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Insegnare giovane - Perché ho smesso di studiare per il voto

Insegnare giovane - Perché ho smesso di studiare per il voto
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Consegna prevista Agosto 2022
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È possibile studiare senza la costante ossessione per il voto? Numeri e giudizi hanno da sempre condizionato la vita degli studenti, spesso distorcendo il valore dello studio. Ridotti a mere anfore da riempire, gli alunni faticano ad apprendere e vedono nella scuola una frustrante imposizione.
In questo libro Giuseppe Turchi riporta la sua esperienza da studente, prima intrappolato nella corsa al bel voto, poi come aspirante docente. L’autore racconta a cuore aperto le difficoltà di un giovane precario che è uscito dalla dinamica del voto grazie all’insegnamento e alla ricerca. Il rapporto con gli alunni, l’affetto per i vecchi mentori, ma pure gli errori dell’inesperienza e le falle del sistema sono qui esposte come testimonianza di una scuola che funziona a singhiozzo e che perde progressivamente senso agli occhi degli studenti. Insegnare giovane promuove una cultura delle relazioni e della formazione che permetta di stringere una vera alleanza educativa tra docenti e allievi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto Insegnare Giovane per tre motivi. Primo: per condividere la frustrazione di chi ha sempre studiato con fatica e ha fatto dipendere la propria autostima dai voti. Secondo: per mostrare le difficoltà degli aspiranti docenti, ma anche i bei rapporti che si possono instaurare con gli studenti. Terzo: per ringraziare le fantastiche persone che ho incontrato lungo il cammino.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Introduzione

Com’è possibile che, di tutte le ore passate sui libri, alla fine sia rimasto così poco?

Questa domanda ha cominciato a tormentarmi all’università, in particolare dopo un corso di Sociologia dove si mettevano in luce alcuni aspetti problematici del sistema educativo italiano. Fino a quel momento avevo ritenuto normale che si perdesse gran parte delle conoscenze acquisite sui banchi di scuola. Il fatto che la maggioranza dei miei conoscenti condividesse questa amnesia non mi aveva mai portato a interrogarmi sul perché, a venticinque anni, non ricordassi quasi nulla delle materie studiate alle medie e alle superiori. In fondo si tende a ricordare solo ciò che si rinforza attraverso il ripasso e l’uso. Lo stesso cervello, per imparare cose nuove, è costretto a rafforzare alcune connessioni e a tagliarne altre.

In quell’aula di università, però, avevo appreso per la prima volta il concetto di “analfabetismo di ritorno” e la sua natura paradossale: nello scolarizzatissimo mondo occidentale le abilità di lettura e calcolo stanno calando. In quel momento mi sono interrogato sul senso che la scuola ha oggi per gli studenti e su quello che ha avuto per me.

Continua a leggere

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La mia risposta personale è stata sconfortante. Obbediente e ligio al dovere per natura, avevo il terrore di fare brutta figura. Soffrivo inoltre di una disabilità fisica che aveva creato in me un disperato bisogno di approvazione e riconoscimento. Avere buoni voti significava evitare sermoni e ramanzine. Significava compiacere l’insegnante che, con i suoi complimenti, mi avrebbe dato una temporanea iniezione di autostima. Da lì mi sono reso conto di essere rimasto invischiato in quel meccanismo per venticinque anni. Ero diventato un mero “esperto nell’imparare” come descritto da Dewey. Il voto rappresentava la mia motivazione principale perché dal voto facevo dipendere la mia identità. Storpiando Cartesio: “Prendo (bei) voti dunque sono”. Tutto questo mi aveva reso un’anfora perfetta per il travaso di nozioni. O meglio, un colabrodo.

