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Si alzò in piedi sul letto, barcollando sul
materasso di paglia, stringeva un bicchiere
di vinello in una mano e una nazionale
nell’altra, e annunziò solennemente:
«Concettì, ascoltami! Armi e bagagli, noi
partiamo per Parigi!».

Giulia nacque a Cosenza negli anni Venti del Novecento, e non tardò a
manifestare la sua indole vivace e indipendente. La tranquilla vita di paese le
stava stretta: lei voleva fare l’attrice e girare il mondo. Così, a soli diciotto anni
scappò di casa diretta a Parigi. Ma durante una tappa “intermedia” a Firenze
incontrò Cecilio, uno degli scapoli d’oro della città, un principe addirittura, che
la sera stessa del loro incontro chiese la sua mano.
A Cecilio seguirono poi altri mariti e altre avventure che le permisero di
girare il mondo, da Parigi a Hollywoodland, e di frequentare i migliori salotti
dell’alta società, conoscendo le personalità più influenti dell’epoca.
Giulia si presenta come la biografia di una donna straordinaria e diventa un
viaggio nella storia dell’Italia del Novecento.

A Plon-Plon,pronipote del cane della zia dell’Imperatore della Cina

Fatti, luoghi e personaggi descritti in questo romanzo sono immaginari.Ogni riferimento a cose, persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale

IL DESTINO NASCE SEMPRE MEZZ’ORA PRIMA DI NOI

Indicazioni per l’uso della mia vita. Caro lettore, se mai qualcuno scriverà la mia vita da cinematografo, ti do due raccomandazioni nel leggerla. Primo, non ha illustrazioni, né fotografie. Non le cercare, quindi, e non fare come me quando compravo un libro. Secondo, ti consiglio di non fare come me ancora quando, da bambina, mi costringevano a leggere la Bibbia o i Vangeli: non saltare i passi o i capitoli credendo di aver capito tutto, perché ti ritroveresti alla fine a non aver capito un bel niente. Detto ciò, ricordati che io sono stata un’attrice del cinematografo, non una scrittrice. Giulia

Ma vie a été si brillante et si remplie de malheurs que le monde a dû s’en occuper. Maintenant je vais vous raconter tous les malheurs de ma vie… Se Giulia avesse mai deciso di scrivere davvero la propria autobiografia, e fosse andata oltre le indicazioni per il lettore che appuntò dietro il tovagliolo del 21 Club di New York, probabilmente avrebbe cominciato così.

Tuttavia, giacché non la scrisse mai – non ne ebbe mai la voglia né il tempo –, circa la sua vita possiamo limitarci a narrare quanto segue.

Si racconta che Giulia nacque con la camicia addosso il 5 febbraio 1920. Aveva, in pratica, la sacca amniotica ancora avvolta intorno al corpicino, e ciò fu interpretato dalla levatrice e da tutti i presenti come un grandioso segno di fortuna per la sua vita futura.

Quel giorno alla neonata furono imposti tre nomi. I primi due furono scelti dalla madre per rendere omaggio alle sue due più care amiche: Giulia, per la duchessa donna Giulia Acquaviva d’Aragona, principessa di Boiano per matrimonio, e Antonietta, in ricordo dell’altra amica della madre scomparsa alcuni anni prima, Antonietta Serra di Cassano, principessa consorte di Fondi. In ultimo, fu chiamata Dorotea, nome di origine greca, scelto per il suo meraviglioso significato, cioè “dono di Dio”.

La piccola Giulia era ultima di tre figlie femmine: la prima, Maria Livia, era nata nel 1914, mentre la seconda, Elettra, nel 1918. Il padre, Francesco Saverio, proveniva da una famiglia dedita da anni all’esercizio dell’attività postale, e anch’egli, in un paese dell’entroterra cosentino, esercitava la professione di direttore delle poste. Aveva sposato nel 1911 una giovane donna proveniente da un’antica famiglia di medici e tra le prime studentesse donne di Medicina a Napoli.

