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Il tempo è ora campagna
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Consegna prevista Febbraio 2021
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Sono i giorni del rapimento di Aldo Moro. Teresa è una giovane del suo tempo, bella, intelligente, anticonformista, impegnata politicamente. La vita la pone di fronte a una scelta. Può uniformarsi alle regole che animano il gruppo di cui è parte e al ruolo che le è stato assegnato o ascoltare le ragioni del suo pensiero e seguire la sua coscienza.
Teresa decide che il tempo è ora.
Non ha grandi possibilità. Si rivolge, perciò, a chi è parte della sua giovane vita e offre a tanti la sua stessa opportunità. Ognuno si trova di fronte a un bivio e può condividere o meno la scelta di Teresa e le sue compagne.
Inizia così un viaggio negli anni ’70 dagli esiti incerti e imprevedibili in un paese avvolto dalle trame del potere, della politica e dell’ideologia, in cui è fortemente presente un’umanità vogliosa di cambiare in meglio la vita.

Perché ho scritto questo libro?

Perché? Per i soldi senza dubbio! Stefano aveva già scelto, sulle orme del suo Che, un buen retiro sulle coste dell’America latina. Io mi accontentavo di estinguere il mutuo. Poi abbiamo scoperto che il nostro romanzo poteva essere un piccolo contributo a pensare diversamente al passato e a guardare con speranza al futuro. La Storia non fa mai sconti ma le favole sì ed è una bella cosa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

14 aprile 1978

«Cristo, ma è una pazzia!»
Quando – qualche giorno prima – si erano incontrati, Andrea era preparato a tutto. Almeno così pensava.
Ma nell'istante in cui Teresa era giunta alla conclusione dei suoi ragionamenti, Andrea non era riuscito a trattenersi. Era balzato in piedi abbandonando il comodo divano di pelle marrone dove era rimasto inchiodato tutto il tempo.
Nello stesso momento Teresa pensava che aveva fatto bene a chiedere a Margherita di lasciarle il suo appartamento per qualche ora, visto che in un altro posto, come un bar, non sarebbero certo passati inosservati.
Sul volto di Andrea erano dipinti i lineamenti della costernazione e dello stupore assoluti. Ma lei non si era mossa. Teresa era preparata, al contrario di lui.
Ormai aveva riflettuto e studiato il problema: ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni cosa insomma era frutto del suo paziente ed allucinante progettare. Anche con Andrea, soprattutto con lui. Questo non significava fosse tranquilla, men che meno certa del risultato.
Gli sedeva di fronte ed era rimasta nella stessa posizione, facendo uno sforzo incredibile per non stringerlo tra le sue braccia e rassicurarlo. Quando Andrea era finalmente tornato a sedersi, guardandola negli occhi, in preda a una evidente agitazione, Teresa aveva semplicemente sorriso.
Quasi timidamente, comprensiva, complice.
«Ti capisco, ma viste le circostanze vedi altra scelta?» Senza aggiungere altro aveva lasciato che gli occhi parlassero per lei; quegli occhi di un verde intenso che era convinta avessero conquistato da tempo Andrea.
Ora ne aveva la certezza. Non si era sbagliata.

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“Come era bella” pensava Andrea ritornando con la mente a quell'incontro e a quella sensazione che provava ogni qualvolta Teresa era presente.

Here, making each day of the year,
changing my life with a wave of her hand,
nobody can deny that there's something there…

Come faceva a negarlo?
Erano fredde, le sentiva gelide sulla sua pelle, qualcosa di estraneo e innaturale ai polsi.

I want her everywhere,
and if she's beside me
I know I need never care.

Per qualche istante aveva rimosso quel pensiero, come se immaginare di non averle potesse far scomparire le manette e liberarlo. Era un fatto. La sua vita aveva repentinamente cambiato dimensioni, si era improvvisamente ristretta in un angusto spazio. Ma lui lo aveva scelto. “Ti ci devi abituare, almeno per un po', e speriamo che sia veramente così” Così rifletteva Andrea, mentre davanti ai suoi occhi scorreva la vita di tutti i giorni, le vetrine illuminate dei negozi, i marciapiedi affollati dal passeggio centrale.
Quella zona della Città Eterna la frequentava poco, ma gli aveva sempre dato un gran senso di sicurezza, con il suo popolo di impiegati, conduttori dei mezzi pubblici, ferrovieri, operai, commesse, massaie piene di buon senso. Vedeva le ragazze che scherzavano, spensierate ed irrequiete. Ne era certo, con i diari pieni di ritagli su Battisti e Baglioni nella borsa e nella testa.
Si, gli sarebbe piaciuto essere nato e vivere da quelle parti. Una delle poche cose su cui non aveva mai avuto dubbi era che la gente del popolo mette paura solo a chi ha la coscienza sporca. Vivere senza doversi guardare continuamente intorno come faceva da tempo. Senza la paura di sconfinare dove capelli un poco lunghi ed arruffati o una borsa di tela verde non passavano inosservati. Dove incappare in qualcuno intenzionato a dare una lezione a un “rosso”.

