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Isole ribelli

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Viene recapitato a Radio Popolare un plico anonimo: verrà costruita un’autostrada attraverso il parco nazionale della Val Grande. Ha inizio così un intreccio di vite, tra Matteo, redattore, Tullio, ex galeotto, e Sveva, attivista nell’ambito della difesa della natura e del territorio.

I protagonisti, accomunati da legami familiari con Ventotene, scopriranno che le isole non hanno necessariamente confini marini, ma sono figlie della stessa madre spesso minacciata e bisognosa di spiriti ribelli.

La fiducia reciproca farà da collante e contrasto all’avidità di chi lavora nell’ombra, nel tentativo di salvare il patrimonio della Val Grande, la più vasta wilderness d’Italia.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre desiderato scrivere, ma ho sempre rimandato soprattutto per impegni lavorativi. Mi sono dovuto quindi rifugiare su un’isola per poter sfuggire ai ritmi quotidiani e permettermi di lasciar scorrere la penna. Ne è scaturito un romanzo sul rapporto tra periferie e città, tra isole di mare e isole di montagna e traiettorie di vite pendolari.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Cari ascoltatori, interrompiamo il consueto programma per un'edizione straordinaria del notiziario. La redazione, dopo aver cercato le opportune verifiche, ha deciso di proporvi parte di un corposo documento che ci è stato recapitato nei giorni scorsi in un plico anonimo.
Si tratta della sintesi di un progetto per una nuova autostrada, di cui sino ad ora nessuno aveva sentito parlare. L'autostrada dovrebbe collegare la Genova-Alessandria-Gravellona Toce con il traforo del San Gottardo in Svizzera e precisamente ad Airolo.
La documentazione che ci è pervenuta sembra essere una copia fotostatica di documentazione originale, proveniente dal ministero dei trasporti. La fonte, come vi dicevo, risulta anonima, ma ci fa supporre che sia una persona ben introdotta nelle segrete stanze e anche ad alti livelli. La notizia assume una certa rilevanza, perché il tracciato, completamente montano, dovrebbe attraversare anche il parco nazionale della Val Grande e immagino che anche a voi cari ascoltatori sia corso il pensiero a ciò che è avvenuto in Val Susa.
Inoltre, il fatto che questi documenti risultino di fatto segreti sino ad ora ci inquieta ulteriormente. Il ministero a nostre richieste di chiarimenti non ha fornito alcuna risposta. Vi terremo aggiornati non appena avremo nuovi elementi. Riprendiamo ora con la consueta programmazione e lo speciale su Janis Joplin che abbiamo dovuto interrompere e per cui ci…”

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La notizia ha creato immediatamente trambusto, in particolare negli ambienti ambientalisti:
“Hai sentito, questa è una bomba, dobbiamo allertare immediatamente Carlo, perché si faccia un comunicato di condanna.”
“Ma senti che roba, tenuta per di più segreta, chissà che porcata stanno progettando.”
“Bisogna intervenire subito, altrimenti questi ci fregano un'altra volta.”
“Senti Sergio, dobbiamo contattare immediatamente Radio Popolare, affinché ci diano quella documentazione, bisogna organizzarci e convocare subito un presidio.”
“Certo che è una cosa strana, si è mai sentito di documentazione che arriva alla radio, con questa modalità? Le uniche che facevano queste cose erano le Brigate Rosse, ma era un'altra epoca e poi erano rivendicazioni. Qui sembra una soffiata, qualcuno che vuol far scoppiare il casino. Inoltre ci deve essere anche un testo che accompagna da quanto si è capito.”
In effetti nella sede di Radio Popolare, storica emittente della sinistra milanese, l'atmosfera era pesante. Si erano trovati questo strano plico lasciato in via Ollearo davanti all'entrata della sede, senza riferimenti al mittente. Ci avevano messo un paio di giorni, prima che qualcuno lo aprisse e si rendesse conto che era materiale che scottava. La riunione di redazione nel solito caos, di rincorsa delle notizie e delle agenzie, aveva snobbato quanto Silvia la stagista aveva cercato di riferire, dopo aver aperto il plico. Erano quindi passati altri due giorni sinché Michele, che finalmente aveva trovato il tempo per dar retta a Silvia, con una sonora bestemmia riuscì ad avere l'attenzione della redazione. Le teste si erano alzate da monitor e tastiere, le discussioni repentinamente interrotte, si era creato un attimo di sospensione temporale. Michele, altrettanto colto di sorpresa dalla reazione generale, pensò bene di rincarare con una bestemmia meglio articolata e con alcune complessità lessicali, così da gustarsi quel momento effimero di attenzione.
“Ragazzi, ma qui c'è una bomba. Questa è roba che scotta, qui saltano le teste.”
Al che fu il subbuglio, dopo breve riassunto di ciò che aveva letto vi fu un assalto a telefoni, cellulari, email. La documentazione riportava un progetto dettagliato per una nuova, ennesima autostrada nel nord Italia, il progetto prevedeva viadotti e tunnel che, partendo dalla bassa Val d'Ossola alla confluenza con il Lago Maggiore, attraversavano tutta la Val Grande, le Alpi Lepontine, per sbucare ai piedi del San Gottardo e collegarsi con il tunnel internazionale. Il tracciato, a quanto si capiva, era stato scelto perché interessava una vasta area disabitata, infatti era parco nazionale, ed evitava così di coinvolgere le comunità turistiche in prossimità del lago. Oltre al business plan, fatto da svariati miliardi di euro, vi era anche un capitolo, molto interessante, sulle possibili opposizioni della popolazione all'opera. Veniva citata più volte la sindrome NIMBY (non nel mio cortile), con tutti gli esempi nazionali e internazionali di opposizione a opere di prossimità alle comunità resistenti. La scelta della Val Grande sembrava quindi ideale ai progettisti, vi era di fatto solo la presenza di un piccolo paese, che definire tale risultava azzardato avendo in inverno la presenza di poche decine di persone residenti, per lo più anziane. Certo era un parco naturale con un estensione di più di 150 km², ma gli estensori del progetto si mostravano sicuri che l'opera avrebbe superato la procedura VIAS (Valutazione di Impatto Ambientale Strategica). Qui la questione si faceva oltremodo interessante, gli estensori riportavano di avere già avuto contatti con il ministero dell'ambiente e con alcune autorità locali competenti (ARPA, ASL e altre sigle) in cui pareva di fosse già un assenso di massima. La cosa risultava strana anche a non fini conoscitori della materia. Come era possibile che ci fossero già dei pareri a un'opera di cui nessuno aveva mai sentito parlare? Infine il misterioso postino del plico aveva lasciato una scritta in stampatello maiuscolo enigmatica ma eloquente su un foglio A4 inserito sopra il faldone:
FERMATELI!!!

