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Il giardino di Saint-Paul

Il giardino di Saint-Paul
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Consegna prevista Giugno 2021
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Un quadro dove viene rappresentato un giardino, all’interno delle mura di un ospedale psichiatrico. Vincent Van Gogh pennella e trasferisce su questa tela la sua inquietudine e i suoi sbalzi di umore che, parecchi anni dopo, assomiglieranno a quelli di Adele, una ragazza che è appena riuscita a realizzare un suo grande sogno. E, inesorabilmente, si vanno delineando davanti ai suoi occhi le conseguenze delle sue scelte. Emergono, così, le sue contraddizioni, e, insieme, la sua voglia di non arrendersi mai. Lei e Lorenzo si conoscono, di vista, fin dall’infanzia. Si rincontrano nei primi anni di università e intrecciano saldamente le loro passioni, i loro sentimenti e i loro sogni. Finché un giorno il destino li sottopone ad una prova ardua e complicata.

Perché ho scritto questo libro?

Mi affascinano le contraddizioni e il coraggio di vivere. Ho visto gente azzardare e vincere e ho visto gente azzardare e perdere, poi leccarsi le ferite, azzerare tutto e ripartire.
In questa vita frenetica la sera, la notte, può essere una liberazione. Spengo le luci e azzero tutto il mondo che mi circonda. La musica alle orecchie è il mio biglietto d’aereo. E così parto, tasto dopo tasto, parola dopo parola, in posti lontani, dentro le anime, a vivere altri mondi, altre vite, ad esplorare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

13 Settembre 2018 – giovedì

Tuona, in lontananza.

Il rumore, sordo, mi scuote e spazza via i miei pensieri. E con essi il ricordo di te. Apro gli occhi e volgo lo sguardo verso il cielo. Le nubi si addensano e vanno a creare uno strano gioco di luci e ombre. Da ovest i raggi obliqui del sole volgono al tramonto scaldando i colori della campagna, ormai stinti dalla calura estiva giunta agli sgoccioli. Ad est lo stesso cielo è ormai nero pece, per la mancanza di sole e per il temporale che si avvicina. E in quel contrasto netto di chiaro e scuro, stagliati sullo sfondo cupo, i lampi sembrano volermi inviare dei messaggi.

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Eccole. Iniziano a cadere le prime gocce. Grosse. Violente. Rumorose. Sulle fronde degli alberi. Sui massi. Sui macchioni. Sulla terra. Di scatto mi levo in piedi, abbandono il mio giaciglio ai piedi del grande leccio.

La luce si sta diradando in fretta. Un po’ per il tramonto e un po’ per le nubi cariche di pioggia. Ma non mi fa paura. Nessuna.

Mi sposto lontano dagli alberi un po’ per evitare i fulmini, un po’ per prendermi tutta la pioggia addosso. E rimango in piedi. All’aperto della radura. Braccia lungo i fianchi e naso all’insù.

Lo scroscio arriva così come me lo aspettavo. Freddo e violento. Mi piace sentire la pioggia cadere sul viso. Poi, in un attimo, inzuppato fino agli indumenti intimi, mi volgo verso ovest e mi dirigo verso il sentiero. La visibilità è, oramai, poco più di venti metri. Ma non è un problema. Sarei in grado di ritrovare la strada anche alla luce flebile di un quarto di luna.

Ecco, vedo le ultime piante dopo le quali si apre il piccolo spiazzo su cui campeggia la vecchia casetta che ho ristrutturato. Il buio sembra meno pesto. Pare quasi che stia spiovendo. Il cielo si sta aprendo leggermente. Anche se si nota poco. È sera. I rivoli di acqua corrono, rumorosamente, tra le pietre. Quando è possibile, cerco di camminare saltando da un masso all’altro. Gli scarponi affondano con tutta la suola nel fango quando, invece, non ne trovo nessuno che sorregga il mio passo lento e pesante. Mi sto gustando il momento, questi ultimi passi. Il silenzio della sera è rotto solo dai primi grilli e da qualche civetta. Gli odori della campagna sono amplificati dall’umidità.

