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Il filo teso

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Quando Paolo, Sara e i loro due figli, Niccolò ed Ester, si trasferiscono nel paesino di Setriano, non ci sono altre occupazioni che conoscere gli unici vicini di casa, Giorgio e Caterina, gli anziani abitanti della colonica confinante, o curiosare nella vecchia rimessa.
Il loro appartamento sorge all’interno di un’antica villa il cui passato riemerge lentamente dalle foto e dai disegni che Paolo trova in una cassapanca tarlata. Per quanto Giorgio gli suggerisca in modo deciso di lasciar perdere, Paolo ne è sempre più affascinato.
Nell’immaginazione dell’uomo prendono forma i vecchi tenutari della villa e il loro figlio Pietro, che secondo Giorgio somiglia moltissimo a Niccolò. Rapidamente Paolo comprende che sessant’anni prima in quella villa si è consumata una tragedia che ha delle similitudini sconvolgenti con quanto accaduto nel suo passato e presente: un unico filo teso che unisce destini antichi e nuovi.

Capitolo uno
Every new beginning comes from some other beginning’s end. I know who I want to take me home.
Closing time, Green Day

«Cos’è?» Massimo alzò il foglietto con due dita. Lo girò per vedere se sul retro ci fosse scritto altro.
«Roba mia» rispose Paolo cercando di arraffare il pezzo di carta. La mano di Massimo si spostò in modo fulmineo. Paolo abbassò lo sguardo in direzione delle braccia unite e ferme davanti alle gambe.
«Ancora questa frase.» Paolo alzò le spalle. «L’hai scritta tu?»
«Me la diceva sempre il babbo.»
Massimo appallottolò il foglietto e se lo ficcò in tasca. Guardò Paolo con gli occhi piatti e arrossati.
«Lascia stare queste scemenze.»
«Non sono scemenze» rispose Paolo a denti stretti.
«Finché starai qua dentro farai quello che ti dico io e ora ti sto dicendo che se ti trovo a scrivere queste frasi del cazzo ti prendo a ceffoni per una settimana. Sono stato chiaro?»
L’indice appuntito dello zio arrivò a pochi centimetri dal naso di Paolo.
Massimo si spostò in salotto.

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«Quel ragazzetto ha la testa piena di stronzate» mormorò con un sospiro.
«Ti ho già detto di non trattarlo così» ribatté sua moglie. Era più alta di lui di dieci centimetri e quando gli si parava davanti in quel modo voleva mettergli soggezione. Massimo la scansò senza curarsene.
«Dio solo sa il dolore che sta provando. E tu lo tratti come un ragazzino da raddrizzare!»
Massimo aprì lo sportello della credenza e tirò fuori una bottiglia di cognac. Letizia gli stava attaccata ai talloni. Sentiva il suo respiro nervoso che gli soffiava sulla nuca.
Massimo riempì un bicchiere e chiuse lo sportello.
«Hai la faccia tosta di dire a lui di piantarla quando non hai il coraggio di smetterla con questa robaccia!» La voce si alzò in un mezzo grido. Letizia schiaffeggiò la mano di Massimo e il bicchiere si rovesciò a terra.
Lo sguardo di Massimo s’infiammò e le abbrancò il polso: «Questa robaccia non fa male come quelle frasi che il ragazzino non fa altro che scrivere dappertutto».
«Sono un ricordo di suo padre.»
«Dovrebbe dirti molto di tuo fratello.»
Letizia si gonfiò di rabbia. «Non permetterti di dire una cosa del genere» sibilò, e spruzzi di saliva raggiunsero le labbra di Massimo.
«Non mi interessa che sia morto. Non cambio idea su di lui.» Massimo distolse lo sguardo.
Il braccio di Letizia prese a tremare.
«Voglio che i tuoi sporchi piedi di ubriacone se ne vadano da questa casa. Immediatamente!» Letizia staccò la mano di Massimo dal suo polso e la respinse lontano. «Vattene!» gridò.
***