2

La redazione, dopo la riunione concitata che era seguita alle bestemmie di Michele, aveva deciso di contattare il ministero dei trasporti, dell'ambiente e i vari enti citati nel documento, ma era risultato un muro di gomma, anzi pareva di assistere a una partita con un vecchio flipper: ogni interlocutore contattato rimandava ad altro ente, che rimandava ad altro ente e tutto si fermava nelle segreterie dei ministri. Buca.
A quel punto la decisione unanime era stata di dar fiato alle trombe. Fare più clamore possibile e assegnare a Michele la gestione delle notizie e le fasi successive.
“Stiamo sul pezzo, questa è roba grossa, sento puzza di marcio“ era stato il verdetto di Sergio, il caporedattore, che con fare solenne si era tolto dal naso gli occhiali da presbite e guardando Michele negli occhi aveva ripetuto la bestemmia articolata ascoltata poco prima, scatenando l'ilarità generale.
Contemporaneamente, nei ministeri e per diverse persone, non erano stati momenti tranquilli. Questa faccenda del plico e della notizia sparata dalla radio milanese andava gestita. I telefoni trillavano negli ovattati uffici le loro improbabili melodie e si era concordato per una riunione straordinaria, ma non ufficiale, del consiglio dei ministri, per emettere un comunicato al più alto livello.
Nel frattempo però c'era chi non poteva aspettare. Il sottosegretario alle infrastrutture era al telefono con Carlo Cattaneo, AD di Speedy Age Technology s.p.a., grande multinazionale italiana costruttrice di infrastrutture in mezzo mondo. La telefonata era stata fatta utilizzando una SIM usa e getta con un codice identificativo inviato per sms solo a loro conosciuto.
“Ciao Carlo, hai sentito?”
“Ho sentito, ho sentito.”
“Mi metteranno in croce, avevo garantito che avremmo gestito tutto alla perfezione e con discrezione. Me li sento già, una nuova Val Susa, eccetera eccetera. Ma la cosa che più mi preoccupa…”
“Lo so, è la seconda parte della documentazione. Nel comunicato della radio non se ne fa menzione, vuol dire che quella parte non è stata consegnata e questo è forse ancora peggio. Vuol dire che qualcuno intende ricattarci.”
“Infatti, accidenti. Non riesco a capire chi possa essere stato. La documentazione del progetto, non eravamo in tantissimi ad averla a disposizione qui al ministero. Comunque il comunicato ufficiale del consiglio dei ministri dirà la solita tiritera: è un progetto di massima, ecc., ecc., avremmo quanto prima informato le popolazioni interessate, il parlamento, gli amministratori…”
“Certo per gli svizzeri sarà una bella sorpresa, ma dopotutto loro hanno solo da guadagnarci. Per una volta che non siamo noi a traino.”
“Comunque, caro il mio sottosegretario, non disperiamoci, il nostro piano è tutt'ora valido. L'operazione dal punto di vista economico è una manna dal cielo, ingranaggi come sai ne abbiamo oliati a sufficienza e la copertura anche del ministero dell'interno che ci siamo garantiti è la nostra assicurazione sul risultato.”
“A meno che questa gola profonda non spiattelli anche questo.”
“Non ti preoccupare, gestiremo anche questo, come abbiamo sempre fatto.”
“Per il prossimo contatto la chiave di chiamata è Ulisse. Fammi sapere se ci sono novità nel tuo campo.”
La sede della Speedy Age Technology era in un enorme grattacielo tutto vetro e cemento nella nuova area direzionale di Milano e ovviamente al trentesimo e ultimo piano c'era l'ufficio dell’AD con la mega sala riunioni. Gli astanti avevano appena sentito la telefonata intercorsa tra il Cattaneo e il sottosegretario, che era stata messa in viva voce. Ovviamente non era presente tutto il consiglio di amministrazione, ma solo i collaboratori più fidati. In particolare Denise Pascale, giovane rampante dal fisico atletico, che appena terminata la telefonata era stata incenerita da uno sguardo muto e minaccioso del capo.
Denise aveva sostenuto per qualche secondo lo sguardo, ma aveva deciso di abbassare gli occhi in segno di sottomissione. Sapeva che tutto sommato le conveniva sacrificare un po' di orgoglio alle volte. Continuando a fissarla, Carlo Cattaneo con un sibilo disse “Pascale, lei è nei pasticci. Questa fuga di notizie non avrebbe mai dovuto esserci. Lei sa meglio di me cosa significa. Si attivi immediatamente.”
Rivolgendosi a questo punto alle altre quattro persone presenti, tra cui Elda, la sua segretaria particolare:
“Gestiremo anche questa situazione, come abbiamo gestito altre situazioni spiacevoli in precedenza”.
Dopo una breve pausa: “Lo dobbiamo ai nostri azionisti. Questa opera è di fondamentale importanza per i nostri bilanci di previsione per il prossimo quinquennio. Inoltre è un’opera modernizzatrice che favorirà i trasporti delle merci nel resto dell'Europa. Sarà un’opera di alta ingegneria di cui potremo andare fieri. Certo ci aspettiamo i soliti mugugni e peggio dai soliti ambientalisti da salotto, che vorrebbero lasciarci al tempo delle caverne. Ma riusciremo a gestire tutto al meglio, meglio che in passato, vedrete.”
Denise sapeva a cosa faceva riferimento, il gioco sporco toccava a lei. Ma lei era brava, non aveva tentennamenti e dubbi morali con cui fare i conti. Di notte dormiva come un sasso, lei usava la tecnica dei Marines sperimentata in Iraq e mentre ci pensava rideva tra sé, 120 secondi per addormentarsi ci mettevano loro che qualche fardello sulla coscienza sicuramente l'avevano. Figurarsi io che non ho mica ammazzato nessuno… sino ad ora.
Nel mentre l'iPhone iniziò a vibrare. Senza nemmeno guardare chi fosse rispose, tanto non serviva, sapeva già che avrebbe trovato la voce roca di Sandro.

