da sfondo a questo libro, un “viaggio” di parole tra la storia che non incontra la geografia, in una spirale di eventi e protagonisti con un solo fine ultimo: la revisione dei confini per ritrovare le nazioni.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è il testamento dei personaggi che ho incontrato. È il mio atto d’amore per qualcosa che di amorevole non ha proprio nulla. La geopolitica è infatti calcolo e potenza, mentre queste pagine sono umane e alla portata del lettore non “imbarbarito” dagli studi universitari. Vorrei che questo saggio fosse un umile breviario per incominciare a sognare un mondo nuovo e ideale. Perché c’è un Malcolm, Laji, Hamid e Mohammed in ognuno di noi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PREMESSA

“Ma, onestamente, non è assurdo e un anacronismo completo fare delle considerazioni militari il principio secondo il quale si devono stabilire i confini?
Se questa regola dovesse prevalere, l’Austria avrebbe tuttora titoli sul Veneto e sulla linea del Mincio, e la Francia sulla linea del Reno, per proteggere Parigi, la quale certamente è più esposta a un attacco da nord – est che non sia Berlino da sud – ovest.
Se i confini devono essere determinati da interessi militari, le pretese non avranno mai termine, perché ogni linea militare è necessariamente difettosa e può venir migliorata con l’annessione di un territorio più avanzato; e oltre a ciò non potrebbe mai essere stabilita in un modo giusto e definitivo perché verrebbe sempre imposta dal vincitore al vinto, e quindi porterebbe sempre in sé il germe di nuove guerre.
Tale è la lezione di tutta la storia, per le nazioni come per gli individui.”
A porsi la domanda e la successiva considerazione è Carlo Marx nell’opera “La Guerra civile in Francia” scritta tra l’aprile e il maggio del 1871. La lettura delle “Conversazioni” parte dal concetto di confine, di frontiera, perché, come il filosofo tedesco afferma, sono “la lezione di tutta la storia, per le nazioni come per gli individui”. La frontiera è qualcosa che separa: di qua ci sono io, mentre di là ci sei tu. Le diatribe che nascono sono proprio legate all’identità nazionale e all’appartenenza del territorio conteso; da qui la considerazione “militare” in funzione difensiva.
Un altro elemento essenziale è la giustizia della divisione “non potrebbe mai essere stabilita in modo giusto e definitivo” e in tono rassegnato sentenzia “porterebbe in sé il germe di nuove guerre”.
Ho voluto scegliere questa citazione per il seme di instabilità che infonde: una sensazione centrale nelle quattro conversazioni. È significativo anche l’anno in cui Marx lo scrive: il 1871. Una data spartiacque dove la politica di potenza con la conclusione del processo unitario italiano e tedesco ritrova gli ultimi attori pronti per decidere il futuro di alcune parti del mondo.

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Le potenze europee riunite lo faranno con la conferenza di Berlino a cavallo tra il 1884 e il 1885 dove fu scritto un celebre atto del cosiddetto scramble for Africa durato alcuni decenni, un vero e proprio “sgomitare” per accaparrarsi le ricchezze del continente a sud del Mediterraneo tracciando linee rette nel deserto e lungo i fiumi senza tenere assolutamente conto dei popoli che abitavano quei territori.
Altra tappa storica da ricordare per la lettura delle “Conversazioni” è la “nazionalizzazione” dell’India da parte della corona britannica avvenuta nel 1858 liquidando la British East India Company. L’affare incluse nelle frontiere anche l’odierno Afghanistan e proprio le turbolenze di quegli infausti decenni lo portarono alla sua attuale condanna.
Sempre e solo frontiere furono anche dibattute a margine della Prima Guerra Mondiale conclusasi nel 1918 allorché i vincitori pretesero di soggiogare i vinti creando Stati come il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni conosciuti successivamente come jugoslavi o dividendo segretamente le rovine dell’Impero Ottomano creando anche lì frontiere senza nazioni come la Siria.
Le note vicende della dissoluzione della Jugoslavia, le sorti della striscia di terra sotto il deserto africano del Sahara chiamata Sahel, la precarietà cronica dell’Afghanistan e l’efferato destino della Siria nascono, secondo i protagonisti delle “Conversazioni” con le decisioni prese nei consessi internazionali sinteticamente descritti sopra.
Attraverso Malcolm, Laji, Hamid e Mohammed ripercorreremo la storia e la politica di queste terre e ridisegneremo le frontiere per trovare finalmente le nazioni.
Vi aspetta da leggere un progetto alquanto ambizioso!