«Volante 23 a Centrale – ripeto – Volante 23 a Centrale».
«Volante 23, qui Centrale».
«Centrale, volevamo comunicarvi la nostra posizione».
«Avanti, Volante 23».
«Centrale, siamo sulla Tiburtina a pochi minuti dal carcere. Consegniamo l'arrestato e torniamo in Questura».
«Ricevuto Volante 23 e vedete di fare in fretta. Abbiamo molte richieste di intervento. Qui c'è un grande via vai e, detto tra noi, non si è mai vista tanta confusione».
«Va bene Centrale, torniamo al più presto. Non ci dovrebbero essere problemi».
«Hai fatto una bella stronzata, figliuolo!» disse l'agente rivolgendosi ad Andrea, mentre la radio riprendeva con il suo incessante gracidare indicazioni alle altre volanti della Polizia di Stato.
L'agente l'aveva detto senza voltarsi. Non c'era astio nelle sue parole. Andrea non poté fare altro che scrollare le spalle e fare un sorrisetto ebete.
Certo, non sembrava l'atteggiamento di uno che, poche ore prima, era entrato in una gioielleria e aveva sparato al malcapitato gioielliere. Forse avrebbe dovuto calarsi di più nella parte, tipo “faccia dura” e un bel “fatti i cazzi tuoi” stampato sopra. Ma francamente, giunto quasi al termine della giornata, gli sembrava di aver già fatto abbastanza per la causa.
«Ma ti pare che proprio di questi giorni vai e combini un simile casino?» aveva ripreso il poliziotto a fianco del guidatore, il caposcorta evidentemente. Sembrava avesse intuito la sua alzata di spalle e il suo sorrisetto cretino tanto da considerarlo un atteggiamento che lo autorizzava a proseguire nella disamina della sua situazione.
«Qua è tutto sottosopra che Valle Giulia e l'Autunno Caldo nel '69 uno se li ricorda con nostalgia. Persino il '77 e gli Autonomi…almeno allora sapevi come stavano le cose. Guarda che io non ho i paraocchi, anche se hanno cercato di metterceli. Avresti dovuto leggere e sentire le porcherie che ci hanno rifilato per anni. Altro che 1984 e il Grande Fratello. Ho fatto la mia parte, è vero. Le ho prese e le ho date. Ma anche noi abbiamo un cuore e un cervello».
«Beh…almeno quelli di noi che hanno fondato il sindacato» esclamò, non senza una punta di orgoglio, rivolto ad Andrea e ai suoi colleghi, temendo che lo prendessero per scemo.
Everybody has a hard year,
everybody has a good time,
everybody has a wet dream,
everybody saw the sunshine…
oh yeah…oh yeah…oh yeah…

