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La casa, il nido, la prigione

La casa, il nido, la prigione
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Consegna prevista Marzo 2022
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Eccovi qui diciotto racconti e una novella. Contengono riflessioni maturate negli anni, a volte scanzonate, a volte più sobrie, sul tema della casa. C’è chi la vede come un nido in cui rifugiarsi, e chi se ne sente soffocato. Da qui si dipartono storie che bucano le intercapedini dei secoli e dei luoghi, dall’Australia alla provincia italiana. Spiccano anche qualche volo in avanti, sul nostro futuro post-tecnologico. Sono testimonianze, voci, reazioni di fronte alle improvvise turbolenze che minacciano la nostra vita e ci spingono a resistere all’assedio, o a subirne la violenza. Anche l’aldilà si prende talvolta la scena, quasi una quarta dimensione del vivere. Si fa luogo domestico dove il passato reclama la sua porzione di memoria. I 18+1 racconti navigano tra queste intemperie e si fanno a tratti enigmatici, a tratti surreali o umoristici. Alla base di tutto, un desiderio di ‘com-prendere’, ‘prendere con sé’ la multiforme umana avventura.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per sete di avventura. Da sempre avido lettore, ho cercato di rivivere in prima persona le emozioni, le attese, le frustrazioni di un narratore nel momento in cui si accinge a raccontare una storia, sperando di far presa sul suo pubblico, o semplicemente di allietarlo, commuoverlo, farlo arrabbiare. Ho visto molte realtà diverse, diverse latitudini, e questo mi ha aperto spiragli di umanità inattesi. Vorrei che nessuno dei personaggi di cui leggerete mi somigliasse.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La casa, il nido, la prigione. Come si spiega questo titolo?

Proviamo a raschiare la prima mano di vernice delle nostre incrollabili certezze e facciamo uscire strati nemmeno troppo profondi di noi. Quanti episodi legati al clan di appartenenza, al nido degli affetti più sinceri ci restituiscono l’immagine di un vicolo cieco, di una gabbia inossidabile? Che bello, ritorno a casa, ma ecco, chi ti vedo alla finestra, con tanto di sorriso stampato? Genitori iperprotettivi, professori invadenti, vicini, preti, e quant’altro.

Ognuno di noi può elencarne in quantità, di questi scenari, eppure, a distanza di anni, l’avversione al mondo dei grandi appare come filtrata dal senso di una ineluttabilità comune al genere umano: “Siamo in trappola, ma la colpa è solo ed esclusivamente degli ‘altri’!” La questione si complica quando il ‘nido’, il luogo che noi stessi ci siamo costruiti in anni di fatiche, una famiglia, una cerchia di amici fidati, una solida posizione sociale, ed ogni altra cosa che faccia ‘nido’, quel piccolo rifugio ci impone dei sacrifici o delle scelte di vita radicali che spesso ci annientano (come in “Ambasciator…”, “Lettere senza risposta”, “Una visita di cortesia” oppure, in tono più scherzoso, in “Lezioni private”).

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Oppure, il nido-prigione ci induce a spezzare i fili che ci legano al mondo degli adulti (in “Confessioni semiserie di un ex cocco di mamma”), alle convenienze del ‘clan’ (“L’ospite”, “La resa dei conti”), o, persino, al mondo dei vivi (“La selva”, “La trincea”, “Vertigine”).

Come ci è difficile spezzare la logica del nido, allo stesso modo diventa complicato ricostruire quanto è stato distrutto, per colpa nostra (“Un pomeriggio come tanti”), o per circostanze esterne (“La grande involuzione”).

A volte cerchiamo di restituire un nido a chi se l’è visto strappare via con la forza, sperando così di colmare, il nostro stesso vuoto di ‘senza tetto dell’anima’ (ne “Lo straniero”, “Per una palla di neve” o “18 agosto 1992”).

Facendo finta che a qualcuno possa importare, verrebbe da chiedermi cosa rappresenta per me la casa? Nido o prigione?

