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Giuliano sta male

Giuliano sta male
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Consegna prevista Maggio 2023

Leonardo è un giovane uomo bloccato nella sua vita. L’unica compagnia è Giuliano, il suo gatto rosso e i lavori che svolge presso un liceo come insegnante di teatro e come commesso in un negozio di film vintage. Da tempo la quotidianità di Leonardo è precaria e sofferente, non riesce a capire cosa gli stia succedendo e, passando dalla padella alla brace, lo ricontatta la sua ex, Irene, che improvvisamente vuole tornare in contatto con lui. La loro storia era finita in lotta dopo svariate incomprensioni, ma Leonardo faticava a vedere la sua vita senza di lei. Leonardo cerca di combattere contro i suoi errori esplorando parti sconosciute della sua mente a tratti sola e sporca, avendo a cuore il suo Giuliano più di se stesso. Il pericolo dell’incomprensione è in agguato, così come Irene in ogni suo desiderio.

Perché ho scritto questo libro?

Mi piace raccontare. Mi piace stimolare la mente per creare realtà alternative condivisibili dal lettore, e mi piace dare un senso a quello che scrivo. Non ho mai potuto fare a meno di raccontare, a tavola sono sempre quella che parla di più.
Per me le storie devono essere capaci sia di emozionare, commuovere, lasciare con i nodi in gola, sia di insegnare qualcosa, ed è quello che ho pensato nello scrivere questo libro.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Camminava sul bordo del marciapiede con una mano in tasca e l’altra a cambiare canzone tenendo Spotify come santino sul blocco schermo del suo cellulare, per poi insultarsi da solo dopo averlo chiuso per sbaglio, alzando gli occhi al cielo.

Era un uomo di quelli che tenevano sempre i capelli naturalmente mossi e castani spettinati, soprattutto nei giorni dove diluviava da matti e la voglia di pensare a come presentarsi era pari a zero. La pioggia era comunque la sua condizione meteorologica preferita.

Uno di quelli che non sapeva esattamente cosa dire di fronte ad un regalo inaspettato e finiva sempre con il sorridere e balbettare impacciato, ma sotto, da qualche parte, felice di avere qualcuno che si ricordasse di lui e pensasse alla sua felicità.

Rischiò di finire di faccia contro il palo del semaforo e si ricompose in fretta, cercando di far finta che gli sguardi sconcertati della vecchietta di fianco a lui non esistessero. Questi giovani d’oggi sempre attaccati a quelle diavolerie elettroniche.

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Era uno di quei ragazzi bloccati a metà tra l’adulto e l’adolescente che cercano due volte su tre modi alternativi per stupirti e farti ridere, invece che ripiegare sulla solita, banale rosa che finirà con l’appassire in due giorni, quasi fosse un regalo di cortesia, una premura in affitto da restituire con gli interessi.

Attraversò le strisce pedonali un po’ sbiadite sul pavé pronto a buttarsi nel supermarket, maledicendosi per aver rimandato la spesa all’ultimo e staccandosi una cuffietta dall’orecchio per sentire, controvoglia, la banalità dell’ambiente circostante: da genitori stressati, anziani in riga di fronte ai surgelati e finte nutrizioniste che sceglievano la lattuga migliore e le zucchine meno ammaccate del banco verdura. Mai nella sua vita, giurò, avrebbe bussato su un cocomero. 

A volte capitava che si dimenticasse, oltre che a fare le compere prima di ritrovarsi con il frigo vuoto, anche come si dimostrasse l’affetto nel modo più semplice, più genuino, e farglielo notare diventava un’impresa titanica. Raramente riusciva a rendersi conto dell’effetto che scatenava nel cuore e nella mente degli altri, mentre scrutava curioso, con quel suo affascinante velo di chiusura e i suoi feriti occhioni al sapor di nocciola, che al sole si illuminavano quasi per magia rivelandosi piscine di dolcissimo miele, protette da uno sciame di api incazzate.

Succedeva che gli passasse di mente, magari, come si prestasse attenzione alle cose nei modi più semplici: un “come va?” in un momento di distanza, una carezza in un attimo di sconforto, un pomeriggio di pace in tanta frenesia, e che non si accorgesse di quanto queste piccole cose fossero importanti, così tentava di chiedere scusa e rattoppare come poteva in quei rari momenti di lucidità, imbarazzato, mortificato come un cagnolino beccato a distruggere i cuscini del divano mentre cercava di acchiappare una mosca.