3

Sandro era il suo contatto con i servizi, o meglio con chi non lo sapeva bene neppure lei. Sapeva che faceva parte di una specie di organizzazione parallela legata ai servizi segreti, che ovviamente non risultava in nessun organigramma. Anche il nome Sandro immaginava fosse quello d'arte. Gli veniva da ridere tutte le volte che sentiva di commissioni parlamentari sui servizi segreti. Non avevano mai capito niente. Secondo lei o erano incompetenti, o a libro paga come tanti.
“Ci troviamo al solito posto questa sera alle 19.”
Non aveva fatto in tempo a replicare che la telefonata era stata chiusa. Cazzo, pensò, e se non potessi? È possibile che questa eventualità non la consideri nessuno? Ma tanto la risposta la sapeva, era inutile scaldarsi. Il solito posto era una bocciofila di periferia, addirittura fuori Milano, il che le scocciava, doveva prendere l'auto e farsi almeno tre quarti d'ora per essere all'appuntamento.
Al solito tavolo di formica Sandro la stava aspettando. Aveva il solito aspetto che lei definiva da tossico, non riuscendo a trovare una migliore definizione. Lo infastidiva proprio averci a che fare, capello lungo e unto, vestiti trasandati, denti marci con gli incisivi di metallo, collanine, tatuaggi e ferri infilati nei posti più strani. Ma sapeva che la copertura in quel lavoro era ovvia. Solo che non era tanto convinta che si trattasse solo di copertura, si era fatta l'opinione che Sandro fosse proprio così, una specie di anarchico o peggio di zecca comunista. Come poteva altrimenti travestirsi così. Quella era forse una della poche cose che avrebbe avuto difficoltà a fare anche per tanti soldi. Riteneva che l'aspetto avesse la sua importanza, infatti nonostante il suo fisico asciutto e androgino, a trent’anni faceva ancora la sua figura, soprattutto con le donne. Gli uomini li trovava un po' tonti e non riuscivano a interessarla. Attaccò per prima: “Senti, Sandro, abbiamo due problemi. Primo, bisogna individuare lo stronzo che ci ha traditi e prima è meglio è per tutti, anche per voi.”
Sandro aveva sollevato lo sguardo che in precedenza teneva fisso sul bicchiere di Jagermeister, guardandola negli occhi con un misto tra lo stupore e il furioso.
“No, tranquillo, di voi non può sapere nulla, ma se è in possesso del business plan è probabile che sappia anche cosa avevamo previsto nel caso ci fossero stati problemi. Comunque sia va individuato o individuata subito, poi sapete voi cosa fare, anzi non voglio proprio saperlo.”
Intanto pensava che tanto non avrebbe saputo mai nulla se non da qualche trafiletto di giornale.
“La seconda cosa sono i pagamenti… vanno sospesi, in attesa che si calmino un po' le acque.”
Questo sapeva che era un tasto dolente e infatti Sandro sputò sul pavimento, neanche fosse per strada, e smozzicando delle parole incomprensibili in un dialetto a lei sconosciuto la mandò a quel tal paese, si alzò e uscì dall'entrata senza neppure girarsi.
Rimase seduta su quella vecchia sedia di formica e fece scorrere lo sguardo attorno. Si alzò di scatto, quel posto le metteva tristezza, doveva uscire subito, si affrettò a pagare al banco accompagnata dagli sguardi lascivi dei pochi avventori. In auto continuava a pensare a chi potesse essere il traditore o la traditrice. Gli ambienti in linea teorica avrebbero potuto essere due: la Speedy comunemente detta, ma dubitava fortemente, o il ministero, e lì era più probabile. Avevano dovuto oliare un po' di posizioni e quindi le persone informate non erano poi così poche.