Zio Massimo se ne andò quella sera stessa. Erano passati venti giorni dall’incidente.
Paolo scrisse la frase in un altro foglietto, lo ripiegò dieci volte fino a farlo diventare una minuscola mattonella di carta. Lo infilò a forza dentro una piccola sfera cava che portava al collo, attaccata a un filo di caucciù. Zia Letizia si sbagliava, quella frase non era l’unico ricordo che aveva di suo padre. C’era una foto che aveva sempre tenuto nascosta nel suo comodino. Lui, in mezzo a suo padre e a sua madre, col cielo violaceo di un tramonto estivo a fare da sfondo. I piedi nudi, lambiti dalla risacca pigra, sorrisi felici sulle loro bocche e un riflesso dorato sul mare alle loro spalle. Come se il flash della macchina fotografica ci avesse sbattuto contro.
Dietro al riflesso, sulla linea quasi invisibile dell’orizzonte, s’intravedeva la sagoma di una nave. Paolo se ne era accorto dopo un po’.
Nel momento in cui la foto era stata scattata, la nave era ancora lontana. Poi si era avvicinata senza che nessuno di loro se ne accorgesse e aveva scaricato a terra il suo equipaggio. Tristezza, silenzi, rabbia, litigi. Probabilmente era sceso da quella nave anche Roberto, l’amico di mamma che un paio di volte aveva visto mettersi la giacca in gran fretta nell’ingresso di casa e poi svanire come un ladro.
Un pomeriggio di qualche settimana dopo, zia Letizia lo portò con sé alla sua vecchia casa, quella nella quale aveva abitato con suo padre e sua madre.
«La affittiamo e ci tiriamo su qualcosa» gli disse quando parcheggiarono davanti alla facciata color cremisi.
Paolo odiava quella casa. L’avrebbe abbattuta volentieri con una di quelle palle gigantesche che aveva visto in TV.
Ad aspettarli c’era un signore vestito di tutto punto. Paolo fu colpito dalle sue scarpe. Brillanti come il riflesso sul mare della foto che teneva nel comodino.
L’uomo salutò zia Letizia e poi si chinò su di lui, con la mano rattrappita che spuntava dalle maniche grigie della giacca pronta ad accarezzarlo sulla testa.
«Mi dispiace molto per quello che è successo. La vita gira storta a volte» disse l’uomo.
Suo padre avrebbe detto che era una battuta che poteva uscire dalla bocca dello Straniero nel film Il grande Lebowski.
A volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te. Paolo chiese a zia Letizia di non portarlo più alla sua vecchia casa.
Il desiderio fu esaudito. Zia Letizia dovette venderla tre mesi più tardi. Tutta colpa di alcune lettere arrivate per posta.
Zia Letizia s’infuriò, imprecò, pianse e a nulla servì nemmeno la telefonata nella quale accusò zio Massimo di essere un verme schifoso, meschino approfittatore della sua buona fede.
Il ricavato della vendita fu utilizzato in buona parte a ripagare i debiti contratti da zio Massimo.
***

Zia Letizia morì quando Paolo compì ventidue anni.
«Puoi rimanere a vivere qui dentro. Non mi chiedere altro perché non ti darò niente di più di questo» gli disse zio Massimo la sera del funerale.
In piedi sulla soglia di casa, con una giacca più grande di due taglie, zio Massimo aveva l’aria di un barbone che ha chiesto due spiccioli per mangiare ma che li spenderà per bere.
A Paolo parve invecchiato di cent’anni. Le rughe erano triplicate e pesavano sulle palpebre rendendo gli occhi di zio Massimo poco più spessi di una fessura.
Zia Letizia aveva lasciato a Paolo una piccola somma di denaro. Il ricavato di una polizza vita per la quale lo aveva nominato beneficiario.
Anche l’auto di zia Letizia rimase a Paolo. Solo perché era vecchia e dalla vendita zio Massimo non avrebbe potuto ricavarci che poche centinaia di euro.
Paolo gestì quei soldi con grande oculatezza, come aveva fatto suo padre con i pochi risparmi che avevano. S’impegnò a non toccarli mai, per nessun motivo, nemmeno quando Laura divenne la sua ragazza e il suo cuore innamorato lo tentava di riempirla di regali.
Dovette fare un’eccezione un paio di anni più tardi.
«Quando uscirai da qua, ti consiglio di entrare nella prima chiesa che trovi e di accendere qualche decina di candele.» L’infermiere dell’ospedale era un tipo allegro, incline alla battuta e a trattenersi a parlare anche oltre il tempo che i ritmi del suo lavoro gli avrebbero consentito. Si chiamava Gianni.
Fu lui a raccontargli cosa era successo perché Paolo non si ricordava quasi niente. Sapeva solo che riusciva a vedersi la spalla destra quasi senza voltare la testa e che quando girava il collo, centinaia di martelli gli battevano nel cranio fino a farlo impazzire dal dolore.
«Laura dovrebbe accenderne un centinaio. Se l’è cavata solo con qualche graffio. Lo sapevi, no?» Gianni glielo aveva già detto almeno un paio di volte ma aprire la bocca per rispondere gli costava troppo dolore.
Paolo rimase in ospedale dieci giorni. Laura non andò mai a trovarlo. I soldi che Paolo aveva da parte servirono per pagare le sedute di fisioterapia.
Gli sarebbero bastati anche per ricomprarsi un’auto, poiché quella di zia Letizia era semidistrutta dopo l’incidente, ma decise che per un po’ ne avrebbe fatto a meno.
Passarono quasi dieci anni prima che ne comprasse un’altra. A rate, nonostante Sara si fosse opposta fino all’ultimo.
Avevano già una piccola utilitaria e, benché con la nascita di Ester la loro famiglia avesse raggiunto il numero di quattro membri, ce l’avrebbero fatta.
Paolo ne aveva bisogno. Era un modo di emanciparsi dalla munifica generosità dei suoceri, che spendevano i soldi come se giocassero a Monopoli. L’ultimo investimento era stato l’acquisto di una vecchia villa di campagna, nei pressi di Setriano, un borgo distante quaranta chilometri dalla città. Era stata disabitata per molti anni e il progetto di Luciano, il padre di Sara, era quello di ristrutturarla e ricavarci tre appartamenti. Non era difficile capire che nelle intenzioni del suocero uno di quelli sarebbe stato lasciato a loro.
Luciano ne parlò apertamente a Paolo il giorno in cui li invitò a salire a Setriano per ammirare i lavori conclusi. Paolo non ci andò.
«Sara è rimasta entusiasta. È un vero capolavoro. Può diventare casa vostra in qualsiasi momento vogliate» gli disse.
A decidere il momento in cui trasferirsi a Setriano non fu Paolo e nemmeno Sara.
«L’appartamento in cui vivete è stato pignorato al signor Massimo Lavini. Mi dispiace ma dovrete lasciare la casa entro trenta giorni.»
L’avvocato aveva una voce gentile al telefono. Doveva essere uno di quei giovani tirocinanti cui lasciano sbrigare gli incarichi più scomodi e umilianti.
Il trasloco fu pianificato per la metà di agosto. All’inizio del mese Paolo aveva compiuto quarantuno anni.

