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Il tuono e il girasole

Il tuono e il girasole
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Consegna prevista Marzo 2022

2017, Venezia: un uomo e una donna visitano la città. Sono innamorati, ma nascondono un passato traumatico. Anni ’80, luogo indefinito, forse la Liguria. Due vite si toccano e si perdono, ciascuna scossa dalla propria bufera. Lei ha vissuto l’esperienza della malattia e della morte del giovane marito, lui ha perso il padre quando era bambino e, adolescente, si è ammalato di depressione.
Di solito siamo portati a considerare dolore e gioia sentimenti distinti, opposti e distanti. E se invece fossero indissolubilmente legati e figli l’uno dell’altro?
La conoscenza di sé e la felicità possono essere i doni di un dolore passato? Possono esprimersi grazie a quel dolore?

Perché ho scritto questo libro?

Mi è stata raccontata una storia che ho deciso non di trascrivere, ma di “reinventare” innanzitutto per rispetto verso la persona che ha realmente vissuto il dolore di cui il libro tratta e poi perché scrivere significa cercare diversi livelli di realtà, partire e radicarsi altrove. Ho scritto questa storia non perché abbia qualcosa di speciale, ma perché dentro ogni dolore antico c’è una rivelazione, una strada nuova, un fiore, rappresentato dalla metafora del girasole.

ANTEPRIMA NON EDITATA

10 Novembre 1999. Elisa camminava alla luce dei lampioni, la sua figura scura attraversava la piazza. Il teatro, la fontana al centro, la pavimentazione irregolare sembravano non appartenere alla realtà, come in un acquario. La piazza era deserta.

Dopo giorni di dubbi in cui aveva formulato pretesti da accampare, alla fine aveva deciso di presentarsi a quella cena. Ci andava suo malgrado perché aveva altro per la testa, avrebbe preferito non vedere nessuno quella sera. Era mossa da una nuova necessità di agire, una volta per tutte. I portici si allungavano, sentinelle senza sonno, indifferenti al suo passo cadenzato e deciso, e lei procedeva senza guardarsi intorno, pensando a Mirko, al futuro della loro relazione.

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Era una sera d’autunno inoltrato, pioveva, e lei era uscita di casa posando gli occhi sull’ombrello, ma decidendo poi, come in un rito, di lasciarlo lì. Indossava un impermeabile fucsia, lungo, e degli anfibi grigi che le davano un’aria risoluta. Della pioggia, anche avesse iniziato a diluviare, a Elisa non importava.

Fidandosi della propria memoria, svoltò l’angolo, sicura. Vide un taxi fermo davanti al palazzo, fari rotondi accesi e tergicristalli in funzione, e una donna minuta correre su tacchi alti e sottili, audaci, non indicati per una notte di pioggia. La donna montò sul taxi che partì schizzando acqua sul marciapiedi. Elisa sorrise al pensiero che lei gli anfibi li avrebbe indossati anche con quaranta gradi. Poi si fermò, strizzò gli occhi davanti al citofono alla ricerca di un nome, pigiò il pulsante e si accorse che la sua mano era ghiacciata. Presto sarebbe arrivato l’inverno, la sua stagione preferita. L’appartamento dei suoi amici era stato ristrutturato da poco, lo si capiva dal bianco pulito delle pareti, e quando Elisa entrò sentì subito il profumo di mobili nuovi, e, nascosto dal cicaleccio degli invitati, si udiva, fortissimo, il silenzio di cose non ancora dette. Posò impermeabile e zaino sulla piantana appendiabiti e andò nella grande cucina portando con sé il regalo per la bambina. Erano tutti presenti, pronti a festeggiare il compleanno della piccola, ma lei non c’era, era stata portata a casa dei nonni materni. Lo sconcerto fu ben mascherato e i regali furono devotamente consegnati alla madre.