4

Nei giorni successivi il comunicato del consiglio dei ministri, il circo mediatico si era scatenato, interviste, grafici e tutto il paese aveva scoperto la Val Grande, qualcuno finalmente si era dato una spiegazione di quel buco nella cartina posto sopra il Lago Maggiore, dove non comparivano strade e neppure paesi. In realtà, guardando bene, vi era una sola stradina tutta arricciata che portava in un posto dall'improbabile nome di Cicogna. Qualcun altro, facendo la solita bella ricerca su Google, scopriva una storia, fatta di miseria e violenza e un presente di isolamento, assenza umana e presenza floro-faunistica. Era comparsa una nuova parola che stava diventando mainstream: Wilderness. Tutti i media facevano a gara a ricordare che la Val Grande era la zona disabitata più vasta d'Italia, qualcuno addirittura si azzardava dandole il primato continentale. Il clamore e lo scandalo per il progetto autostradale tenuto segreto e per l'impatto ambientale facilmente immaginabile stavano lasciando giusto le prime pagine dei giornali nazionali, che a Radio Popolare arrivò un secondo plico. Questa volta più piccolo, erano solo fogli A4, sembrava una sorta di breve racconto. Questa volta appena Silvia la stagista, incaricata dell'apertura della posta, andò da Michele, dicendogli che ne era arrivato un altro, non ci fu bisogno di chiedere a cosa si riferisse, era chiaro, non si parlava d’altro. Michele prese subito tra le mani il plico, corse alla scrivania e iniziò a leggere.
“Premetto che il mio nome non è importante e nasco come voi una sessantina di anni fa. Sono quindi vostro coetaneo e come voi ho passato un pezzo della storia di questo paese. Anzi avrei potuto anche essere uno di voi, forse lo sono anche stato, uno che ha iniziato a divertirsi con le radio libere negli anni settanta e a inviare nell'etere il nostro credo politico. Come erano belli quegli anni, pieni di emozioni, di vita, di gioventù. Il mondo era a portata di mano, tutto o molto sembrava possibile. Le parole d'ordine erano chiare a tutti, evidenti, non c'erano sfumature, se non per darsi le legnate tra le varie anime del cosiddetto movimento. Sì, c'erano le femministe che con tutto il rispetto rompevano un po' i coglioni. Rendevano complicato ciò che era molto semplice: da una parte il capitale e dall'altra noi, i buoni, avanguardia del proletariato. Invece le femministe mettevano il seme del dubbio, anche se c'era sempre, anche nel caso di qualche osso rotto, la certezza che era un compagno che aveva sbagliato. Ma era pur sempre un compagno, questa parolina assolveva immediatamente tutte le colpe. Anche le più tremende venivano mondate, ai compagni si poteva e si doveva perdonare tutto. Quanto eravamo simili alla Chiesa che tanto attaccavamo senza rendercene conto. In fondo avevamo le nostre liturgie e voi eravate il nostro megafono. Da allora un po' di cose sono cambiate, prima c'è stata l'eroina e qualcuno se l'è portato via assieme all'AIDS, poi la fine del comunismo. Vien da ridere a pensarci. Una generazione che improvvisamente si è trovata senza la sua Chiesa, il suo credo di riferimento. Tutti gli slogan e le certezze svaniti come neve al sole. E lì si è visto chi erano i buoni. Quanti sono saltati sul carro del vincitore, cogliendo l'occasione e pensando che intanto se anche gli storici decretavano finita la storia era giunto il momento di metter da parte gli scrupoli. Il capitalismo, questa parola ormai bandita dal vocabolario, ha vinto, anzi ha stravinto. Si è dissolto, è diventato parte di noi, si è infiltrato nelle coscienze, nei pensieri, nelle emozioni, persino nelle cose più intime di ognuno di noi. La compravendita, anche dei sentimenti, ormai è indistinguibile. E anche voi, cari redattori, non siete immuni, anzi siete complici, siete i complici perfetti del capitale. Con le vostre musichette di world music, il politically correct, il gridare al ritorno del fascismo, siete assolutamente funzionali al sistema. Vi rendete conto che ormai non avete neppure più il coraggio di nominarlo? Lo chiamate sistema, senza rendervi conto che la perdita dell'aggettivo capitalista è il segno più evidente della vostra inutilità e connivenza. Comunque, cari, una volta vi avrei chiamato compagni, non è per farvi una reprimenda o un trattato che scrivo, quello sarebbe assolutamente inutile. Vi scrivo affinché possiate almeno in questa vicenda essere per una volta utili, almeno come mezzo di informazione, avendo perso la vostra utilità politica.”
“Michele, cosa ti è successo, stai bene? Sei bianco come un cencio.”
Era Silvia la stagista che aveva interrotto la sua lettura e aveva ragione, gli era quasi venuto un mancamento. Il testo continuava rivolgendosi direttamente a lui. Era proprio scritto come se gli stesse parlando: Michele, tu lo sai che non si può star sempre a guardare, alle volte le scelte sono inevitabili e ora è arrivato il momento di scegliere.
Ma cosa stava succedendo, perché quell'accidenti di proclama politico si era messo a citarlo, come se qualcuno lo stesse osservando. Infatti la sua reazione istintiva fu quella di guardarsi attorno attonito. Ma ovviamente vedeva solo i soliti colleghi indaffarati. Michele continuava a leggere: “so di cosa parlo e so anche che questo testo sarai il primo a leggerlo”.
A quel punto smise subito, saltò su dalla sedia, corse da Sergio, entrò nel suo ufficio senza neppure bussare e iniziò subito a raccontare cosa gli era appena successo. Sergio, assolutamente impreparato a quell'intrusione a mo’ di uragano, cercò di arginare il fiume di parole e di mettere ordine in quella profusione di parole. Ma che storia era mai questa?
La redazione fu convocata seduta stante, tutti tranne quelli impegnati nella trasmissione in quel momento in onda erano presenti. Sergio prese la parola:
“Stanno succedendo cose strane e a mio avviso preoccupanti. Dopo il primo plico, è arrivata una seconda missiva, che non saprei bene neppure come definire, comunque adesso Michele entrerà nei dettagli del contenuto. Mi preme però dirvi che siamo in una situazione non usuale e che dobbiamo stare all'erta. Michele, tocca a te.”
“Sì, grazie Sergio, come sapete sto seguendo la vicenda del progetto dell'autostrada. È arrivato un nuovo comunicato, che abbiamo già girato alla scientifica come dovuto. Di fatto contiene una serie di attacchi alla radio e inoltre fa riferimento esplicito al sottoscritto, come se chi lo ha scritto fosse qui tra noi.”
Il silenzio fu immediatamente interrotto da un brusio che saliva di tono in modo repentino. Michele capì che doveva riprendere subito il filo del discorso per non essere frainteso.
“Calma, calma, non sto dicendo che il documento è stato scritto qui e da qualcuno di noi, ma che chi scrive ha evidentemente delle informazioni sulla radio.”
La più lesta a prendere la parola fu Paola lapiccolina, tutto attaccato come la chiamavano tutti, per la bassa statura e per distinguerla dall'altra Paola.
“Scusami Michele, ma che significa che fa riferimento a te, in che senso?”
Michele a quel punto sembrava anche un po' imbarazzato: “Significa che nel documento a un certo punto comincia a parlare a me in prima persona, come se mi conoscesse, e fa anche alcuni accenni, tipo al mio impegno ambientalista, che mi fa supporre che qualcosa di me sappia. La cosa, vi confesso, non mi fa nessun piacere, e come diceva prima Sergio, questa situazione sembra sempre più strana. Posso capire che qualcuno abbia usato la radio per far emergere una situazione di grave vulnus per la democrazia in questo paese, ma già mi chiedo perché noi e non qualche testata mainstream, con una maggiore audience? Sembra che chi scriva sia qualcuno dell'ambiente.”
Sergio lesto riprese la parola per prevenire il diffondersi di una eccessiva preoccupazione: “Ha ragione Michele, comunque considerate, che non è un segreto per nessuno che lui sia impegnato nelle battaglie ambientaliste. Noi siamo una radio aperta e sempre lo saremo.”
Ci fu un attimo di silenzio, in cui tutti si guardarono in faccia perplessi, poi gli sguardi conversero su Paola lapiccolina che chiese: “Sì, ma alla fine cosa vuole da noi questo fantomatico?”
“Allora, come vi dicevo prima ci fa i soliti appunti, non siete più quelli di una volta, servi del capitale, etc., etc., poi ci chiede sostanzialmente di metterci a capo di un movimento di…”
Prendendo in mano il documento, letteralmente riportò: “Resistenza ambientalista per la lotta al capitalismo. Cioè, nel documento, che poi sono una decina di cartelle, dice che vi sarà un'altra Val Susa e che è in possesso di una serie di altri documenti che definisce esplosivi e che svelerà al momento opportuno. Ora…”. Michele, cercando il punto esatto sfogliando le pagine del documento, continuò: “Dopo la Val Susa, questo sarà un attacco ancora più sfacciato del capitale alle poche aree libere del paese, che guarda caso sono nelle zone geografiche marginali, come le Alpi. Useranno sempre gli stessi mezzi e mezzucci, dalle bustarelle alle intimidazioni, ma questa volta li fermeremo.”
Alzando gli occhi dal documento agli astanti lesse le ultime parole con una certa solennità: “E voi potrete fare la vostra parte”.
Paola lapiccolina, che ormai si sentiva l'interprete del pensiero della redazione, sbuffò: “Ma questo o questa mi sembra matto, mi sembrano farneticazioni, cosa c'entriamo noi e cosa potremmo fare oltretutto se non il nostro lavoro, come abbiamo sempre fatto?” Girando a quel punto la testa, cercando di raccogliere consenso aggiunse: “Riportando i fatti per quello che sono senza filtri”.
“Va bene ragazzi” disse Sergio riprendendo la parola, ben sapendo che il termine ragazzi per diversi di loro che avevano sessant’anni suonati era un po' esagerato, ma faceva tanto cameratismo.
“La seduta è tolta, torniamo al lavoro e antenne all'erta, chiunque avesse qualche informazione, idea in proposito a questa vicenda venga subito da me o da Michele. Ci aggiorniamo.”
A quel punto il vociare confuso e convulso riempì la sala della redazione, con i vari capannelli che cercando di comunicare alzavano le voci, con il risultato di ottenere una cacofonia generale in cui pochi riuscivano a comunicare, ma il disagio era palpabile. Solo Michele rimase in piedi e in silenzio come una statua di sale.