Le cose sono cominciate a cambiare frequentando il corso di laurea in Filosofia dell’Università di Parma. Attraverso gli studi di Etica, Filosofia Politica, Sociologia e Neuroscienze prima, e di Psicologia Sociale poi, sono riuscito a trovare una connessione coerente in ciò che studiavo. Mosso dall’ingenuo desiderio di riformare il mondo, avevo iniziato a leggere testi di mia iniziativa, a dialogare coi docenti, sino a pubblicare qualche articolo di ricerca. Speravo di utilizzare la neuropsicologia per promuovere un nuovo tipo di educazione morale ed ecologica così che genitori e docenti potessero crescere cittadini meno egoisti, meno manipolabili e più felici. La motivazione non era più data dalla ricerca di approvazione, quanto da una sorta di impegno sociale crescente.

Il passo verso il mondo dell’insegnamento è stato inevitabile. Lasciato il settore della ricerca accademica mi sono concentrato sugli alunni più giovani perché in loro ho ritrovato il bisogno di una motivazione diversa dal voto.

Prima come collaboratore alle scuole medie, poi come supplente alle superiori ho avuto modo di mettere finalmente in pratica la teoria. Questo libro nasce per raccontare proprio queste esperienze, che sono quelle di un giovane aspirante docente la cui prospettiva, da un lato, manca dell’esperienza e della competenza degli insegnanti più anziani, mentre dall’altro ha il vantaggio di comprendere un po’ meglio il linguaggio e la psicologia della cosiddetta Generazione Z.

Nel primo capitolo descriverò il percorso di studi che mi ha portato a interessarmi di questioni pedagogiche e psicosociali. Nel secondo racconterò i progetti sull’educazione digitale e il pensiero critico che ho condotto presso la Scuola Media Zanetti di Solignano. Nel terzo capitolo riporterò le prime esperienze di docenza presso vari istituti superiori della provincia di Parma. Gli ultimi due capitoli saranno dedicati rispettivamente alla didattica a distanza durante l’emergenza da Covid-19 e a una piccola parentesi sulle connessioni social tra insegnanti e studenti.

Quello che racconterò sarà un percorso ricco di difficoltà ed errori, ma pure di affetto e soddisfazioni. Questo libro non ha la pretesa di insegnare qualcosa ai professionisti del mestiere, né potrà offrire facili soluzioni a problemi fortemente radicati nel nostro sistema. Il mio intento vorrebbe essere quello di puntare i riflettori su alcune dimensioni del docente e dello studente affinché se ne riconoscano i bisogni e i profondi cambiamenti rispetto alle generazioni precedenti.

1.

La connessione coerente

Valutazione, obiettivi e autostima

Chiunque rifletta sulla propria esperienza da scolaro potrà ricordare che la dimensione della valutazione ha preceduto di gran lunga quella della consapevolezza. In prima elementare il bambino riceve una pagella in cui vede misurate le proprie abilità nelle varie materie ma non ha ben chiaro perché quelle materie siano importanti. Per quanto genitori e insegnanti s’impegnino a decantare il valore dello studio, questo tende a rimanere una cosa astratta. Il bambino impara a leggere, scrivere e far di conto prima di tutto perché deve. Perché è stato inserito nella scuola dell’obbligo. Egli non ha la minima idea di cosa potrà fare con quelle abilità, né è in grado di comprendere la portata culturale del diritto all’istruzione. Può sognare di fare l’astronauta, ma di certo non immagina che sapere l’inglese e la matematica sono precondizioni fondamentali per raggiungere l’obiettivo. Lui si vede già sulla luna e si pre-configura delle esperienze fantastiche ignorando del tutto il percorso che sta nel mezzo. L’unica cosa che sperimenta con costanza sono lezioni, compiti, verifiche scritte e interrogazioni orali.

Il voto comincia a scolpire l’identità personale a partire da quel momento. Se positivo, contribuirà a mettere un mattoncino nel grande edificio dell’autostima. Se negativo, lo toglierà. Qualcuno allora vorrà mantenere gli alti standard, qualcun altro dormirà sugli allori, altri s’impegneranno per migliorare la propria situazione, oppure la trascureranno. Il ripetuto conseguimento di un certo tipo di voto sarà la calce che contribuirà a fissare una determinata immagine di sé.