Sfrecciava tra le corsie evitando a stento i carrelli messi in diagonale dalle mammine di turno, a volte accostandoli di lato e a volte chiedendo permesso infastidito e facendosi più spazio di quanto ne avesse bisogno, borbottando tra sé e sé su quanto la gente non avesse un minimo di rispetto per il tempo altrui. Era così difficile non farsi per forza notare? Quanto egoismo c’era in giro.

Dall’alto della sua t-shirt dai colori terrosi, strappata all’altezza della manica destra e i jeans scuri che tintinnavano a causa delle chiavi appese ai fori della cintura, Leonardo Battaglia, buttato nel vortice del mondo durante la mattina del quindici gennaio 1994, ha sempre vissuto in un mondo ed una mentalità sue, sempre sicuro di avere ragione tra una frase cinica contro il mondo e un “No, tu sei un’eccezione, tu sei carina…” sussurrato sorridendo, non appena si rendeva conto di aver detto una cagata, e non prima di aver cercato un abbraccio.

Per gli amici Leo, o anche “il coglione”, “King”, “bomber”, era spesso il primo del gruppo a proporre qualche comodo piccolo bar dove offrire una birra e passare qualche ora fuori dallo stress, perché lui, astemio da una vita, lasciava agli altri il privilegio di concedersi un fresco boccale dorato e spumeggiante, accompagnato da un drum tirato su alla meglio e con pochissimo tabacco, essendo il sacchetto sempre semi-vuoto a causa della  dipendenza alla quale non poteva assolutamente rinunciare: dover sempre offrire agli altri.

Aspettava il suo turno alla cassa con il cesto della spesa pieno di materiale per tentare una cena e qualche scatoletta di cibo per gatti trovata in offerta, con dietro di sé un’anziano signore che continuava imperterrito a parlare male di lui con la moglie nonostante lui avesse fatto capire che poteva chiaramente sentirli.

Si schiarì la voce e ringraziò la gentilezza della commessa che gli passò un sacchetto biodegradabile, poi, dopo aver pagato, volava oltre le porte scorrevoli del negozio verso la bici legata ad un palo dello Stop, non prima di aver sistemato nuovamente la cuffietta ancorata all’orecchio.

Leonardo prestava la sua attenzione a principalmente tre cose: la sua vecchia bicicletta, ricevuta a diciassette anni e da allora mai cambiata, arrugginita e senza un freno da quando lui ne avesse memoria; il cinema, i meravigliosi suoi segreti e le sceneggiature dietro di esso, e soprattutto i film horror e splatter (“se vuoi qualcosa di più soft ti metti a cercare uno splatter, se invece vuoi goderti un signor film te lo scelgo io un horror bello figo, o vuoi provare gli slasher?”, dialogo realmente accaduto di fronte alla televisione, durante una serata invernale nella quale gli era stata promessa una maratona dei suoi generi preferiti), e Giuliano, un gatto rosso e ciccione che ventidue ore su ventiquattro le passava sul davanzale del monolocale suo e di Leonardo, ma prima di tutto suo, perché si sa che, tra gatto e umano, chi fa le leggi e governa la casa è ovviamente il gatto.

Ecco, cazzo, aveva dimenticato il cibo secco per il gatto. Dovette tornare indietro proprio nel momento in cui era riuscito a slegare la bici per caricare ulteriormente il sacchetto della spesa, non sia mai che Giuliano passasse una sera senza la sua pappa mista, viziato e pretenzioso com’era.

Solo loro, inseparabili compagni di crimini e dormite, possono sapere  quante ore avessero passato, insieme, a rivedere tutti i film dentro al cofanetto edizione limitata di Rocky Balboa sul loro divano scolorito e rovinato, rosso come il pelo morbido di Giuliano accucciato a mo’ di pagnotta sul petto di Leonardo, con un kebab piccante ciascuno e gli occhi attenti dei bambini durante il loro cartone preferito, per non perdersi neanche un istante di meraviglia e neanche una nota di quella colonna sonora che li portava ad avere i brividi come fosse la prima volta, cantando a squarciagola e svegliando la povera vecchietta vedova del piano di sotto che avrebbe cominciato a battere colpi sul soffitto con il manico del bastone da passeggio.

