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A guardar passare le famiglie felici

A guardar passare le famiglie felici
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Consegna prevista Agosto 2021
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Immaginate di trovarvi nel salone espositivo di un grande marchio del settore arredamenti. Seduto a uno dei tavoli esposti, diciamo nella zona cucine, scorgete un uomo, un anziano, che pranza. Tutto solo. Probabilmente penserete che si tratti di un’ottima trovata promozionale. Bene, ora spingiamoci un po’ più in là e provate a immaginare di non essere più un semplice avventore, ma una delle persone che lavorano lì dentro. Controvoglia. Non ne potete più. E improvvisamente scorgete, seduto a uno dei tavoli che fanno bella mostra di sé, un uomo, un anziano, che pranza. Tutto solo. Voi lo sapete che non si tratta di un’idea pubblicitaria. Allora potreste tornare al vostro posto, lasciar correre, lasciare che se la sbrighino gli uomini della sicurezza. Oppure…
Oppure potete decidere di buttare all’aria le vostre stanche certezze per sgomberare il campo alla curiosità e provare a capire fino a che punto può spingersi, e spingervi, la potenza viscerale di un segreto di famiglia.

Perché ho scritto questo libro?

Questo romanzo incarna il punto di arrivo attuale della mia ricerca stilistica. C’è dentro l’ironia, ma più defilata che in passato. C’è il surreale, ma dedicato a un unico aspetto della vicenda, intercalato tra le fasi drammatiche. E, appunto, c’è il dramma, che ondeggia tra la perdita che annichilisce e la tenerezza che consola. Questo è il racconto di quel che accade a un uomo stanco quando decide di fare le scelte sbagliate, per scoprire se sappiano essere più vigorose di quelle giuste.

ANTEPRIMA NON EDITATA

6.

Allora sciolsi il nodo dietro di me e appoggiai le nocche dei pugni sul legno caldo del tavolo, per sporgermi un poco in avanti ma senza risultare aggressivo.

«Posso chiederle se ci ha messo dentro i borlotti o i bianchi di Spagna?»

Lui posò coltello e cucchiaio e, guardandomi adesso a fuoco da dietro un paio di occhiali per nulla spessi, strofinò pollice e indice agli angoli della bocca, per nettare veloce due sbaffi di sugo e, nel contempo, trascinare in giù un accenno di sorriso.

«Un po' e un po'» disse alla fine.

«Posso sedermi con lei?»

«Se le fa piacere. Passerò un guaio?» chiese, drizzando un attimo la schiena. La voce era un po' acuta ma non sembrava spaventata. Incuriosita, per lo più. «Non che m'interessi davvero, se posso essere franco, però preferisco sempre sapere.»

Mi sedetti accanto a lui, che era scivolato mezzo metro di lato per lasciarmi una porzione di panca.

«Non credo proprio. E, senta, le carote, anche a pezzetti o solo a rondelle?»

«Solo a rondelle, ci mancherebbe. Però quel suo amico mi guarda. Passerò un guaio, vero?»

Guardai dove guardava lui, anche per smettere un istante di sbavare come un cane di Pavlov. Bugatti, il volto mezzo nascosto dal monitor, stava facendo pateticamente finta di ricercare informazioni a un terminale, ma ci teneva sotto osservazione con la disinvoltura di un guardone ai giardinetti della stazione.

«Franchezza per franchezza, se non vuole che il guaio glielo faccia passare io, la diffido formalmente, da questo preciso istante, dal definire quel coglione un mio amico. Mi scusi, le danno fastidio le parolacce?»

«Non so. È davvero un coglione, il suo collega?»

«Patentato.»

«Allora va bene. Non amo gl'insulti gratuiti, ma se c'è un fondo di verità…»

«Un fondo di verità? Con Bugatti? Si figuri, qui siamo un gradino al di sopra del Vangelo, altro che fondo di verità.»

Gente andava e gente arrivava, con il ritmo delle solite ondate pigre, di chi non si capisce cosa ci faccia lì invece di essere al lavoro. Pochi bambini, grazie a Dio c'era almeno la scuola che faceva ancora il proprio dovere. Qualcuno cominciava a guardare la scena, ma senza strafare. Probabilmente la scambiavano per una trovata pubblicitaria di un qualche sponsor interno. Certi cercavano le telecamere girando la testa intorno, in effetti.