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Donna Luisa, “Mamau”, come l’avrebbero sempre appellata le figlie, era una donna di certo non bella, ma indubbiamente dotata di gran fascino e, cosa notevole per l’epoca, di una vasta cultura: parlava fluentemente italiano, albanese, francese e inglese, suonava abilmente il pianoforte, il mandolino e il violoncello; amava la filosofia, soprattutto quella dei grandi del pensiero socialista dei primi anni del secolo. Era nata baronessina, ma era “socialista nell’animo”, come ripeteva lei, e da Marx ed Engels ai più sparuti gruppi di filosofi della steppa russa, aveva letto davvero tutto.

Mamau per amore aveva lasciato la sua adorata Napoli e le sue amiche, con le quali aveva condiviso gli anni della giovinezza, e, seguendo fedelmente il marito, si era ritirata a vivere “in esilio” – sono parole sue – in quel paesino sperduto arso dal sole nell’entroterra calabrese. Ed è proprio lì che Giulia, la protagonista di questa storia, visse i primi anni della sua vita. Se Maria Livia era la figlia bella, morigerata e timida, Elettra quella colta e sofisticata, Giulia fu sin da piccola la figlia ribelle.

Non c’era giorno che i suoi dispetti, i suoi piagnistei e le sue urla non si sentissero per tutta la casa e, quasi per scusare la figlia più piccola e adorata, Mamau era solita ricordare alle altre due che da piccolissima Giulia “aveva avuto il tifo in testa”.

“Giulia-Antonietta-sette-piaghe-d’Egitto” fu l’epiteto con cui l’adorata-odiata sorella Elettra la apostrofò sin dalla nascita, perché “dono di Dio”, secondo lei, non era del tutto appropriato al terribile carattere della nostra Giulia.

A tutte e tre le figlie Mamau aveva impartito un’educazione rigidissima, lontana dalla morale di provincia e più prossima alla formazione delle grandi dame di cui era amica, e per questo si rammaricava ogni giorno di non poter far crescere con loro le proprie dilette figliole. E allora lezioni di danza, di musica, di francese, di portamento, lezioni su come porgere la mano per il baciamano e finanche su come incrociare le gambe senza accavallarle.

Il più vecchio ricordo di Giulia era legato proprio alla grande amica di Mamau, Giulia Acquaviva d’Aragona principessa di Boiano, e aveva come ambientazione la Villa comunale di Napoli, allora detta Villa Reale. Era una giornata di mezz’estate del ’23 e Giulia, assieme alle sorelline, trotterellava dietro la madre. Con loro passeggiava l’anziana duchessa di Casalduni Giovanna De Lerma che, come sempre, era uscita circondata dai suoi tre amati weimaraner che Giulia non perdeva occasione di tormentare.

Dalle parti del tempietto dedicato a Torquato Tasso furono raggiunte dalla principessa di Boiano, simpatica, esuberante e per questo molto amata dalle bambine.

A “zia” Giulia la piccola omonima chiese un gelato, e la madrina glielo comprò, ma dopo poco, come spesso accade ai bambini, il gelato le cadde di mano e finì a terra. Giulietta cominciò a piangere, urlando che ne voleva un altro, ma la principessa volle impartirle il primo grande insegnamento della sua vita, dicendole che lei era una signora, e che “le signore non piangono”. La bambina diede una risposta che sarebbe stata molto significativa per la sua vita futura: «Io voglio un altro gelato, non voglio essere una signora!».

A questo punto, la principessa di Boiano, che non avrebbe mai ceduto l’ultima parola neanche alla propria figlioccia di tre anni, ribatté con una frase altrettanto efficace, e che sarebbe girata di bocca in bocca nei salotti, e di cui più d’uno si sarebbe arrogato la paternità: «Non piangere Giulia, nascere è un caso, ma per noi fu un bel caso!».

La bambina lì per lì non fu colpita da quella frase, ma negli anni successivi vi avrebbe ripensato spesso e, anche da anziana, le sarebbe tornato più volte davanti agli occhi il ricordo del sole di quella mattina tra gli alberi della Villa Reale, quel gelato, le sue lacrime e quella frase, cui solo col tempo avrebbe dato il giusto valore.

Giulietta era un maschiaccio. Sempre pronta già da bambina a fare a botte con qualsiasi amichetto cercasse di sopraffarla, non volendo abbassare la testa davanti a nessuno. Nel giugno del 1928, sempre a Napoli, si celebrava il matrimonio tra Gigliola Fondi, la figlia della scomparsa Antonietta Serra, grande amica di Mamau e Giulia Acquaviva, e Mario d’Amelio.