Capitolo due
It takes me wonder why I’m still here, for some strange reason it’s still now feeling like my home. I never gonna go.
Welcome to Paradise, Green Day

«Adesso dovete solo fare le valigie e venire via da quella vasca di smog che è la città» gli disse Luciano consegnandogli le chiavi di Setriano.
La prima volta che era salito alla villa, Paolo era rimasto impressionato. Luciano aveva fatto un lavoro eccezionale. La casa era bella, accogliente, semplice e molto comoda. Gli aveva fatto visitare tutti e tre gli appartamenti. C’era così tanto orgoglio nella sua voce e nel suo sguardo, che Paolo si era sentito in colpa. Trasferirsi a Setriano era l’ultima cosa che avrebbe fatto se non gli avessero pignorato la casa.
Tuttavia aveva finto di essere entusiasta della sua nuova abitazione.
Uno affianco all’altro in terrazza, Luciano gli aveva messo una mano sulla spalla e sorridendo gli aveva confidato: «Sono contento che questo posto ti piaccia».
Paolo aveva allontanato lo sguardo verso la vallata.
«È un posto bellissimo dove crescere Ester e Niccolò» si sforzò di dire.
«Ho fatto del mio meglio per rendervi felici. Mi dispiace solo non avere avuto il tempo di liberare a dovere la rimessa» aggiunse Luciano.
«È tutto perfetto. Non devi preoccuparti.»
«Spero che tu non pensi che abbia voluto decidere tutto io al posto vostro. È la cosa che rinfaccio a Rita più spesso, ma alle volte mi comporto come lei.»
«Sistemerò io la rimessa» disse Paolo d’istinto.
Luciano sorrise compiaciuto: «Sappi che ho evitato accuratamente di fartela vedere. È un caos totale».
***