Il buio incombe. Mi sento protetto. Spunto dal boschetto di lecci il cui margine dista una trentina di metri dalla casa che si trova in posizione leggermente rialzata. Così che l’acqua che scende, nervosa, lungo il sentiero non entri dentro. Mi tolgo il maglione. Rimango a torso nudo. Le ultime gocce, fredde, sulla pelle. Non ho molto grasso addosso e il freddo lo sento, eccome. Goffamente cerco di saltellare gli ultimi passi, sotto il pergolato, togliendomi scarponi e pantaloni. Arrivo alla soglia in mutande e calzini. Apro la porta con il palmo della destra, mentre con la sinistra reggo gli indumenti. Mi denudo completamente ed entro, a piedi scalzi, camminando sul ruvido del cemento grezzo che è il mio pavimento.

Lancio in un angolo gli abiti zuppi. Vicino al camino. Gli scarponi li ho lasciati fuori. Vado di filato in bagno. E mi getto sotto la doccia. L’acqua calda non arriva subito. Maledizione a quello scaldino. L’ho sempre detto che non funziona a dovere. Ma, in fin dei conti, non è un problema. Ho ancora addosso il freddo della pioggia. Non fa differenza.

L’acqua bollente arriva, eccome se arriva, e come sempre, senza preavviso. Non inizia a scaldarsi gradualmente, come dovrebbe. Mai. E in un attimo il mio pensiero corre nuovamente a te.

__________

Eravamo appena arrivati nel nostro appartamentino. Dopo quella lunga serie di scalini per arrivare a mezza costa. Carichi di bagagli e stanchi di una giornata strepitosa. Ponza era meravigliosa. Come sempre. Era l’unico posto del “continente” che poteva rassomigliare alla mia Sardegna. Per fortuna da lassù, affacciandosi dal recinto del giardino, si vedeva il mare. Il porto con le sue decine di imbarcazioni di ogni dimensione. Il traffico di rientro da una giornata di navigazione ancora intensa. Le ultime si affollavano all’imbocco del porto. Eravamo sbarcati dall’aliscafo da circa un’ora. La casetta non era particolarmente accogliente. Piccola, soprattutto. Ma non ci interessava granché. Ci sarebbe servita solamente per dormire. 

Ci togliemmo i vestiti in un amen lanciandoli per aria, mossi da esaltazione pura, e ci buttammo sotto la doccia. Stretti uno all’altra, un po’ per le dimensioni del box e un po’ perché nulla e nessuno ci avrebbe potuto distanziare, quel giorno. Tu, forse, era più stremata di me. Almeno così mi confessasti mentre, prima ancora di girare la manopola dell’acqua mi gettasti le braccia al collo e accostasti le tue labbra alle mie. 

Il tuo corpo nudo, caldo, e il tuo seno sodo pressati al mio. Non smettesti un attimo di accarezzarmi. Dicevi sempre, fin dalla prima sera, che ti eccitava il mio corpo muscoloso, e che ti piaceva ancor di più per il fatto che non avevo mai fatto palestra in vita mia.  E mi accarezzavi i capelli, corti, come sempre. 

Non avevi chiuso occhio la notte prima. Quasi fossi tu a dover discutere la tesi al posto mio. Non mi credesti quando, ridendo, con aria canzonatoria, ti dissi che, al contrario, io avevo dormito, eccome.

Non riuscivamo a far altro che guardarci dritti negli occhi. Uno scambio, continuo, di sorrisi. E sotto il primo getto di acqua gelida urlasti, divertita e arrabbiata allo stesso tempo. E qualche attimo dopo l’acqua divenne bollente. E ci scottammo, tanto fu violento il cambio di temperatura. Richiusi l’acqua armeggiando sulle manopole dietro la tua schiena. Ti baciai e facemmo l’amore.

Ecco. Ora, da solo, sotto la doccia quel getto di acqua calda mi riporta alla mente la nostra vacanza di tre giorni a Ponza, il tuo regalo per la mia laurea. È passato più di un anno, ormai.