Se ascolto il daimon dell’insoddisfazione cronica, l’eterno irrealizzato, non posso che giudicarla come una prigione, ma non un penitenziario. Diciamo, uno di quei carceri in cui possono venirti a trovare almeno un paio di volte al mese! E di questo disagio non posso incolpare la mia famiglia, splendida sempre e comunque. Non posso rimproverare la società. Non ho nulla da imputare nemmeno alla chiesa, anzi, forse il parroco potrebbe obiettare la mia scarsa costanza nel partecipare all’eucarestia domenicale! Dell’istruzione, e delle sue angherie, non voglio assolutamente discutere… ci lavoro!

Se proprio devo trovare fuori da me stesso un alibi al mio malcontento, posso accusare tutte insieme quelle piccole grandi delusioni della vita che ci spingono a fuggire, a cercare un altrove più genuino, o che genuino ci pare in quel dato momento. Per un ‘precario’ della vita come me un altrove, là fuori, da qualche parte, sempre spalancato, suona come un dogma di fede, incrollabile come un Buddha di Bamiyan prima del tritolo – e, perché no?, anche dopo. È una sicurezza, come il cappuccino al bar di lunedì mattina, prima del lavoro.

Forte di questa convinzione nell’altrove, sono ‘fuggito’ in Australia, parecchi anni fa, per un’esperienza di insegnamento dell’italiano in un college nello stato del Victoria, terra di esploratori, cercatori d’oro, galeotti (rieccoci con la prigione!)… e di pessimi cappuccini! Da qui, i due racconti iniziali (“Storia di un mercante di cavalli” e “Formiche”). Sono rientrato in Italia per qualche tempo, a seguito di un lutto in famiglia (mia nonna, che compare nel racconto “la guerra di Josepp”). Dopo altri cinque anni, rieccomi in Australia, il mio ‘altrove’.

Spero che questi racconti vi piacciano, per ovvie ragioni!… ma soprattutto spero di aver trasmesso in quel che scrivo la passione del far parlare, senza manierismi o ipocrisie, le voci che animano quell’odissea che è la scoperta di sé, del proprio posto nel mondo.

Ho pensato di presentare questi racconti alla Casa Editrice bookabook perché nel suo impegno a favore di nuovi autori non dimentica che un libro è creatività, mente e cuore, presente che ci ferisce e passato che ci conforta; amore per chi ci sta attorno. – Luigi

LA TRINCEA

(altri mondi, attorno)

“Giorgio! Giorgio! Dove sei?”

Una giovane voce di donna fendeva l’aria del crepuscolo, la sua sagoma scura commista alle ombre degli alti cipressi che incorniciavano il sagrato della chiesa.

Giorgio mancava già da un paio d’ore. Lo aveva mandato lei alla fonte a prendere un po’ d’acqua, ma non era più ritornato… proprio quando stava per cominciare il rituale delle visite pomeridiane per la veglia al defunto! Era da sola ad incontrare le occhiate sconsolate o di circostanza, le strette di mano cerimoniose di tanti parenti, amici, curiosi, giunti fin lì dai paesi oltre la diga dove un tempo sorgeva il confine austriaco, per rendere l’estremo saluto al suocero, il vecchio legnaio, conosciuto dai più come il “musone”, o “l’orso” per il suo carattere poco conciliante e, di preferenza, ostile. Pochi dei presenti potevano vantarsi di essere davvero suoi amici, ma tutti si erano sentiti in dovere di partecipare al lutto della famiglia.

L’assenza di Giorgio privava la madre di un’arma con cui difendere il suo nuovo ruolo di capofamiglia. Come poteva ora dire “Grazie a Dio c’è ancora mio figlio!” senza averlo accanto, senza cercare conforto accarezzandogli i capelli biondi ed il volto liscio? Da quando il nonno se n’era andato, dopo una infinita malattia, Giorgio era diventato più assente, inarrivabile. Come farlo ragionare su quanto accaduto, su quella separazione irreparabile, se non dava segno di ascoltare? Alla madre non riusciva nemmeno di litigare con lui perché lo sguardo del ragazzo, sempre fisso per terra, non tradiva nessun tentativo di ribellione che potesse in qualche modo alimentare un dialogo tra di loro. Forse Giorgio aveva bisogno di essere destato, pur senza traumi, ma con decisione, dal suo isolamento. Ma come riavvicinarlo alla realtà, come riconquistarlo ad un mondo in cui sembrava essere stato trapiantato con la forza?