SLAVI DEL SUD
Maremma, 1999

Nella vita ho incontrato delle persone straordinarie. Questo ha rappresentato per me un onere e un onore oltre che un piacere. Un onere perché ciò che andrò a raccontare non è semplice da digerire in un mondo che si nutre della ricerca del benessere e della pace dei pensieri, perfettamente livellato, tuttavia, dall’onore che ho personalmente riscosso nel riprendere queste storie di personaggi e luoghi sospesi nel tempo in un limbo poco conosciuto. Il primo incontro avvenne con un personaggio che viveva nella mia via, nel quartiere delle nazioni, una mini conurbazione costituita da edifici in stile socialista italiano degli anni Ottanta in cui si riprendeva il socialismo reale sovietico spruzzato di un insano spirito Occidentale. La mia via portava in dote un carnevale umano molto interessante tra cui questo professore che si muoveva perfettamente a suo agio nei panni di uno scapigliato signore quasi sessantenne imbrigliato nel furore della gioventù. Veniva da tutti chiamato Malcolm per le sue velleità rivoluzionarie e perché spesso ricorreva ad anatemi contro quello o quell’altro nullafacente che trafficava tra i palazzoni in puro stile Malcolm X, icona delle lotte afro americane.
Era la primavera del 1999 e come spesso accade ai giovani curiosi, o perlomeno come accadeva, venivamo indottrinati, tramite insensate arringhe, da losche figure in età adulta. Malcolm era piccolo e lesto, scuro in volto, con occhi acuti e irrequieti, e lineamenti affilati e marcati. Ogni suo tratto era definito: mani piccole, braccia sottili, naso stretto e ossuto; agitava i suoi arti superiori, ora muovendo l’indice e scuotendo il gomito, ora pregando a mani giunte e ogni movimento stava a significare il grado di passione del discorso. La voce era rauca e ogni tanto saliva di tono, ma la vera discriminante dell’enfasi erano i gesti. Era un arringatore formidabile, ma spesso non veniva seguito da alcuno e le sue, a questo punto sterili, discussioni non sortivano alcun effetto negli animi del pubblico tranne che sul mio ricettivo spirito. La primavera portava in dote anche una crisi internazionale storica che vedeva per la seconda volta in cinquant’anni il sorvolo di aerei da guerra sopra il mare Adriatico. I caccia della Nato dispiegarono le loro ali nel cielo jugoslavo il 24 marzo del 1999 nell’intento, segreto e ufficioso, di distruggere definitivamente a colpi di bombe il revanscismo serbo che dopo la Croazia, la Bosnia era passato al Kosovo; l’Occidente era stanco e non voleva più trattare con contromisure non implicanti l’uso della forza. Tuttavia, le motivazioni ufficiali sono dovere di cronaca e prendevano il cuore più che la mente perchè si soffermavano e su risoluzioni di fantomatici moschettieri travestiti da organismi di sicurezza collettiva come le Nazioni unite, e su doveri morali internazionali come la “Responsibility to protect”, un penetrante quanto complesso concetto di ingerenza negli affari di uno Stato per salvaguardare il popolo dallo Stato stesso.
“Nei Balcani si produce più storia di quanta se ne possa digerire”, sosteneva Winston Churchill e in quell’ultimo scorcio novecentesco sembrava proprio essere così. Malcolm era un personaggio che la storia la viveva appassionatamente, giorno per giorno; infatti era appena rientrato da una delle sue manifestazioni a cui non faceva mai mancare la sua presenza. L’occasione per far sentire la sua voce contro le bombe atlantiche dirette in Jugoslavia era la battaglia dei ponti, una sorta di protesta nostrana contro il bombardamento dei ponti sul Danubio da parte delle forze aeree Nato. L’occupazione simbolica dei ponti italiani come simbolo di solidarietà verso coloro che a Belgrado e nelle altre città della Jugoslavia, ormai ridotta territorialmente alla sola Serbia e Montenegro, manifestavano proprio sopra questi simboli per evitare che fossero bombardati nei raid aerei. La parte più Occidentale dell’Occidente sosteneva che tutte quelle persone che aldilà dell’Adriatico lottavano contro la flotta aerea dell’eroe Nato, fossero degli scudi umani mentre la parte meno Occidentale dell’Occidente, come Malcolm, credeva invece che gli eroi fossero proprio le persone e solidarizzava con loro.
(…)
SAHEL
Angers, 2006
(…)
Anche se il chiarore del crepuscolo entrava dalle finestre del dormitorio, all’interno era tutto opaco e scuro. Dalla porta aperta della stanza giungevano i tonfi e i clangori del ferro delle padelle e ogni tanto le voci degli ospiti scoppiavano in grida di approvazione o nello scherno. Nei modi di Laji c’era una gravità e una calma così profonda che ogni chiacchiera sembrava cessare: “In futuro, con il ritorno dell’instabilità, la sovranità effettiva per scongiurare le violenze tra le varie anime della nazione sarà assicurata sempre di più da forze di mantenimento della pace sotto mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma attuate dall’Unione africana e saranno composte da soldati e ufficiali africani.”