«Posso assaggiare?» feci, rompendo gl'indugi. Arriva sempre un momento, nella vita di un uomo, in cui o la va o la spacca, e l'aspetto era troppo invitante per perdersi via oltre. «L'aspetto è davvero invitante e non riesco a smettere di domandarmi se anche il sapore sia all'altezza.»

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Allora prese il contenitore termico che teneva davanti a sé, fece saltare due molle laterali di sicurezza, tolse e capovolse il coperchio per non sgocciolare di condensa la superficie del tavolo. Era attento, i suoi erano gesti misurati, lenti, rispettosi. Avvicinandomi quel bendiddio, mi fece segno, con la mano, di servirmi e gradire senza troppe cerimonie.

«Un momento solo» e mi allungai verso un altro tavolo, proprio dietro di noi, che era imbandito e imbalsamato a ostentazione dei nostri ottimi benché economici articoli. Afferrai una forchetta un pelo opaca e, dopo averla strofinata di diritto e di rovescio sulla mia maglia d'ordinanza, la calai nelle tre dita di trippa che riempivano il basso contenitore. Il velo superiore di salsa rappresa si squarciò con l'imitazione di un sorriso.

Poi mi fermai.

«Mi scusi, posso direttamente da qui o lei ne prende ancora?»

«Per me, io sono a posto così. Faccia a comodo suo» disse, posando una mano sul ventre, per enfatizzare le proprie affermazioni. Poi si portò con flemma un bicchiere alla bocca.

«Con cosa accompagna?» chiesi, tirando su la prima forchettata, dai cui rebbi colarono gocce di un brodo denso, di un arancio bruno.

«Bonarda dell'Oltrepo.»

«Onesta?»

«Come il prezzo. Non ne capisco a sufficienza, di vini, per essere capace di giustificare certe cifre. Ma so anche che per pochi centesimi si compra roba da pochi centesimi. Quindi cerco mediazioni ragionevoli» e fece il gesto di prendere la bottiglia dal pavimento, dove se ne stava nascosta alla vista.

«Un momento» dissi posando giù forchetta e interiora e mi allungai di nuovo, carpiato, per prendere anche un bicchiere.

I vantaggi di lavorare nel reparto giusto.

Lui iniziò a versare.

«Solo un goccio o il guaio lo passerò io» dissi. Poi ripensai al volo alle parole pronunciate, alzai le spalle e feci segno col mento di non fermarsi. «Fanculo al goccio, riempia pure. Raso, mi raccomando.»

E finalmente potei assaggiare. Il primo boccone mi lisciò bocca, palato e tubi vari, scendendo piano come miele tiepido. Mi rizzai un minimo, per sentenziare.

«Madonna santa! É strepitosa!»

Lui gongolò, ma con compostezza.

Altra forchettata, che si sciolse in velluto. Sbirciai veloce l'orologio, perché comunque restavo cosciente di quanto la mia, in qualche modo, fosse una corsa contro il tempo. Poi mi dissi che ciò che stavo facendo era semplicemente vivere e non mi stava capitando spesso, da qualche mese a quella parte, e allora non ci fu più giro di lancette che tenesse, in quel momento.

«Strepitosa, porca putt… mi scusi. Sublime. Davvero sublime, se mi è permesso chiamare le cose col loro nome. Fatta lei?»

«Preparata ieri e lasciata a rapprendere tutta la notte, nella sua pentola. Ventiquattro ore dopo è ancora meglio.»

«Impercettibilmente indietro di sale, ma immagino che sia voluto per motivi d…»

«Aspetti, accidenti! Aspetti!» e quasi si scalmanò e tirò fuori una busta di formaggio grattugiato da una borsa più grande, anch'essa appallottolata sotto la panca. «A momenti dimenticavo. Con questo è la morte sua.»

«E anche la mia, porca miseria, mi creda. Anche la mia. »

7.