Alle nove di mattina del 18 agosto, Paolo terminò di caricare la Ford stipandola a tal punto che non ci sarebbe stato posto nemmeno per un acaro. Sara e i bambini erano già a bordo, elettrizzati come per un fine settimana a Gardaland. Prima di partire avevano scattato una foto.
Paolo aveva insistito perché fosse lui a scattarla, nonostante Ester volesse che comparissero tutti e quattro.
«Non mi piacciono gli addii lacrimosi» aveva risposto Paolo.
Alle nove e mezzo partirono.
Percorsero poco più di venticinque chilometri, fino al punto in cui avrebbero abbandonato la statale per cominciare a inerpicarsi lungo la stretta strada provinciale circondata da pendii coltivati a vigna, seguiti da prati, platani e tigli piantati come birilli sul ciglio della strada. Cinque minuti prima di arrivare a Setriano la strada penetrò dentro una foresta di abeti.
Sara e i bambini cantavano a squarciagola. Le casse della Ford sparavano nell’abitacolo la musica del loro CD preferito, un mix di musiche pop e cartoni animati. Era il loro turno come suggeriva la regola che avevano stabilito. Una volta sceglievano Sara e i bambini, una volta era il turno di Paolo. E se fosse toccato a lui, in quel momento, le casse avrebbero rimbombato come il petto di un vecchio catarroso diffondendo il ritmo travolgente dei Green Day. Erano qualcosa di più del suo gruppo musicale preferito. Li considerava amici fidati.
«Babu, quando arriviamo possiamo andare a giocare nel prato?» gridò Ester per sovrastare la musica.
Paolo abbassò il volume.
«Potete ma senza fare giochi pericolosi perché io e la mamma avremo da fare per un po’.» Paolo la guardò dallo specchietto retrovisore e vide i suoi occhietti furbi stringersi in un sorriso da piccola peste.
Niccolò sembrava assente. Guardava fuori dal finestrino con un’espressione malinconica.
«Non voglio lasciare i miei amici e tutto il resto» aveva confidato a Paolo pochi giorni prima.
«Non andiamo ad abitare dall’altra parte del mondo. Potrai invitarli su alla casa nuova o scendere a trovarli.»
«Ma non è la stessa cosa» aveva ribattuto Niccolò.
Paolo non aveva risposto niente. Niccolò gli assomigliava più di quanto avrebbe desiderato. Si portò una mano alla bocca e, come se stesse parlando attraverso il microfono di una radiotrasmittente, disse: «Terra chiama Nicco, terra chiama Nicco. Stazione Nicco, rispondete».
Niccolò voltò la testa di scatto. Paolo lo stava osservando dallo specchietto retrovisore.
«Qui stazione Nicco, vi riceviamo forte e chiaro» rispose, con tutte e due le mani intorno alla bocca.
Sorrise in modo svogliato mentre Paolo gli faceva l’occhiolino dallo specchietto.
Paolo adorava la sintonia che riusciva a stabilire con Niccolò, era un’intesa speciale. E soprattutto quella scenetta era un’esclusiva tutta loro. Il suo amico Andrea gli rinfacciava da sempre che fosse il suo modo semplicistico per giustificare una predilezione per Niccolò.
«Da che mondo è mondo esiste il figlio prediletto» gli ripeteva. Paolo negava, perché era convinto che fosse qualcosa di genetico, un piccolo brandello di DNA esattamente duplicato.
«Come quello che avviene tra fratelli gemelli. Sono in grado di sentire se l’altro sta bene o no, anche se sono distanti chilometri. È un’intesa speciale, come quella tra me e Nicco» sosteneva.
«Chiamala pure come ti pare. Io la chiamo predilezione» chiosava Andrea.
Paolo tornò a concentrarsi sulla strada, scalò la marcia e lasciò la mano sul pomolo del cambio. Un attimo dopo la mano di Sara si appoggiò sulla sua. La accarezzò come se volesse rassicurarlo.
La strada curvò sulla destra e cominciò a punteggiarsi di tigli. Tagliavano la luce del sole in fette regolari. Ester si divertiva a chiudere e a riaprire gli occhi ogni volta che usciva e poi rientrava dalla copertura degli alberi.
Poi il filare terminò.
«Sono riuscita a non farmi mai colpire dal sole» esultò Ester.
