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Il filo teso

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Consegna prevista Febbraio 2020

Setriano è un paese microscopico rispetto alla città. Quando Paolo, Sara e i loro due figli, Niccolò ed Ester, vi si trasferiscono, non ci sono altre occupazioni che conoscere gli unici vicini di casa, Giorgio e Caterina, gli anziani abitanti della colonica confinante, o curiosare nella vecchia rimessa.
Il loro appartamento sorge all’interno di un’antica villa il cui passato riemerge lentamente dalle foto e dai disegni che Paolo trova all’interno di una cassapanca tarlata. Per quanto Giorgio gli suggerisca in modo deciso di lasciar perdere, Paolo ne è sempre più affascinato.
Nell’immaginazione di Paolo prendono forma i vecchi tenutari della villa e il loro figlio Pietro che Giorgio incautamente afferma che somigliasse moltissimo a Niccolò. Rapidamente Paolo comprende che sessant’anni prima si è consumata una tragedia in quella villa. Una tragedia che ha delle similitudini sconvolgenti con ciò che è accaduto nel passato di Paolo. Un unico filo teso che unisce destini antichi e nuovi.

Perché ho scritto questo libro?

A novembre, nella mia città corrono la maratona. Qualche giorno prima viene tracciata sull’asfalto una linea verde che indica il percorso ai corridori. Un giorno la osservai con attenzione e mi venne in mente il filo teso degli equilibristi.
Tutti noi camminiamo la nostra vita sopra un filo che a volte qualcun altro ha teso al posto nostro. Questo libro racconta che è sempre possibile scegliere su quale filo vogliamo camminare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Cominciarono l’ascesa. Era sempre Giorgio a fare l’andatura che inevitabilmente rallentò. Il sentiero era come un taglio di bisturi in mezzo al bosco. Giorgio prese a salire a zigzag per diminuire lo sforzo. A volte doveva aggrapparsi a qualche ramo un po’ più robusto per aiutarsi a salire.

«Non mettere i piedi dove ci sono le foglie. Se scivoli qua rischi di farti male».

Paolo seguì il consiglio di Giorgio.

Sceglieva le pietre che gli parevano più stabili e spostava i piedi a destra e a sinistra. I suoi passi erano più lunghi di quelli di Giorgio, così, in breve lo affiancò. Il suo volto era quasi trasfigurato dalla fatica. Nonostante ciò, proseguiva a testa bassa, senza un lamento.

L’odore umido del sottobosco divenne sempre più forte. Era un aroma a volte piacevole a volte nauseante, come se la terra in alcuni punti fosse stata pura e in altri marcia.

La pendenza del sentiero non faceva intravedere radure o casolari. Paolo non riusciva a immaginare quale fosse la meta e meno che mai che legame avesse con la storia che Giorgio aveva promesso di raccontargli. Era certo che il vecchio non gli avrebbe anticipato niente.

Giorgio si muoveva lentamente ma con passo esperto. Paolo si stupì di come i suoi piedi non sdrucciolassero mai.

Il sudore cominciò a scaldargli la pelle. Stavano camminando da più di mezz’ora. Giorgio si era tolto il giubbotto.

Poi il bosco finì, quasi all’improvviso e il sentiero si appiattì in due binari cavalcati da una striscia d’erba. Il pendio si addolcì tutto d’un colpo.

Stavano costeggiando la parte terminale della sommità di una collina, un gigantesco dosso di un verde intenso. Poco più avanti Paolo intravide una casa e poco discosto dalla casa una catapecchia affondata nella terra.

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Giorgio si fermò solo quando furono in cima.

Era un anfiteatro naturale. Oltre la collina, più in alto, si ergevano alture dolci e ondulate che facevano da cornice. Il bosco impediva di vedere la vallata e Paolo ebbe la sensazione di essere sospeso tra cielo e terra.

Giorgio respirò affannosamente per un minuto abbondante.

Non cercò un posto dove sedersi. Rimase in piedi e Paolo accanto a lui.

Lentamente il petto smise di muoversi in modo sincopato. Allora cominciò a parlare.

«Questo era il mio rifugio quando ero bambino. E non ha mai cessato di esserlo, nemmeno adesso che la morte mi guarda più da vicino».