Se qualcuno si fosse mai chiesto come Leonardo e Giuliano passavano le loro serate sarebbe stato fin troppo facile avere una mappa mentale della loro routine: una volta tornato a casa dal supermercato e stanco da tutto quel dover per forza interagire con il mondo, l’umano si teneva occupato a preparare quel che riusciva della cena, incapace e turbato di fronte ai tutorial di GialloZafferano, l’altro, invece, avrebbe “contribuito” cercando di rubare qualche pezzo di carne ancora congelata e attaccata al tagliere vecchio e vagamente sporco o, in caso di mancata riuscita del piano e dopo essersi fatto cadere tutto il bancone addosso, avrebbe provveduto a lasciare il suo disappunto in forma di graffi sulle gambe delle sedie e arrampicate da alpinista provetto sulle tende in camera da letto, nuove di pacca e da poco installate a coprire le persiane rotte e cadenti che avrebbero dovuto avere il compito di oscurare la luce del sole, che però penetrava a fette progressivamente più spesse tutte le mattine, che Leonardo cercava in tutti i modi di rattoppare con scotch, colle di varia natura e altre tende, per poi imprecare e dannare i Santi di fronte al fallimento, in un accento tutto suo e riconoscibile anche se sentito in mezzo ad una piazza gremita di persone, anche perché il suo tono di voce non spiccava per delicatezza e regalità.

Questo comportamento da alto tradimento di Giuliano avrebbe risvegliato i bollenti spiriti del padrone portandolo ad inseguire, adirato, l’innocente su e giù per la casa, armato di mestolo sporco di salsa di pomodoro e accompagnato dal soave canto che recitava: “‘Tacci tua Giuliá!”, spezzato dai colpi di bastone che l’anziana del piano di sotto stava ancora battendo contro di loro.

E naturalmente la cena si bruciò, il trilocale già poco arieggiato si riempì di fumo, particelle di carne bruciata e schizzi di sugo, e i due dovettero ordinare al volo una pizza usando l’offerta più conveniente e non ancora scaduta ripescata dalla casella delle Mail, le quali non lette ammontavano a circa 9734, ma non le cancellava apposta per poterci trovare sempre qualche tesoro nascosto, e sia mai che potessero tornargli utili.

Giuliano, in punizione, quella sera avrebbe solo guardato il padrone godurioso alle prese con ben due pizze tonno e cipolla al prezzo di una, bibita in omaggio, spedizione gratuita, ritiro alla porta.

Dopo cena Leonardo lanciò un’occhiata verso il davanzale dove il gatto era solito stare. Si avvicinò con una carezza sulla schiena e un lungo grattino verso la congiunzione con la coda che spinsero Giuliano ad alzarsi in piedi, addolcito e voglioso di attenzioni.

“Mi prometti che non fai più casino?” Sorrise Leo, di ascoltando le fusa armoniose della palla di pelo appollaiata al davanzale.

“E va bene, hai vinto, però scendi da lì che devo chiudere la finestra, prima che ti lascio fuori.”

Con una pacca sul fondoschiena Giuliano saltò giù dalla postazione e trotterellò verso la ciotola su uno dei banconi della cucina. Leonardo scoperchiò con un suono metallico una delle nuove scatolette di crema al salmone e la svuotò per il suo amico rosso, che lo ringraziò con un’intensa strusciata sulle mani e le braccia prima di buttarsi all’abbuffata. Niente da fare, gli occhioni e il pelo morbido di Giuliano oltre a conquistare le donzelle avevano effetto anche su di lui.

Si girò verso il resto dell’appartamento: un accrocchio di sporco, vestiti in giro e stoviglie da lavare. La luce soffusa delle lampade in salotto nascondeva per metà il divano era completamente sfatto, i resti della cena (e delle altre cene rimaste lì dall’inizio della settimana) ancora sul tavolo cominciavano ad emanare l’odore pungente di sacchetto dell’umido, e non osava abbassare lo sguardo verso il pavimento. Chissà quali ecosistemi si stavano formando tra gli incavi del parquet.

La sensazione di spossatezza e l’aria umida tipica della pianura padana lo assalirono tutte in un solo momento. Sospirò e scappò in bagno cercando, almeno, si uscirne più pulito di quanto non fosse il resto della casa, sperando nei poteri terapeutici dell’acqua calda della doccia. Il vapore riempì il bagno nel giro di pochi minuti, Leonardo sentiva la pesantezza della giornata scivolargli addosso e sgorgare nello scarico per metà intasato dai capelli. Una volta fuori, profumato come un bambino il giorno della comunione e ancora con i capelli gocciolanti, entrò in camera e spalancò la finestra pronto a farsi investire dall’aria fresca e rischiando un colpo di freddo che gli sarebbe valso l’ospedale.