Dopo i punti e una lettera di dimissione, arrivata lenta come il feretro di un papa, con dentro tutte le indicazioni e le posologie per non morire nei giorni seguenti, sarei dovuto tornare dritto a casa per riprendere un discorso importante, forse il più cruciale della mia vita. Ma tutto d'un tratto l'ospedale m'era parso il luogo migliore dove avessi trascorso il mio tempo, quel giorno. Mi ero perciò rimesso seduto in sala d'attesa, gambe distese, testa all'indietro, cartelletta in una mano, l'altra mano imprigionata tra le fasce, quasi una minuscola mummia. A destra e a sinistra, gente messa meglio e gente messa peggio. Tutte facce comunque grigie e abbruttite dalle luci bianche e pesanti. Sembravano, presi uno a uno, più malati di quel che dovevano verosimilmente essere nella realtà. Nel complesso, davano però l'idea di un lazzaretto.

Davamo. C'ero anch'io.

Il pavimento in linoleum grigio, a striature nere e verdi, era opaco della sporcizia e di suole appiccicose di un'intera giornata di emergenze. Le sedie si mostravano logore, maltenute. Dalle finestre entrava solo buio. Chiunque, al posto mio, sarebbe fuggito di corsa, sventolando la lettera di dimissione come un permesso di soggiorno finalmente rilasciato. Io no. Io m'ero seduto.

Alcune suonerie trillavano. Un bambino frignava. Un altro faceva trillare suonerie perché una madre e un padre volevano evitare che frignasse. Dialetti lontani. Rumori di zoccoli e di macchinari costosi. Un odore un po' così. Non un gran posto, obiettivamente, per tirare il collo a una serata metropolitana.

Avevo estratto da una tasca lo smartphone, per rileggere i messaggi che mia moglie mi aveva inviato, un misto più o meno equo di fammi sapere e di anche se non mi crederai, mi dispiace, davvero. Preferii continuare a non rispondere, non per tenerla sulle spine, ma per bisogno di annullarmi ancora per qualche minuto. Mi sarei tagliato anche l'altra mano, pur di crearmi un pretesto per restare un altro po'. Ma la prospettiva poco allettante di una seconda sessione di punti mi disse che no, non era il caso.

Mi venne uno sconforto abissale, di quelli che portano le lacrime agli occhi come una dadolata di cipolla.

Preferire un Pronto Soccorso al proprio appartamento non è mai quel che si potrebbe definire un chiaro sintomo di felicità.

8.

Lui mi offrì una mano in qualche modo delicata, incartapecorita, ben trattata e asciutta.

«Geometra Robbiati» si presentò e, da come lo declamò, intuii che era tutta la vita che forgiava il titolo tale e quale fosse una spada ed era chiaro come, per lui, iniziasse con la maiuscola. E io con la maiuscola glielo restituii.

«Geometra, mi dichiaro suo devoto ammiratore. Posso chiederle ragione del sedano?»

Mi guardò sospettoso.

«Ma lei parla sempre così?»

«Prego?»

«Posso chiederle ragione, ha detto. Parla sempre così forbito?»

«No, non sempre. A volte ci casco, ma mi deve scusare, sa, ho studiato. Coi tempi che corrono, mi rendo conto che è qualcosa da sussurrare sottovoce. Le assicuro che farò più attenzione nel nostro prosieguo.»

«L'ha fatto di nuovo. Ha detto prosieguo» sorrise.

«Lo vede? É una vita d'inferno. Ma le prometto che, se mai avrò figli, li scoraggerò fin dalla culla. Perdonato?»

«Lei è simpatico, sa?»

«Non corra troppo con le conclusioni, la prego. Potrebbe scoprirle affrettate, ma allora il danno sarà già fatto.»

«Mi lasci dubitare, via. Comunque, diceva?»

«Chiedevo del sedano.»

«Il sedano, sì. Cosa vuole sapere?»

« Come mai pezzi così grossi?»

Sorrise di nuovo, notando che avevo lasciato tocchetti verdognoli in un angolo del tupperware. Allora lo indicò con un movimento di poca importanza, di quelli che retrocedono le questioni ad aneddoti di poco conto.

«Oh, un insegnamento materno, di quelli che si tengono lì come metafore del vivere. Solo pezzi grossi per consentire facile scarto a chi non ne ama la consistenza sotto i denti. Il sedano è così, a certi mette i brividi, con quei suoi filamenti coriacei. Mia madre suggeriva questo metodo, anche per la vita. Ciò che è visibile è più facilmente evitabile. Era una donna buona e attenta.»

Mi sentii letto nel pensiero e accolto nei desideri. Avevo e ho qualche problema col sedano, fin da bambino. Ho qualche problema con molti ortaggi, a dire il vero. Da sempre. Mandai al cielo un bacio solo pensato, a ringraziare la buona e attenta signora per la cortese premura.