Giorgio mosse qualche passo in direzione della catapecchia. Era un ammasso di pietre sconnesse appoggiate sulla terra scoscesa della collina. Un’asse di legno scortecciato faceva da tetto. Erba e piante avevano trovato lo spazio di crescere ovunque facendolo sembrare un troll color muschio, sdraiato a terra. L’ingresso era una stretta fessura buia.

«La vecchia burraia» disse Giorgio. «Adesso ci stanno solo ragni e chissà cos’altro, ma un tempo era il posto ideale per stare un po’ da soli. Nessuno veniva quassù a scocciare».

«E quella casa?». Paolo indicò la costruzione posta più in alto di qualche decina di metri. Aveva tutta l’aria di essere abitata.

«Ci ha vissuto per decenni una famiglia di contadini. Avevano le mucche e vendevano burro e latte ai paesi della zona».

Giorgio si sedette su una delle pietre esterne. Invitò Paolo accanto a se. Pose entrambe le mani sulle ginocchia e tese le braccia. Fissò lo sguardo in un punto indefinito, verso il bosco.

«Ti racconterò quello che accadde sessant’anni fa. Ma ricordati che me lo hai chiesto tu. Certe storie vanno dimenticate. Per questo ti ho detto di prendere quei disegni e farne coriandoli. In tutta sincerità spero proprio che tu lo faccia». Infilò una mano nella tasca del giubbotto adagiato sulle gambe. Tirò fuori un pacchetto di sigarette e ne accese una.

Dopo il primo tiro Giorgio strinse le labbra, chinò il capo e tossì.

«Quando il De Angelis arrivò a Setriano, Pietro corse subito a dirmelo» cominciò.

«Era una montagna. Ai miei occhi di bambino era così. Si chiamava Alvise. Veniva dall’Umbria. I genitori di Pietro all’epoca possedevano molta terra oltre alla villa e avevano bisogno di braccia per lavorarla. Se poi erano anche robuste come quelle di Alvise, tanto meglio.

Si presentò alla villa una mattina, sporco e senza nemmeno un fagotto al seguito. Chiese disperatamente di essere preso come bracciante. Gli bastava avere un tetto sotto cui ripararsi e un pasto al giorno. Fu accontentato».

Un leggero prurito partì dalle spalle di Paolo. Discese leggero, come una carezza, fino ai polsi. Le foto che aveva trovato nella rimessa cominciarono a ripresentarsi nella sua testa.

«I genitori di Pietro non fecero troppe domande. Non importava quale fosse stata la sua vita precedente. Contava solo la forza inesauribile di quell’uomo, la sua dedizione al lavoro e il fatto che riuscisse a sbrigarne per due. Passò un mese e decisero di dargli una paga oltre all’alloggio e al vitto.

Alvise era un uomo gentile. Aveva un sorriso ampio e due occhi neri che ti fissavano con curiosità. Nella pausa per il pranzo, d’estate, i braccianti si sdraiavano nel cortile all’ombra di qualche pianta. Lui mangiava rapidamente e poi si metteva a giocare con noi bambini. Lo apprezzavano tutti. Entrò presto in confidenza con Clarissa e Angelo, i genitori di Pietro. Dopo un po’ Clarissa suggerì al marito che quell’uomo meritava più di un letto di paglia nella stalla. Così Angelo sistemò una piccola stanza all’interno della villa e ne ricavò una camera per Alvise.

Lui si mostrò subito riconoscente. Lavorava più degli altri durante la settimana e la domenica raramente riposava. Aiutava Clarissa in faccende domestiche, giocava con Pietro. Era un membro aggiunto della famiglia.

Era stato una mano di Dio dal cielo, sentii dire a Clarissa una volta. Sembrava impossibile ma si era sbagliata di grosso».

Giorgio curvò lo sguardo verso Paolo. I suoi occhi erano come bracieri.

Il prurito si trasformò in una lingua di calore che si diffuse al petto.