La scuola dei nostri nonni faceva molto leva su questo. La vergogna e le punizioni corporali erano considerate motivanti di per sé. Il bambino doveva studiare perché i genitori avevano fatto il sacrificio di pagar loro la retta, perché il maestro era un’autorità da rispettare e perché sarebbe stato disonorevole subire una punizione davanti a tutti. In più, diversamente da oggi, c’era una maggiore consapevolezza dell’utilità del titolo di studio. Per esempio la terza media era un requisito per entrare in ferrovia e l’istruzione secondaria superiore apriva le porte a posizioni prima impensabili per le classi meno agiate. L’obiettivo primario dei docenti restava tuttavia quello di raddrizzare le “viti storte” così da riversare in esse il loro sapere. Dopo tanti anni questa idea del travaso è ancora presente, anche a causa della difficoltà di progettare una didattica che sappia caricare di senso il noioso quanto necessario apprendimento di nozioni. È assai difficile concepire un’attività di studio che non comporti sforzo e le lezioni non possono tradursi in mero intrattenimento.

Avere cura

La mia carriera scolastica è stata contrassegnata da un’ossessiva corsa al voto. Ciò mi aveva permesso di apprendere con risultati eccellenti nel breve termine, lasciando tuttavia una voragine nel lungo periodo. Non trovando una connessione tra le materie curricolari e la mia vita quotidiana ho perso la quasi totalità delle conoscenze matematiche, storiche e geografiche di base. Me ne sono accorto con orrore quando ho dovuto aiutare alcuni bambini di terza e quarta elementare con i compiti. Io, brillantemente laureato, arrancavo tanto nelle divisioni a più cifre quanto nel ricordare i capoluoghi italiani. Imputo la colpa all’utilizzo della calcolatrice e alla mia scarsa propensione per il viaggio. Ciò tuttavia conferma che per me imparare a fare le divisioni da bambino e memorizzare i nomi della città non ha avuto senso se non all’interno del contesto voti-verifiche.

Fortuna ha voluto che durante tutto l’arco della scuola dell’obbligo io abbia trovato dei docenti con un tasso di empatia fuori dal comune. Dai sei ai diciannove anni sono stato operato sei volte alle gambe e ho dovuto affrontare delle convalescenze molto lunghe. Prima le maestre delle elementari, poi il prof. Lombatti alle medie, e infine molti docenti dell’I.T.S.O.S. Gadda di Fornovo Taro sono venuti di propria iniziativa a casa mia per permettermi di non perdere l’anno. Nell’epoca in cui non c’erano né smartphone né didattica a distanza io sono stato messo nella condizione di restare in pari con i miei compagni. Non so quanti studenti possano aver vantato un’esperienza simile. Di sicuro s’è trattato di qualcosa di eccezionale e strabiliante. Me ne sono reso ancora più conto dopo essere stato io stesso supplente su sostegno.

Penso che questa esperienza abbia piantato un seme dentro di me. Un seme che non è perito nonostante il mio rapporto con lo studio fosse da sempre viziato dalla dinamica disfunzionale del voto. Durante le elementari e le medie mi impegnavo per inerzia, mentre alle superiori ho completamente sbagliato indirizzo di studio. Senza il calore dei miei insegnanti avrei sicuramente rischiato di prendere una deriva cupa e triste. Il seme da loro piantato conteneva invece un metodo, un modo di fare, un valore inestimabile che ho compreso solo verso i venticinque anni.

Ricordo il professor Lombatti, così attento alla dimensione della comunicazione e del pensiero critico, portare costantemente alla nostra attenzione temi riguardanti l’ecologia, la psicologia e l’educazione civica. Non usava mai i libri di testo ed evitava completamente l’Epica suscitando non poche proteste da parte dei genitori: mamme e papà mal tolleravano che si deviasse dallo standard. Questo professore aveva addirittura organizzato le lezioni domiciliari portandosi di volta in volta un gruppetto di compagni perché io potessi mantenere un minimo di socializzazione. Tuttavia io, essendo ancora inquadrato nei miei schemi, non ero stato molto recettivo nei confronti di quelle modalità didattiche. Io studiavo per il voto, non per dire la mia opinione, né tantomeno per doverla giustificare. Dell’ecologia mi interessava poco, della politica ancora meno e la sofferenza fisica mi aveva portato a isolarmi più che a desiderare compagnia.