Erano tempi strani, difficili, confusi. Qualcosa gli diceva o, perlomeno, gli sembrava di intuire che era veramente solo l'inizio, l'avvio di un lungo e travagliato parto.
“Chissà fra dieci anni come apparirà questo nostro pianeta” si chiedeva Andrea. L'unica vera certezza restavano i Big Four di Liverpool: lo riconosceva, non era molto per navigare in queste acque agitate, ma era pur sempre qualcosa.
Ripensava al riferimento al nascente sindacato fatto dal suo piccolo e personale Caronte in divisa. Gli sovvenne come aveva commentato in un articolo, ai tempi del liceo, la poesia di Pasolini: comunque i poliziotti hanno scelto di stare dalla parte dei più forti.
Pier Paolo, il suo professore di Storia e Filosofia, che aveva letto l'articolo una mattina, gli si era avvicinato abbandonando il banco della prima fila su cui era seduto e la sedia su cui poggiava le scarpe. La sua posizione abituale.
Un professore di quei tempi, un prof in gamba Pier Paolo. La barba lunga di due giorni e la sigaretta perennemente accesa fra le labbra.
Aveva preso Andrea in disparte e gli aveva chiesto se era cosciente di quello che stavano passando in quegli anni i poliziotti. Era un argomento tabù, anche per un tipo tranquillo come Andrea. Gli era sempre piaciuto discutere con Pier Paolo ma quella volta nel rispondergli c'era ben poco del suo solito entusiasmo. Andrea era rimasto sulla difensiva, aveva sostenuto che sapeva quello che c'era da sapere, che c'era qualche eccezione che confermava la regola; come il capitano della Celere che era finito sotto processo per le sue denunce sui metodi non convenzionali utilizzati contro le manifestazioni studentesche.
«Credi veramente di sapere come stanno le cose?» disse Pier Paolo, tirando fuori un libro da quella pila, sul ripiano della cattedra, che rinnovava ogni giorno. Il titolo “Dalla parte dei poliziotti” era un po' scandaloso per l'epoca, ma la casa editrice che l'aveva pubblicato aveva in parte rassicurato Andrea.
Nei giorni seguenti l'aveva letto d'un fiato. Doveva ammetterlo, l'aveva affascinato. Ora, ricordava la tela di ragno che avevano costruito decine e decine di poliziotti per alcuni anni. I racconti del contagio sociale che cresceva a poco a poco nelle loro vite. La creatura che prendeva forma nelle loro mani. Mesi e mesi di sforzi nella più completa clandestinità. Vessazioni e minacce di ogni tipo da parte dei superiori. Diffidenze e sordità da parte di sinistra e sindacati, per non parlare del Movimento. Fino a quella riunione in un grande palazzo romano dove fondarono il SIULP, protetti da un efficace quanto discreto servizio d'ordine delle Confederazioni.

“Pure i poliziotti stanno dalla nostra parte”, si ritrovò a dirsi Andrea sorridendo, mentre guardava il mondo intorno a lui. Quel mondo che entrava, prepotente, anche in una volante della Polizia di Stato. Quel mondo sfuggente alle regole che Andrea voleva, fortemente, cambiare. O almeno provare a farlo.
Ripensava, con una profonda angoscia e un senso di rabbia, a quei giorni. Alle vere cause di quello che si stava ora consumando. “D'accordo è una pazzia, ma stiamo facendo la cosa giusta!” Non poteva fare altrimenti, continuava a ripetersi Andrea.
Era tutto un susseguirsi, vorticoso, di pensieri nella sua testa. Ciò nonostante Andrea non interruppe il suo rassegnato silenzio. Alzò, come poco prima, le spalle e si ristampò sul volto il sorrisino ebete lasciando continuare il poliziotto.
Non aveva scelta, doveva continuare a recitare la parte. Quella di un anonimo e sfigato giovane entrato, arma alla mano, in una gioielleria del centro. Abbastanza stupido da sparare e ferire alla coscia il proprietario. Talmente sfigato che una volante passasse proprio in quel momento di fronte al negozio.
Non ci doveva stare altro. Perché un rapinatore ventenne che conosceva “tutta la storia” avrebbe suscitato scalpore. E Andrea di scalpore non aveva minimamente bisogno.

«Ma ora, figliolo, non ci si capisce niente» riprese il poliziotto che pareva avesse gli occhi dietro la testa.
«Da quando lo hanno rapito nessuno ci capisce veramente più niente».
«È vero, comandante, qua è proprio un casino» rilanciò il poliziotto seduto alla destra di Andrea. «Volete saperlo? Secondo me c'è qualcosa che non funziona in questa faccenda. E non parlo tanto di questi terroristi. E' tra di noi che c'è qualcosa che non capisco. Insomma, se volessimo trovarli questi delle BR vi pare che non saremmo capaci di farlo?»
«Ha ragione, capo» si intromise l'autista. «Sappiamo vita, morte e miracoli di questa gente. Quando abbiamo voluto catturare i loro capi ci siamo riusciti senza tanti problemi…».
A quel punto irruppe, bonariamente, il capo-scorta. «E invece ci fanno perdere tempo a controllare mezzo mondo…come se Anna, la tabaccaia sotto casa mia, fosse della Direzione Strategica e nel magazzino in mezzo alle stecche di sigarette nascondesse gli AK-47, i kalashnikov: ci mandano persino ai laghi, correndo dietro alle sedute spiritiche!» Esclamazione accolta da una risata generale.