«Passarono diverse settimane, probabilmente mesi. Il tempo per noi bambini era come un grande trogolo per i maiali. Ci sguazzavamo dentro divertendoci come pazzi. E non serviva altro. Ricordo ancora che quel giorno stavamo giocando a saltapietra. Pietro aveva una faccia cupa che non gli avevo visto nemmeno quando Brodo il suo gatto preferito era stato schiacciato da un trattore. Mi disse che aveva visto Alvise e suo padre discutere. Era la prima volta che succedeva e Alvise gli era parso diverso. Col passare del tempo gli screzi aumentarono e anche le discussioni. Pietro mi diceva che non si rideva più in casa sua. Clarissa venne sempre più raramente a fare visita a mia madre. Angelo urlava con tutti. Trattava Alvise come tutti gli altri lavoratori e spesso gli parlava solo alla presenza di altri braccianti, come se lo temesse. Io ero un bambino, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Mi accorgevo solo che Pietro era sempre più triste. Poi arrivò quel giorno».

Giorgio s’interruppe. Tossì. E come se quel colpo di tosse avesse tolto l’ultima resistenza a raccontare, proseguì.

«Era inverno. C’era la neve. Era già la seconda volta che tornava nel giro di pochi giorni. Angelo era rimasto bloccato a valle. Non si poteva salire in quelle condizioni. Gli spalaneve non si sarebbero mossi prima dell’alba del giorno dopo. Era sera. Ricordo mio padre che fumava un sigaro vicino alla porta e mia madre davanti al camino che faceva la calza. Io non riuscivo a essere contento di quella neve. Due giorni prima avevamo ritrovato Salasso morto. Quel cane mi faceva paura, ma in un certo modo gli ero affezionato. Ricordo che mio padre andò a mettersi gli scarponi da lavoro e uscì. Come se Salasso fosse stato ancora vivo. Come se dovesse scioglierlo prima di andare a dormire. Ricordo che andai verso la porta ma mia madre mi richiamò indietro. Non era il caso di uscire con quel freddo e quella neve, mi disse, ma i suoi occhi mi fecero capire che mio padre non si era ancora rassegnato alla morte di Salasso e che bisognava essere pazienti con lui. Mi avvicinai alla finestra e guardai fuori. Mia madre si sistemò alle mie spalle. Vidi che le luci della villa erano accese. Quasi tutte. Ed era strano a quell’ora. Mio padre rientrò dopo pochi minuti, con la testa imbiancata e le mani blu per il freddo. Era pensieroso». Giorgio fece una pausa.

«Mia madre gli chiese se sapeva se c’era qualche ospite su alla villa. C’erano tutte le luci accese come se ci fosse una festa. Mio padre tagliò corto dicendo che con quella neve non avrebbero potuto avere come ospiti altro che lupi. E che anzi non gli era sembrato di aver visto Angelo tornare. Mia madre mi spedì a letto. Ricordo che mi sistemai sotto le coperte ma rimasi con l’orecchio teso. A un certo punto sentii trambusto nell’altra stanza e poi anche fuori. Andai sul limitare della porta di camera mia per origliare. Mio padre e mia madre stavano parlando in modo concitato. C’era qualcosa che li agitava ma nemmeno loro si erano resi conto di cosa stesse succedendo. Finchè non arrivarono da fuori delle grida e sentii i piedi di mio padre correre veloci verso la porta. Allora tornai nella stanza dove era rimasta mia madre. Lei non mi vide. Aveva la faccia appiccicata alla finestra e sembrava volesse sfondare il vetro col naso. Rimasi in silenzio, in piedi. Vidi mia madre portarsi la mano alla bocca e schizzare verso la porta. Ebbi paura e mi nascosi sotto il tavolo. Dopo un po’ arrivò mio padre, di corsa. Era senza fiato e aveva gli occhi fuori dalle orbite. Ansimava e piangeva. Oltrepassò la porta e si buttò in ginocchio. Mia madre lo prese per le spalle e lo scosse più volte per farlo riavere. Intanto gli urlava di parlare, di dirle cosa stava succedendo. Non si erano accorti che ero lì, credo perchè l’accaduto era talmente orribile da avere il sopravvento su tutto. Ci vollero minuti interi a mio padre prima che riuscisse a dire che Alvise aveva ucciso Clarissa e Pietro. Mia madre si mise a piangere con lui. E anch’io feci lo stesso. Sforzandomi di non fare rumore, rannicchiato sotto il tavolo. Mia madre fu la prima a riprendere un po’ di lucidità. Ricordo che corse alla porta, la sprangò, gridò il mio nome, terrorizzata. Temeva che fossi fuori, che Alvise potesse prendere anche me. Quando mi vide, sotto il tavolo, mi corse incontro e mi avvinghiò con un abbraccio che sento ancora addosso. Disse a mio padre di chiudere tutte le finestre per impedire che Alvise potesse entrare. Lui era seduto per terra. Aveva gli occhi spenti che non guardavano da nessuna parte. A fatica riuscì a dire che Alvise era scappato.

