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Fuga da Gardenia

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Consegna prevista Agosto 2020

Gardenia, il nuovo parco divertimenti per famiglie, è quasi ultimato: si tratta di un enorme labirinto su un’isola filippina, che ospiterà centinaia di piante geneticamente modificate. Sembrerebbe un vero paradiso terrestre, eppure…
Sin dall’arrivo dei primi ospiti, è evidente che qualcosa di inquietante avviene all’interno del parco: il personale è quasi assente, nessuno parla del pozzo oscuro al centro del labirinto e le sparizioni dello staff sono più che frequenti. La protagonista è una giovane scienziata, inaspettatamente bloccata nel labirinto nel cuore della notte, insieme a personaggi burberi e stravaganti in grado di fornire ben poco aiuto per scampare al pericolo, fra fiori giganteschi, punte di freccia e piante carnivore.

Un libro d’avventura per ragazzi (ma non solo) che racconta cosa significhi rispettare l’ambiente e quali siano i rischi della cupidigia umana.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro ispirata da un grande classico: Jurassic Park. Perché non ci sono più libri di quel genere? Cosa ne è stato di creature terribili e avventure nelle foreste? Abbiamo bisogno di vivere avventure straordinarie per continuare a meravigliarci! La vera folgorazione però è arrivata quando ho iniziato a lavorare per un’agenzia che trattava gli OGM: perché non creare un terribile parco a tema con piante carnivore?

PROLOGO

Seduti per terra, al buio, ognuno dei due uomini cercava lo sguardo dell’altro con aria tremante. Se avessero potuto guardarsi, se ci fosse stata anche solo una luce flebile, lontana, avrebbero notato che portavano la stessa pettinatura. Ma era buio pesto.

Carlos e Miguel erano due uomini riccioluti, dai capelli scuri. In piedi sarebbero sembrati uomini forti, virili, invincibili, ma ora erano accucciati per terra, con i piedi impolverati e ben saldi sul sentiero sterrato. I denti serrati per il freddo, sembravano due bambini impauriti chiusi nell’armadio di casa per tenere fuori i mostri. Portavano una uniforme color petrolio e stavano abbassati per terra, nel bel mezzo del labirinto, senza sapere come procedere. Avevano cercato l’uscita per diverse ore nella canicola del pomeriggio ed erano stanchi e assetati. L’escursione termica quella notte era stata imprevedibile e il vento ora sferzava le piante e raffreddava loro le mani. I due tremavano forte, forse per il freddo o forse per la paura. Il vento investiva con forza le cime verdeggianti attorno a loro. Alcune foglie piovevano dal cielo, spinte con vigore dall’aria fredda e si muovevano a spirale nell’aria prima di planare al suolo, mentre sullo sfondo ondeggiavano le fronde e i rami nel sibilo spaventoso del vento.Continua a leggere
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Carlos, il più alto dei  due, si strinse con più forza le ginocchia al petto domandandosi come avesse potuto finire in quella situazione. Una piccola ondata di vento gli passò attraverso il colletto dell’uniforme, gelandogli improvvisamente le ossa. Non faceva mai così freddo in quel posto. Che sfortuna perdersi in una giornata del genere! D’altro canto sapeva che ormai non potevano che aspettare l’alba per tentare di nuovo di trovare la via d’uscita, alla luce del giorno. Nessuno sarebbe andato a recuperarli di notte, Carlos lo sapeva bene. Gli ordini dall’alto erano sempre stati molto chiari: chi si perdeva nel labirinto non andava recuperato. Lo sapeva quando aveva accettato l’incarico. Ripensandoci, chi accetterebbe di fare un lavoro del genere, o per lo meno con un rischio del genere? Carlos lavorava con le piante da anni. Aveva iniziato da bambino. Suo padre era stato il suo maestro. Aveva imparato i segreti delle piante, sapeva riconoscerle e maneggiarle senza danneggiarle. Sapeva dove recidere i gambi, intravedeva le gemme nuove senza bisogno di aguzzare la vista, ma dopo anni, aveva smesso di vedere la magia nel proprio lavoro e forse avrebbe mollato del tutto il settore se non fosse arrivata quella proposta per quel lavoro affascinante e pericoloso.
Quando era stato chiamato per quel posto, aveva riflettuto per giorni sulla possibilità di andarci davvero a lavorare. Fare il giardiniere non è poi un granchè, aveva pensato, ma in un parco del genere sembrava, ad una prima impressione, un lavoro piuttosto stimolante. La persona che l’aveva contattato per offrirgli quel posto era stata molto chiara: Carlos avrebbe dovuto trasferirsi sull’altopiano, abbandonare la sua famiglia e le sue cose. Tutto il necessario per condurre la sua nuova vita lo aspettava già sul posto. Il lavoro sarebbe stato pesante, le giornate di lavoro si preannunciavano molto lunghe e trasferirsi sull’altopiano implicava perdere tutto quello che per lui contava. La paga tuttavia era talmente alta che i pochi dubbi che erano rimasti si erano sciolti come neve al sole quando al telefono aveva sentito pronunciare quella cifra piena di zeri. Quel posto di lavoro l’avrebbe assorbito del tutto in termini di tempo e fatica, ma per quella cifra Carlos aveva pensato valesse davvero la pena tentare. Poteva sempre iniziare per capire meglio le condizioni di lavoro e poi tirarsi indietro dopo qualche tempo. Aveva chiesto una settimana per pensarci, poi aveva telefonato per comunicare che aveva deciso di accettare. Se, dopo aver appurato che il lavoro fosse tollerabile, avesse lavorato lì per un annetto o due, sarebbe potuto tornare dalla sua famiglia con le tasche piene di contanti. Ora, nel buio pesto che lo circondava in quel labirinto, ripensava alla sua bambina, Luna, con quegli occhietti neri e profondi. E ripensava a sua moglie, che aveva baciato sulla fronte prima di partire. Forse avrebbe fatto meglio a rifiutare quel lavoro, dopo tutto… Come avrebbe voluto tornare indietro ora, riconsiderare le sue priorità, rivalutare quella scelta che forse gli sarebbe costata troppo. Forse non avrebbe più rivisto la sua famiglia. Sentì un brivido lungo la schiena, ma non era il freddo, non più. Aveva paura. Carlos si fece il segno della croce e chiuse gli occhi stringendosi con più forza le ginocchia al petto.

