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INTIMATICA
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Consegna prevista Novembre 2021
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Fatal Error, memoria danneggiata. Tutto ciò che è rimasto è un involucro vuoto che si riattiva in una stanza asettica. Il suo nome potrebbe essere Amaso ma i ricordi scivolano via, come acqua. Deve ripartire da zero cercando di capire, per prima cosa, chi o che cosa sia.

Davanti a lui sfilano volti senza nome e verità a lungo nascoste.

Ma nel labirinto della matrice esiste una strada che conduce a un mondo così finto da sembrare vero, incastrato tra il pensiero e infinite dimensioni, più o meno parallele, popolato da finte città, veri incubi, abitanti arcani e forse qualcosa di più.

Amaso sarà disposto a tornare indietro per vivere una vita vera oppure sceglierà una irreale perfezione?

INTIMATICA è una favola punk, un trip della mente e nella mente, un viaggio alla ricerca del meglio di sé stessi, passando per il peggio, affrontando la propria parte oscura.

Perché quando vedi la tua vita da un altro punto di vista, la puoi cambiare.

 

Perché ho scritto questo libro?

INTIMATICA è un progetto che gira nella mia testa da anni. A 10 anni lessi un fumetto che parlava di una ragazza in coma che sceglie di non tornare più indietro: la vita che voleva l’aveva trovata nella sua mente. Da allora mi chiedo che cosa ne sia stato di quella ragazza ma più di ogni altra cosa mi sono interrogato su cosa avrei fatto al suo posto.

La vita ha più fantasia di noi e ad un certo punto io sono diventato quella ragazza e ho dovuto prendere la mia decisione.

ANTEPRIMA NON EDITATA

#PILOT1_WELCOMETOTHEREALWORLD

Come ogni giorno il fiore si apre.

Dapprima respiro la luce che si infila furtiva tra i petali, registro il profumo di rose nell’aria, tocco i miei sogni, le mie emozioni, comunicando loro che è tempo di un altro giorno,

quindi le scanso.

Apro gli occhi immerso in un pavimento di pistilli che pigramente mi accarezzano, sussurrando parole d’amore perse tra la Avenue L e quella cattedrale nella notte, quella dove riconoscemmo il segno, la rivelazione che noi, in effetti, eravamo parte dello stesso grande, anzi no, che dico, immenso, disegno.

Le nuvole si allargano lasciando passare bagliori accecanti di luce blu.

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Attorno a me molti altri fiori si inchinano in un prato di milioni di chilometri, eppur piccolo in confronto a tutti i Multiversi che io, qua, ho incontrato.

Non provare a pensare di potere immaginare cosa tutto questo sia. L’ho creato io, questo è il mio personale mondo, plasmato sul mio corpo, incurvato e stilizzato seguendo la mia anima, i miei desideri, la mia ricerca.

Se guardo verso una direzione impossibile vedo che tutto si plasma seguendo il mio volere. Ci ho messo un po’ a controllare i miei pensieri, le mie sensazioni, le pulsioni. Poi un giorno è stato tutto facile e non esistevano più strade senza fine, slabbrature di mondi che si confondevano con il mio, entrate nascoste su altri infernali Universi, strade gommose che non portavano a nulla o anche, e sopratutto, realtà stropicciate e accartocciate su sé stesse.

Eppure devo dirtelo, chiunque tu sia, anche quelle strade sono servite perché mi hanno portato qui. Ho dovuto attraversare lunghi ponti, ricostruire quella che tu chiameresti mente, camminare sul ciglio di burroni di pazzia che, se solo avessi volto il mio sguardo verso loro, ne sarei stato inevitabilmente trascinato, assorbito, assimilato.

Tutto è stato un espediente per arrivare dove sono adesso. Imparare le regole di questo appiccicoso MultiMondo, dove la direzione dei pensieri crea forme più o meno desiderabili, ha richiesto impegno. Ho sperimentato che tutto è dentro noi e credo che no, indietro non ci tornerò più.