5 Michele

Avevo ancora davanti agli occhi l'incontro di un paio di settimane prima, quando avevo conosciuto una strana persona. La sera, al termine del consueto servizio in radio, mi fermai al solito bar di piazzale Lagosta a fare quattro chiacchiere. Appena entrato, fui attratto da un tipo strano, con una massa enorme di capelli bianchi raccolti a coda e una barba anch'essa bianca e lunga. Me lo ricordavo alto, molto alto e con una corporatura atletica e abbronzata, di un'età indefinibile che poteva andare dai 50 ai 70 anni per quanto mi sembrava incongruente come figura. Mostrava una muscolatura ancora guizzante ed essendo estate era facilmente apprezzabile, di contro il viso era raggrinzito come la corteccia di un vecchio albero, così era almeno la poca parte non ricoperta dalla barba. Ma la cosa che spiccava di più erano gli occhi azzurri intensi ed estremamente chiari che splendevano sotto le folte sopracciglia. Ma i dettagli non li avrei notati, se non fosse stato il personaggio che urtandomi, apparentemente in modo casuale, non avesse attaccato bottone, prima con le scuse per la involontaria spinta e poi esigendo di offrirmi una consumazione a rimedio del fastidio procurato. In realtà era stata una banale spinta come alle volte accade nei posti affollati, ma tant'è, accettai di farmi una birra.
Si era presentato come Tullio e da lì iniziò a illustrarmi l'origine di quel nome con un marcato accento campano.
“Tu devi sapere che mio padre era stato ergastolano al carcere di Santo Stefano. Sai dov'è, no? Mo’ ti spiego. Anzi no prima ti devo dire chi era mio padre. Lo chiamavano Nerone, per via di un fatto, di cui non vado per niente fiero sia chiaro. In poche parole, siccome era fatto cornuto, becco come dite voi qui al nord, dalla moglie, che per inciso non era mia madre, succedeva che quando andava a lavorare, gli avevano riferito i soliti ben informati che non si fanno mai i fatti loro, la moglie, ti dicevo, si intratteneva con il suo migliore amico. Allora lui che fece, un giorno finse di andare a lavorare, tornò subito e dopo che vide il suo amico Pasquale, così si chiamava, con la moglie, dette fuoco alla casa. Lui dice per dargli uno scanto… una lezione, ma fatto sta che il suo amico s'è buttato dalla finestra del primo piano ed è fuggito e invece la moglie è morta abbruciata.”
A quel punto mi stavo un po' spazientendo, la birra stava finendo e Tullio, capendo che la mia attenzione stava scemando, mi mise una mano sulla spalla come per prevenire la possibilità che mi potessi alzare dalla sedia.
Con una s stranamente strascicata: “Ascpetta, mo’ ti dico. Ovviamente gli hanno dato l'ergastolo e dopo un po' di giri nelle patrie galere, lo hanno spedito a Santo Stefano, un'isoletta delle Pontine ora in provincia di Latina, poi ti spiego, prima era Napoli, ma quella è un'altra storia. Insomma siccome mio padre tutto era tranne che scemo e faceva l'elettricista, lo misero a gestire la centrale elettrica del carcere. Quando nel '65 hanno chiuso l’ergastolo, così era chiamato il carcere di Santo Stefano, lo mandarono per buona condotta e per le capacità che aveva sull'isola di fronte di Ventotene, dove stavano ancora con le candele e i più fortunati con le lampade a petrolio e mo’ volevano pure loro l'elettricità. E nacqui io lì, dove Nerone conobbe la sua Giulia, mia madre”.
A quel punto mi guardò fisso aspettandosi non so cosa, a me sembrava solo una storia strampalata e la birra era finita e a casa mi aspettavano, per cui gli dissi senza enfasi “interessante”.
Quanto mai riattaccò.
“Appunto che è interessante, perché tu devi sapere che a te io ti conosco.!
A quel punto cominciai a scocciarmi, anche perché quella inflessione dialettale risultava un po' ipnotica con tutte quelle consonanti strascicate. Iniziai a pensare inoltre che quella non doveva essere la prima birra della giornata che Tullio si doveva esser bevuto. Lo interruppi: “Sì senti, io no, mi ricorderei di un tipo come te, senza offesa, ma non passi inosservato… nemmeno se ti travestissi da Babbo Natale”.
Mi sembrava una buona battuta che mi permettesse di alzarmi.
Ma ancora quella manona sulla mia spalla.
“Aspetta” sempre con quella s strascicata.
“Tua madre non si chiama Giulia anch'essa?” Sempre fissandomi negli occhi. E adesso cos'era questa novità che sapeva il nome di mia madre?
“Sì… ma tu come fai a saperlo?”
“È per questo che ti dico di aspettare, che mo’ ti spiego.”
“Io ti conosco, perché devi sapere che mia madre mi ha avuto che aveva sedici anni e per questo aveva dovuto lasciare l'isola, sai com'è. Si era trasferita da dei parenti che stavano a Torre, dove sono nato io. Poi se ne è venuta al nord a Milano e si è rifatta una vita e ha avuto altri due figli, un masculo e una fimmina. Uno si chiama Michele e la fimmina Laura e mi sa che sto Michele ce l'ho proprio qui davanti.”
Le ultime parole le disse con un sorriso sornione, mentre tirava fuori dal taschino della camicia un sacchetto pieno di semi di girasole.
Io rimasi con la bocca aperta e poco ci mancava che mi centrasse con un guscio dei semi che iniziò a sputacchiare in ogni dove.
Avrei imparato in seguito l'importanza dei semi di girasole. Mentalmente cominciai a fare i conti, in effetti mia madre è del '50 per cui potrebbe starci, a me e mia sorella, che abbiamo 20 mesi di differenza, ci ha avuto tardi, come dice sempre lei a metà anni '80 era vecchia per fare figli, ma mio padre lo era sicuramente, avendo quindici anni più di mia madre. Mia madre è sempre stata schiva nel raccontare di sé, soprattutto della sua adolescenza. Mi raccontava della vita sull'isola, come se fosse vissuta nella preistoria, ma questo passaggio dai parenti e un figlio segreto?
Cercai di dire qualche cosa di sensato, ma non mi uscivano le parole, sembravo un pesce in un acquario, la bocca si apriva e si chiudeva senza emettere un suono. Ero attonito, lo stupore, mi aveva paralizzato. Finché emisi un verso, sì, me lo ricordo bene, perché si girarono tutti nella mia direzione gli avventori del bar, una specie di muggito, che in realtà era l'inizio della frase: “Mmmmmmma tu saresti quindi mio fratello?”
