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Gasteropodi

Gasteropodi
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Consegna prevista Luglio 2022
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Tre ragazzini nella campagna siciliana scoprono un corpo tutto ricoperto di lumache schiumose. Uno spettacolo di attraente orrore per il dodicenne Daniele, che lo contempla insieme all’amico Giacomo e al fratellastro Santiago. Da quel momento la vita del ragazzo rischia più volte di deragliare: prima al soldo di due criminali; poi durante una permanenza solitaria a Milano; infine in un pericoloso soggiorno in Perù. E ogni volta che la piega del destino prende il sapore guasto della minaccia, Daniele viene braccato dalla visione di quell’antica colatura di lumache: gasteropodi viscidi nell’atto di inghiottirlo. Questa è la storia di un corpo che vive grazie a un corpo che è morto, ritrovando in esso il soffio vitale: curiosa palingenesi, innescata dal ricordo più atroce della sua adolescenza, dalla quale Daniele deve liberarsi una volta per tutte. Ma questo potrà accadere solo se sarà disposto a guardare il mostro da vicino. Da molto vicino.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per lo stesso motivo che adduce il protagonista proprio nelle pagine iniziali: comprendere. Oltre a voler raccontare una storia avventurosa, che sfogasse il mio desiderio di raccontare la vita, gli amori, gli incontri clandestini di un giovane, ho voluto poi cogliere il senso della sua sofferenza. Ho cercato di comprendere certe mie scelte, osservando le sue. Per trasformare un mondo che conosco in un mondo che voglio conoscere. E poi l’ho fatto perché mi diverte molto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il corpo era ricoperto di lumache; alcune gli stavano logorando i piedi, altre lo stomaco altre ancora avevano già divorato gli occhi e s’erano insinuate nel cranio. Il loro incedere vischioso produceva uno sfrigolio, come se la pelle stesse bruciando lentamente. Il cadavere era un enorme tumore in sommovimento, dal quale proveniva un olezzo acido.

Io e Santiago eravamo lì presenti, nel mezzo della campagna. Il crepitio sfrigolante faceva da eco alle nuvole di maggio. L’immagine mi impressionava, ma io non mi muovevo, stavo fermo a guardare. Anche l’ultima volta è stato così; e quella prima, e quella prima ancora: ogni volta che sogno il cadavere di Tobia, il mio corpicino rimane immobile ad osservare la massa tumorale gonfiarsi e brulicare, fino a che in gola non sento come un agglomerato addensante che si trascina verso l’alto; striscia e mi riempie la bocca, dopodiché mi vomito addosso una cascata di lumache. E il sogno finisce.

In confronto all’incubo che mi perseguita da decenni c’è poca differenza con quel che accadde il 22 maggio del 2009, quando avevo dodici anni. Ora ne ho quarantuno, e vivo a Milano con mia moglie Chiara.

Col passare del tempo ho imparato ad accettare questo incubo, a guardarlo non più con terrore, ma anzi, con rispetto: rispetto per quello che lo ha generato, e quindi, rispetto per la vita. Sono contento così.

Ho deciso di scrivere questo romanzo per almeno un paio motivi: il primo, banale, è che ho ritrovato da poco le memorie (sottoforma di diario, lettere indirizzate a Santiago) scritte perlopiù proprio a Milano, nel corso degli anni, nel tentativo di sfogare la mia angoscia circa gli avvenimenti di cui parlerò a breve; erano seppellite in cantina, dove sono stato recentemente per recuperare degli antichi decori da appendere sul nuovo albero di Natale. Era capitato altre volte che io scendessi lì, e che il mio sguardo fosse attratto da quella cartelletta rossa. Eppure l’avevo sempre evitata meccanicamente. Forse adesso è diverso. Forse ho deciso di andare a recuperare proprio quei vecchi addobbi (e non degli addobbi nuovi, come era ragionevole, e come mia moglie aveva suggerito) perché volevo scoprire la cartelletta che spuntava dallo scaffale. Ma perché proprio adesso? Be’, perché no? E comunque posso dire che ogni giorno mi capita di pensare a quegli eventi, ma non che ogni giorno mi capita di leggere una notizia come quella che mi ha inquietato negli ultimi tempi: un ragazzo australiano è deceduto per aver ingerito una lumaca, in seguito a una scommessa. All’inizio era rimasto paralizzato, poi era entrato in coma: il decorso della malattia era durato otto anni.