Giulia aveva otto anni ed era stata prescelta per essere la damigella di quelle nozze. Il paggetto, invece, sarebbe stato il coetaneo Fabio Boiano, figlio di zia Giulia. La piccola avrebbe indossato un bellissimo vestitino bianco con una coroncina di fiori di zagara a incorniciarle il visino, mentre Fabio un vestito da marinaretto e, assieme, avrebbero dovuto seguire la sposa lungo la navata sino all’altare.

I bambini erano eccitatissimi e avevano trascorso tutta la mattina a giocare tra loro rincorrendosi e combinando dispetti e marachelle ai malcapitati ospiti sino a quando erano stati richiamati all’ordine dalle loro madri. Avevano già litigato e fatto pace più volte quando si preparavano a seguire il corteo nuziale in chiesa.

Gigliola Fondi aveva iniziato a camminare lungo la navata al braccio del padre quando i due bambini che la seguivano, annoiati e stanchi, avevano ripreso a molestarsi e tirarsi colpi col gomito. Non si sa chi avesse ricominciato a stuzzicare l’altro – probabilmente Giulia –, ma arrivati a metà navata lui le aveva dato uno spintone, lei per tutta risposta si era fermata e gli aveva assestato un calcio negli stinchi a cui lui aveva replicato con un pugno in faccia: la rissa poteva dirsi iniziata.

Giulia iniziò a picchiare Fabio con la coroncina di fiori di zagara e lui le si avventò addosso aggrappandosi ai suoi capelli. In pochi secondi si ritrovarono per terra a rotolarsi dandosele di santa ragione, con la sposa costretta a interrompere la sua camminata verso l’altare e molti tra gli invitati che, divertiti, abbandonarono i loro posti per separare le due pesti.

Alla fine i bambini furono separati e stavano per essere condotti fuori sul sagrato dalle loro madri per essere pesantemente redarguiti, quando una cugina della sposa, la ventenne Amalia Fondi, si gettò in soccorso dei due e, tratti in salvo dalla furia delle madri, li portò via a passeggiare con lei sul sagrato, conquistandone l’affetto a colpi di caramelle e cioccolatini, e le nozze poterono finalmente essere celebrate.

Giulia avrebbe ricordato per sempre quella ragazza alta, dalla chioma rossa, snella ed elegante che, quel caldo giorno di giugno, la ricoprì di baci e carezze e desiderò di essere proprio come lei quando sarebbe stata grande.

«Da grande sarò bella proprio come te, Amalia, vero?» le chiese lei con gli occhi sognanti.

«Oh, no tesoro… sarai di sicuro molto più bella di me. Ne sono certa!» le rispose la giovane ragazza sorridendo e tirandole un buffetto sul viso.

«Eh, io invece avrò una fidanzata bella come te!» fece il piccolo Fabio abbracciandola.

Amalia sorrise, tranquillizzò il bambino che anche la sua fidanzata sarebbe stata ben più bella di lei e poi, finalmente riappacificati i bambini, li riaccompagnò in chiesa dalle loro madri che, sbigottite, videro entrare le due pesti sorridenti e felici, mano nella mano di colei che era riuscita in quel miracolo.

Le cose però andarono diversamente da quanto fantasticò quel giorno e, da adolescente, Giulia non fu una ragazza bellissima: non era alta, piuttosto grassottella, e con capelli di un pallido biondo tendente al cenere. Se, quindi, si ritrovò a essere ben lontana dall’altera bellezza di Amalia Fondi che aveva ammirato, sopperì a ciò con un’incredibile verve e forza di carattere.

Non amava la scuola, anzi, la detestava, né tantomeno amava leggere, dipingere o suonare il pianoforte come le sorelle maggiori. Tutto ciò che la appassionava erano i rotocalchi, i giornali patinati e, soprattutto, l’uscita settimanale al cinematografo.