Rimanemmo tutta la notte in allerta, ma non facemmo altro che vegliare a distanza i cadaveri di Pietro e Clarissa. La mattina successiva Angelo tornò e… ». Giorgio tirò un profondo sospiro.

«Alvise era fuggito. Sparito nel nulla da dove era venuto».

Paolo sentì un macigno formarsi dentro lo stomaco e allargarsi fino a incagliargli il respiro.

«Per anni non parlai di questo fatto con nessuno. Volevo dimenticare tutto e in fretta. Mi dicevano, vedrai che il tempo ti aiuterà a dimenticare. Cazzate! Chi afferma che il tempo guarisce tutto è un ciarlatano. Insegna a considerare ciò che capita come se fosse inevitabile e non rimane altro da fare che passare un dito sulle cicatrici che hai addosso. Ma il dolore non sparisce».

Giorgio si voltò. Aveva gli occhi febbricitanti. Strappò un ciuffetto d’erba che sventolava allegramente ai suoi piedi. Allineò i singoli fili e cominciò a rigirarseli tra le mani.

«Pietro e Clarissa ebbero la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Se metti un cane magro e affamato dentro un recinto pieno di ossi succulenti, quanto tempo pensi che possa aspettare prima di addentarne uno? Angelo aveva lasciato entrare Alvise in casa. Gli aveva dato una stanza e la possibilità di muoversi nella villa come e quando voleva. Dormiva al caldo, aveva cibo in abbondanza e una paga. Tutto questo era diventato poco, col passare del tempo. La villa conteneva altre ricchezze: quadri, mobili e Clarissa».

Giorgio aspirò l’ultimo tiro della sigaretta e spense il mozzicone sulla pietra su cui era seduto.

«Non ho mai saputo di preciso come siano andati i fatti. Non l’ho mai voluto sapere. Clarissa era una donna forte e coraggiosa, ma Alvise era un colosso. Tentò di nascondersi con Pietro ma fecero la fine dei topi in gabbia».

Paolo era tramortito. Aveva ascoltato il racconto senza sbattere le palpebre e mentre Giorgio parlava aveva come rivisto tutto quanto attraverso le foto che gli vorticavano in testa.

«Solo Salasso avrebbe potuto salvarli. E lo avrebbe fatto, ne sono certo. Perchè i cani agiscono d’istinto e l’istinto è un compagno stretto dei sentimenti» aggiunse Giorgio mentre Paolo sentiva le cosce tremare sugli spigoli rocciosi della pietra su cui era seduto.

Un refolo di vento agitò i capelli di Paolo e poi uno più forte costrinse Giorgio a stringere gli occhi che fissavano immobili il cielo.

Giorgio ruotò la testa verso Paolo. Il volto si era fatto diafano e gli occhi si erano asciugati.

«Ho mantenuto la mia promessa. Adesso conosci tutta quanta la storia».

Si guardarono intensamente per qualche secondo.

«Liberati di quei disegni e di quelle foto». La voce di Giorgio tremò.

Giorgio osservò il cielo. La brezza si era trasformata in vento impetuoso e si stavano addensando molte nuvole.

«Andiamo. Tra poco potrebbe piovere. E’ meglio attraversare il bosco con un po’ di luce e da asciutti» affermò.

Giorgio si avviò verso l’imbocco del sentiero.

Paolo si accodò, a testa bassa.

Giorgio scese per il sentiero con sorprendente agilità.

Non disse più niente e non si voltò mai indietro.

