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La Casa del Glicine e dell'Uva

La Casa del Glicine e dell'Uva
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Consegna prevista Agosto 2022
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Cinque voci narranti per otto racconti diversi che andranno man mano intrecciandosi nel tempo e nello spazio, ricostruendo il filo dell’unica vera protagonista di questa storia: la vita. È così per Anna, donna fuori dagli schemi; Ermanno e la sua giovinezza rubata; Juan il gitano anarchico, Fabrizio e le sua aspirazione alla serenità; Peppe, l’idealista indeciso. E poi c’è la Casa del Glicine e dell’Uva che forse è la vera scrittrice di questa storia. Nel racconto, come una sequenza di onde, si alternano l’amore, l’odio, la gioventù, la vecchiaia, i traguardi, gli insuccessi, le nascite, le morti, la fiducia, il tradimento. Tutti componenti della normale e straordinaria quotidianità dell’esistenza umana.

Perché ho scritto questo libro?

Il principale benefattore della mia vita è stato il mare. Il mare mi ha fatto conoscere l’amore, il mistero, la creatività, la musica, gli abissi, la risalita. Ed è per tutto ciò che dovevo ricompensarlo, per tutta questa generosità donatami. È stata la fonte d’ispirazione dalla quale ho potuto attingere e scrivere questo romanzo. Questa per me è la vera felicità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ermanno 1943

Le chiesi se conosceva un dentista, qualcuno che avrebbe potuto curare il mio dente. Ci pensò un attimo poi prese carta e penna e scrisse il nome e l’indirizzo di un medico generico che, nella carestia della guerra, svolgeva anche il lavoro di dentista. Qualche tempo prima aveva curato anche lo zio e questo di certo non era un buon biglietto da visita visto lo stato attuale del vecchietto senza neanche più un dente in bocca; ma in quel momento il nome scritto sul fogliettino sembrò essere la chiave di svolta per tutti i problemi. Mi rivestii alla svelta per recarmi prima possibile dal probabile “salvatore”. Lo studio dove esercitava si trovava a circa un chilometro dal palazzo di Giulio, così volai letteralmente e in meno di dieci minuti ero giunto a destinazione Chiesi informazioni al portiere dello stabile il quale disse di andare al piano meno uno della scala B, un sottoscala dove due o tre cantine adibite a mini ospedale pullulavano di malati; in quel nosocomio improvvisato si curava di tutto, dai denti al fegato, dalle ferite da armi da fuoco al mal di gola. Il dentista, per meglio dire il medico, non si fece desiderare, entrai nel suo studio dopo una decina di minuti d’attesa. Come mi vide bastò una semplice occhiata radiografica per sentenziare la diagnosi:

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«Ha una bella carie eh!»

Era un uomo di una certa età credo intorno ai cinquant’anni, ricurvo e particolarmente instabile dato che tendeva sempre a sorreggersi a qualcosa. A volte s’inclinava a quarantacinque gradi poggiando i gomiti sulla scrivania, altre volte, per stare in equilibrio, si aiutava stringendo con le mani il lungo tubo di acciaio della lampada che usava per illuminare e guardare in bocca ai pazienti. Mi fece sedere su una sedia viennese che inclinò leggermente all’indietro per lavorare meglio. Il lavoro d’infermiera era svolto dalla figlia, una ragazzina in carne di una quindicina d’anni, con due enormi tette. Disse di aprire la bocca e cominciò a illuminare la cavità orale; sentivo la luce calda della lampada infiltrarsi in mille cunicoli, attraversare l’esofago, albeggiare vicino al cuore e ai polmoni; densa di fotoni sfiorava il fegato, lo stomaco, fino a immergersi nelle lunghe vie dell’intestino per poi, infine, fuoriuscire dall’ano. Provai vergognai come un bambino, un fascio di luce attraversava il mio corpo e forse era visibile dal retro dei pantaloni. Trovavo tutto ciò un atto profondamente invasivo e indecente; un uomo, uno sconosciuto, mi stava guardando dentro. Rassegnato, cercai conforto negli spazi vuoti della stanza; ma niente, il raggio visivo era invaso dal faccione del dottore con i capelli untuosi al punto giusto, e con delle lenti spesso appannate. Dal suo modo di fare percepivo una sottile cattiveria tipica dei dentisti, e un’ignavia inconfondibile. Cercò di intraprendere una conversazione animata parlando della guerra, dei bombardamenti americani, dei rastrellamenti tedeschi; io, costretto a essere muto, avevo la bocca aperta invasa da un altro nemico, le sue mani. E poi in quel momento non me ne fregava niente della guerra, dei tedeschi o degli americani, ero preso unicamente dal dolore con lo sguardo assetato di lacrime e disperazione senza alcuna dignità umana. Quando per un attimo tolse le dita dalla bocca, riuscii solo a dirgli poche parole prima che cominciasse di nuovo a profanarmi:

«Estragga il molare cariato senza nessuna obiezione, non voglio attendere un secondo di più.»

