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Il tuono e il girasole

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Due vite che scorrono parallele, due vite segnate dal dolore della perdita e dal dover fare i conti con quel dolore, due solitudini improvvise: quelle di chi resta. Lei ha vissuto l’esperienza della malattia e della morte del giovane marito, lui ha perso il padre quando era bambino e, adolescente, si è ammalato di depressione.

Eppure Elisa e Michele non si arrendono al buio, ma, ognuno nel suo solco, continuano a cercare la luce, come fa il girasole, fino a incontrarsi. Perché forse gioia e dolore non sono sentimenti in opposizione, ma figli l’uno dell’altro.

Prologo

La nave aveva preso il largo da poco, stavamo sul ponte, e guardavo incantata la prua che solcava le acque in ventagli di spuma quando venne a galla un delfino.

Oriana Fallaci

Un uomo e una donna sono seduti nello scompartimento di un treno. Non parlano, non si guardano, riposano su un silenzio ovattato. Lei ha piccole rughe intorno agli angoli della bocca e sugli zigomi, le fossette asimmetriche che si sono accentuate con gli anni donano profondità a una bellezza che ora, a quarant’anni, ha qualcosa di sacro. Lui è disinvolto, come chi ha capito che cosa conta e che cosa non conta, conosce il nero di certe crepe.

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Dal finestrino guardano il mare piatto, bianco e grigio a seconda della luce, le formazioni insulari che il giorno prima forse non c’erano e che in un quadro potrebbero dissolversi, come spettri, come i piani della memoria: brandelli di passato ciondolanti nella nebbia.

Il treno va, come ogni altro treno, imperturbabile, e corre con irruenza noncurante. Se ne frega delle distese di malinconia ai lati del tracciato, è abituato a ogni tipo di dolore, tante sono le anime che lo hanno abitato: ogni viaggio è solo un viaggio. Ligio al proprio dovere, attraversa il ponte lunghissimo che buca, poi muore, senza agonie, senza disturbare, senza porsi il problema del trapasso.

Sul vagone, seduti di fronte all’uomo e alla donna, oltre il corridoio centrale, ci sono un anziano e una bambina. L’anziano ha labbra sottili, schiacciate da un ghigno – residuo di felicità infantile? –, la bambina fa dondolare le gambe e di tanto in tanto guarda, come se i piedi fossero lontani, le punte delle All Star rosa, nuove di zecca. Ogni tanto fa scrocchiare le dita delle mani schiacciandole sulle gambe sottili.

L’uomo e la donna le rivolgono qualche occhiata, ma poi affondano gli occhi nella luce di farina oltre il vetro. Lui ripensa al bambino che non è più da secoli, alle corse nel bosco di nascosto da sua madre, alle All Star nere affondate nel fango, il suolo viscido di foglie.

Volgendosi verso il sole che si sveste e, prima di piombare come farebbe un sasso, dissolve il giallo nella pace grigia del mare, la donna ricorda suo nonno, quando, la sera di un acquazzone improvviso – lei aveva sei anni – si erano riparati sotto una tettoia contadina, puzzolente di piscio di gatto, e le arrivava il sussurro timido dell’autunno, e per i campi intorno l’aria, mescolata ai moscerini, odorava di mosto, e nelle cucine rideva lo scoppiettio delle castagne. Si erano fermati lì per un’ora buona. La nonna li aspettava sulla porta, coi piedi piantati nelle pattine e le mani ai fianchi: avrebbe sgridato il nonno per essere uscito senza ombrello sotto quel cielo cattivo. A lei invece quel cielo era piaciuto. Il faccione del nonno, il ghigno, il dente d’oro, le dita grosse, la vera.

Fine della corsa.

La bambina saltella lungo il corridoio, senza aspettare l’anziano che si accerta di non aver dimenticato nulla, voltandosi e allungando faticosamente il collo tra le spalle curve. Anche l’uomo e la donna si preparano a scendere, sistemano gli zaini sulle spalle.

All’uscita della stazione, la città gli grida subito in faccia che bellezza e dolore sono fratelli. Provano uno stupore triste.

L’acqua, incastrata nei canali, non scorre ma si insinua, come i loro pensieri, va a collegarli, e, scura di cose sepolte, smuove lentamente il fondale melmoso come la memoria.

Continuano a non guardarsi, ma lei sfiora il collo di lui con la nuca, lo abbraccia con un sorriso. È ancora capace di mettere al mondo sorrisi, dal nero di secoli. Da quando c’è lui non si sente più oggetto fuori posto.

A un certo punto, dopo la morte di suo marito, il peso dello scacco di Dio si era rovesciato da qualche parte. Ma quando era successo esattamente? E dove? Era stata portata fin lì dal destino, come un cavallino sganciato della giostra e lanciato al cielo?