Al che tutti i presenti smisero contemporaneamente di fare ciò che avevano iniziato. Chi stava bevendo posò il bicchiere, il barman rimase con lo straccio immobile chinato sul bancone che stava pulendo in una posizione alquanto innaturale, una persona che stava entrando si fermò pietrificata sulla soglia vedendo quello scenario immoto.
Girando la testa in tondo e rivolgendomi a tutti e nessuno in particolare, dissi qualcosa del tipo: “No, stavo scherzando … fate pure” come se dovessi autorizzare il tempo a continuare a fluire.
In effetti, tutto riprese come prima del mio verso belluino e io abbassando la voce e avvicinandomi a Tullio ripresi: “Ma tu sei mio fratello?” Come se volessi una conferma di ciò che mi aveva appena detto e che non si trattasse di uno stupido scherzo.
E Tullio, serafico, sputando l'ennesimo guscio con cui mi sfiorava la guancia: “E che te lo dico a fare, scusa, se non fosse vero, sarei venuto a cercarti in questo posto, scusa il termine, di merda, in cui passi la tua vita?”
Adesso però stava esagerando, era uno dei locali più trendy del momento al quartiere dell’Isola a Milano, ma feci finta di non aver sentito, erano ben altre le questioni da affrontare, mi sembrava.
“Scusami Tullio” Già questo strano nome, non avevo mai conosciuto nessuno che si chiamasse così e non riuscivo a farmelo diventare familiare. Appunto della famiglia. Quasi piangendo gli dissi “Ma io ho trent’anni, perché adesso, da dove salti fuori, dove sei stato, ma chi sei?” Ero sconvolto, questa cosa mi metteva in crisi. I pensieri si azzuffavano nella mia mente per avere la precedenza e giungere primi al livello di consapevolezza: mia madre non mi ha mai detto niente di un fratello, ma perché? Chi lo dice a mia sorella e mio padre? Cazzo ma mio padre lo sa e non mi ha detto niente neppure lui? Oppure non sa nulla neppure lui. Ma chi è mia madre?
Tullio interruppe quella cascata di pensieri dicendomi “Senti, forse è meglio che usciamo da questo posto di merda” e dacci, “Andiamo da qualche parte dove si può parlare in santa pace.”
Risposi “Sì, sì, usciamo“ mi alzai e feci per uscire, quando Tullio mi disse “Senti, ho solo pezzi grossi, non è che puoi pagare tu le birre?” e sempre in trance pagai, uscii seguendolo. A questo punto ci guardammo in faccia e gli dissi “Senti, io sono in bici, dove hai la macchina?” Tullio mi guardò con fare interrogativo. “La macchina, figurati se io ho la macchina, pensavo che ce l'avessi tu… ma dovevo immaginarmelo, 'sti ecologisti da città…” E lasciò la frase a metà.
Ripresi: “Va be' senti a casa mia non dovrebbe esserci nessuno a quest'ora” e pensai per fortuna e speriamo in bene che nessuno ritorni. “Sali sulla canna, in un quarto d'ora siamo a casa mia.”
A trent'anni abitavo ancora con i miei, questa era la mia triste situazione. Il lavoro ce l'avevo ed era anche gratificante, ma lo stipendio, be', non era proprio da nababbi, inoltre era due anni che eravamo in contratto di solidarietà per la riduzione della pubblicità a seguito della crisi. Ma il vero motivo era che la mia vita sentimentale era uno sfacelo. Stavo con Michela in teoria da 5 anni, ma se conto le volte che ci eravamo lasciati e ripresi… Insomma eravamo sempre in bilico, per cui grandi sogni e sonore cadute depressive.
E adesso un fratello. Mentre pedalavo e sbuffavo con sto quintale sulla canna della bicicletta, mi sembrava un sogno, mi dicevo, ma non sta succedendo a me, mi sentivo come estraniato, vedevo passare Milano, ma non ero io che la vedevo, e mi chiedevo, contemporaneamente e ingenuamente, chissà se gli altri notavano che ero diverso dal solito.
Un quarto d'ora dopo eravamo in Via Padova, nota zona “residenziale” milanese, ed entravamo nell'appartamento dei miei accompagnati dai profumi delle cucine esotiche più disparate. Nel mio palazzo erano presenti secondo l'amministratore più di trenta etnie diverse.
Ci sedemmo attorno al tavolo in cucina, e dissi a Tullio: “Senti, abbiamo un’ora prima che qui comincino a tornare i miei”. Mia sorella era già uscita da casa da un paio d’anni, beata lei, ma poi pensai con terrore e se invece vuole proprio fermarsi?
“Scusa Tullio, ma quei cosi che sputi in giro, potresti evitare? Che poi mia madre mi fa un paiolo così.” Mia madre, forse avrei dovuto dire nostra madre?
Tullio con una smorfia mise via il suo cartoccio, prese fiato e iniziò:
“Senti Michele… è un discorso lungo… tanto per cominciare tua, nostra madre non la vedo da secoli, ogni tanto ci scriviamo ma niente di più. Giulia, non l'ho mai chiamata mamma, perché non lo è mai stata. Mi ha abbandonato alla nascita in ospedale. Per carità non la biasimo, aveva sedici anni, ripeto, quando sono nato. Io l'ho rintracciata che ero già adulto, ma non penso che se fosse stato per lei avremmo mai avuto contatti. Io dopo l'istituto sono stato dato in adozione e mi sono fatto la mia vita, ad un certo punto però senti la necessità di sapere chi sei, da dove vieni, qual è il tuo passato, per cui quando scoprii di essere stato adottato, grazie sempre a quelli che non si fanno i cazzi propri, per me fu un casino. Con i miei genitori, cioè quelli che pensavo fino a quel momento che fossero i miei genitori, avevo quindici anni, pensa un po', fu guerra. Scappai da casa, finii in tali casini che non sto a dirti. Pensa solo Torre del Greco negli anni '80. Camorra, traffici, sigarette, va be' lasciamo perdere. Comunque come ti dicevo poi cresci e ti fai le domande e se ti fai le domande… vuoi le risposte.”