Partimmo lo stesso giorno della proclamazione. Nel primo pomeriggio. Mi ricordò che non dicemmo nulla a nessuno. E ci divertimmo un mondo a vedere lo sguardo e le facce dei miei invitati al pranzo quando, prima delle quindici ci alzammo dal tavolo e, accomunando tutti in un unico saluto, dicemmo ai miei e ai tuoi genitori che partivamo per Ponza. Non indugiammo a raccogliere le loro repliche. Girammo i tacchi e sparimmo, di corsa. Per nulla al mondo avremmo potuto perdere la nostra vacanza.

Non ti asciugasti nemmeno i capelli. Dopo la doccia. I miei erano talmente corti che non c’era bisogno del phon. Ci vestimmo di corsa. Tu indossasti un abitino corto, svolazzante, che ti fasciava il seno e poi si allargava, ariosamente, scoprendo, ad ogni passo, le tue gambe, lunghe, bianche. Hai sempre mostrato le tue gambe con fierezza. E come darti torto. Le bretelline ti lasciavano scoperte le spalle. Eri sensuale come non mai. I capelli, neri, ancora umidi, arricciati naturalmente, ti conferivano un’aria da ragazzina sfrontata. Le tue scarpe coi tacchi e, soprattutto, gli occhi celesti facevano il resto. Eri irresistibile.

Io, al tuo cospetto, apparivo un tipo normale. Pantaloni di cotone chiari e camicia blu scuro, portata fuori dai pantaloni. E poi i miei inseparabili mocassini blu. Rigorosamente senza calze. 

Uscimmo senza nemmeno riordinare il casino che avevamo lasciato. Scendemmo lentamente verso il centro. Mano nella mano. Affamati. Scegliemmo il ristorante lungo la via principale. Con i tavoli addossati al parapetto. Al lume di candela. Sopra il porto. Ordinammo tutte cose diverse, come nostro solito. Io polpi a insalata, paccheri al filetto di triglia e frittura di calamari, mi pare. Tu cozze fritte, linguine al sugo di granchi, e tonno scottato con nocciole e aceto balsamico. E un Gewurztraminer fruttato del 2016. Ottimo. Mi guardavi con occhi scintillanti. Mi sentivo anche un po’ in imbarazzo e tu lo notasti. Continuavo a guardare verso il porto, verso il mare. Non appena il cameriere che ci prese le ordinazioni lasciò il nostro tavolo e si diresse verso la cucina, come d’incanto, realizzai di essere pervaso da un bellissimo senso di rilassatezza. Dopo una giornata piena di emozioni e faticosa, di spostamenti e attese e tensioni e liberazioni. La flebile luce del lume ti illuminava il volto. E la brezza marina a completare lo scenario. Mi accasciai su quella sedia e mi sentii bene. Ero contento. Per quello che ero. Per quello che avevo. Una laurea. Una buona famiglia. Una ragazza che amavo alla follia, ricambiato come meglio non avrei potuto sperare.

E ancora una volta tu notasti subito il mio sorriso appena abbozzato e il mio tentativo di celarlo ai tuoi occhi. Me ne chiedesti conto. Curiosa più che mai.

Me la cavai parlandoti della mia soddisfazione per la laurea appena conseguita, per il massimo dei voti, per la lode inaspettata, per la discussione della tesi.

E fu proprio quest’ultimo argomento che mi salvò. La mia timidezza non mi avrebbe permesso di confessarti i pensieri che in quel momento si affollavano nella mia mente. Non ne sarei stato capace. 

E forse ne ero anche un po’ geloso, come al solito.

Mi sgridasti per avere contraddetto un professore che si era lanciato dapprima in una lunga premessa per poi concludere con una domanda. Ti spiegai che l’argomento della domanda era fuori tema rispetto agli argomenti trattati nella mia tesi. E che, in ogni caso, ero assolutamente in disaccordo rispetto agli argomenti della sua lunghissima premessa. E che quindi non potevo né far finta di nulla né, tanto meno, cavarmela con una risposta diplomatica. Di quelle che, sostanzialmente, danno ragione al tuo interlocutore senza dire nulla, in verità.