«Brava, tesoro!» esclamò Sara.
«Manca ancora molto?» chiese Niccolò che pareva intristirsi un po’ di più ogni metro che facevano verso la meta.
«Siamo quasi arrivati» rispose Paolo.
La vegetazione s’infittì. Le ombre lunghe degli abeti erano delle enormi macchie nere sull’asfalto.
Paolo spense l’aria condizionata e aprì il finestrino. L’odore resinoso degli alberi penetrò nell’abitacolo. Era pungente e inebriante. E con esso si diffuse un’inaspettata frescura.
Raggiunsero il piccolo borgo di Setriano. La strada lo tagliava in due. Non c’erano più di quaranta case, qualche negozietto e una trattoria dall’insegna vecchia di decenni. Si lasciarono alle spalle il cartello barrato di rosso che indicava la fine del paese e dopo poco, arrivarono alla casa. Ci sbatterono quasi contro. Uno dei muri perimetrali sporgeva subito dopo la curva. Correva parallelo alla strada, prima di lasciare che si aprisse un ampio spiazzo sul quale si affacciava il cancello di accesso. Sulla sinistra un vialetto sterrato scendeva verso la proprietà che fronteggiava la villa.
Paolo aprì il cancello e parcheggiò nel rettangolo di ghiaia. Sulla destra c’era un altro piccolo cancelletto che conduceva alla terrazza.
Ester saltò fuori dall’auto come se il sedile fosse diventato improvvisamente arroventato. Corse sulla terrazza e si mise a saltare sulle larghe piastrelle in cotto.
Niccolò invece filò dentro casa. La prima cosa da fare era appendere il mega poster de Il Signore degli Anelli alla parete accanto al suo letto. Era ciò cui teneva di più. Voltarsi e vedere Frodo, Sam e gli altri protagonisti snocciolati sullo sfondo del monte Fato, lo faceva sentire a casa. Poi raggiunse sua sorella e scesero in giardino.
Paolo e Sara si fermarono all’ingresso della terrazza e osservarono la casa. Sotto quel cielo azzurro era splendente.
«Allora è proprio vero. Siamo quassù» disse lei con un po’ di trepidazione nella voce.
«Già» rispose Paolo.
Sara gli si avvicinò e gli circondò la vita con le braccia.
«Sono molto orgogliosa di te, lo sai?» disse.
«Davvero?»
«Sì.»
Paolo dondolò la testa dall’alto in basso.
«Pensavi che non avrei mai accettato di venire a stare quassù?»
«In un certo senso… sì.»
«Ma?»
«Ma sapevo anche che non ci avresti fatto vivere sotto un ponte solo per dare retta al tuo orgoglio.»
Si baciarono e si tennero abbracciati finendo di ammirare il capolavoro che aveva portato a termine Luciano.
«Adesso diamoci da fare» suggerì Paolo.
«Hai ragione. Ne avremo per tutto il giorno, lo sai, vero?»
Paolo lasciò cadere le spalle e fece un’espressione disfatta.
«Mi hai già fatto perdere quel po’ di sprone che avevo.»
«So anche come fartelo tornare, però.» Sara gli strizzò l’occhio e cominciò a scaricare il bagagliaio della macchina.
Paolo attraversò la terrazza per andare ad aprire la porta di casa. L’entrata era direttamente nel salotto. Di fronte salivano le scale che conducevano al piano superiore. Sulla sinistra c’era la cucina. Un lungo divano era piazzato in mezzo alla stanza. Sullo stesso lato della porta d’ingresso c’era un mobile basso. Sotto le scale, accostato al muro, c’era un tavolo stretto sul quale risaltava un vecchio telefono nero a cornetta. Poco distante, sulla destra, c’era una poltrona verde rivolta verso il camino. La cappa era enorme ed era la prima cosa che saltava all’occhio entrando in casa. Paolo immaginò quanto conforto potesse dare stare lì, davanti al fuoco acceso.
«Nella casa là sulla montagna, un camino grande grande sta, nel camino grande grande grande un gran fuoco, fuoco, fuoco va…» cominciò a canticchiare. Era una vecchia filastrocca che sua madre gli aveva insegnato quand’era bambino.
Era saltata fuori da qualche piccolo cassetto dimenticato della mente. Non ricordava di averla mai cantata a Ester o a Niccolò. Le parole erano riemerse tutte in fila come se l’avesse riletta pochi minuti prima.