Negli anni Trenta, i piccoli paesi non avevano un cinema, e la sala più vicina era a Cosenza. Occorrevano oltre due ore di corriera solo per raggiungere il cinematografo, ma per Giulia ne valse ogni volta la pena, perché per lei il cinema era la vita. Anzi, ciò che maturò in quegli anni – forse l’unica cosa – fu il desiderio, cui non rinunciò mai, di vivere, come diceva lei, “una vita da cinematografo”.

Voleva e volle sempre che la sua vita non fosse quella della signorina di buona famiglia di provincia, ma che fosse tale che, un giorno, qualcuno, chissà dove, ne avrebbe tratto un libro o un film. Aveva appena sedici o diciassette anni e già sognava ricevimenti, feste, pellicce, il bel mondo e uno splendido matrimonio, che l’avrebbe portata all’apice della scala sociale.

Fu durante una delle sue uscite al cinematografo che la tranquilla vita di Giulia prese quella che qualche scrittore definirebbe “una strana piega degli eventi”. Come nel più banale romanzo d’appendice, quel giorno d’autunno del 1937, mentre usciva dal cinema al braccio di Elettra, una misera donna si accostò loro chiedendo l’elemosina.

Entrambe si scostarono da quella donna, ma la mendicante, in cambio di poche lire, si offrì di leggere loro la mano. Elettra, del tutto disinteressata a questo genere di cose, cercò di sottrarsi; Giulia, invece, offrì subito il proprio palmo aspettando che la donna leggesse il suo meraviglioso avvenire. La poveretta scrutò il palmo, per ben due volte controllò entrambe le mani e alla fine pronunciò una frase ambigua, qualcosa che Giulia, sbuffando, prese come “una grandissima fregatura”, che non era valsa la spesa dell’obolo: «Se vuole essere felice, non attraversi le Alpi, non vada lontano».

Quelle parole sarebbero forse, col senno del poi, risultate profetiche, ma all’epoca le due sorelle non ci diedero particolare peso, anzi, le dimenticarono presto, liquidandole come lo sproloquio di una povera pazza.

La vita in paese continuò monotona per qualche temIl destino nasce sempremezz’ora prima di noi Giulia 21

po e, sempre più spesso, noiosa, tra una canasta, qualche serata danzante con gli amici e la Guerra di Spagna che portava via a Giulia i pochi bei ragazzi sulla piazza.

Giulia sbuffava spesso: «Già è così difficile trovare un cavaliere, ora ci si mette pure quel maledetto Franco a rovinarmi le serate!».

Quell’ultimo inverno che vide Giulia nella casa paterna fu particolarmente freddo. I bracieri dovettero essere accesi in tutte le stanze quasi ogni ora del giorno, l’acqua sembrava ghiacciare nelle brocche di ceramica sulle toilette, e i pomeriggi trascorsero per la diciottenne Giulia sdraiata sul letto a fantasticare di cene a Parigi, infuocati charleston ballati a New York, viaggi in tutte le città del mondo che aveva visto al cinematografo, frequentazioni del jet set, feste, balli… insomma tutto ciò che non aveva in quel paesino sperduto.

Fu così che un pomeriggio in cui aveva alzato un po’ il gomito, in preda all’euforia, mentre la fedele cameriera Concettina l’ascoltava intenta a rammendare un paio di calze bucate, Giulia decise di organizzare la propria fuga.

Si alzò in piedi sul letto, barcollando sul materasso di paglia, stringeva un bicchiere di vinello in una mano e una nazionale nell’altra, e annunziò solennemente: «Concettì, ascoltami! Armi e bagagli, noi partiamo per Parigi!» e poi, guardando gli occhi spenti della cameriera aggiunse: «Non diciamo niente a nessuno, ho qualche soldo da parte che mi ha dato Mamau… scappiamo, partiamo!» quindi, finito il bicchiere di vino: «Non aspetterò più che la vita venga a cercarci! Andiamo!» concluse.

Era un po’ ebbra forse, ma, testarda come solo lei sapeva esserlo, non intendeva tirarsi indietro. Concettina la guardò e disse: «Donna Giù, ma voi ci sapete arrivare a Parigi?». Era una domanda legittima per chi come lei non era mai andata oltre venti chilometri da casa.

«Certo! Stupida…» la fulminò Giulia con lo sguardo. «Com’è quella frase… Tutte le strade portano a… Roma? Giusto? Senti Concettì, tutte le strade per noi porteranno a Parigi, e se non ci porteranno a Parigi, ci porteranno sicuramente da qualche altra parte.»