Io ero senza fiato, guardavo questo gigante dagli occhi pieni di lacrime che mi fissava come se parlasse a se stesso e riprese: “E le risposte le ho avute dopo anni di ricerche, trusci e minacce, perché i servizi, come li chiamano loro, non possono dirti chi è tua madre, poi tramite uno che conoscevo a Napoli al tribunale dei minori ho avuto la copia del mio fascicolo. Avevo ormai trent'anni e mi presentai in questa casa, tu eri nato da poco e a tua madre per poco non venne un colpo. Io non so cosa mi aspettassi da quell’incontro, ma volevo sapere perché, perché ero stato abbandonato. Sai, quando le cose non le sai ti fai le peggiori fantasie. Poi la realtà per fortuna è sempre meglio. Tua madre mi raccontò di quell'amore estivo di ragazzina ingenua sull'isola, con quest'uomo affascinante, che era stato ingiustamente condannato, a suo dire, per aver bruciato la moglie. Lei che faceva la cameriera nell'unico affittacamere che c'era nell'isola al tempo, la gravidanza e l'allontanamento dalla famiglia per la vergogna. Dopo tutto era così semplice, quasi banale mi vien da dire”. Fece una pausa, mise una mano nel taschino per prendere i semi, ma lasciò perdere e riprese, sempre parlando più a sé che a me: “L’incontro con tua madre significò per me la pace con me stesso. Avevo capito e ciò bastava, bastava a placare quella rabbia che non sapevo controllare, che mi arrivava improvvisa e che mi ha portato un sacco di guai. Pensavo sempre che la gente mi potesse fregare, per cui fregavo io prima loro e così non vai lontano te lo posso assicurare”. Questa volta parlando a me aggiunse: “Ma la rabbia è una grande risorsa se la sai usare bene”. Non capii assolutamente quell'inciso al momento, ma lo avrei capito in seguito.
“Dopo l'incontro con tua madre, ripeto, sono cambiato, ho smesso di fare cazzate, si può dire che è stato uno spartiacque, quell'incontro, il carcere e le conoscenze. Mi hanno aiutato a capire tante cose, di come funziono io e anche il mondo.”
Anche lì fece un'altra pausa guardandomi, come per vedere la mia reazione, che non ci fu. Solo perché ero paralizzato, avrebbe potuto anche dirmi che era stato sulla luna con Armstrong, la mia reazione sarebbe stata la stessa: sguardo vacuo, labbro penzolo, pensieri assenti.
Riprese: “Il carcere è una brutta bestia e visti i miei ascendenti forse una maledizione, ma si incontra anche gente interessante. Li ho conosciuto gente che sapeva come usare la rabbia, oltre che i camorristi ci stavano i politici, gli ultimi, ma seppur sconfitti, sapevano dare una lettura della realtà che ti faceva sembrare il mondo dove eri vissuto un altro mondo. Mi resi conto che non avevo capito niente 'naltra volta. E sì la testa è dura, ma si può cambiare”.
Guardò l'orologio appeso in cucina e disse : “Va be', stringo un po' se no qui facciamo notte e giusto per intenderci, io qui non ci sono stato mai, manco per tua madre, intesi?”
Dissi, anzi balbettai: “Sì, sì”. Poi pensai a come diavolo avrei mai potuto gestire quella situazione assurda. Appena rientrava mia madre vedeva, mi stava montando una rabbia furiosa. Tullio, non so come, ma avrei avuto modo di conoscerlo, se ne accorse e aggiunse: “Non prendertela con tua madre, è una brava donna… anche lei ha fatto ciò che ha potuto… non sempre nella vita si può scegliere come si vorrebbe”.
Poi riprese: “Comunque Michele, ora stammi a sentire bene”.
Pensai, ma mi hai preso per scemo, è mezz'ora che ti ascolto e come potrei fare diversamente, mi stai dicendo che sei mio fratello e che devo rivedere metà della mia vita. Ma aveva ragione, dovevo starlo a sentire bene perché quello che mi stava dicendo era ancora più incredibile.
“Michele, ora aspetta a giudicare e fammi finire.” Fece un'altra pausa guardandomi fisso negli occhi. “Io non ti ho cercato per raccontarti la mia vita e un pezzo in qualche modo della tua, ma è per il tuo lavoro.” Altra pausa. Qui la cosa mi sembrava si facesse complicata, ora cosa c'entrava il mio lavoro?
“Michele, io sono quello che vi ha mandato il materiale dell'autostrada.”
Silenzio. Cadde il silenzio. Tullio mi fissava muto, poi aggiunse: “Ho bisogno di aiuto”. E aggiunse : “Vi dovete svegliare”.
Il mio cervello, o quello che era a quel punto, andò in tilt. Non riuscivo più a immagazzinare le informazioni, per me era troppo, ero sopraffatto. Mi stava dicendo che avevo davanti a me un fratello, che mi ha cercato, ma non per dirmi che siamo fratelli, ma per una cavolo di autostrada? Ma che senso c’è? Non capivo e mi stavo alterando. La mia reazione a quel punto mi sorprese, fu automatica, scattai in avanti cercando di afferrare Tullio per il collo, nel tentativo rovesciai la sedia e caddi in avanti, trascinando anche Tullio con me sul pavimento tenendolo per il collo. Iniziai a urlare, non so bene cosa, ma erano frasi sconnesse di cui si capivano forse alcune parole tipo mamma, ti ammazzo e vaffanculo ripetuto all’infinito. Lasciai la presa del collo, dopo di che mi misi a piangere a dirotto sul pavimento. Tullio intanto paonazzo tossiva e cercava di trovare un respiro regolare alzandosi in piedi e sparendo dalla mia vista. Probabilmente era andato in bagno. Ero disperato, singhiozzavo come non mi era più capitato da quando ero bambino. Dopo qualche attimo iniziai a riprendermi e riuscii a mettermi seduto. Tullio mi guardava dall'alto in basso in piedi e mi disse con tono grave: “Senti, io ora è meglio che vado… ti chiamo io”. E se ne uscì. Ci misi un po' a riprendermi e mi precipitai giù dalle scale, feci i tre piani volando e arrivai in strada, ma non c'era più. Cominciai a dire: “Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo.” Se ne era andato quell'accidenti di fantasma e ora cosa facevo? Forse era solo un incubo. Presi la bicicletta e corsi a casa da Michela, che vedendomi in quello stato mi fece subito entrare. Cercavo solo un porto sicuro, delle braccia che mi potessero consolare, mi sembrava di essere finito sotto uno schiacciasassi, mi faceva male dappertutto. Michela continuava a chiedere se stessi bene e voleva portarmi a Niguarda al pronto soccorso per accertamenti. Ma io le dicevo di lasciare perdere, di lasciare stare, di abbracciarmi, di non parlare che poi le avrei spiegato. Ma cosa avrei potuto spiegarle?