Il nonno era stato per lui come un padre, un padre un po’ atipico: alla forza fisica e al vigore dei papà comuni, di cui i suoi amici andavano fieri, il nonno opponeva la forza dello sguardo, del gesto, della parola che sapevano ravvivare di luci sempre nuove l’immaginazione del nipote, fondendo in sé passato e presente. Gli parlava spesso del papà da giovane, anche se non era mai troppo esplicito sui suoi ultimi anni in famiglia; discutevano di guerra, delle fughe dal nemico, dell’ospitalità negata agli invasori a costo della vita, dei furti di bestiame o degli incendi che riducevano tante famiglie allo stremo. Parlavano dell’entusiasmo di chi si era costruito qualcosa con le proprie mani, ma non aveva mai avuto la presunzione di essere l’unico artefice del proprio destino. Anzi, il nonno riconosceva come i suoi avi fossero stati per lui un riferimento anche quando era diventato più vecchio e non poteva più contare sulla loro presenza. Anche Giorgio, a braccetto del papà-nonno sul sentiero impervio, ma già segnato, della vita, si era sentito al sicuro, lusingato di essere uno dei meccanismi di una ruota destinata in eterno a progredire in varie direzioni, pur girando sempre inevitabilmente su se stessa.

Eppure, adesso che il nonno non c’era più, gli sembrava che qualcosa in quella logica si fosse spezzato, che egli fosse giunto ad un guado oltre il quale non avrebbe più ritrovato le tracce della sua preda tanto agognata, del suo scopo nella vita. Voleva molto bene alla mamma, ma non accettava che lei, talvolta annoiata ed infastidita dai discorsi infiniti del nonno, cercasse di farlo tacere, o di ricondurlo alla ‘realtà dei fatti’, come chiamava lei l’arida quotidianità senza ombre, quindi senza luci. Giorgio era consapevole della sofferenza solitaria della madre, il suo ruolo di genitore dimezzato, ma nel profondo della sua sensibilità di adolescente, le biasimava l’eccessivo spirito di sacrificio per lui, che finiva per annientarla e gettava lui nel rimorso di chi si sente venerato perché nient’altro è più rimasto da venerare. Il nonno era sempre stato l’ago della bilancia fra loro due, ma ora che sarebbe successo?

Quel pomeriggio primaverile, fatto d’aria appesantita, stipata di nubi scure che defluivano dalle sommità dei monti, non si era lasciato sfuggire il grido di una madre e l’aveva propagato a raggiera fino all’orecchio della foresta, che s’inerpicava lungo i lastroni di granito e basalto delle alture più scoscese. Là vicino, in un avvallamento poco esposto alla luce, un altro orecchio, indisponente, assordato dal gorgoglio tormentoso della mente, si mise all’ascolto, quasi incapace, dopo tante ore di silenzio, di trasformare un sibilo di vento nel miraggio di un significato lontano.

“Giorgio! Giorgio! Dove sei? Torna qui!”

Giorgio non voleva essere avvistato, si riparò nell’ansa di una specie di torrente prosciugato, con un argine sorretto da una muraglia di pietra sul versante di terra esposto a valle, magari un rimedio ideato dall’uomo per difendere il corso d’acqua dall’impeto delle frane.

Il torrente aderiva al fianco della montagna, ma doveva essere da molto tempo che non conosceva il fruscio di un pur modesto rigagnolo d’acqua, perché si era ormai popolato di ogni genere di erbe e sterpaglie. Nemmeno un ciottolo emergeva dal tappeto verde che disseminava quel

letto, frequentato da qualche libellula che planava flessuosamente sulle pozzanghere, che, immerse nell’ombra, si erano conservate dalle precedenti piogge. Una cosa tuttavia colpiva Giorgio di quel torrente: ogni tanto la sua ansa risaliva in superficie, oppure si interrompeva bruscamente per poi riprendere su un’altra dorsale, più in alto o più in basso, tanto che l’acqua avrebbe dovuto sfidare la forza di gravità per compiere un percorso così tortuoso.