Amava profondamente poggiarsi al davanzale e sentire l’odore un po’ sporco di quando in giornata aveva piovuto, osservare il buio notturno rotto a fasci di luce dai lampioni in strada che illuminavano la sua camera tutta occupata dal letto a due piazze e che si mescolava a quella dello schermo del portatile che usava per leggere i suoi preferiti saggi cinematografici e spesso anche qualche manga, buttando giù una, due, tre, RedBull per il puro gusto di sorseggiare una bibita dolce e fresca di frigo anche con tre gradi sotto zero, incapace di sentirne il freddo ma sempre insofferente nel momento in cui piombava l’estate.

Poi, a causa dell’energia liquida e dolce della bibita, convinse a tornare in salotto a passare l’aspirapolvere e pulire il tavolo e i banchi della cucina, convinto che espiando i suoi peccati di accidia gli sarebbe venuto sonno, un po’ inutilmente. Raramente il piumone aveva vissuto l’ebrezza di avere un lenzuolo pulito a proteggerlo, per esempio, o il divano era stato omaggiato da una passata di rotolo adesivo per togliere tutti i peli che Giuliano ci lasciava sopra.

Se a Leonardo avessero chiesto quale fosse la sua stagione preferita, avrebbe risposto autunno o inverno: amava il caldo dentro casa in contrasto con il gelo e il buio che si riversavano in strada, un po’ di brividi, però, venivano anche se si stava in casa, e allora sfoderava la sua collezione di copertine e trapunte regalate dalla mamma, con una costante aria di nostalgia e un pizzico di quella pigrizia che prende quando inizia a non esserci più tanto sole, e si ritrovava accoccolato a letto sotto il piumone e una o due trapunte colorate, ad osservare Giuliano che lasciava l’impronta del musino umido sulla finestra appannata.

Leo era il cappotto morbido con sciarpina quando in strada cadono le foglie scure e bagnate dalla nebbia, era il primo lampione ad accendersi in autostrada quando non parte la macchina e si è da soli nel nulla, era il drum offerto da uno sconosciuto dopo un colloquio stressante o una litigata con il fidanzato stronzo al bar.

Non si rese conto di essersi addormentato sul divano quando, la mattina dopo, non sentì la sveglia e dovette ingoiare tutto d’un fiato un Moment – a stomaco vuoto, perché la mattina aveva talmente tanta nausea da non riuscire a fare colazione – in fretta e furia mentre, allo stesso tempo, caricava la ciotola di Giuliano di delizioso, o almeno così sembrava sentendo le sue fusa, paté per gatti, e cercava di entrare nei primi indumenti che erano stati catturati dal suo campo visivo non appena dovette alzarsi per spegnere la televisione accesa dalla sera prima, che gli sarebbe certamente costata uno sproposito in corrente a fine mese.

Vestito, lavato, sveglio con gli occhi ma non con la mente e un po’ meno pettinato, ricordandosi di essere crollato con i capelli bagnati e quindi di essersi ritrovato con una splendida leccata di mucca in testa, salutò Giuliano  appollaiato sul davanzale a metà tra le due piante grasse di nome Bruno e Marco e si precipitò fuori casa, scendendo per la milionesima volta le scale sottili e cigolanti del condominio nel quale abitava da anni e chiudendosi il portone di legno alle spalle, rimediando una scheggia dritta nell’anulare con conseguente imprecazione prima di tirare fuori la bici dal box in comune.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Chiara Pollio
Chiara Pollio nasce a Milano, ama l'arte, il decadentismo e cercare di indovinare lo stato d'animo dei visi contorti sulle statue del Duomo. Frequenta il liceo classico nella speranza di diventare archeologa, poi desidera iscriversi all'accademia delle Belle Arti di Brera, appassionata al disegno, e infine si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne dell'Università Statale di Milano, perché vuole diventare giornalista. Durante la pandemia scrive alcuni articoli di attualità e cultura per il giornale online 'La Politica del Popolo", e nel frattempo comincia a condividere piccoli racconti sui suoi profili social.
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