Giulia, teatrale come sempre, già si vedeva scendere, sulle note della Marsigliese, la bianca scalinata del Sacré-Coeur in un elegantissimo abito da sera bianco, che ancora non possedeva ma che in qualche modo, a Dio piacendo, avrebbe avuto. Poi, fattasi più seria, continuò: «Tu non dire niente a Mamau, anzi, guai a te se ti permetti di dire qualcosa, altrimenti dico che hai rubato e ti faccio licenziare».

E così l’orfana Concettina finì per trovarsi a preparare le valigie per la fuga della sua padroncina mentre Giulia a un tratto sbottò: «Dammi una penna» e iniziò a scarabocchiare un biglietto che l’indomani avrebbe lasciato sul comodino.

Fu così che il 16 giugno 1938, giorno del Corpus Domini, approfittando dell’assenza della madre e della sorella, occupate ad addobbare gli altarini per l’arrivo della processione del SS. Sacramento, la signorina Giulia del Rio – indossato un tailleur rosa cipria e un cappellino, con una borsetta, due bagagli, una cameriera, un soprabito, una foto incorniciata di Mamau, lo specchio da toilette della nonna, tutti i pacchetti di sigarette che riuscì a racimolare in paese e due bottiglie di vino per il viaggio – prese la corriera e si diresse a Cosenza.

Sul piccolo biglietto color avorio aveva scritto chiaramente: Faccio un salto a Parigi, non mi cercate, tornerò. Vincitrice. Giulia.

Nel leggerlo la povera Mamau si mise le mani nei capelli ed esclamò: «La pazza è scappata!» mentre Elettra, con la solita temperanza che la distingueva, rispose pacata: «Tranquilla, Mamau. Conoscendola, Giulia non arriverà nemmeno a Napoli» e abbracciando la madre che piangeva la sua sventura aggiunse: «Stai calma, Giulia non sa nemmeno dove si trovi Napoli, né se Parigi sia a nord o a sud di Cosenza… Vedrai, due giorni al massimo e sarà di nuovo qui».

Elettra conosceva bene la scarsa perizia geografica della sorella, ma quella volta non aveva messo in conto la sua testardaggine.

Intanto a Cosenza, sul binario uno della stazione, alle ore sedici in punto, colei che si sentiva già un’eroina prima di compiere qualsiasi impresa lasciava la Calabria e partiva per Roma.

La fuga era iniziata. Giulia marciava su Roma, e l’inconsapevole Capitale si apprestava ad accogliere, dopo i fascisti, l’arrivo della signorina del Rio.

11 Luglio 2017
Non perdetevi questa bella recensione in anteprima di "Giulia", "l'avventurosa storia vera di una donna tutt'altro che banale prende la forma di un libro"! Ecco il link alla recensione completa: https://www.lettodanoi.it/giulia-demetrio-baffa-trasci-amalfitani-di-crucioli/

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho letto le bozze ricevute con l’acquisto del libro tutto d’un fiato e devo ammettere che il libro merita di essere letto! Giulia è una simpatica vecchia egoista, a tratti dura e, per molti versi, simile agli antieroi de ‘I fiori blu’ di Queneau ma irresistibilmente simpatica. Bravo l’autore a regalarci questo libro leggero ma capace di far riflettere. ASSOLUTAMENTE CONSIGLIATO.

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Demetrio Baffa Trasci Amalfitani di Crucoli
Demetrio Baffa Trasci Amalfitani, nato a Cosenza nel
1985, nel 2009 si laurea in Giurisprudenza all’Università Bocconi di Milano.
Rintrato in Italia dopo un’esperienza di lavoro a Barcellona, intraprende un
percorso professionale nell’ambito della moda che lo porta a collaborare
con le più famose riviste di moda maschile internazionali. Nel luglio 2012
diventa fashion editor della rivista The fashionisto per Milano e Parigi.
Attualmente vive tra Napoli e Parigi dove si occupa di interior design.
Appassionato di storia, ha pubblicato diversi articoli su riviste di settore;
Giulia è il suo romanzo d’esordio.
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