Niente bambole o orsacchiotti di peluche, solo giochi didattici. “L’ho detto al commesso: – Questa non è una bambina come le altre, qui ci vuole un gioco creativo per una rara intelligenza! -”, disse l’anziana del gruppo, sollevando un enorme sacchetto variopinto con su scritto “La gioia dei bimbi” e allungandosi sui piatti colmi di salumi e formaggio per porgere un bel pacco rivestito di carta a cuoricini. “Tremenda, dio se è tremenda. So già che mi aspetterà un’adolescenza difficile con questa iena!”, sospirò la madre, alzando gli occhi al cielo senza spontaneità. “A quattro anni tiene testa a me e a sua madre messi insieme! È incredibile.”, aggiunse il padre mentre avvitava il cavatappi.“L’ho detto alla tata russa”, continuò la padrona di casa: “Non insegnarle le filastrocche infantili. Il russo mia figlia lo impara se le parli come a un’adulta. Ma quella là non ci sente e insiste con inutili nenie per bambini scemi. Quella donna non mi piace”. “Hai proprio ragione, cara”, interruppe la donna che parlò per prima: “Eh sì che ne ho visti tanti, di bambini, io che faccio la maestra da quarant’anni. Ma come Irene non ce n’è. Avete fatto un ottimo lavoro, ragazzi”. Mentre Elisa si chiedeva che senso avesse festeggiare una festa di compleanno senza

la festeggiata, e si riprometteva di essere un giorno una madre diversa, fuori non smetteva di piovere, dalla finestra si potevano intravedere i contorni dei tetti. Nelle sere d’autunno è difficile dire se la città si stia addormentando o faccia finta. Elisa non aveva appetito e si sentiva fuori posto. Non le importava dei progetti di vacanza dei suoi amici, né dei villaggi turistici suggeriti dagli altri. Sorrideva loro, ma la verità era che avrebbe voluto stringere tra le mani un telecomando per cambiare il canale della realtà. Lei era in un’altra scena. Era con Mirko, nel loro tempo, nel giorno che lo vide per la prima volta, un adolescente che saliva le scale con la discrezione di chi è di passaggio. Noncurante di quello che avrebbero pensato gli altri, nel frattempo intenti a conversare sull’efficacia del metodo Montessori, Elisa si girò verso l’enorme orologio da parete, astruso per la forma a goccia e il colore blu metallizzato, fuori posto anche lui in quell’ambiente preconfezionato, e vide che erano quasi le nove: Mirko l’avrebbe chiamata entro qualche minuto. Stropicciò il tovagliolo sulle gambe,poi lo riaprì passando le dita sulle cuciture dei bordi, grattandole una ad una con scatti sempre più veloci, andando con le unghie negli angoli. Qualcuno le aveva riempito il calice di vino rosso, il padrone di casa si era complimentato con la moglie per la cremosità della salsa di noci, l’anta del frigo si era chiusa alle sue spalle. I vetri di fronte riflettevano volti paghi.

Elisa si sentiva pronta, era arrivato il momento di affrontare la questione. Non sapeva spiegarsi per quale ragione lei e Mirko non avevano ancora una direzione, ma sapeva che era giunta l’ora di stabilire un prima e un dopo. Andò in bagno, una scusa per prendere le distanze dal gruppo, e attese davanti allo specchio il suono del cellulare. Qualche cenno di prima ruga le intimava di non aspettare più. Si sciacquò le mani sotto un getto quasi bollente, poi le insaponò con un detergente al muschio bianco, lungamente e con calma, come a voler rimuovere, ripetendo quel gesto, tutto il resto. Il telefono finalmente suonò. “Stai cenando?”, disse lui, voce morbida, il suo abbraccio. “Vengo a vivere con te”, disse lei, e sentì le proprie dita profumare di muschio bianco.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Manuela Romeo
Manuela Romeo nasce a Genova nel 1975. Si diploma in Pianoforte al Conservatorio di La Spezia e si laurea in lettere all'Università di Genova con una tesi sul teatro musicale. Insegna lettere al Liceo Artistico di Venezia. Si dedica da sempre alla scrittura e pubblica racconti e romanzi. I romanzi "Bianca ha un piano" (ed. Leucotea) sul brigantaggio femminile nel secondo Ottocento e "Neve che non dimentica" (ed. Pentagora) sugli effetti del regime di Ceausescu nella Romania degli anni Ottanta. “Il tuono e il girasole” è stato selezionato al “Concorso Internazionale di letteratura Città di Como”.
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