Si guarda intorno, tra la folla di turisti, ma resta concentrata sulla stretta della mano. Sul treno, prima di darle un bacio, lui aveva raddrizzato la schiena e aveva posato le sue dita lunghe sulle gambe magre, e lei si era detta che non sarebbe stato più necessario chiedersi che cosa suo marito avrebbe fatto o detto e rispondersi che in quella posizione lui avrebbe tamburellato coi polpastrelli. Si chiede se sia l’amore a tenere in piedi certe unioni o se avviene il contrario. Intanto fruga nella tasca del cappotto, un gesto automatico per accertarsi di avere cellulare e portafoglio, tocca una forcina dimenticata lì da anni.

C’è il silenzio dei fantasmi. Forse c’è qualcuno dietro gli scuri di quei palazzi a mollo, presenze che preferiscono non mostrarsi.

L’uomo ha un passato di morte, la donna a volte lo guarda come fosse impegnata a risolvere il problema tecnico di una vecchia TV mal sintonizzata.

Sa di non essere una di quelle donne che passano inosservate e ci tiene a mantenere quel tentativo di allegria, avanzo di giovinezza. Ha imposto ai suoi lineamenti di non indurirsi per il lutto: al lutto spetta il ruolo di un sacramento.

Qualche scintilla di luce sulla superficie dei canali, la scolorita accoglienza dei campi, la riservatezza delle calli, impigliate come rametti nella rete del centro storico.

Entrambi piangono senza piangere.

Sostano sul Canal Grande, dimenticano di scattare foto, lei si guarda la manica e raccoglie un filo del colore delle fragole rosse. Poi estrae una collanina da sotto la scollatura e la fa scorrere avanti e indietro con un dito. Lui si accorge che vi è appeso un girasole d’oro giallo. S’incamminano verso la fermata del vaporetto, tra i tavoli dei bar, le sedie in attesa, gli angoli per persone sole. La lastra di vetro che un tempo li avrebbe separati dalla realtà si è infranta. Anche gli ultimi sottili veli si sono dissolti.

Intorno edifici storti, rumori sordi, passaggi invisibili di artisti e di assassini. Esiste il tempo per i morti?

Dal vaporetto la donna guarda i campanili che si allontanano, poi si volta verso l’isola del Lido e ricorda che quando in prima liceo lesse La morte a Venezia non aveva capito che Tadzio non era Tadzio, quell’adolescente incarnava l’età perduta, la bellezza a cui ogni essere umano vorrebbe restare attaccato.

La spiaggia, con la sua calma non umana, si allunga come un corpo informe e privo di peso. È scura come una litania, il lamento buono di chi diventa vecchio. Risuona il silenzio della malattia.

Camminano sulla sabbia sottile, respirano la tristezza del mare quasi fermo, colgono il movimento inibito di qualche cespuglio, guardano pezzi di tronchi portati a riva e poi abbandonati.

Ci sono due giovani a riva, a piedi nudi nell’acqua lunga. La ragazza scuote la testa e parla, il ragazzo piange, zitto. La ragazza allarga le mani, come a voler rafforzare quelle parole, e più quelle mani si tendono, più la sagoma del ragazzo, che ha gettato gli occhi sulla sabbia come su oggetti rotti, si rimpicciolisce.

«Non so più come dirtelo. Il fatto è che siamo troppo giovani per prometterci amore eterno. A te non succede mai di volerti innamorare altre volte?» dice la ragazza, come se disperdesse le parole in fretta e furia con una scopa.

Il disagio si posa sul viso del ragazzo, come polvere finissima. In pochi minuti di quella sua giornata sono contenute molte ore, un’intera vita, in cui succede di essere innocenti e carnefici. I due giovani sono diventati in un istante due solitudini.

Sulla destra si erge l’Hotel Des Bains, solenne e disperato. Che cosa c’è di più desolato di un gigantesco hotel vuoto d’inverno? L’edificio, immobile come un trono, non è né buono né malvagio, solo muto e vecchio.

«Ci sono posti che sono belli perché sono tristi, vero?» dice l’uomo, rompendo il silenzio.

«Hai ragione. Tu hai mai letto La morte a Venezia

«No, cioè ne ho sentito parlare…»

«È un libro triste, bellissimo. Vedi? L’arte nasce dal dolore.»

«Eh già, gli scrittori non se la passavano mai bene. Trovamene uno allegro!»

Lei guarda l’orizzonte evanescente, sicura che da ogni terreno possano nascere fiori.

«E se ci facessimo un selfie?» fa lui.

«Okay, ma aspetta che m’aggiusto i capelli…»

Gli prende la mano e la stringe. Senza parlare lo guarda, poi chiude gli occhi, certa di ricevere un bacio breve.