Paolo rimuginò il racconto di Giorgio e come in una danza si alternarono nella sua mente le parole, le foto, i disegni, la cassapanca e la rimessa, il volto pallido e severo di Angelo che nel sogno lo trascinava con sé fino alla terrazza.

A metà tragitto, nella mente di Paolo fece capolino la filastrocca che gli cantava sua madre. Pim pam, le scarpe pim pam, di notte van sul sentiero di pietre rosse, pim pam….Le suole battevano sulle pietre del sentiero e la filastrocca gli rimbalzava in testa al ritmo dei suoi talloni.

Comparve il volto di sua madre, enigmatico, poi quello di suo padre, logorato. I volti si distanziarono in uno spazio aperto, un prato e in fondo al prato c’era un muro.

Il pendio si fece più ripido e Paolo ebbe la sensazione di prendere velocità e non riuscire a fermare i piedi che scendevano rapidi in mezzo ai sassi. Veloce, sempre più veloce e in fondo c’è il muro, ma non è più in fondo, è vicino e ci sta andando contro…

Un clacson suonò prepotente.

Paolo si fermò.

Il sentiero era terminato.

08 agosto 2019

Aggiornamento

Serata di lancio del libro. Bella atmosfera, pubblico interessato e partecipe. Superbe letture interpretate da Simona e Massimo.
02 agosto 2019

Aggiornamento

"Paolo scese nella rimessa.
Si fermò due passi oltre la porta. C'era un'umidità penetrante e la luce gialla e corposa della lampadina appesa al soffitto, faceva sembrare la stanza la stiva di una nave.
Sara era un fascio di nervi e se Paolo fosse rimasto in salotto, lo avrebbe assalito accusandolo di essere la solita silenziosa e impenetrabile mummia. La faceva impazzire l'idea che in quei momenti nulla sembrasse scalfirlo. La collera saliva e spesso gli diceva cose di cui poi si pentiva.
Quella sera prometteva di essere uno di quei momenti.
Paolo era stanco e non aveva voglia di mettersi a lavorare. La prima cosa verso cui rivolse lo sguardo fu la cassapanca.
Nel punto dove si era seduto la prima volta, si era creata una breccia. I due lembi del legno spaccato sembravano due frecce rivolte verso l'interno. Un invito.
Un secondo più tardi vi era inginocchiato davanti.
Prese la scatola più in alto e la poggiò da un lato. Ne aveva già esaminato il contenuto la volta precedente. Sollevò la seconda e la tirò fuori. Si mise a sedere per terra appoggiando la schiena alla cassapanca.
Aprì il coperchio e uno sbuffo di polvere gli pizzicò il naso tanto da farlo starnutire. Con la mano ripulì la superficie dell'album. Era di pelle, ormai avvizzita, e con una linea do-rata che la incorniciava. Paolo l'aprì.
Già dalla prima pagina Paolo comprese che quelle foto ave-vano un valore affettivo maggiore per chi le aveva raccolte. La disposizione delle foto era stata curata attentamente. Non ce n'erano più di tre per pagina e non c'era traccia di piccoli fotogrammi sbiaditi, come nell'altro album.
Anche i soggetti erano diversi.
Persone.
Nelle prime pagine erano singoli ritratti fotografici.
Una donna e un bambino, immortalati in pose molto simili, di tre quarti e lo sguardo diretto lontano dall'obiettivo.
Avevano un'espressione del volto molto seria.
Paolo sostò solo qualche secondo a osservarne uno in parti-colare. Il volto della donna era di una bellezza difficile da definire. Perché non era perfettamente disegnato in linea-menti morbidi e armoniosi. Le labbra erano fini, il naso leg-germente arcuato, la fronte spaziosa, eppure Paolo non poteva staccare gli occhi. Lo sguardo della donna era magnetico e fascinoso. Comunicava sicurezza e mistero. Paolo ne fu rapito. Si perse a esaminare i dettagli di quel volto.
Solo dopo diversi minuti voltò la pagina e quello che vide gli procurò un lungo brivido.
Insieme alla donna e al bambino c'era un uomo. Paolo era si-curo di conoscerlo.
Aveva uno sguardo marziale accentuato da lineamenti aguzzi. Impettito nel suo vestito migliore, con due baffetti accennati e i capelli impomatati pettinati all'indietro di cui si vede-vano le punte affacciarsi all'altezza del collo.
Era l’uomo del sogno.
Paolo sfogliò freneticamente le altre pagine.
C'erano altre foto della coppia, da soli o insieme con un bambino piccolo. Poi, nelle pagine seguenti, altre foto, sta-volta scattate in momenti di vita quotidiana.
Gli sguardi non erano mai banali. I volti erano sempre tesi e irrigiditi. Incutevano rispetto.
Paolo guardò le foto con un'ansia crescente e nello stesso tempo un'urgenza da soddisfare. Fu risucchiato dentro quelle immagini bicromatiche. Stanze di un'altra epoca facevano da sfondo ai volti dell'uomo e della donna.
La famiglia che aveva abitato quella casa. I ricchi possidenti che avevano dominato su quelle terre.
Paolo sfogliò un'altra pagina e la mano si paralizzò a metà.
C'era un'unica foto, posta al centro.
L'uomo, la donna e un bambino, dalla faccia appuntita, gli occhi vispi e i capelli mossi sulla fronte. Somigliava incredibilmente a Niccolò.
Pietro."