Premure che io dovevo iniziare a mettere da parte, perché i dieci minuti pattuiti con Bugatti era da supporre si fossero ormai ridotti al lumicino. Mi schiarii la voce, il cronometro del conto alla roverscia correva ed era tempo di allontanarsi dall'ordigno innescato.

«Ragioniere, mi creda…»

«Geometra, sia gentile.»

«Mi scusi, Geometra, mi creda, resterei qui ore a porre domande e ad ascoltare risposte, ma lei vede, tempo e contesto non giocano a nostro favore. Posso quindi venire al dunque e chiederle semplicemente quali necessità l'abbiano portata qui?»

Non ci fu margine per la risposta.

«Spiegherei volentieri, ma il suo amico…» sussurrò, puntando un dito alle mie spalle «mi correggo, il suo collega, sì, ecco, credo che il suo collega stia reclamando la sua attenzione».

Che due palle. Che due palle! Mai un momento di quiete, quando servirebbe.

Mi girai mezzo per vedere che diavolo volesse ancora quell'idiota e ci misi un po' a cogliere il senso di un suo tormentato ma mascherato gesticolare. Come un compagno che ti vuole suggerire senza farsi beccare dall’insegnante che esplora l’aula da sopra le lenti degli occhiali, poggiati severamente sulla punta del naso. Come il socio smaliziato in una partita di scopa. Insomma, una cosa così. Muoveva le dita a scatti secchi, una specie di Pinocchio abbruttito dalla routine, e indicava qualcosa, ma tenendole aderenti al corpo, perché vedessi solo io. Buttava lievemente il capo nella stessa direzione e per maggior rinforzo spingeva pure gli occhi di là.

Sembrava il palo della Banda dell'Ortica.

Cazzo vuoi? gli chiesi muto facendo, con la sinistra agitata nervosa, il gesto del carciofo. L'orologio fece rumore d'acciaio sul polso.

E lui mosse i labiali per dire qualcosa di così tacito che non ci fu verso. Una volta e attesa. No, non capivo. Seconda volta e attesa.

Niente.

Cazzo è che vuoi? rifeci, ma con due mani e pronunciando senza audio ogni singola sillaba.

Lui si rimise di corsa davanti al monitor, ostentando mille cose da fare. Perché Bugatti sarà pure un coglione, ma lo ha sempre capito cosa significa che il tempo è scaduto.

Anch'io, comunque.

E infatti li notai che arrivavano fendendo contromano il flusso dei visitatori. Il gatto e la volpe.

Bugatti aveva provato ad avvisarmi. Dovevo dargliene atto, in fondo in fondo avevo ragione quando mi dicevo che, a modo suo, mi voleva bene.

Mi scappò uno schiocco della lingua tra denti e labbra, quello che di norma dice ma porcoggiuda, adesso ci siamo. Il Geometra si voltò e capì.

«Non volevo creare problemi. Avrà fastidi per me?»

Mi venne fuori un incrocio tra un sospiro e una risata, qualcosa di simile a un lasci perdere, non è davvero il caso.

«Non più di quanti ne abbia ogni giorno per colpa mia, si fidi» gli dissi infine. «Non sopravvaluti il suo potere di far disastri, Geometra. Stia tranquillo e si goda lo spettacolo. Offre la casa. Solo, se le riesce, senza dare nell'occhio e con molta calma, cominci a raccogliere e a metter via le sue cose.»

 

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Iuri Toffanin
Iuri Toffanin è nato a Desio (MB) nel 1970. Vive con moglie e tre figli in Baviera, dove esercita le professioni d’insegnante d’italiano e di educatore scolastico. Ha una laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione e una in Storia Medievale. In Italia ha lavorato per vent’anni in comunità per minori e ha pubblicato diversi contributi di settore. Coltiva la passione per la Letteratura e dedica buona parte del proprio tempo ai libri, che ama leggere quanto scrivere. Nel 2017 ha esordito con il romanzo Ma soprattutto i ponti (Bookabook), e ha in seguito pubblicato altri due romanzi, oltre a un saggio in materia educativa. Tutti i suoi romanzi sono stati premiati in concorsi letterari di livello nazionale.
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