Portai a compimento il suo ragionamento aggiungendo: “L’idea di sovranità che viene fuori dalle tue parole è quella del ritorno di una forma di colonialismo multilaterale attraverso il massimo istituto di sicurezza collettiva. Chi può dire qualcosa all’ONU?”
“Esatto, l’estrema conseguenza sarà che nessuno comanda perché nessuno può esprimere la sua identità. Questo tipo di interventi sono principalmente legati a conflitti interconfessionali dove spiccano, per la loro violenza e organizzazione, i gruppi terroristici transfrontalieri; le linee sulla sabbia considerate confini sono sistematicamente attraversate spesso senza nessun controllo o peggio ancora con connivenza”, osservava Laji strofinandosi il naso.
“La destabilizzazione cronica dovuta alla totale mancanza di identità”, puntualizzai.
“Vedrai mon pote che la Guerra Santa si sposterà nel Sahel e i Talebani e Al Qaeda sono solo la punta dell’iceberg; la religione protegge lo spirito e dà un senso di appartenenza e tutti correranno per difenderla, cosa che non faranno mai per la formalità di quattro frontiere senza nazione.”
(…)
LA LINEA DURAND
Belgrado, 2009
(…)
Ulica Knez Mihailova si distendeva di fronte a noi con il suo lastricato ben curato a dispetto dell’adiacente Trg Republike, ancora maestosa e grigia di eredità del socialismo reale. Il Danubio e la Sava che proprio in fondo a essa congiungevano le rispettive acque in corrispondenza della fortezza di Kalemegdan promanavano storia e geografia, l’elemento centrale del discorso di Hamid. Anche i due imponenti fiumi nei secoli sono stati delle linee di confine tra due mondi; anch’essi sono stati l’oggetto della divisione, di una linea di “cessate il fuoco” tra l’impero Austro – ungarico e l’impero Ottomano. Così mi lanciai nel racconto della nascita della Jugoslavia e del perché mi trovavo lì a Belgrado; del mio tentativo di approfondire l’argomento della mia tesi legato profondamente alla dissoluzione di un corpo nazionale storicamente “artificiale” quale era la Jugoslavia titina. Accennai alla sua ricchezza economica e al suo ruolo di ponte tra Occidente capitalista e Europa orientale socialista. Navigavo a vista e pertanto non ero consapevole dell’attenzione del mio interlocutore se fosse cioè interessato oppure indifferente.
Le luci di una Kafana aperta attrassero il nostro interesse e ci dirigemmo verso di esse. Entrammo e ci sedemmo. Un energumeno con un vistoso taglio sulla guancia ci prese l’ordinazione che non potè essere altro che “Flaša piva e dve Rakja”.
Ripresi con le mie congetture puntando il dito sulla mappa politica del Vecchio continente profondamente mutata dopo il crollo del comunismo e sugli sponsor internazionali che intervennero soprattutto nelle secessioni balcaniche tra serbi e croati, nel conflitto bosniaco e nel Kosovo. Proposi il tutto così: “Le revisioni delle frontiere sono possibili per creare nazioni “omogenee” al proprio interno. Non penso sia la strada giusta perché professo un mondo più plurale e solidale fatto di uomini svincolato dal “credo” nazionale. Ma è una strada percorribile lastricata talvolta di sangue mentre altre volte attraversata dalla pace come tra cechi e slovacchi o montenegrini e serbi che si sono separati senza sparare cannonate. Il mio pensiero è molto soggettivo frutto di una diversa vita rispetto, per esempio, alla tua; con ciò voglio dire che le lotte per l’autodeterminazione non sono un cancro, anzi, sono spesso il seme della volontà popolare e politica, ma sono lontane dal mio quotidiano di uomo Occidentale dove i diritti sono di gran lunga molto più coltivati dei doveri.”
Le ultime frasi del discorso destarono l’interesse di Hamid che appoggiando i pugni sul tavolo disse: “Negoziare il modo d’uso della frontiera non ha, inoltre, niente di sconvolgente come principio, visto che la Linea Durand è già stata l’oggetto di quattro trattati nel 1893, 1905, 1919, e 1921. Oltre tutto è questa riscrittura che si ripete a proiettare l’ombra del dubbio sulla sua perennità, cioè sulla sua realtà.”
L’afgano carpiva la speranza nelle mie parole. Le frontiere europee erano mobili e si spostavano per prevenire i conflitti anche se talvolta erano l’oggetto scaturente dell’uso della forza. L’Asia centrale era turbolenta e il casus belli era sempre in agguato, ma il cessate il fuoco non risolveva alcun problema, anzi spesso costituiva la miccia per altre diatribe e rivendicazioni provocando spirali di malcontento che sfociavano in nuovi conflitti. Un gioco perverso e difficilmente arginabile che perdurava da più di un secolo.
“Spegnere l’incendio latente alla frontiera è la condizione per sviluppare una riconciliazione nazionale in Afghanistan. Lungi dall’essere soltanto uno strumento opportunistico nelle mani di Al Qaeda, il sentimento di identità dei pashtun è incastonato nel cuore dei partiti secolari, ferocemente ostili ai talebani!”