Subito quindi ho pensato a Tobia, e di conseguenza ho avvertito, come negli incubi, la bava puzzolente riempirmi la gola e la bocca. Sono corso in bagno attanagliato dai conati di vomito. Vi sono rimasto per almeno mezz’ora, senza però aver rigettato nulla. Mi sono sciacquato il viso, ed è stato allora che ho deciso di recuperare i vecchi addobbi.

Il secondo motivo è una conseguenza del primo: comprendere.

Io e la mia famiglia abitavamo in Sicilia, a Salincari, un paesino di diecimila abitanti che sorge in collina, costituito, all’interno, da un agglomerato di palazzine dimesse, all’esterno, dalle campagne di proprietà dei cittadini.

I miei genitori si conobbero quando erano entrambi ventiseienni, in un campo estivo di volontariato per pazienti con malattie degenerative gestito dalla Croce Rossa, per il quale mia madre prestava servizio (era addetta soprattutto alla cambusa, ma all’occorrenza vi svolgeva diverse altre mansioni). Quello del loro incontro era stato un giorno di pioggia ininterrotta.

Mio padre (dai capelli lunghi e dall’aspetto, nel complesso, scarmigliato) si era recato lì per accompagnare il bisnonno Simone, costretto in una sedia a rotelle. Dopo averlo affidato a due infermieri al secondo piano dello stabile, e dopo essere uscito dall’edificio, si accorse di aver dimenticato l’ombrello; quindi tentò ti rientrare dalla porta di emergenza ormai bloccata, ma nonostante bussasse nessuno gli rispondeva. Allora attese sotto la tettoia per qualche minuto ma, siccome la pioggia non accennava a diminuire, si mise a correre attraverso il giardino che lo separava dal parcheggio. A metà tragitto, però, una voce femminile gli intimò di fermarsi, -ehi tu, ehi, dove scappi?

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  Ma lui non si fermò. Allora la donna che lo aveva chiamato si mise a rincorrerlo, pensando che uno dei pazienti stesse fuggendo. Quando lo raggiunse e riconobbe che si trattava di un giovane visitatore si voltò per la vergogna.

  Mio padre, a cui piaceva fare il romantico, raccontava di essersi girato grazie al sospiro emesso dalla ragazza, senza il quale non si sarebbero mai conosciuti. Ogni volta che lui ricordava questo particolare agli amici, mia madre gli stringeva la mano e lo guardava con emozione.

Non so di preciso quando mio padre tradì mia madre per la prima volta, eppure l’avevo intuito sin dall’inizio, da bambino. Non sto dicendo che ne avessi consapevolezza, anzi; era come se non lo sapessi, perché lo ignoravo di proposito. Forse ero sempre stato abituato a fare così.

Quando erano insieme i miei genitori si amavano senz’altro. Stavano bene. Andavano spesso alle feste degli amici, alle cerimonie di qualche evento di lusso. Qualche volta mi portavano con loro, ma io rimanevo seduto tutto il tempo ad osservarli inerte; altre volte rimanevo a casa da solo o in compagnia di Tiziano, mio zio materno, il quale, quando veniva, faceva esattamente le stesse cose di rito: mi diceva -ehi Dani-, sorrideva coll’angolo della bocca, si passava dalla mano destra alla sinistra la custodia della chitarra, fischiettava ed entrava nello studio. E lì vi rimaneva a suonare fino a che non ritornasse qualcuno (ma talvolta anche più tardi).

Una di quelle sere mia madre rincasò molto prima del previsto, quando erano all’incirca le dieci. Aveva il viso arrossato, il suo abito viola era un poco sgualcito. Ricordo che appena entrata quasi non mi guardò nemmeno, si tolse i tacchi e si chiuse nella camera da letto. Venti minuti più tardi tornò anche mio padre, che io salutai senza essere ricambiato. In tutto questo, nonostante il trambusto, lo zio Tiziano aveva continuato a suonare nello studio senza interrompersi.

  -Perché non mi dici nulla? – sentii dire a mia madre, in lontananza. Ero sdraiato sul mio letto. Mio padre non le rispose. Quindi trascorsero lunghi secondi di silenzio, durante i quali rimasi immobile rattenendo il respiro. Solo si sentii, poco dopo, un leggero calpestio e la porta d’ingresso chiudersi: lo zio Tiziano.