E' il primo momento in cui Paolo si rende conto che c'è molto di più di semplici coincidenze a collegare la sua vita con quanto avvenuto nella villa molti anni prima. Comincia così il suo lungo ondeggiare tra paura e morbosa attrazione, tra razionalità e istinto. A cosa è giusto dare ascolto? Esiste una regola? Cosa è vero e cosa no? Quando fronteggiamo dei dilemmi succede di ritrovarsi su un pendolo che oscilla e porta vicino ad un lato tanto da far credere che sia quello giusto ma poi la forza spinge dalla parte opposta che appare d'un tratto molto più attraente di quanto pensavamo. Oscilliamo da una parte all'altra senza capirci più niente e ci vuole tempo a volte per capire che la cosa giusta da fare è scendere dal pendolo e fare silenzio dentro di sé.
16 luglio 2019

Aggiornamento

Quattro anni fa mi capitò di andare a far visita a degli amici in una casa in campagna nei pressi di Firenze. Una bella villa di inizio Novecento, rimodernata. Ricordo che la sensazione immediata che ebbi fu che quelle mura mi facessero l’occhiolino e che volessero sussurrarmi che di storie da raccontare ne avevano tante. Fu così che decisi di scrivere una storia ambientata in una casa come quella. Ma l’idea iniziale era completamente diversa dal romanzo che ne è scaturito poi.
Ecco, questa è la magia della scrittura. Quando trova un qualsiasi pretesto per salpare, Lei parte. E la rotta che percorrerà non mi è chiara, a volte anche fino a dopo aver scritto l’ultima parola. Spesso mi ostino a cercare approdi che non fanno parte del viaggio. Remo con foga contro la corrente ma la fatica non mi lascia nessuna soddisfazione e allora capisco che non è quella la direzione.
Nel mio rapporto con la scrittura sento che è vera una frase che un amico mi ha detto: “fidati dell’emergere”. Fidati del fluire, aggiungo io. Allora nascerà davvero una storia impastata di quello che sono, che avrà da dire qualcosa, forse non a tutti ma sicuramente a me stesso.
Fidati dell’emergere. Fidati del fluire. Credo che questa sia la vita. E la scrittura è vita.
18 giugno 2019