«Perciò pim pam, le scarpe pim pam, di notte fan sul sentiero di pietre grosse, pim pam le scarpe pim pam, di notte fan sul sentiero così…» Ridacchiò. Non aveva mai capito cosa c’entrassero le scarpe con la casa e il camino, ma alla fine importava poco.
Lasciò la porta di casa spalancata e tornò verso l’auto fischiettando.

08 agosto 2019

Aggiornamento

Serata di lancio del libro. Bella atmosfera, pubblico interessato e partecipe. Superbe letture interpretate da Simona e Massimo. letture interpretate da Simona e Massimo
02 agosto 2019

Aggiornamento

"Paolo scese nella rimessa.
Si fermò due passi oltre la porta. C'era un'umidità penetrante e la luce gialla e corposa della lampadina appesa al soffitto, faceva sembrare la stanza la stiva di una nave.
Sara era un fascio di nervi e se Paolo fosse rimasto in salotto, lo avrebbe assalito accusandolo di essere la solita silenziosa e impenetrabile mummia. La faceva impazzire l'idea che in quei momenti nulla sembrasse scalfirlo. La collera saliva e spesso gli diceva cose di cui poi si pentiva.
Quella sera prometteva di essere uno di quei momenti.
Paolo era stanco e non aveva voglia di mettersi a lavorare. La prima cosa verso cui rivolse lo sguardo fu la cassapanca.
Nel punto dove si era seduto la prima volta, si era creata una breccia. I due lembi del legno spaccato sembravano due frecce rivolte verso l'interno. Un invito.
Un secondo più tardi vi era inginocchiato davanti.
Prese la scatola più in alto e la poggiò da un lato. Ne aveva già esaminato il contenuto la volta precedente. Sollevò la seconda e la tirò fuori. Si mise a sedere per terra appoggiando la schiena alla cassapanca.
Aprì il coperchio e uno sbuffo di polvere gli pizzicò il naso tanto da farlo starnutire. Con la mano ripulì la superficie dell'album. Era di pelle, ormai avvizzita, e con una linea do-rata che la incorniciava. Paolo l'aprì.
Già dalla prima pagina Paolo comprese che quelle foto ave-vano un valore affettivo maggiore per chi le aveva raccolte. La disposizione delle foto era stata curata attentamente. Non ce n'erano più di tre per pagina e non c'era traccia di piccoli fotogrammi sbiaditi, come nell'altro album.
Anche i soggetti erano diversi.
Persone.
Nelle prime pagine erano singoli ritratti fotografici.
Una donna e un bambino, immortalati in pose molto simili, di tre quarti e lo sguardo diretto lontano dall'obiettivo.
Avevano un'espressione del volto molto seria.
Paolo sostò solo qualche secondo a osservarne uno in parti-colare. Il volto della donna era di una bellezza difficile da definire. Perché non era perfettamente disegnato in linea-menti morbidi e armoniosi. Le labbra erano fini, il naso leg-germente arcuato, la fronte spaziosa, eppure Paolo non poteva staccare gli occhi. Lo sguardo della donna era magnetico e fascinoso. Comunicava sicurezza e mistero. Paolo ne fu rapito. Si perse a esaminare i dettagli di quel volto.
Solo dopo diversi minuti voltò la pagina e quello che vide gli procurò un lungo brivido.
Insieme alla donna e al bambino c'era un uomo. Paolo era si-curo di conoscerlo.
Aveva uno sguardo marziale accentuato da lineamenti aguzzi. Impettito nel suo vestito migliore, con due baffetti accennati e i capelli impomatati pettinati all'indietro di cui si vede-vano le punte affacciarsi all'altezza del collo.
Era l’uomo del sogno.
Paolo sfogliò freneticamente le altre pagine.
C'erano altre foto della coppia, da soli o insieme con un bambino piccolo. Poi, nelle pagine seguenti, altre foto, sta-volta scattate in momenti di vita quotidiana.
Gli sguardi non erano mai banali. I volti erano sempre tesi e irrigiditi. Incutevano rispetto.
Paolo guardò le foto con un'ansia crescente e nello stesso tempo un'urgenza da soddisfare. Fu risucchiato dentro quelle immagini bicromatiche. Stanze di un'altra epoca facevano da sfondo ai volti dell'uomo e della donna.
La famiglia che aveva abitato quella casa. I ricchi possidenti che avevano dominato su quelle terre.
Paolo sfogliò un'altra pagina e la mano si paralizzò a metà.
C'era un'unica foto, posta al centro.
L'uomo, la donna e un bambino, dalla faccia appuntita, gli occhi vispi e i capelli mossi sulla fronte. Somigliava incredibilmente a Niccolò.
Pietro."

E' il primo momento in cui Paolo si rende conto che c'è molto di più di semplici coincidenze a collegare la sua vita con quanto avvenuto nella villa molti anni prima. Comincia così il suo lungo ondeggiare tra paura e morbosa attrazione, tra razionalità e istinto. A cosa è giusto dare ascolto? Esiste una regola? Cosa è vero e cosa no? Quando fronteggiamo dei dilemmi succede di ritrovarsi su un pendolo che oscilla e porta vicino ad un lato tanto da far credere che sia quello giusto ma poi la forza spinge dalla parte opposta che appare d'un tratto molto più attraente di quanto pensavamo. Oscilliamo da una parte all'altra senza capirci più niente e ci vuole tempo a volte per capire che la cosa giusta da fare è scendere dal pendolo e fare silenzio dentro di sé.
16 luglio 2019

Aggiornamento

Quattro anni fa mi capitò di andare a far visita a degli amici in una casa in campagna nei pressi di Firenze. Una bella villa di inizio Novecento, rimodernata. Ricordo che la sensazione immediata che ebbi fu che quelle mura mi facessero l’occhiolino e che volessero sussurrarmi che di storie da raccontare ne avevano tante. Fu così che decisi di scrivere una storia ambientata in una casa come quella. Ma l’idea iniziale era completamente diversa dal romanzo che ne è scaturito poi.
Ecco, questa è la magia della scrittura. Quando trova un qualsiasi pretesto per salpare, Lei parte. E la rotta che percorrerà non mi è chiara, a volte anche fino a dopo aver scritto l’ultima parola. Spesso mi ostino a cercare approdi che non fanno parte del viaggio. Remo con foga contro la corrente ma la fatica non mi lascia nessuna soddisfazione e allora capisco che non è quella la direzione.
Nel mio rapporto con la scrittura sento che è vera una frase che un amico mi ha detto: “fidati dell’emergere”. Fidati del fluire, aggiungo io. Allora nascerà davvero una storia impastata di quello che sono, che avrà da dire qualcosa, forse non a tutti ma sicuramente a me stesso.
Fidati dell’emergere. Fidati del fluire. Credo che questa sia la vita. E la scrittura è vita.
18 giugno 2019