Ricordo quest’immagine di mio padre: spesso durante una discussione, o quando mia madre era girata, lui apriva la bocca e la richiudeva, scuotendo la testa, stringendo fra i denti una parola mai lasciata andare.

Dopo pochi giorni da quell’episodio tutto iniziò a cambiare. Adesso dirò una cosa che sembrerà strana: per un periodo abbastanza lungo vivemmo felici, nonostante il cambiamento a cui ho appena accennato fosse già in atto: i miei genitori si guardavano con tenerezza, si baciavano, mi sorridevano. Sembrava che il litigio della settimana passata non fosse mai accaduto. Inoltre la primavera era sbocciata da poco, e credo che questo abbia contribuito molto all’ottimismo e all’esaltazione del momento.

  In una bellissima domenica di sole eravamo seduti a tavola, sulla terrazza. Eravamo bagnati di luce tiepida.

  -Come ti senti? – mi chiese mia madre, guardando di sfuggita mio padre, che stava bevendo un bicchiere di vino bianco.

  -Bene- risposi.

  -Ottimo! – intervenne mio padre, -ottimo davvero! Anche la scuola mi pare stia andando alla grande, dico bene? – Mia madre assentì come se lui si aspettasse davvero una risposta. -È tutto perfetto. Tua madre è meravigliosa, tu sei bravo, io bevo del buon vino. È tutto perfetto. – Prese poi la mano di mamma e guardandola negli occhi annuì. Poi si rivolse di nuovo a me.

  -Vedo che non esci tanto di casa, che un po’ ti annoi forse, che non ti vedi spesso coi tuoi compagni.

  Non me l’aveva mai domandato prima, e io vivevo così ormai da tempo.

  -Sono poco interessanti. Credo – risposi un po’ a caso.

  -Lo so, e ti do ragione. La persona più interessante è forse la vostra insegnante di matematica. – Seguirono secondi di silenzio.

  -Ti ricordi di Santiago? – mi domandò mia madre.

Santiago… Santiago… All’improvviso mi sovvenne di avere conosciuto circa un anno prima un ragazzino di nome Santiago. Fu in occasione di un evento di beneficenza (mia madre gestiva una di quelle organizzazioni) in cui c’erano almeno una trentina di adulti che bevevano vino in piedi, e una dozzina di ragazzini all’incirca della mia età. Da allora lo rividi qualche altra volta in occorrenze simili e nella mia scuola.

  -Sì, Santiago. Quello sudamericano, giusto? È nell’altra sezione.

  -Proprio lui.  È un ragazzo d’oro, è speciale. Non so se te l’abbiamo mai detto, Dani, ma lui è un orfano. L’abbiamo accolto quasi sei anni fa ormai, e nessuno lo ha mai preso in affido. Io ci sono affezionata perché… – le brillavano gli occhi. Inspirò e mi sorrise. -Insomma, io e tuo padre abbiamo deciso di adottarlo, di inserirlo nella nostra famiglia. So che vi trovereste benissimo, è un amore, è dolcissimo…

  -Che cosa ne pensi? – mi domandò mio padre, accarezzandomi il braccio. – Santiago è forte, molto, molto simpatico!

  -Vivrà con noi? – domandai, curioso.

Mia madre annuì, stringendo le labbra per la commozione. In quell’istante un soffio di vento le smosse un ciuffo di capelli, gonfiò i tovaglioli.

Santiago venne a vivere con noi due settimane più tardi. Quando entrò in casa collo zainetto in spalla lo guardai stranito; un poco diffidente, forse; un poco spaventato.

  -Dani- disse mia madre, dietro di lui, chiudendosi la porta alle spalle. -Lui è Santiago, vi conoscete già.

Mi guardò con occhi ampi, desideroso di rendersi amichevole. -Ciao Daniele, – disse, e, un poco impacciato, mi tese la mano. Io gliela strinsi, guardandolo negli occhi. -Benvenuto, Santiago.