Perplesso, Giorgio si ripromise, al prossimo scroscio di pioggia, di venire a controllare come l’acqua si sarebbe mossa all’interno di quella condotta forzata: egli era infatti uno sperimentatore, non gli bastava credere sulla parola. Anzi, quando si affidava all’immaginazione per colmare qualche piccola lacuna dell’esperienza o dei sensi, cercava di farlo con la meticolosità necessaria perché fosse il più possibile realistica, che si potesse toccare con la “mano della fantasia”, come la chiamava lui. Nel frattempo, sentì che l’esperimento dell’acqua sarebbe avvenuto molto presto: il cielo era plumbeo, intonacato di nubi sfilacciate, scosse da venti talmente remoti da somigliare allo scorrimento di una pellicola che crea, seppur distante, l’illusione del movimento.

Qua e là, gli immensi castagni che si stagliavano contro l’orizzonte vuoto carichi di foglie e ricci ancora verdi, si esponevano alla luce di lampi lontani che annunciavano l’arrivo del temporale.

Seduto accanto ad una pozzanghera dentro il torrente, intento ad osservare il divincolarsi dei girini, per i quali aveva sempre provato ribrezzo, Giorgio fu scosso, atterrito, dal rullio inaspettato di un tuono, amplificato dalla cassa armonica delle pareti rocciose. Gli sembrò che ogni rintronata seguisse le altre in una corsa sleale ad eliminazione come il caos di una grancassa che sovrasta lo squillo solenne degli ottoni.

L’acqua della pozzanghera cominciò a tremare, increspandosi di cerchi concentrici, ed il suo riflesso chiaro del cielo si era oscurato come per una nube di fumo nero che lo oltrepassava. Il ragazzo, spaventato ed affascinato dal buio che incombeva sulla vallata, non trovò subito il coraggio di guardarsi attorno. Socchiuse gli occhi per confrontare l’oscurità delle palpebre abbassate con la penombra del paesaggio circostante.

Fu un’azione brevissima, ma quando il ragazzo riaprì gli occhi, rimase sconcertato, raggelato: adesso il torrente si era trasformato, era saturo di soldati feriti, inermi, stremati, che si rifugiavano sotto i cappelli alpini infangati per non svelare ai compagni la disfatta scritta a chiare lettere sui loro volti. Quell’ansa riguadagnava così, dopo tanti anni, la sua vocazione ideale: sotto i suoi occhi si apriva una trincea!