Non sono mai stato diplomatico. E quel professore mi stava sul cazzo. Figuriamoci poi dopo la sua orazione. Frustrato. Non aveva ascoltato una parola di quello che avevo detto fino a quel momento. Ma non poteva perdersi l’occasione di mettersi in mostra davanti alla platea. Che certo non era in grado di giudicare le sue teorie né tanto meno di capire se la mia risposta fosse appropriata o meno.

Lo ricordo come fosse ora. Io stavo appoggiato allo schienale di stoffa leggera della poltroncina. Con il braccio destro disteso sul parapetto di pietra che dava sul porto. E il sinistro, a reggere il peso del corpo sbilanciato sul bracciolo della sedia. Rilassato e sorridente nel ripensare al siparietto di quella mattina. Tu stavi con la schiena dritta. Entrambe le braccia appoggiate sul tavolo. La testa protesa in avanti, quasi in senso di minaccia. E una espressione seria sul volto. Rimasi ad osservarti per alcuni secondi. In attesa, forse, di vederti esplodere. E invece la tua sonora risata mi investì di sorpresa. Battesti il pugno destro sul tavolo, con moderazione. E mi dicesti “Sei la solita testa dura. Non ti basta il pareggio. Devi sempre cercare la vittoria”. Ti risposi tra il serio e il divertito che comunque, si, avevo vinto. Soprattutto grazie all’intervento del mio relatore che intervenne in mia difesa suffragando le mie affermazioni e dichiarando, soprattutto a beneficio degli astanti, la mia schiacciante affermazione.

Li si era conclusa la discussione della tesi. E in pochi attimi fui dottore in Agraria con 110 e lode.

Ridemmo insieme, di gusto. Mentre il cameriere, dopo averci portato gli antipasti, ci serviva ancora da bere.

Mangiammo veramente bene, quella sera. Alla fine della cena ci alzammo, pagato il conto, ci guardammo negli occhi, e fu chiaro ad entrambi, all’istante, che nessuno dei due desiderava che quella giornata finisse così. Quasi che il sonno avesse, poi, potuto cancellare tutto, le splendide sensazioni, la magia.

Perciò decidemmo di passeggiare. Lungo la via principale. Avanti e indietro. Varie volte. Ad assaporare il profumo del mare, a pochi metri da noi. A continuare a raccontarci piccoli episodi di quella giornata e delle precedenti. Come se il raccontare equivalesse a scolpire nella pietra e nella memoria. Per non correre il rischio, un domani, di non ricordare qualcosa.

Ma la stanchezza ebbe il sopravvento che era già passata la mezzanotte.

E nonostante ti avessi sussurrato, all’orecchio, mentre passavamo davanti ad un bar sul porto dove suonavano il piano, che quella sera saresti stata mia, al rientro a casa, e che avremmo fatto l’amore fino all’alba, nonostante questo, dieci minuti dopo averci richiuso l’uscio di casa alle spalle, entrambi, dormivamo pesantemente.

_______________

Richiudo il rubinetto della doccia. Prendo l’accappatoio e lo indosso. Il mio viso non ha più l’espressione rilassata e contenta di qualche attimo prima. Lo so benissimo senza nemmeno guardarmi allo specchio. Lo sento dal mio stomaco. Dalla pesantezza dei miei movimenti.

Senza nemmeno finire di asciugarmi a dovere indosso dei bermuda, inforco gli infradito e mi dirigo verso il camino.

Butto disordinatamente qualche pezzo di legna grossa, un po’ di sughero e qualche rametto. Il fuoco prende subito. Il camino tira bene. Mi siedo sullo sgabello di fronte al fuoco. A scaldarmi un attimo. E lotto, dentro di me. Non mi voglio far sopraffare dall’apatia che i ricordi di poco prima mi hanno causato. Mi alzo. Dal mucchio di vestiti inzuppati vado a recuperare la leppa¹. Taglio un pezzo di formaggio dalla forma che sta sul tavolo. Nella dispensa prendo tre pomodori. La saliera che sta sulla mensola. E un po’ di pane carasau dal cestino.