Aggiornamento

"...C'era odore di funghi secchi. Era molto penetrante se si girava dalla parte destra, mentre da sinistra arrivava un denso profumo di limoni. Niccolò prese a girare la testa ora a destra ora a sinistra, sempre più velocemente. Che cosa avrebbe resistito più a lungo nelle sue narici? I funghi o i limoni? Si sorprese a ridere come uno scemo per quel gioco. Alla fine sentì il corpo tentennare da una parte, come se il muro fosse diventato scivoloso. Interruppe il gioco ma la testa continuò a girare da sola. Per rimanere in piedi si aggrappò al pilastro dello scaffale. Ci fu un tremolio rumoroso, come un gruppo di bambini che batte i piedi in contemporanea. Barattoli, scatole, pacchi avevano ballato sui ripiani per una frazione di secondo. Ma non c'era stato nessun tonfo. Nessun barattolo disintegrato a terra. La mamma lo avrebbe mangiato vivo.
Niccolò si rimise con le spalle al muro. Gli sembrò di udire un cigolio. Forse era lo scaffale su cui era franato pochi istanti prima. Si era riassestato dopo la botta. Gli era parso che fosse più tenue, un rumore più distante. Poteva essere la porta di casa! Ester aveva fatto molto più veloce di quanto pensasse. Si acquattò. Tese l'orecchio e per ridurre al minimo i rumori di disturbo cominciò a trarre respiri più lenti e gonfi. Non sentiva niente ma era normale perché Ester era piccola e i suoi piedi si muovevano leggeri. Passarono altri secondi e niente. Poi gli s’insinuò un dubbio: e se fosse stata sua madre che era tornata a chiudere l'appartamento a chiave? Fu sul punto di schizzare fuori dal nascondiglio e correre alla porta, ma poi rifletté che c'era Ester che lo stava cercando e che la mamma le avrebbe chiesto dove si era ficcato. Prima di chiudere a chiave avrebbe perlomeno perlustrato la casa. Immerso in quel buio, s’immaginò di essere Frodo, nascosto nel tentativo di sfuggire ai terribili Nazgul.
Infilò due dita nelle tasche. Toccò il portachiavi. Il cerchietto di ferro era identico all'anello di Frodo. Allungò un dito e lo fece passare attraverso. Doveva resistere, altrimenti l'Occhio lo avrebbe localizzato e i Nazgul sarebbero piombati su di lui. Un brivido avventuroso gli tagliò la schiena da sinistra verso destra. Rimase immobile. I battiti del cuore accelerarono. E anche i respiri. Gli rintronavano nelle orecchie. Si sforzò di rallentarli. Il cuore proseguiva nella sua galoppata e anche i respiri erano diventati dei soffi potenti, anzi gli sembravano spessi, come se ai suoi si fossero sovrapposti quelli di qualcun altro. Si concentrò quel poco che la fifa gli consentì. All'inizio continuò ad avvertire il volume pieno del susseguirsi dell'inspirazione e dell'espirazione, poi all'improvviso la colse. Si trattava di un'impercettibile disarmonia del respiro, quando l'aria era quasi tutta uscita, era come se si separasse in due suoni diversi. I suoni di respiri diversi. La sentì ancora e la risentì. Tre, quattro, cinque volte. Non aveva il coraggio di muovere una mano, né un piede. Il sudore, che gli bagnava schiena e faccia, gli si stava ghiacciando addosso. Pregò che arrivassero rumori da fuori, che la porta si spalancasse ed entrasse la mamma. Solo silenzio invece e quel respiro che si era fatto più affannato. Cominciò a tremare. Braccia e gambe furono trafitte da mille punture di aghi. La mandibola prese a muoversi senza controllo, facendo sbattere i denti in modo inconsulto.
Forse era il respiro del freddo. Stava sentendo il respiro del freddo. Se ci fosse stata la luce avrebbe visto anche il fumo, come succede d'inverno. Avvertì un senso di stordimento improvviso. Una sensazione quasi piacevole che lo stava distaccando dalla realtà, come quando si percepisce per una frazione di secondo che ci si sta per addormentare. O erano i Nazgul che lo avevano trovato. «Respira» si ripeté.
Il respiro, l'altro respiro, cambiò tono. Divenne un sibilo, un leggero fischio che arrivava sottotraccia. A prestare attenzione non era solo un sibilo. Quel respiro sembrava parlare. QUI. Era sospeso in uno stato d’incoscienza sonnolenta. Il sibilo tornò ed era sempre più simile a una voce camuffata dietro ad uno sbuffo. D'un tratto le spalle e la schiena scivolarono lungo il muro facendolo sbattere sullo scaffale di destra. Sgranò gli occhi nel buio. Ansimò, gli venne da piangere, strinse le braccia attorno alle gambe e sentì il portachiavi che premeva sulle cosce. Gli venne in mente che il portachiavi era una piccola torcia. Infilò due dita nella fessura stretta della tasca. Lo arpionò e lo tirò fuori. Accese il lumicino, così flebile che non riusciva a vedersi nemmeno i piedi. Lo girò a destra e a sinistra, sperduto. Proiettava un cerchio minuscolo che formava un alone sulle cose che illuminava. Non c'era niente, non vedeva niente se non barattoli, pacchi e provviste. Il sibilo era scomparso"
Niccolò sta giocando a nascondino con sua sorella. Un gioco ormai superato per la sua età se non fosse per la magica, misteriosa attrazione che la villa esercita su di lui. Spazi enormi, deserti e bui che fanno nascere paure affascinanti.
Ho pescato nei miei ricordi di bambino e sono affiorate subito le sensazioni di quando giocavo in campagna e c'era da nascondersi o entrare in qualche villa abbandonata. Adrenalina che ti spinge ad andare avanti quando la testa ti strattona la maglietta per portarti indietro. In fondo non smettiamo mai di vivere questi conflitti, nemmeno da grandi. Siamo emozione e ragione, c'è poco da fare.
06 giugno 2019