Il dottore osservò quasi meravigliato e rispose con un tono tranquillo che rasentava beatitudine:

«In guerra i denti si estirpano non si curano.»

Bevvi un leggero anestetico forse a base di morfina e non so che altro, d’altronde in tempo di guerra quello passava il convento, poi inclinò ancor di più la sedia poggiando lo schienale addosso alla figlia che a sua volta era poggiata a un muro corroso dall’umidità; la ragazzona con i braccioni flaccidi aveva il compito di tenermi fermo, così in quell’instabile condizione il dottore riprese a lavorare. Si arrampicò su tutto il mio corpo neanche fossi una montagna insormontabile cercando di trovare la leva giusta per l’estrazione, nel frattempo la figlia, mentre cercava di bloccarmi, involontariamente poggiò il suo enorme seno sulla mia fronte; oramai l’invasione era avvenuta. La mandibola si stava scollando dal cranio, il sangue mescolato alla saliva mi stava affogando, le tette della ragazzona coprivano gli occhi e le orecchie, dei miei cinque sensi solo l’olfatto funzionava, messo a dura prova dal puzzo del sudore adolescenziale di quella quindicenne cresciutella. Ma alla fine il medico, quel santo medico, riuscì a estrarre il dente cariato. Quando finì il lavoro, alzò in aria la pinza che stringeva il molare e, come un’atleta nel momento in cui sollevava la coppa in segno di vittoria, disse:

«Tra qualche giorno finalmente potrà mangiare senza aver paura di farsi male».

            

Anna 1963

I ragazzi finalmente uscirono dall’acqua e, tutti infreddoliti, corsero verso casa alla ricerca di qualcosa con cui asciugarsi; io, invece, nel buio colmo di felicità, mi defilai dal gruppo familiare per fumare una sigaretta, finalmente da sola.

Seduta sulla rena umida la leggera risacca del mare sfiorava e solleticava leggermente i piedi mentre col fumo creavo dei cerchi concentrici che si disperdevano nel buio. In lontananza le voci degli ultimi invitati, un misto di chiacchiericci e risate stanche, stonavano con la musica della signora Sorgente che riprese il suo suono soffice e antico modellando Sicilienne di Fauré. In lontananza riconobbi anche la voce di Alfredo che stava salutando Fabio e Ines. Anche questa volta non attese, si dissolse nei meandri umidi del tunnel condominiale.

Sulla riva pensai al giorno dopo, a come sarebbe stato il mio risveglio quando avrei guardato la spiaggia. Non ci sarebbe stato più nulla, né un’orma, né un segno qualsiasi, niente di niente, la marea e il vento avrebbero cancellato tutto come se non fosse mai passato nessuno.

Quella breve giornata di luce, cibo e gioia, stava andando via per lasciare spazio all’assenza, il sangue delle galassie avrebbe ripreso la sua emorragia, le lacrime si sarebbero nascoste nelle grotte di palazzo Donn’Anna.

La sete di luce mi ridestò dall’arsura, le fluide scie delle lampare dei pescatori resero lo specchio d’inchiostro un buon motivo per essere felice. Esisteva un luogo al mondo dove ero certa di essere viva? Ecco, forse quel luogo era lì. Non era nulla, solo chicchi di grano che galleggiavano su di un mare vino scuro. Si abbracciavano, si dividevano, si specchiavano e scomparivano.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Carlo Tafuri
Sono nato a Posillipo nel 1959 e ho sempre lavorato nel campo artistico. Prima come musicista, poi per molti anni come grafico pubblicitario. Ho partecipato come redattore e ricercatore a numerose pubblicazioni turistiche ed enogastronomiche sulla Campania. Sono al mio secondo romanzo. Adesso lavoro nel settore progettuale in un’industria di polistirene. Pur vivendo in città ho sempre avuto molti animali, dalle galline ai gatti, dai canarini ai cani. Amo il mare, la Grecia, l’apnea. Amo mia moglie, mio figlio, i miei cani, la mia pazza famiglia ed il bicchiere mezzo pieno...ovviamente di vino.
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