Ritorno a sedermi davanti al fuoco. E lentamente finisco il mio pasto. Aggiungo qualche tronco e reclino lo schienale della poltrona. Rimango ad osservare la legna che si consuma così come i pensieri consumano me. Quando il fuoco si è quasi esaurito decido di andare a letto. Lascio aperta la porta della mia camera. Mi sdraio, con i bermuda indosso. Le mani sotto la testa, sopra il cuscino. Le gambe accavallate. Lo sguardo al soffitto.

Ma non riesco ad addormentarmi, anche se lo vorrei. Eccome se lo vorrei. È troppo presto, mi racconto. E ogni tanto guardo l’orologio appeso sul muro. Quasi come se esistesse un orario in cui, certamente, il sonno avrà la meglio. E non sarà così. Sono i pensieri che non vorrei fare, quelli che non vorrei far emergere, quelli che mi chiudono ancora lo stomaco, a non farmi dormire. Fino alle tre del mattino, quando, finalmente, crollo.

Nell’altra stanza il fuoco è solo un mucchio di cenere. E la luce del lume che mi hai regalato, è rimasta accesa.

¹ Classico coltello sardo, ancora oggi in uso soprattutto presso pastori e contadini.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Giampaolo Ercoli
    Una storia d’ amore bellissima scritta in maniera altrettanto bella. I periodi brevi e a volte rotti danno il tempo di riflettere sulle vicende dei personaggi, il tempo di cui tutti abbiamo bisogno nella nostra vita e che ho visto come fulcro del racconto. La ricchezza nei particolari e la precisione nei dettagli di tutte le descrizioni ti fanno vivere nella storia ma è la narrazione al presente che ti fa immedesimare nei protagonisti a tal punto da volere che la vicenda si sviluppi secondo le tue aspettative…ma l ‘ autore è imprevedibile.
    Mi è piaciuto molto

  2. (proprietario verificato)

    Quando riesci a far entrare il lettore così intensamente nel momento che descrivi, quando riesci a fargli provare le sensazioni, anche fisiche, che prova il personaggio.. vuol dire che vale la pena continuare a leggere.. e non è affatto così scontato

  3. (proprietario verificato)

    Se c’è qualcosa da rimproverare all’autore, è la mancanza di prolificità. Quest’ultima fatica, infatti, segue le precedenti a distanza siderale, se confrontata col metro degli artisti più noti.
    Antonello Massidda, come ho già potuto sperimentare in opere precedenti, ha scelto come epilogo di questa breve, intensa ed a tratti struggente storia d’amore, un finale che ricorda lo stile dei migliori “giallisti” inducendo il lettore, sapientemente guidato, ad immaginare conclusioni che puntualmente non si avverano e regalando loro una forte emozione di sorpresa.
    Etichettando l’opera come “storia d’amore” non intendevo assolutamente inquadrarla come romanzo rosa. La definizione è da intendersi nel senso più ampio del termine poiché non esiste solo l’amore nei confronti del proprio partner ma anche quello verso se stessi, verso le proprie origini, verso la natura, verso la propria terra e, soprattutto, verso i propri ideali.
    Il libro, del quale ho avuto il privilegio di leggerne la bozza, è un sapiente dosaggio di ognuno degli ingredienti accennati che ruotano (spoiler) attorno al giardino di Sain-Paul.

  4. (proprietario verificato)

    Trovo interessante l’inspirazione di questo libro: come i grandi cambiamenti della vita portino le persone a reagire in maniera diversa e spesso inaspettata. Ho letto d’un soffio l’anteprima e mi sono ritrovato assieme ai due protagonisti, come fossi di fianco a loro, tanto la narrazione dell’autore è precisa e coinvolgente. Mi chiedo come abbiano passato il resto della vacanza a Ponza, cosa sia accaduto dopo la laurea e quale sia stato il cambiamento che ha segnato le strade dei due protagonisti. Bravo Antonello, in bocca al lupo per il tuo crowdfunding e speriamo di leggere presto il tuo romanzo!

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Antonello Massidda
Sono nato a Sassari nel 1968. Laureato in Economia, vivo a Roma, dove lavoro, da diciassette anni. Ho dedicato le mie energie ai miei affetti e a coltivare le mie passioni: vivere la natura, giocare a basket e scrivere.
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