«Facciamo presto, tra meno di due ore inizia il balletto, e prima vorrei vedere il Canal Grande dal Ponte dell’Accademia.»

L’ingresso principale alla città è dal mare, da lì ha inizio tutta la storia.

«Mamma mia, questa vista mozza il fiato!»

«No, no, sei tu che mozzi il fiato» dice lui, e la avvicina a sé con un’energia cosmica, come se quella forza venisse dal cielo. Mentre lo fa, guarda un punto lontano e imprecisato, come se quel contatto fosse un “già che ci siamo”.

Lei sente una vertigine correre su per le gambe, lo scorrere del sangue di lui.

«Visto che mi hai invitato, dimmi almeno perché si chiama Gran Teatro La Fenice» chiede lui.

«La Fenice è un uccello mitologico immortale. È in grado di risorgere dalle proprie ceneri.»

«Un simbolo di forza, bello!»

«Sì, di come si possa rinascere.»

Lui è contento: «Su, andiamo, sono curioso di vedere questo balletto!».

«Hai ripassato bene la storia di Romeo e Giulietta?»

«Mica ne avevo bisogno. Oh Romeo, Romeo…»

Il teatro è più piccolo di come lo avevano immaginato, accoglie e seduce.

Si siedono seri, attenti all’andirivieni delle maschere occupate a gestire l’ingresso del pubblico.

Accanto ai loro posti, una donna sui settanta dai capelli biondo platino si dà un colpetto di rossetto e con la mano libera fa cenno alla maschera di avvicinarsi.

Ogni tanto uno strumento a fiato intona qualche nota.

Si abbassano le luci, si apre il sipario nel silenzio dell’attesa. E poi fa ingresso la musica, a penetrare gli oblii, a rompere ogni patto.

Danza dei cavalieri. Le spade si scontrano, lui è nel 1982, classe II B. Quando non riusciva a star fermo al banco di scuola, e si girava a guardare i compagni seduti dietro, o alzava il naso per aria e giocava con righello e squadretta immaginando fossero spade galattiche in pugno ai robot dei cartoni. «Niente da fare, è un bravo bambino, ma troppo vivace!» Gli sembra di sentire le parole della maestra e quelle di sua madre mentre rientravano a casa: «Ci vuoi star fermo in quel banco? Dio santo, ma che ci vuole a star due minuti, due, fermo!».

Lui, ginocchia sbucciate, la ascoltava un po’, poi scorgeva la svolta nella stradina verso il fiume e gli veniva la voglia incontenibile di correre, raggiungere presto il garage, afferrare in un baleno la bici e rifarla tutta, quella discesa, a impennate. «Ma da chi hai preso, con sto argento vivo che c’hai addosso?» diceva suo padre, ghignando sotto i baffi. E si accendeva la pipa, sulla poltrona di pelle della grande sala, accavallando le gambe.

Ora, ascoltando quegli incastri musicali, gli sembra di sentire il rumore del righello che scontrava la squadretta, di fronte alla faccia rassegnata della maestra che scuote la testa.

Lei gli tocca le dita, prima le falangi poi le piccole ossa che le separano, le tocca più volte e le preme un po’.

Ora Romeo rientrando dal ballo non ricorda più la tristezza dei giorni in cui, pieno di sconforto, si appartava e faceva preoccupare i suoi amici. Ora Giulietta, obbedendo alla balia che la chiama: «Giulietta, che fai ancora là fuori? È ora di andare a dormire, su, piccola…» chiudendo la finestra e distendendosi, sentiva con chiarezza che, dopo il bacio del suo amato, niente sarebbe stato più lo stesso, nemmeno il letto in cui aveva sempre dormito, le pareti della casa in cui era cresciuta, gli odori e i suoni del giardino: era successo qualcosa di nuovo e di strano.

«E ora? Ti va di camminare ancora un po’?» chiede l’uomo dopo lo spettacolo. Sorride e non la guarda, lancia gli occhi in un punto imprecisato del cielo, allunga un braccio, la avvolge, come a volersela mangiare. Lei strizza gli occhi e lascia andare la testa all’indietro, prende al volo il bacio appeso, si apre come un fiore sbocciato dalla terra nera.

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Manuela Romeo
nasce a Genova nel 1975. Avviata allo studio della musica in tenera età, si diploma in Pianoforte e si laurea in Lettere con una tesi sul teatro plautino e l’opera buffa. Attualmente insegna lettere in un liceo artistico veneziano. Scrive da sempre, coltiva e perfeziona la passione per le storie. Ha scritto e pubblicato i romanzi "Bianca ha un piano" (2016) e "Neve che non dimentica" (2018), e i racconti "La città parallela", "La deviazione", "Il pedinamento".
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