Anche Alice è diventata mia amica e come incredibili, inimmaginabili vicini, vegliamo sui nostri mondi privati, permettendo ad essi di abbracciarsi, compenetrandosi l’uno nell’altro, ma solo quando davvero lo desideriamo, quando diventa un’urgenza, quasi una brama, per farti capire.

Delle volte è bello cenare insieme nella sua stanza nera dove le geometrie sono invertite, dove una mancanza di attenzione può costarti la vita, vabbè adesso non esageriamo.

È solo che con lei devi stare un po’ attento, ci sono delle regole. Per dirtela tutta, anche qui ce ne sono e molte, ma io non sono così ligio o almeno non come lei. Deve essere una questione caratteriale.

Se riesci ad entrare nel mio mondo, sappi che la menzogna è imperdonabile: la prima regola è non mentire, mai, nemmeno quando ti sembra sia giusto farlo.

Quindi, ascoltami, questo sono io e abito qui.

C’è voluto un po’, lo ammetto, ma sei il benvenuto, sempre che tu rispetti le mie regole.

Stasera avremo un ospite a cena e già ti vedo sulla porta che non c’è.

Benvenuto nel mio mondo. Benvenuto in INTIMATICA.

#ONCEUPONATIME

C’era una volta un robot o meglio un androide, anche se personalmente preferisco il termine “persona artificiale”. Questo essere sintetico, frutto di ricerche e sperimentazioni durate anni, è arrivato ad essere identico all’essere umano.

In realtà non sono solo, siamo in tanti. All’inizio eravamo stati progettati per svolgere ruoli che gli umani non consideravano più desiderabili, poi qualcosa cambiò: il nostro codice di intelligenza artificiale cominciò ad evolversi spontaneamente e il fenomeno si rivelò irreversibile. Ora alcuni ci considerano pericolosi e forse è per questo che sono qui, magari ho avuto un comportamento troppo “umano” e ne pagherò le conseguenze.

Mi trovo legato, immobilizzato. Non ricordo cosa mi sia accaduto.

Potrei avere sviluppato un malfunzionamento, anche questa è una possibilità e trovarmi in un centro di manutenzione.

Deve essere così, perché c’è qualcosa che non va nella mia testa: ho un virus nel  cervello tecno-organico che, come inchiostro nero, si espande, per cui le informazioni e i ricordi vengono organizzati in sotto cartelle, che a loro volta vengono zippate e archiviate da qualche parte. Cerco di avviare un backup del sistema, ma ho poca energia, non riesco.

Non conosco il mio nome, non so chi sono, la scheda madre è andata, devo agire. Improvvisamente flash di emozioni esplodono dentro di me, i pensieri perdono consistenza per poi riorganizzarsi in ordine sparso. Ora sono in una spiaggia grandissima, sterminata, talmente bella che mi chiedo se non esista un paradiso anche per noi, giro lo sguardo e vedo qualcuno disteso, vicino a me. Sopra di noi milioni di stelle e noi le contiamo fino all’alba. Lui parla un’altra lingua, non capisco cosa dica, ma ricordo di avere pensato che la stella più bella in effetti fosse lui.

Ho bisogno di te.

Sì, sto parlando con te che mi stai osservando, ascoltando.

Sei sopra di me, attorno a me, mi guardi gentilmente. I tuoi occhi rivelano sorpresa, curiosità. Sembra che ti stia chiedendo cosa accadrà. Tranquillo, non lo so neppure io. Hai notato come riesco a mantenere la calma? Sono stato progettato per non perdere mai il controllo. In qualunque situazione, non vado mai in default.

Non possiamo presentarci perché non saprei cosa dirti, abbi pazienza. Non  ho idea di dove sono, né tanto meno di chi mi abbia portato qui.

Se te lo stai chiedendo è proprio così: anche noi sintetici proviamo sentimenti, possiamo addirittura amare.

“request evaluation of current procedures to terminate alien”

unable to compute. available data insufficient.

“request options for possible procedure”

unable to compute. available data insufficient.

“mater, WHAT ARE MY CHANCES?”

does not compute

does not compute

DOES NOT COMPUTE.