Andavamo d’accordo. All’inizio la mia più grande paura era di non sopportarlo. Invece, sin da subito, egli si dimostrò estremamente gentile e rispettoso. Era sempre interessato a quello che gli altri dicevano, non interrompeva mai, o non metteva fretta se il suo interlocutore non trovava le parole. Era buono di natura, genuino. E la cosa che di gran lunga ricordo con maggiore affetto è la sua risata: un suono garrulo, ridondante, prolungato, emesso mentre piegava la testa all’indietro e stringeva le spalle, come se stesse soffrendo il solletico.

A casa c’era serenità, i miei genitori sembravano felici, tanto che non avrei mai creduto che si sarebbero separati di lì a poco.

Le prime sere dall’arrivo di Santiago le trascorrevamo tutti assieme in cucina, a parlare e a ridere seduti attorno al tavolo. Mio padre in quelle occasioni era euforico, s’alzava di continuo, gesticolava con enfasi, andava a bersi un bicchiere di qualche amaro, e tornava a sedersi. Mia madre sorrideva sempre e raccontava spesso di quando era piccola, di come fosse esagitata e dispettosa.

In quei giorni i miei genitori avevano ripreso ad andare alle feste, alle quali però io e Santiago non eravamo quasi mai invitati. Pertanto, come già era capitato quando ero solo, rimanevamo a casa collo zio Tiziano,

Quando non sapevamo cosa fare dopo la scuola, passeggiavamo per il paese. Percorrevamo sempre lo stesso tragitto: imboccavamo la via dietro casa nostra, poi prendevamo l’ultima traversa di destra, sbucavamo in una piazzetta con al centro una fontana, di fronte alla quale c’era un bar sempre molto affollato, da cui proveniva un gran baccano di schiamazzi e musica. Proseguivamo per una via abbastanza larga, sulla quale si affacciavano diversi negozi, fino alla chiesa Madre. Lì di fianco si trovava un parco pubblico, che chiudeva alle 19.00, e di cui io conoscevo un ingresso alternativo, fra due sbarre piegate, sul lato che dava su di un ampio viale desolato, con scheletri di  , è solo… Siete una bella famiglia, voi.

Siamo, avrei voluto dirgli. Siamo.

  -È stupido, – proseguì, -però a volte, soprattutto la sera, mi domando com’è la casa dove sono nato.

  -Tu sai il nome della tua città? – gli chiesi.

Annuì. Mi guardò di sfuggita, cogli occhi che gli brillavano nella penombra, ed estrasse dalla tasca della felpa un foglio arrotolato. Lo svolse, e, siccome c’era buio, attivò la torcia del suo cellulare, che illuminò una carta politica del mondo.

  -Io abito qui, – disse Santiago picchiettando coll’indice sul Perù. -Trujillo.

  -Trujillo – ripetei.

  -È l’unica cosa che so. In realtà non ci penso spesso, ma ci sono delle volte che sento un richiamo; come ora.

  -Cosa ti ricordi di quel posto? – gli domandai curioso, lo sguardo fisso sulla cartina.

Tacque per lunghi secondi. Poi lo guardai, e vidi che aprì la bocca per dire qualcosa, ma la richiuse subito, accigliato, come se si stesse sforzando a ricordare.

  -Non mi viene in mente niente… Ma ora che me lo chiedi ho un’immagine strana… In realtà non ricordo niente, vedo solo come, non lo so, tipo un sogno? Come una luce che è tutta colorata, e poi c’è della polvere. Solo questo. Non significa niente.

Per un istante immaginai di volare e raggiungere una città straniera, luminosa, polverosa di un vocio indistinto e allegro.

  -Cavolo, dev’essere proprio figo andar lì – dissi, soprappensiero.

  – Già -, disse, e sospirò. – E tu come ti trovi qui? – Spense la torcia in quell’istante, scomparendo alla mia vista.

  -Non c’è male, credo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Daniele Macaluso
Mi chiamo Daniele Macaluso, sono nato a Monza ma ho origini siciliane, ho ventiquattro anni e sono laureando in Lettere a Milano. Per un anno ho vissuto negli USA, nei pressi di Seattle, e lì ho imparato a conoscermi: ho compreso il mio amore per la scrittura all’interno della mia camera, in una villetta prefabbricata nella sperduta cittadina di Bonney Lake. Oltre alla letteratura, le mie più grandi passioni sono i film, i viaggi, la città di Milano e le criptovalute.
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