Aggiornamento

"...C'era odore di funghi secchi. Era molto penetrante se si girava dalla parte destra, mentre da sinistra arrivava un denso profumo di limoni. Niccolò prese a girare la testa ora a destra ora a sinistra, sempre più velocemente. Che cosa avrebbe resistito più a lungo nelle sue narici? I funghi o i limoni? Si sorprese a ridere come uno scemo per quel gioco. Alla fine sentì il corpo tentennare da una parte, come se il muro fosse diventato scivoloso. Interruppe il gioco ma la testa continuò a girare da sola. Per rimanere in piedi si aggrappò al pilastro dello scaffale. Ci fu un tremolio rumoroso, come un gruppo di bambini che batte i piedi in contemporanea. Barattoli, scatole, pacchi avevano ballato sui ripiani per una frazione di secondo. Ma non c'era stato nessun tonfo. Nessun barattolo disintegrato a terra. La mamma lo avrebbe mangiato vivo.
Niccolò si rimise con le spalle al muro. Gli sembrò di udire un cigolio. Forse era lo scaffale su cui era franato pochi istanti prima. Si era riassestato dopo la botta. Gli era parso che fosse più tenue, un rumore più distante. Poteva essere la porta di casa! Ester aveva fatto molto più veloce di quanto pensasse. Si acquattò. Tese l'orecchio e per ridurre al minimo i rumori di disturbo cominciò a trarre respiri più lenti e gonfi. Non sentiva niente ma era normale perché Ester era piccola e i suoi piedi si muovevano leggeri. Passarono altri secondi e niente. Poi gli s’insinuò un dubbio: e se fosse stata sua madre che era tornata a chiudere l'appartamento a chiave? Fu sul punto di schizzare fuori dal nascondiglio e correre alla porta, ma poi rifletté che c'era Ester che lo stava cercando e che la mamma le avrebbe chiesto dove si era ficcato. Prima di chiudere a chiave avrebbe perlomeno perlustrato la casa. Immerso in quel buio, s’immaginò di essere Frodo, nascosto nel tentativo di sfuggire ai terribili Nazgul.
Infilò due dita nelle tasche. Toccò il portachiavi. Il cerchietto di ferro era identico all'anello di Frodo. Allungò un dito e lo fece passare attraverso. Doveva resistere, altrimenti l'Occhio lo avrebbe localizzato e i Nazgul sarebbero piombati su di lui. Un brivido avventuroso gli tagliò la schiena da sinistra verso destra. Rimase immobile. I battiti del cuore accelerarono. E anche i respiri. Gli rintronavano nelle orecchie. Si sforzò di rallentarli. Il cuore proseguiva nella sua galoppata e anche i respiri erano diventati dei soffi potenti, anzi gli sembravano spessi, come se ai suoi si fossero sovrapposti quelli di qualcun altro. Si concentrò quel poco che la fifa gli consentì. All'inizio continuò ad avvertire il volume pieno del susseguirsi dell'inspirazione e dell'espirazione, poi all'improvviso la colse. Si trattava di un'impercettibile disarmonia del respiro, quando l'aria era quasi tutta uscita, era come se si separasse in due suoni diversi. I suoni di respiri diversi. La sentì ancora e la risentì. Tre, quattro, cinque volte. Non aveva il coraggio di muovere una mano, né un piede. Il sudore, che gli bagnava schiena e faccia, gli si stava ghiacciando addosso. Pregò che arrivassero rumori da fuori, che la porta si spalancasse ed entrasse la mamma. Solo silenzio invece e quel respiro che si era fatto più affannato. Cominciò a tremare. Braccia e gambe furono trafitte da mille punture di aghi. La mandibola prese a muoversi senza controllo, facendo sbattere i denti in modo inconsulto.
Forse era il respiro del freddo. Stava sentendo il respiro del freddo. Se ci fosse stata la luce avrebbe visto anche il fumo, come succede d'inverno. Avvertì un senso di stordimento improvviso. Una sensazione quasi piacevole che lo stava distaccando dalla realtà, come quando si percepisce per una frazione di secondo che ci si sta per addormentare. O erano i Nazgul che lo avevano trovato. «Respira» si ripeté.
Il respiro, l'altro respiro, cambiò tono. Divenne un sibilo, un leggero fischio che arrivava sottotraccia. A prestare attenzione non era solo un sibilo. Quel respiro sembrava parlare. QUI. Era sospeso in uno stato d’incoscienza sonnolenta. Il sibilo tornò ed era sempre più simile a una voce camuffata dietro ad uno sbuffo. D'un tratto le spalle e la schiena scivolarono lungo il muro facendolo sbattere sullo scaffale di destra. Sgranò gli occhi nel buio. Ansimò, gli venne da piangere, strinse le braccia attorno alle gambe e sentì il portachiavi che premeva sulle cosce. Gli venne in mente che il portachiavi era una piccola torcia. Infilò due dita nella fessura stretta della tasca. Lo arpionò e lo tirò fuori. Accese il lumicino, così flebile che non riusciva a vedersi nemmeno i piedi. Lo girò a destra e a sinistra, sperduto. Proiettava un cerchio minuscolo che formava un alone sulle cose che illuminava. Non c'era niente, non vedeva niente se non barattoli, pacchi e provviste. Il sibilo era scomparso"
Niccolò sta giocando a nascondino con sua sorella. Un gioco ormai superato per la sua età se non fosse per la magica, misteriosa attrazione che la villa esercita su di lui. Spazi enormi, deserti e bui che fanno nascere paure affascinanti.
Ho pescato nei miei ricordi di bambino e sono affiorate subito le sensazioni di quando giocavo in campagna e c'era da nascondersi o entrare in qualche villa abbandonata. Adrenalina che ti spinge ad andare avanti quando la testa ti strattona la maglietta per portarti indietro. In fondo non smettiamo mai di vivere questi conflitti, nemmeno da grandi. Siamo emozione e ragione, c'è poco da fare.
06 giugno 2019

