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La bambina del freddo

La bambina del freddo
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Consegna prevista Aprile 2021

Emma Lanfranchi, brillante capo redattrice di un quotidiano milanese al quarto mese di gravidanza, inizia a ricevere strane lettere scritte a mano con una grafia stentata, firmate da sua figlia non ancora nata. Sconvolta dall’emozione e sovrastata dal peso di questa situazione straordinaria, Emma cerca di capire cosa stia capitando e chi sia l’autore delle lettere che iniziano ad arrivarle a casa e al lavoro. Se non fosse per il fatto che ha deciso di tenere segreta la gravidanza ottenuta attraverso un’inseminazione eterologa, Emma penserebbe di essere vittima di un’intimidazione, o forse di un crudele scherzo. Così inizia a indagare e contemporaneamente a dubitare di chi le sta vicino e di sé stessa. Presto si trova suo malgrado costretta a fare i conti con le sue scelte e a dover rispondere delle sue decisioni a una bambina del freddo, con anni d’anticipo sulla tabella di marcia.

Perché ho scritto questo libro?

Volevo dare voce a Emma, una quarantacinquenne, che decide di affrontare, da sola, un’inseminazione eterologa.
E poi ho sentito anche la voce di quella bambina venuta dal freddo che Emma porta in grembo e l’ho lasciata parlare.

Nasciamo completi, poi incontriamo l’amore dei nostri genitori e ci spezziamo in due, e poi in tre e poi è difficile rimettere insieme i pezzi…

ANTEPRIMA NON EDITATA

x Dott.Emma Lanfranchi

Redattore Capo Il Metropolitano

Via xxxx

20100 Milano

-238

È da circa sedici settimane che fluttuo dentro la tua pancia e inizio a sentirmi solida.

È una sensazione strana. (Devo capire se mi piace).

In qualche modo, la solidità mi costringe a essere presente a me stessa.

Ultimamente mi si sono formate due piccole braccia e due gambe: prima galleggiavo nella placenta mossa dalla forza del pensiero, ora i movimenti sono lenti e dipendono dalla forza di queste appendici che faccio fatica a controllare.

Qui dentro però è tutto così rassicurante. Non devo fare nulla se non lasciarmi cullare dal ritmo del battito del tuo cuore. Mi nutro, riposo e osservo il mio corpo che si forma mentre galleggio in questo liquido caldo ed avvolgente che sa di te.

Di te, mamma (posso chiamarti così?), non conosco ancora nulla.

Non ho mai visto il tuo volto, il colore dei tuoi occhi, i tuoi capelli.

Conosco la forza della tua volontà che mi ha strappata al freddo.

(Spero sia un bene…).

Presto (tra 238 giorni circa, se tutto andrà bene) arriverò là fuori, nel mondo, tra le tue braccia.

Credi che questo rapporto tra noi due, funzionerà?

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  1. Uno Strano Effetto Collaterale dell’Eterologa

La prima busta con il mio nome in stampatello scritto da una mano malferma, è arrivata un giorno di inizio maggio, all’inizio del quarto mese. Si è insinuata in redazione come una mina antiuomo pronta ad essere innescata, nascosta tra la risma di buste della posta appoggiate come ogni mattina sulla mia scrivania da Vera la segretaria, a lato del mio Macbook Air.

Non me ne sono accorta subito, come spesso capita con le cose importanti che accadono davanti al nostro naso. La mina è rimasta appena sotto la superficie, pronta a mutilare le gambe del mondo perfetto che mi sono costruita attorno, con poco più di 150 parole.

Nessuno in redazione poteva saperlo.

Per ora, indosso questa gravidanza tardiva come un completo intimo di pizzo nascosto sotto un abito casto e discreto, che non segna le forme: lo vedranno solo quelli a cui lo permetterò, quando deciderò che sarà il momento di spogliarmi.

Adesso non è ancora il momento.

Inutile girarci intorno: questa gravidanza da single a quarantacinque anni suonati, per me rappresenta l’allineamento di tutti i fattori della mia esistenza in una congiuntura perfetta. Un miracolo avvolto in un clima di consapevolezza e privo del pathos, dei fronzoli, delle aspettative che hanno gli accadimenti delle età che ho lasciato alle spalle.

Intendiamoci, non mi sento vecchia, tutt’altro.