Ma ricordo anche i miei professori delle superiori che non hanno mai fatto venire meno il loro aiuto nonostante io, a un certo punto, avessi manifestato una certa ostilità nei confronti delle materie tecnico-scientifiche. Loro hanno tutti pazientemente accolto l’adolescente che ero e mi hanno spronato a seguire la via che mi fosse più congeniale.

Se ho maturato un impegno sociale e un’attenzione particolare per le nuove generazioni è stato sicuramente merito di tutti questi mentori che mi hanno insegnato l’importanza del lato umano della scuola, di cosa significhi aver cura dello studente.

2021-11-13

Aggiornamento

E mentre la campagna raggiunge il 66%, è uscito un nuovo articolo che offre un'interessante riflessione sulla scuola a partire da "Insegnare giovane". Grazie a Federico Dazzi e a chi continua a credere nel progetto. L'articolo si trova al link: https://www.battei.it/2021/11/12/per-una-scuola-dei-processi/
2021-10-29

TG Parmense – RTA Videotaro

Grazie all'amico Giorgio Graziano ho potuto parlare dei miei libri e di "Insegnare giovane". Nessun luogo poteva essere migliore della Biblioteca di Solignano, perché è stato proprio in questa piccola scuola di paese che ho conosciuto i primi importantissimi insegnanti, per poi tornare, 15 anni dopo, come collaboratore. Ho descritto in "Insegnare giovane" tutti i progetti che abbiamo realizzato, tipo un gioco di ruolo in cui i ragazzi dovevano creare un decreto per regolamentare l'uso dei social. C'è persino il tema di un alunno che spiega benissimo la solitudine e il narcisismo esasperato di queste generazioni. Piccoli luoghi, sì, ma a volte visionari. Il link all'intervista: https://youtu.be/fggDEWVBuzI?t=1126
2021-10-27

Aggiornamento

C'era un micro-obiettivo non scritto: raggiungere il 20% dei pre-ordini nelle prime 48 ore. Siamo arrivati quasi al doppio. I miei infiniti ringraziamenti a chi sta credendo in questo progetto, tra cui tanti miei prof e colleghi.

Commenti

  1. Valentina Riva

    Come uscire da una visione scolastica che ci vorrebbe sempre performanti? Alunni e docenti sono uniti da difficoltà e frustrazioni che spesso non vengono riconosciute come condivise. Turchi ci narra la sua esperienza scolastica, come alunno prima è come insegnante poi, e cerca di dimostrare come comunicazione e relazione siano elementi imprescindibili in ambito scolastico.

  2. Federico Dazzi

    Come trasmettere il senso della scuola e dell’insegnamento? Se lo chiede Giuseppe Turchi, e ce lo racconta attraverso la sua esperienza di giovane docente. Con la prospettiva di uno sguardo interno ai processi reali del mondo scolastico è così possibile individuare i pregi e i difetti di un’istituzione che deve confrontarsi con le esigenze di un presente sempre in divenire. Solo vivendo dentro a questo mondo e raccontandolo, è infatti possibile comprendere a fondo le vere problematiche dell’universo della scuola.

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Giuseppe Turchi
Sono nato nel 1989 e vengo da Solignano, un piccolo paesino in provincia di Parma.

Sempre a Parma mi sono laureato in filosofia e ho maturato la passione per John Dewey e la psicologia morale. Praticamente li metto in tutto quello che faccio. Perché? Perché credo siano la chiave per cambiare le cose in meglio.

Insegno alle superiori e cerco di rendermi utile collaborando con le associazioni di volontariato del territorio. Nel mentre ho scritto alcuni racconti, saggi divulgativi, articoli di ricerca, editoriali su opere cinematografiche e animate. Praticamente la mia tastiera è sempre in funzione.

Quando mi resta del tempo pitturo miniature, ascolto musica rock ed esploro i piccoli paradisi della Valtaro.
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