14 giugno 2019

Evento

Gallarate (VA) presso abitare le idee In un contesto singolare con musica diffusa e possibilità di un drink . Presentazione e confronto sui temi del romanzo.
Vi aspetto dalle 21.30.
https://abitareleidee.com/
https://www.facebook.com/abiatareidee/
07 giugno 2019

Evento

Casa della resistenza, Fondotoce Verbania, via Turati 9
Nell'emozionante contesto della Casa della Resistenza e in occasione del 75° anniversario del rastrellamento nazi-fascista della Val Grande, verrà presentato Isole Ribelli con la collaborazione della guida Luca Chessa.
Vi aspettiamo numerosi !
 
16 maggio 2019

Evento

Cameri (NO) Via Novara 20 - Biblioteca Civica
Alle ore 21.00 organizzato dalla locale sezione del CAI (Club Alpino Italiano) si terrà la presentazione di Isole Ribelli
10 maggio 2019

Evento

Vecchio Forno , Piazza Sant'Anna , Bellinzago Novarese Presentazione organizzata dall'associazione Vox Organi di Bellinzago Novarese , con il supporto di Rosalba Bonini. Ore 21.00 sarà l'occasione , nella bella cornice dell'antico forno del paese, per illustrare gli intrecci di vite che si dipanano nel romanzo con i luoghi in cui si svolgono gli avvenimenti: la Val Grande , l'isola di Ventotene e la città di Milano.
Vi aspetto.
Mirco
10 maggio 2019

Evento

Bellinzago Novarese piazza Sant'Anna presso il vecchio forno Alle ore 21 con il contributo di Rosalba Bonini e dell'associazione Vox Organi presenterò il romanzo Isole Ribelli. Un intreccio di vite e vicende ambientate tra la Val Grande , l'isola di Ventotene e la città di Milano.

Commenti

  1. Mirco Fagioli

    (proprietario verificato)

    Riporto il commento fatto da Piero organizzatore della presentazione a Cameri (No) : “Grazie a lui per la disponibilità e la sua ammirabile semplicità e a te per avercelo fatto conoscere. Ora attendiamo il libro da leggere perchè è riuscito a creare aspettativa/e.

  2. (proprietario verificato)

    Un eco-thriller con un’ambientazione inusuale e descritta con precisione. L’autore conosce bene i luoghi di cui racconta: la Val Grande è la protagonista di questo romanzo in cui, la salvaguardia della natura è di stimolo per la crescita interiore e per il percorso di formazione e di redenzione dei tre protagonisti, attraverso la consapevolezza che per arrivare ad un punto occorre prendersi cura di se stessi, proprio come fanno Tullio, Michele e Sveva. Insieme alle descrizioni degli ambienti in cui si dipana la narrazione, che porta a galla storie dolorose e sopite, in Isole Ribelli emergono i valori che hanno ispirato il romanzo, valori mai stati così attuali come in questo periodo, come l’attenzione e la tutela dell’ambiente, ma anche l’attenzione alle relazioni umane e alla propria crescita personale, anche attraverso il dolore e la solitudine, forse due condizioni essenziali perché ci si possa prendere cura del mondo esterno. Fanno da contraltare alla Val Grande, altri luoghi sempre ben dipinti, l’isola di Ventotene e Milano, che si popolano di personaggi secondari ma assolutamente necessari ai colpi di scena che sviluppano e percorrono l’intreccio.

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Mirco Fagioli
Nato nella periferia milanese all'inizio degli anni '60. Mi sono diplomato in chimica e poi ho deciso che la mia strada fosse quella dello psicologo, attività che svolgo tutt'ora.
Sposato e con due figlie ormai adulte, due cani e due gatti, tutte ovviamente femmine. Viviamo in riva al Ticino nel parco regionale. Cerco di avere uno stile di vita compatibile con l'ambiente , privilegio le relazioni e limito per quanto mi riesce gli acquisti. Negli ultimi anni abbiamo ospitato in affido due ragazze e per molte estati Svetlana una bimba di “Chernobyl”.
Da diversi anni faccio viaggi partendo dall'uscio di casa a piedi in bicicletta o in canoa. Quest'anno il viaggio è stato inscritto nel mio romanzo d'esordio.
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