Sento per la prima volta che questo grappolo di anni che tende a prolassare i miei tessuti e a imbiancarmi i capelli, gioca a mio favore.

Difficile però per l’essere umano medio, andare oltre quello schema generalmente meschino si è creato nella mente.

Sono separata senza figli, da un anno abbondante sono single e mi sono sempre guardata bene dall’entrare nei dettagli della mia vita privata.

Ti sei sottoposta a un’inseminazione eterologa? già li vedo storcere le labbra, giudicare, ridere alle mie spalle.

I moralisti che mi etichettano come arrogante, egoista e peccatrice. Gli scettici che incolpano la scienza e iniziano con le buie previsioni sul futuro del genere umano. Gli intellettuali che sparano sentenze velenose allineando il mio gesto a quello della generazione superficiale e dimenticata tra Boomers e Millennials, la generazione X che le guerre e le recessioni le ha lette sui libri e che sono entrati nell’era digitale superati i trenta. Pavidi che non sono in grado di fare sacrifici e fanno figli in vecchiaia per frustrazione. Gente con l’orologio biologico malfunzionante, insomma.

Chissà perché è così facile giudicare e riempirsi la bocca con frasi fatte che hanno il sapore stantio del cibo masticato da altri, piuttosto che pensare con la propria testa.

La vita è un’iperbole di contraddizioni.

Ho passato la prima parte dell’esistenza insieme a ragazzi problematici, cercando di evitare di rimanere incinta, cosa che allora sembrava più semplice di trovare lavoro. Poi la seconda parte, quando il lavoro c’era, a cercare di rimanere incinta senza successo, degli stessi uomini problematici maturati al livello superiore di stronzi.

Il più stronzo di tutti poi me lo sono ovviamente sposato e ora ringrazio Dio di non aver avuto un figlio con una parte del suo patrimonio genetico.

Se a vent’anni, quando ho iniziato a prendere la pillola anticoncezionale, mi avessero detto che la maternità sarebbe arrivata grazie ad un uovo donatomi da uno sconosciuto identificato dalla sigla Nimbus 5465 dopo i quarant’anni, non ci avrei creduto.

Sì la scienza sostiene che la curva della fertilità femminile raggiunge il suo apice a 25 anni, dopo i 35 inizia a scendere. L’orologio biologico di una donna però è tutt’altra cosa.

Questo timer innato è in linea con ben altri fattori rispetto alla riserva ovarica e questo noi donne lo sappiamo bene.

Infatti, eccomi qui, io e la mia Alice in viaggio nel quarto mese. Tutto in questa gravidanza segreta procede nel modo migliore, non soffro nemmeno di nausee.

L’unico effetto collaterale, difficile capire se positivo o meno, è questa lettera.

  1. Non Accadono Queste Cose Nella Realtà

Quando mi sono convinta a fare il passo, ho deciso di darmi una sola possibilità. Buona la prima o nulla.

Soprattutto dopo gli altri tentativi andati a vuoto, due dolorosi processi di inseminazione nell’arco di un anno, in cui direttamente nell’ovulo era stato inserito lo spermatozoo del mio ex marito, Manfredi, (dopo anni di tentativi a vuoto, lo aveva fatto perché si sentiva obbligato ma alla fine, me l’aveva fatta pagare).

Così sono partita per Praga senza dirlo a nessuno, diretta al centro con cui lavora la Dottoressa Lambi dato che in Italia l’eterologa è fortemente sconsigliata.

È stata una scommessa con il destino: è l’ultimo tentativo, se è destino rimarrò incinta, subito. Se invece non deve essere, accetterò la decisione del fato. Esattamente come i giochi che facevo da bambina, solo che allora erano questioni futili del tipo se calpesto tutti le parti bianche delle strisce pedonali papà mi porta al cinema.

Il momento prima che l’anestesia facesse effetto, ho pensato a mio padre. Se ci fosse stato, mi avrebbe detto, guardandomi di sfuggita da sotto le lenti degli occhiali come faceva lui, che quell’eventuale creatura era il figlio della società liquida. Riuscivo quasi sentire la sua voce: L’acme dell’individualismo che porta la razza a riprodursi senza copulare, senza più nemmeno conoscersi. Bauman era uno dei suoi modelli, uno dei testi di riferimento delle sue lezioni all’università e me lo aveva iniziato a spiegare a dodici anni, due anni prima di lasciarci all’improvviso. 