Aggiornamento

«Sono certo che mi giudicherai un vecchio malinconico e borbottone. Forse col passare degli anni anche tu sperimenterai quanto è duro avere a che fare col tempo che non c'è più. È come avere avuto in mano una pietra bellissima, la più bella che hai mai visto e un giorno scoprire che qualcuno te l'ha fatta ingoiare. È lì che ti gira nella pancia, la senti, è con te, ma non potrai più vederla».
È Giorgio a parlare così. In una delle prime occasioni in cui è insieme con Paolo.
Credo che Giorgio rappresenti la mia parte ombrosa, quella che osserva la vita con una patina di disillusione sugli occhi.
Giorgio è un personaggio che non si è mai allontanato dalla sua casa colonica. Ma non è un pavido, tutt'altro. È determinato e sa il fatto suo, ma paradossalmente è più fragile degli altri. È come se non avesse mai voluto abbandonare il contatto col dolore del suo vissuto pensando di sanare così le sue ferite, senza accorgersi invece di perpetuarle.
Quanto siamo bravi noi, uomini e donne, a non darci il permesso di curare sul serio le nostre ferite preferendo invece infilarci il coltello perché non smettano di sanguinare.
È liberatorio scrivere di un personaggio che incarna un pezzo della tua parte più oscura. Ti consente di vederlo dall'esterno e di riconoscere che ha bisogno di essere amato e non è così pericoloso come sembra da dentro.
29 maggio 2019

Aggiornamento

Every new beginning comes from some other beginning’s end.
Ogni nuovo inizia comincia dalla fine di un altro inizio.
E’ l’incipit del libro. E’ una frase di una canzone dei Green Day.
Le loro canzoni sono la colonna sonora della storia. Un filo teso musicale, un sottofondo che ci accompagna dall’inizio alla fine.
Paolo, il protagonista, è un loro fan. Li ascolta con l’assiduità di chi ha scoperto qualcosa di più di una musica carina. Sono compagni fidati e Paolo vi si affida tanto da affermare ad un certo punto che Billie Joe, il leader del gruppo, ha sempre parole adatte per lui.
Avete mai ascoltato la musica dei Green Day? Energia, follia, rabbia, sincerità, amore. Tutti ingredienti che troverete nel libro.
Una canzone per ogni capitolo, un legame tra musica e storia che s’intensifica col passare delle pagine fino all’epilogo. Sarebbe bello poter ascoltare le canzoni direttamente dal libro, come se la storia prendesse la forma di un film.
Perché anche le canzoni sono racconti.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Romanzo giallo avvincente e ricco di colpi di scena, personaggi e intreccio perfetti. Da leggere assolutamente.

  2. Cattura fin dalla prima pagina e si legge tutto d’un fiato. Imperdibile, assolutamente geniale

  3. (proprietario verificato)

    Scorrevole e avvincente, ti tiene incollato alle pagine.

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Cosimo Mazzini
è nato a Firenze nel 1975. Il suo primo approccio con la scrittura avviene in adolescenza, con un racconto giallo che rimane nel cassetto. Nel 2015 pubblica il suo primo romanzo: Il diario delle opere buone, edito da Edizioni Creativa, che conquista una menzione speciale della giuria alla terza edizione del concorso “Premio Nazionale Letteratura Italiana” indetto da Laura Capone Editore.
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