08 giugno 2020

Aggiornamento

Maremma 1999: vi presento Malcolm, la parte meno Occidentale dell'Occidente. Il nostro "viaggio di parole" verso la Jugoslavia inizia da un quartiere popolare della provincia italiana dove l'eco delle bombe sopra Belgrado veniva percepito come proprio.
La rubrica "Making of" nasce con l'intenzione di raccontarvi la mia esperienza di scrittura da dietro le quinte!
Un appuntamento settimanale per esplorare il processo creativo di "Frontiere senza Nazioni. Conversazioni su Jugoslavia, Sahel, Afghanistan e Siria”.
Non potendovi anticipare troppo del libro. Oggi partiamo proprio dalla prima pagina e dal Malcolm che c’è in ognuno di noi. Il video del #Makingof
https://youtu.be/IuOqaUP-124
Angers 2006: Laji amava ripetere: “Je suis black mon pote, c’est chaud mon pote”: una sorta di mantra dell’indifferenza e dell’emarginazione “sono nero, è dura”.
Il limbo razziale viene dibattuto nel libro. Gli aneddoti sulla vita nelle banlieue fanno da sfondo alle conversazioni nella residenza universitaria di Belle - Beille.
Angers è una media città francese, ma è come fosse una miniatura della complessa società cosmopolita europea.
In “Frontiere senza Nazioni” c’è il ritratto della Francia della periferia e dell’Impero; prospettive diverse ancorate alla storia del Sahel e alla tappa fondamentale dell’integrazione per coloro che lasciano il limbo sotto il Sahara per le giungle di cemento delle Banlieue transalpine. Il video del #Makingof:
https://youtu.be/Wnof69f58uY
10 maggio 2020

Aggiornamento

Viaggiare con voi è appassionante e coinvolgente. Il cammino è ancora lungo e vi ringrazio per il vostro prezioso contributo. La comunità giorno dopo giorno sta crescendo.
Trovate sotto due brevi video per conoscere qualcosa in più del libro e per allargare le frontiere con amici e lettori.
Grazie per la vostra forza!
140 caratteri per descrivere FRONTIERE SENZA NAZIONI:
https://www.youtube.com/watch?v=6Zj4PFem3B4 Presentazione dell'umile Breviario Frontiere senza Nazioni:
https://www.youtube.com/watch?v=Hl4uK1yTMG0

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    La geopolitica raccontata con gli occhi di chi la vive e l’ha vissuta sulla propria pelle, un ampio reportage che ci accompagna in modo semplice verso una conoscenza approfondita di tematiche che hanno avuto e hanno tutt’ora molta più influenza su di noi di quanto pensiamo.

  2. (proprietario verificato)

    Quattro storie, quattro frontiere, un popolo solo, unito nelle sue eterogeneità. Frontiere senza nazioni è un saggio storico mascherato da romanzo, ti guida in un’analisi cruda sulla realtà. Ti porta a riflettere sul concetto effimero delle barriere e, nello stesso tempo, ti racconta della coesione del popolo. Impossibile leggere Pocceschi e non chiedersi se anche noi siamo parte della frontiera o viaggiamo solo lungo il suo confine.

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Gianluca Pocceschi
Sono nato nel 1981 in Maremma, ma attualmente vivo a Firenze. L’attrazione fatale per la politica estera mi ha fatto laureare in Relazioni internazionali all’Università di Perugia. Durante gli anni accademici ho assaporato l'Europa dalla Faculté des Lettres, Langues et Sciences Humaines dell’Università di Angers, nella Francia non metropolitana. La mia tesi sulla dissoluzione dell'ex Jugoslavia mi ha portato invece a vivere la diplomazia nei Balcani dall’Ambasciata d’Italia in Serbia. A causa di acute manie geopolitiche, da un ventennio colleziono un settimanale britannico e conservo un archivio dal 1954 di un mensile francese. Sono anche autore del blog geuropa.it. Sulla Terra vivo con passione il mio lavoro presso una casa editrice per la scuola e adoro la porta da calcio essendo allenatore di un "brutto" ruolo, il portiere. The last but not the least, vivo da compagno e babbo felice.
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