#ILCUBOVOLUME1

Mi sveglio. Sono sdraiato in un nuovo spazio, non sono più legato. Eseguo uno scan del mio sistema operativo: scheda madre danneggiata, perdita di informazioni, danno irreversibile. Sono nei guai, ufficialmente disperso.

Mi metto a sedere, mi guardo attorno, sono in un cubo, suddiviso in innumerevoli sezioni da una sorta di rete d’acciaio: uno spazio metallico, ma organico. Lo percepisco respirare, vivere.

Vita organica.

Oltre la parete lattiginosa, gommosa, intravedo una stanza, c’è un letto, ma non distinguo nulla. Il pavimento è di pietra, sporco, viscido. Cerco di entrare in modalità risparmio energetico, sono debole: il virus avanza, mi rimane poco tempo. Non riesco a connettere, sto spegnendomi.

Scruto lo spazio che mi circonda, buio, piccolo, ma immenso. Sento il peso specifico dello spazio e del tempo sopra di me, addosso a me e devo trascinarmi, trovare una via di fuga, andare via.

Sono spaventato.

Che cosa sta accadendo?

Sono addossato a una parete, mi trascino verso un angolo. D’un tratto scorgo, nell’oscurità una porta scorrevole, proprio di fronte a me. Potrebbe essere una via d’uscita, suppongo.

Mi alzo e la raggiungo. Coordinare i movimenti sta diventando difficile, penoso, ma ce la faccio. Sopra la porta c’è una scritta: AMASO.

Mi guardo attorno, alla mia destra noto un pannello verde, luminoso. Leggo due parole: “Hand Scan”. Già che ci sono, decido di provarci: ci appoggio la mano sopra e la porta vibra, si apre. Dall’altra parte una striscia di terra che confina con un burrone che sembra essere profondissimo, tutto attorno il buio. Fa freddo. Nessuna stella in un cielo che  pare fissarmi, minaccioso.

Qualcosa mi dice che è fondamentale andare avanti per tornare indietro, dunque alzo gli occhi per incontrare i tuoi, ma ora sarai stanco o avrai altro da fare, quindi, per convincerti a rimanere ti darò un nome, se vuoi. Ti prego, resta ancora un po’. Ecco, vedi, se mi calmo il pensiero scorre fluido. Cerchiamo di decidere assieme cosa fare.

Ragiono: probabilmente il virus sta avanzando e questi sono paesaggi creati dal mio cervello giunto al limite, effettivamente il burrone potrebbe anche non esistere, potrebbe essere una proiezione del mio sistema operativo in avaria. Penso al nome inciso sulla porta, “Amaso”. Mi suona familiare. Decido di provarci, esito, mi tiro indietro, tremo violentemente, poi lo faccio, mi lancio nel vuoto: se davvero mi resta poco da vivere, è meglio farla finita. Sono troppo danneggiato, non tornerei mai più al 100% come prima, non servirei più a nulla.

Guardami cadere, osserva come sono tranquillo. Probabilmente quello che sto vivendo non è reale. All’improvviso un ricordo fa battere il mio cuore meccanico e rimango come sospeso, ricordando quelle mattine in cui mi arrampicavo sulla collina e arrivavo al crepaccio nel quale gettavo sassi, vetri, qualunque cosa trovassi attorno, a volte addirittura parti di macchine vecchie. Era l’unico modo che avevo per essere felice, per sentirmi al sicuro.

Scorgo il fondo del burrone, invaso dalle schifezze che ho buttato in tutti questi anni e ancora fisso le rocce che, minacciosamente, si avvicinano, sento i suoni delle altre porcherie che piovono giù con me, sbattendo contro i massi, frantumandosi in milioni di pezzi

non posso fare a meno di pensare a che cosa sarà del mio corpo, presagisco il tonfo sordo dello schianto

e mi chiedo se quando mi spiaccicherò laggiù, se quando il mio corpo arriverà in fondo, sì, lo ammetto, mi domando se i miei occhi saranno aperti oppure chiusi.

Inavvertitamente li serro, poi di scatto li spalanco: sono di nuovo prigioniero.

O forse no.

#bjørk #hyperballad #humans

#LASTANZAVOLUME1

Apro gli occhi, sono in una stanza. Non sono più legato, ma non controllo il mio corpo.