Durante quelle settimane di attesa seguite all’innesto, in cui aspettavo di sapere se l’ovulo avesse attecchito, non ho mai avuto paura, ero pronta ad accettare tutto quello che sarebbe successo. Non ho avuto paura il giorno che ho saputo dalla dottoressa Lambi di essere incinta e nemmeno i tre delicati mesi successivi.

Poi però è arrivata questa lettera con tanto di francobollo.

Il mio cervello ci ha messo un attimo a percepire il senso di quello che sto leggendo. Credo di essere andata in apnea per un tempo indefinito. Non può essere. Che scherzo è questo?

All’improvviso ho smesso anche di vedere le parole che ho davanti agli occhi, la vista mi si è appannata e ho iniziato a piangere, contro la mia volontà.

Dopo l’emozione, arriva lo spavento.

Mi alzo di scatto come fossi stata punta da un insetto e inizio a guardarmi intorno.

Impossibile. Nessuno in ufficio può saperlo. Non lo sanno nemmeno mia madre e Indro, quel saggio e paziente uomo che mi sono ritrovata come papà acquisito. Ori, il mio cane si avvicina con il suo istinto animale percepisce il mio panico e lo fa suo. Ansima e si guarda intorno circospetta.

Eppure qualcuno deve averla scritta questa lettera e di sicuro, non è stato il feto che cresceva dentro di me.

Non accadono queste cose nella realtà, giusto?

Così faccio l’elenco, usando le dita come una bambina, di chi è al corrente della cosa: pollice e indice, la dottoressa Lambi, il medico di riferimento in Italia e ovviamente il dottor Vizkos che si è occupato dell’inseminazione a Praga.

Medio e anulare, gli amici di una vita, Matilde e Andrea, anzi padre Andrea, il parroco della chiesa di via Giovio, vicino al carcere di San Vittore. Ultimo dito, zia Ade la sorella di mamma.

Cinque dita, una sola mano e nessun altro. Cinque persone di cui mi fido ciecamente. Metterei la mano sul fuoco che nessuno di queste loro farebbe una cosa del genere. Perché poi dovrebbero. No.

Lascio l’ufficio abbastanza presto per i miei standard, senza salutare nessuno. Dalla zona di Garibaldi prendo la linea Lilla della metropolitana, quella senza conducente, diretta alla fermata Tre Torri. Vivo infatti in un appartamento davanti al nuovo complesso di City Life che zia Ade, mi ha affittato a una cifra simbolica di mille euro al mese, spese comprese, per centodieci metri quadrati splendidamente ristrutturati, un lusso che se non fosse per la generosità di mia zia non mi sarei mai potuta permettere. Per un paio di mesi infatti, dopo il divorzio ho vissuto in un piccolo bilocale in zona Porta Venezia\Corso Buenos Aires, pagavo praticamente la stessa cifra per un appartamento che era poco più della metà, in un quartiere dove non c’è verde e questo con Ori, è un problema.

Ori mi sta attaccata alle gambe come avesse un invisibile guinzaglio molto corto, fa a mala pena i suoi bisogni. Mi siedo sul divano del mio appartamento nuovo di zecca in cui ho già arredato la stanza della bambina, concentrandomi per un attimo sulla vista che ho davanti agli occhi che ora più che mai, mi appare avulsa dal contesto della città in cui sono cresciuta.

Una Milano verticale in cui l’architettura ha una personalità che è germogliata senza basi classiche. Questa vista stanotte mi da la sensazione di essere altrove, lontana dalla solidità delle basi latine e prima ancora greche della mia formazione. Anche il cielo e le prime stelle, una luna a forma di falce che si riflette sulle pareti specchiate delle alte torri sembra diverso dai soliti cieli milanesi. È un cielo vasto, vischioso che imprigiona segreti.

Mi prendo la testa tra le mani, cerco di capire cosa fare ma non c’è un pensiero ragionevole nel mio cervello.

Ogni tanto estraggo la lettera dalla tasca del cappotto, guardo quella scrittura infantile, arrotondata sperando si svegliarmi da un sogno.