Aggiornamento

«Sono certo che mi giudicherai un vecchio malinconico e borbottone. Forse col passare degli anni anche tu sperimenterai quanto è duro avere a che fare col tempo che non c'è più. È come avere avuto in mano una pietra bellissima, la più bella che hai mai visto e un giorno scoprire che qualcuno te l'ha fatta ingoiare. È lì che ti gira nella pancia, la senti, è con te, ma non potrai più vederla».
È Giorgio a parlare così. In una delle prime occasioni in cui è insieme con Paolo.
Credo che Giorgio rappresenti la mia parte ombrosa, quella che osserva la vita con una patina di disillusione sugli occhi.
Giorgio è un personaggio che non si è mai allontanato dalla sua casa colonica. Ma non è un pavido, tutt'altro. È determinato e sa il fatto suo, ma paradossalmente è più fragile degli altri. È come se non avesse mai voluto abbandonare il contatto col dolore del suo vissuto pensando di sanare così le sue ferite, senza accorgersi invece di perpetuarle.
Quanto siamo bravi noi, uomini e donne, a non darci il permesso di curare sul serio le nostre ferite preferendo invece infilarci il coltello perché non smettano di sanguinare.
È liberatorio scrivere di un personaggio che incarna un pezzo della tua parte più oscura. Ti consente di vederlo dall'esterno e di riconoscere che ha bisogno di essere amato e non è così pericoloso come sembra da dentro.
29 maggio 2019

Aggiornamento

Every new beginning comes from some other beginning’s end.
Ogni nuovo inizia comincia dalla fine di un altro inizio.
E’ l’incipit del libro. E’ una frase di una canzone dei Green Day.
Le loro canzoni sono la colonna sonora della storia. Un filo teso musicale, un sottofondo che ci accompagna dall’inizio alla fine.
Paolo, il protagonista, è un loro fan. Li ascolta con l’assiduità di chi ha scoperto qualcosa di più di una musica carina. Sono compagni fidati e Paolo vi si affida tanto da affermare ad un certo punto che Billie Joe, il leader del gruppo, ha sempre parole adatte per lui.
Avete mai ascoltato la musica dei Green Day? Energia, follia, rabbia, sincerità, amore. Tutti ingredienti che troverete nel libro.
Una canzone per ogni capitolo, un legame tra musica e storia che s’intensifica col passare delle pagine fino all’epilogo. Sarebbe bello poter ascoltare le canzoni direttamente dal libro, come se la storia prendesse la forma di un film.
Perché anche le canzoni sono racconti.

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Cosimo Mazzini
Ho quarantaquattro anni e la scrittura l'ho sempre avuta dentro. Sottopelle per moltissimi anni. Poi un giorno è spuntata, come un neo che nasce nel petto e non puoi fare a meno di notare. É stata una sfida con me stesso, un divertimento sconfinato, è diventata un canale espressivo di fondamentale importanza. Una sorta di sottomarino che scende nel profondo, raccoglie e riemerge.
Nel 2015 si è concretizzata nella pubblicazione del mio primo romanzo, "Il diario delle opere buone".
Il sottomarino ha continuato a scendere e a risalire in superficie portando con se sempre qualcosa di me da scrivere.
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