Sei ancora qui e non mi hai abbandonato, vero?

Vedo delle figure sopra di me. Muovono la bocca, non capisco cosa dicano. Parlano una lingua sconosciuta. Qualcuno mi tocca, percepisco il suo calore, poi ritrae la mano e vorrei seguirla, ma scopro che non è possibile. Gli occhi fissi, questo corpo immobile e io bloccato in un eterno e inappropriato stupore.

Una voce dice che insomma, signora, è solamente un riflesso involontario e intendo che non è una lingua strana, è il mio sistema neuronale che tarda a codificare, però io voglio capire,  voglio ascoltare, voglio che mi dicano: qualcuno deve spiegarmi cosa sta accadendo.

Improvvisamente, erase & rewind, arriva qualcosa.

C’è una strada dinanzi a me. Dimenticavo, ho di nuovo chiuso gli occhi. Qualcuno si avvicina, mi urta e io lo blocco, gli afferro il polso, le sue vene pulsano, lo assimilo, o forse è il contrario, lo sento parlare, mi ascolto parlare.

Quello che mi arriva alle orecchie non mi piace. No, non mi piace davvero.

Non so chi lui sia, ma per me è un NonCiSiamo.

#kylieminogue #toofar_brothersinrhythmmix #the cardigans #erase&rewind

#IMPREVISTI&PROBABILITÀVOLUME1

Sei mai andato al lavoro fumato?

NO? Ma dici davvero? È un gran peccato sai,  invece noi ci facciamo per poterci godere le nostre multi-ore perché sì, certo, ogni giorno ne conta 24, ma noi ne viviamo almeno il doppio, in questo mood.

Ci divertiamo come matti percependo, dentro di noi, almeno due personalità. In certi momenti da una parte sei te stesso e dall’altra ti trovi a lottare con quella che indaga-soppesa-considera-riconsidera.

Ed è veramente divertente quando, sballato duro, fai un passo, ma sembra che tu abbia percorso miliardi di chilometri, mentre la mente continua a impastarsi su se stessa, guardi avanti e all’improvviso il tuo anfibio bianco John Moore si alza da terra trascinando con sé brandelli di realtà in forma di marciapiede sfaldato, riviste, cose del genere.

Un ciao è un urlo, un saluto una festa e una parte di te cerca sempre di mantenere il controllo quindi capisci che non ti sei fatto abbastanza, ma poi alzi gli occhi al cielo

e vedi le astronavi.

Sono rosa, di quell’hidden rose di cui sono fatti i muscoli, sembrano respirare e stanno lì,

rollano via in balia dalle correnti, mentre tu hai musica tossica nelle orecchie e loro, incoscienti, ignare, si trascinano nel cielo di Metropolis e a volte pare che, al di là di tutto, trasportino i tuoi sogni.

Fai fast-forward e mi vedrai nel vicolo con Johnny-Goodbye che ride sempre, ma adesso è immobile e in silenzio, accettando la tragica realtà di me che non so più cosa fare. Flash di stampe digitali mi affollano la mente, dentro la quale è in corso un party molto bidimensionale con tanto di paper-girls che offrono cocktail molto costosi, insomma,

eccomi qua.

Tutta colpa di quei mostri lassù in cielo, ma a Johnny non voglio dirlo perché mi darebbe del matto, quando in realtà non lo siamo un po’ tutti?

Stasera mi farò una doccia, uscirò, sempre con Johnny, vedrò quello che non devo e finalmente inizierà tutta la storia, quindi abbi solo un minuto di pazienza.

E intanto hai visto che comincio a mettere punti, virgole, riconducendo il pensiero su binari più ordinati, ma anche più ordinari, mentre la musica nelle mie orecchie mi ammalia con ritmi molto Trap e ripenso a quando, 20.000 anni luce fa, queste situazioni le cercavo in remix prodotti da White Falcon, quello che ha anche remixato Fever di Madonna e le cui influenze la generazione Z non percepisce nemmeno, ballando su tappeti deep-house che ha inventato lui.