Miguel, intanto, cercava con i palmi delle mani qualcosa con cui accendere un fuoco sul terreno, ma non osava allontanarsi di un passo dal luogo in cui s’era accucciato. Possibile che fossero davvero usciti senza una torcia? Che idioti, pensò fra sé. Avevano lasciato il casale nel primo pomeriggio per verificare lo stato di salute di quei maledetti fiori giganti e non erano più riusciti a trovare l’uscita. Tutta colpa di Carlos, pensava Miguel, sempre a parlare della sua famiglia, della sua casa sull’isola, dei suoi cani, e poi si dimenticava di segnare il terreno per ritrovare l’uscita! Dannazione, se non ci voleva venire laggiù, che ci era venuto a fare?, si domandava aggrottando la fronte nell’oscurità. Lavorava con Carlos da solo una settimana e da qualche giorno quasi iniziava a sperare che gli accadesse qualcosa, per liberarsi di lui. Non era un lavoro per deboli di cuore, quello e avrebbe fatto meglio a valutare l’offerta con più attenzione prima di accettare l’incarico. Miguel sapeva bene che lavori pagati in quel modo non erano mai lavori puliti. Bisogna sapersi sporcare le mani, lavorare nell’ombra, non avere legami. Non restano tracce delle persone che lavorano per quelle cose. Se sparisci, sei semplicemente sparito, fine della storia, e non ti aspettare che raccontino ai tuoi parenti cosa ne è stato di te per davvero, pensava. Miguel proiettò nella sua testa un’immagine da film americano, quando i soldati arrivano alla porta della vedova e portano solo una medaglia al valore e le condoglianze, invece di restituire corpi martoriati e a pezzi. Dubitava fortemente che sarebbe tornata qualche medaglia alla famiglia di Carlos in caso lui fosse scomparso. Le regole del gioco erano state chiarite sin dall’inizio: non ci sono mappe, chi si perde non viene recuperato. Ci voleva tempo per imparare la strada, ma conveniva iniziare a memorizzare il percorso dall’inizio, un passettino alla volta, prendere le piante come punto di riferimento e imparare a riconoscere il cammino. Chi mai costruirebbe un labirinto obbligando chi ci lavora all’interno a memorizzarlo piuttosto che trascriverlo? Sin dal primo giorno Miguel aveva capito che si trattava di un lavoro losco, ma il suo volto pieno di cicatrici lasciava intuire che nella vita aveva sempre avuto incarichi da sbrigare senza fare troppe domande.

Miguel continuò a cercare sul terreno dei sassi utili ad accendere un fuoco o ancora dei bastoni, ma non trovava nulla di adatto. All’improvviso, sotto al palmo della sua mano, avvertì una superficie viscosa, umida. Sentì un rumore accanto a sé. Si voltò da una parte e dall’altra in preda al panico ma nel buio più totale non riuscì a vedere nulla. Sentì ancora dei rumori provenire da vicino, molto vicino, poi delle grida che si allontanavano, quasi qualcuno venisse trascinato via. Carlos. Provò a chiamare il collega, urlò il suo nome fra il fruscio del vento e il rumore delle fronde. In tutta risposta sentì solo un mugolio. Era Carlos. La sua voce proveniva da un punto che doveva essere ormai almeno cinque o sei metri sopra alla testa di Miguel. Qualcosa l’aveva preso, aveva preso il suo collega! Miguel fece per alzarsi in piedi, ma quella superficie collosa che aveva avvertito poco prima sotto ai palmi delle sue mani, era anche sotto alle sue gambe e non gli permetteva più di muoversi. Era paralizzato. All’improvviso non sentiva più le gambe, come se non le avesse mai avute. Sentì un tonfo, poi la voce di Carlos scomparve del tutto. Silenzio. D’un tratto avvertì un rumore sibilante, come di qualcosa che si muovesse strisciando sul terreno, poi di colpo, si sentì sollevare in aria. I suoi muscoli erano bloccati. Le labbra aperte in un grido di paura. Un profumo forte di fiori nell’aria. Gli occhi spalancati nel buio della notte, capì di essere spacciato, ma non smise di urlare. Il vento continuò incurante a sferzare le piante del labirinto, coprendo il suono della sua voce. Le foglie continuarono a turbinare dal cielo in immensi vortici d’aria. Le urla disperate di Miguel si persero nell’indifferenza della notte sull’altopiano di Gardenia. Nessuno li sentì, e i due uomini scomparvero nel buio come se non fossero mai esistiti.