Andrea si sentiva a disagio, tanto che per nasconderlo aveva cambiato posizione. Stava constatando, non senza sorpresa, di essere finito nel bel mezzo di una riunione, non autorizzata di categoria, nella quale si stava terribilmente sforzando di non intervenire.
Soprattutto dopo che prese la parola il più anziano del gruppo, quello che fino ad allora era rimasto in silenzio. «Hai ragione, Esposito, proprio mentre le cose si stavano chiarendo…e tu, guagliò, vai a tentare una rapina di questi tempi? Secondo me c'è un problema di cultura. Ah, se tu avessi studiato…».
Andrea represse a fatica tutto il proprio orgoglio, lasciando che il consueto luogo comune si consolidasse nella loro testa.
Avrebbe voluto, con forza, rendere noto a tutti loro che stavano portando in galera un diplomato con il massimo dei voti, nonché una promessa della sua facoltà già entrata nel radar di più di un barone universitario.
Invece tacque. In quel momento aveva altro a cui badare. Erano arrivati.
Per la prima volta nella sua vita vedeva aprirsi le porte di un carcere. Si sentiva un novello Steve Mc Queen. Ma non era un film.

28 maggio 2020

Aggiornamento

Angela ci ha scritto...
《Ho finito il libro! Certo una favola per dire ...
il testo è complesso e ricco di risvolti tra lo storico e il fantasioso e ti trasporta in quella atmosfera. I personaggi sono belli e ben delineati che quasi li immagini...e poi quei nomi famosi Curcio ..Gallinari ti sembrano cosi vicini quasi familiari. La cosa che risalta di più per me è l'universo femminile che c'è ed è tanto denso e vivace! Bravi, la trovata della poesia finale e l'immagine del bambino è commovente.》
17 maggio 2020

Aggiornamento

Ricevuto da una lettrice, Arianna, che ringrazio:
"Un libro in cui la donna ha la centralità assoluta, compagna e madre del popolo, la donna che per amore condivide il martirio del figlio senza riserve, senza paure, pienamente, come la Pietà... un libro che coglie l’inesauribile forza della donna pur essendo scritto da un uomo (due, diciamo). I personaggi sono tratteggiati in modo suggestivo, sembra di vederli girare per Roma, ormai si ha l’impressione di conoscerli. È stato reso talmente bene il carattere di verosimiglianza che non si fa fatica a immedesimarsi nella storia. Nonostante i continui spostamenti del punto di vista l’intreccio cattura il lettore in modo incalzante. Lo scioglimento libera dalla suspence accumulata pagina dopo pagina con un’esplosione di emozioni. È un libro che si legge tutto d’un fiato e sulle spine. Salti temporali, di luoghi, di punti di vista, storie parallele come i fili di una tela che va rivelandosi nella sua forma conclusa.
Ammiccamenti del narratore che dialoga implicitamente con il lettore e gli rivela emozioni e pensieri dei personaggi, incoraggiando l’evento della comprensione, guidandolo secondo il filo rosso che lui ha in mente. Espressioni eccezionalmente evocative e tantissimo altro.... che dire? Bellissimo, un libro che vivrà per conto suo nell’interpretazione di ogni lettore. C’è molto Federico in ogni personaggio... anche la più figa, diciamolo, è Arianna: la signora del caffè!"

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Stefano Guiducci e Federico Stolfi
Stefano Guiducci, romano, è scomparso lo scorso anno all'età di 62 anni. Dopo aver terminato gli studi si trasferisce in Emilia Romagna per lavorare nelle Ferrovie dello Stato. Ha sempre coltivato una profonda passione per la scrittura. Ha scritto: "sono divenuto romanziere per caso anzi, precisamente, per merito di un incontro estremamente fortunato".
Federico Stolfi, nato a Roma nel 1961, ha una lunga esperienza nel lavoro di cura in campo sociale, educativo, sanitario. Ha conosciuto Stefano nel dicembre del 2017 e questo gli ha permesso di concludere quanto avevo scritto 20 anni prima a Montevitozzo di Sorano. Giovanissimo ha aderito alla corrente del socialismo rivoluzionario italiano e per 25 anni ne ha condiviso il percorso. Oggi è un OSS dello Spallanzani.
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