  1. Tre: Gioco di Squadra, Empatia e Diplomazia 

Sono capo redattore del Metropolitano, un quotidiano liberal progressista di piccole dimensioni con una tiratura di poco più di trentamila copie, di cui circa tremila di diffusione digitale. Avrei preferito lavorare in un contesto meno legato alla politica e soprattutto a una politica che tende in questa specifica direzione tra l’altro, così poco propizia per una donna che lavora nel mondo della cosiddetta cultura ma questo è quello che passa il convento. Si tratta della migliore opzione degli ultimi anni: un famoso contratto di collaborazione coordinata e continuativa, famoso per le grandi promesse e le povere tutele reali, che però si sta trasformando in un’assunzione a tempo indeterminato.

 Diretta, colta ma non saccente, ferisco a colpi di ironia, all’occorrenza sfoggio un carattere da maschiaccio mai oltre il limite dell’educazione, però.

Sono appassionata di Olimpiadi e amante dello sport in generale, calcio compreso anche se non tifo per una squadra in particolare con dispiacere del direttore, Milanista da generazioni.

Sono sempre l’ultima a lasciare la redazione, lavoro anche a capodanno e ferragosto. Vado avanti a caffè (alle sigarette ho dovuto rinunciare), delivery di cibo asiatico e insalatone. Sono per la parità di genere, contro ogni tipo di omofobia e di razzismo, parteggio per la green economy, la sostenibilità e la responsabilità sociale come strumenti vincenti per salvaguardare il futuro. Credo nella cura di alcune malattie attraverso l’utilizzo delle erbe medicinali, sono una grande sostenitrice del gioco di squadra, semino regole grammaticali dove trovo mentalità individualistiche e ignoranza.

Rappresento insomma, l’archetipo del capo redattore, quella solida colonna portante che ti aspetti ti trovare in un quotidiano che aspira a divulgare un messaggio chiaro e diretto al lettore, a prescindere dalla parte politica, anche se la neutralità, per una come me, non è sforzo da poco.

E poi, oltre al caporedattore, c’è la donna.

Non sono mai stata bella in senso classico, ho un naso e un decolleté importante, folti capelli neri difficili da tenere in ordine, occhi troppo grandi rispetto alla bocca che risulta invece troppo piccola, ma infondo l’insieme dei colori e dei tratti del mio corpo, con l’aggiunta di una statura che arriva quasi ad un metro e ottanta senza tacchi, incute rispetto e risulta gradevole. Non rappresento una minaccia per le donne e il mio lato da maschiaccio è piacevole per gli uomini che riescono a trattarmi quasi come un pari senza dover strafare con quell’atteggiamento da galli nel pollaio. Almeno quasi tutti.

Durante il giorno cerco di raccapezzarmi tra le mille incombenze che mi spettano quotidianamente. A partire dall’ideazione di un piano editoriale efficace, articoli scritti con un carattere, che in questo caso è ben sintetizzato da una frase che campeggia al centro della redazione: scrivere in “stile minigonna”, cioè in modo abbastanza lungo da coprire l’argomento e abbastanza breve da renderlo interessante. Una frase da facili consensi bisex, che ho piazzato sul muro subito dopo la firma del contratto come caporedattore del Metropolitano, quattro anni fa. Piace molto anche al Direttore che non è invero grande fan della Fallaci: ogni volta che pensa alla minigonna però, sorride compiaciuto, infondo basta poco per distrarre un uomo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Rossella Canevari
Sono giornalista pubblicista, autrice televisiva, social media strategist; da Aprile 2020 mi occupo con grande passione di Comunicazione per l’area Responsabilità Sociale (CSR) della Croce Rossa Italiana.

Qualcosa di più su di me: amo viaggiare e nel sud-est-asiatico mi sento a casa. È allo yoga, alle tecniche di respirazione e di meditazione che devo la gioia di essere qui e ora, facendo quello che faccio. Leggere (ultimamente più che altro ascoltare audio-book) mi rilassa, scrivere mi permettere di stabilire una connessione lucida e privilegiata con il mio sé profondo, smanettare sui social mi diverte da pazzi, ho un debole per il live streaming e per i video. Sono un essere umano sensibile, empatico, passionale sempre in cerca di un centro di gravità im-permanente che mi aiuti a cambiare (idea sulle cose e sulla gente).
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