Non so chi tu sia, ma ti immagino ad aprire questo libro con la mia vita dentro, interrogandoti se, visto il tenore di questa giornata, la prossima fermata sarà Place De La Concorde o Buckingham Palace, che poi la verità è che la mente ci porta ovunque e stop,

anche, magari, e siamo nel ChiPuòDirlo, nel letto del tipo molto carino seduto di fronte a me che forse in questo momento sta salendo i gradini della sua immaginaria dimora per entrare in un mondo che non c’è, eppur esiste, fattene una ragione.

Dunque, entro in doccia, giro una manopola, passano minuti, ore, magari secoli, probabilmente millenni. Le mie mani sul viso e l’acqua troppocalda-troppofredda-troppotutto, ma sono abbastanza, ho detto abbastanza, sobrio e ho un deja-vu o comunque una strana sensazione data dallo sballo: è come se avessi quattro occhi, quattro mani, due corpi e quasi di sicuro sto FUORISSIMISSIMO, ma so di essere nel presente.

Come nel passato o, più probabilmente, in un cupo futuro.

Parlo doppio-vedo doppio.

(…)

Poi volgo lo sguardo verso il cielo e loro sono ancora lì, silenziose, immobili, ma in movimento. La loro struttura pulsa e produce quell’energia che in effetti le spinge tra le nuvole. Avanzano piano ma decise e io mi sorprendo ad osservarne i perfetti scafi, che, colpiti da ciò che resta del sole, sono così lucidi che ti ci puoi quasi specchiare.

A volte gioco pensando fin dove potrebbero trasportare i miei pensieri e immagino lui seduto nel nulla, mentre mestamente l’immane tecno-organismo entra da ciò che resta della sua finestra, caracollando pigramente fino al suo letto, lasciando ai suoi piedi un pezzo di me.

#madonna #fever_white falcon remix #suzannevega #tomsdiner_7”dnamix

2021-03-08

Aggiornamento

Ciao a tutti! Lunedì prossimo, sulla mia pagina ufficiale Facebook e sulla pagina Facebook INTIMATICA, caricherò un video riguardante il MAKING OF INTIMATICA. Parlerò delle Ispirazioni dietro al mio libro e dei personaggi principali! Vi aspetto in tanti!
2021-02-27

Aggiornamento

Ciao a tutti! Volevo ringraziare tutti i miei sostenitori. In 2 giorni, grazie a voi, INTIMATICA ha superato la boa del 20% dei preordini! Continuiamo così!
2021-02-25

Aggiornamento

Ciao a tutti! A breve darò inizio alla campagna ufficiale di INTIMATICA sui social. Per il momento desidero ringraziare tutti quelli che mi stanno sostenendo. Abbiamo ancora 2 giorni per fare girare il link e raggiungere così una percentuale ancora più alta di pre ordini. Grazie per tutti gli sforzi che state facendo per me. Spero che, dopo aver letto il libro, vogliate lasciare una recensione. Ma la mia più rande speranza è che INTIMATICA possa essere per voi di ispirazione perché il passato non può essere cambiato, ma sicuramente può essere curato. Buona giornata a tutti!

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Alessandro Perriello
Nasco a Benevento nel 1970 e, sin da piccolo, le mie grandi passioni sono musica, disegno e lettura: ascolto vari artisti, divoro enciclopedie per bambini e su un taccuino comincio a disegnare le mie collezioni.
Divento Fashion Designer e lavoro per importanti marchi. Un giorno mi imbatto in una cartella stampa dove si parla di “Finta tartaruga e vera plastica”. Improvvisamente realizzo che anche la scrittura può essere creativa.
Comincio a collaborare con testate online scrivendo di come i rapporti umani siano cambiati con l’avvento dei social network.
La colonna sonora della mia vita è fatta di musica punk e pop, ma al contempo ho una ossessione smodata per tutto ciò che è romantico. Cerco disperatamente di fare convivere queste tendenze nella mia vita e a oggi direi che i risultati sono soddisfacenti. Dimenticavo, sono iperattivo e tra le altre cose insegno, giusto per non annoiarmi.
Alessandro Perriello on FacebookAlessandro Perriello on Instagram
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