CAPITOLO 1

Mi ero ripromessa di non parlare mai più di quello che accadde due anni fa, fra gli arcipelaghi delle Filippine. Per fortuna, lunghe notti insonni mi allontanano ormai da quei terribili avvenimenti. Tuttavia per una serie di tristi coincidenze mi trovo a dover richiamare dai meandri della mia memoria quei ricordi che tentavo di seppellire. Scrivo dunque le memorie di quei giorni, di quella settimana infernale che non cessa ancora di infestare i miei sonni, per impedire che nuovi viaggiatori si inoltrino fra quelle isole dimenticate da Dio, come progetta di fare la spedizione Ulysses nei prossimi mesi.

Quando la dottoressa Menez mi chiamò quel mattino di due anni fa, non potevo immaginare a cosa sarei andata incontro nei giorni successivi, e per il resto della mia vita. Ancora oggi i fantasmi del passato mi irrigidiscono i nervi di tanto in tanto, al pensiero di quell’incubo travestito da sogno: Gardenia.
“Un nuovo mondo”, l’aveva definito la dottoressa Menez al telefono, “un sogno! Il paradiso terrestre!”, e la mia curiosità di ricercatrice aveva prevalso su qualunque altro istinto.
All’epoca mi dedicavo ad una ricerca nell’ambito dell’innovazione biotecnologica, e l’idea di un meraviglioso giardino in Asia, in cui crescevano numerosi tipi di colture geneticamente modificate sembrava il posto migliore in cui condurre le mie ricerche senza perdere tempo in giro per l’Europa. Il parco era stato ideato da una donna brillante e facoltosa, la dottoressa Menez, affiancata da un gruppo di tecnici specializzati in colture biotecnologiche, nanotecnologia ed economia.

“Ho letto alcune delle sue pubblicazioni, dottoressa Lucyd, un lavoro davvero brillante!” mi disse al telefono la Menez, con tono lusinghiero. La sentii sorridere dall’altra parte del filo. “Dovrebbe davvero raggiungerci a Gardenia, ne sarebbe entusiasta” continuò.
L’idea mi allettava molto, ma le feci presente che non sarebbe stato facile per me raggiungerla dall’Europa all’Asia di lì a qualche giorno. Non solo il viaggio richiedeva tempo, ma dovevo chiudere delle questioni di lavoro prima di partire.
“Come preferisce” mi rispose la Menez, “ma le faccio presente che nulla di quel che sta svolgendo nel suo paese, potrebbe essere paragonabile a quello che può trovare qui, e solo qui. Le consiglio caldamente di raggiungermi il prima possibile. Sono entusiasta di quello che abbiamo ottenuto, sono certa che lo sarebbe anche lei se lo vedesse di persona”. La Menez mi disse di chiamarla in qualunque momento qualora avessi cambiato idea sulla mia partenza, poi chiuse la chiamata.

Passai alcuni giorni sbrigando commissioni e pratiche per il mio lavoro di ricerca, tuttavia mi scoprii a cercare di velocizzare ogni giorno sempre più le mie pratiche al fine di concluderle: le parole della Menez mi risuonavano nella mente, volevo vedere con i miei occhi Gardenia. Infine, la febbre della curiosità mi colpì tanto forte che solo quattro giorni dopo la sua telefonata, mi trovai su un aereo diretto a Manila…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Davvero coinvolgente! Mentre si legge si imparano un sacco di cose sulle piante e si legge in pochissimo tempo per scoprire come va a finire! Consigliatissimo!

  2. (proprietario verificato)

    Libro avvincente, intrigante! Un libro che si legge tutto di un fiato e che ti prende fino alla fine! Lo consiglio a tutti, giovani e adulti!

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Charlie Foo
Autrice del romanzo distopico "Seasons", uscito nel 2017, Charlie Foo è un'inguaribile viaggiatrice e si ispira ai luoghi magici che visita per scrivere le sue storie. Nata nel 1993 e laureata in Lingue e Letterature straniere, vive la scrittura come una necessità e inizia a scrivere sin da bambina, quando ancora c'era Windows '98 che crashava e i cellulari avevano ancora i tasti. Sceglie uno pseudonimo da uomo, Charlie, per denunciare la grande disparità di genere della nostra società: è infatti impegnata socialmente su temi quali femminismo, ambientalismo e politica.
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