2021-07-26

Aggiornamento

Cari amici, grazie per la disponibilità e, devo dire, la pazienza con cui sopportate i miei continui appuntamenti con il libro 😊 Resistete, manca poco! Oggi vi parlo della novella contenuta nel mio libro. Si intitola "Lettere senza risposta" (scoprirete perche!). E' la storia di un'aristocratica tedesca che si trasferisce in una città italiana ai primi del cinquecento. Racconta le sue esperienze per lettera alla sorella. Dapprima affascinata dal nuovo ambiente, comincia a scoprire sempre nuovi dettagli inquietanti a cui non riesce a dare spiegazione... Se leggerete oltre, vi accorgerete che si tratta di una 'novella nella novella'... 16 novembre 1520 Mia cara Mathilda, Questa mia lettera ti sorprenderà, ne sono sicura. Tre mesi di silenzio non sono pochi, lo so! Non trovavo il coraggio di scriverti, tanto era il timore di averti delusa. Uno strano presentimento a cui neppure io riesco a dare una spiegazione. Il timore di una tua risposta contrariata. Sai che a volte mi faccio guidare dalle suggestioni del momento, non penso alle conseguenze delle mie azioni. Non ho la tua forza, lo riconosco. Ma poi mi sono detta: non nascondere il tuo affetto, coraggio, devi vincere la pigrizia! E allora eccomi qui. Se mi avessi vista! Ho impugnato delicatamente il pennino quasi nuovo e l’ho immerso nel calamaio, stando bene attenta a non infradiciarlo nell’inchiostro, come ho sempre fatto fin da quando ero piccola, ai tempi in cui si studiava con il precettore. Ti ricordi quante ore, e quanta pazienza gli ci sono volute per farmi imparare ad usare la mano destra, mentre io mi ostinavo ad usare la mancina? In questo mondo di pennini e calamai non c’è posto per noi mancini, lo so! Forse un giorno inventeranno uno strumento di scrittura meno insidioso ed avvilente, che renderà ognuno di noi libero di scrivere con la mano che preferisce. Una nuova frontiera per la democrazia! Ma, per ora, perdonami le chiazze d’inchiostro e gli obbrobri che troverai disseminati qua e là sul foglio. Certo, dirai, potrei prendermi la briga di riscrivere la brutta copia, la carta non mi manca. Eppure sento che una lettera scritta di primo pugno è più genuina, più emozionante, perché una correzione, una lettera più sghemba del solito, si portano appresso le nostre indecisioni, i nostri fremiti. Ecco, come sempre mi perdo in un bicchiere d’acqua. Da questo capirai che il mio nuovo ruolo di moglie non mi ha cambiata per nulla, sia nel temperamento, sia, ti garantisco, nell’aspetto fisico. Poco alla volta sto facendo conoscenza con questa città austera, fatta di mura bianche candide e assiepata di campanili. Il nome non ti dirà nulla, come non diceva nulla a me prima di arrivarci: si tratta di Brescia, che i giureconsulti ed alcuni prelati, amici del mio consorte, insistono a chiamare Brixia, alla maniera latina. Gliel’ho sentito dire spesso; ciò nonostante, non si parla più il latino, ma una lingua volgare che, come puoi ben intuire, non capisco affatto. Non ha nulla a che vedere con il nostro alto tedesco, e nemmeno con il basso. E’ una cosa distinta, tanto poco musicale da ricordare i ritornelli, sempre uguali, di alcune nenie di paese. (foto del Birmingham Museums Trust)
2021-07-22

Aggiornamento

Un articolo tratto dal quotidiano australiano "Il Globo", 22 luglio 2021. 😄 Grazie alla redazione! Luigi
2021-07-19

Aggiornamento

Carissimi, ecco un nuovo aggiornamento sui racconti di "La casa, il nido, la prigione". Puntata n. 4: "Lezioni private"📖 E' la storia umoristica, ma a doppio taglio, di un'insegnante di inglese un po' attempata e timorata di Dio, che lavora ormai da anni in una scuola privata alla periferia di una grande città del nord. Un giorno uno dei clienti più importanti le propone di dare lezioni private ad una classe con esigenze molto particolari 🥳 Per saperne di più, aggiungetemi su Facebook: https://www.facebook.com/luigi.gussago.9/ Photo by Timo Wagner
2021-12-07

Aggiornamento

Terza puntata dei miei racconti. 🎈🎈🎈 Questa volta vi parlerò de "Lo straniero". La storia si svolge nella placida cittadina americana di Oak Flat a metà dell'800, all'epoca della segregazione razziale. Un misterioso personaggio, piovuto dal nulla, e dal nome un po' esotico di Cicikov, porta una ventata di cambiamento nel feudo di David Greene... Non vi racconto altro, solo che la storia si ispira a due autori a me molto cari, per vocazione umoristica: Mark Twain e Nikolaj Gogol'. Seguitemi su Facebook per avere ulteriori particolari... 😎 https://www.facebook.com/luigi.gussago.9
2021-04-07

Aggiornamento

Cari amici! 😎 Come di consueto, lunedì troverete un aggiornamento ai miei racconti, con un nuovo episodio dal titolo "Un'amicizia". 🤝 Cos'hanno in comune una coriacea mamma del sud e una bellicosa mamma del nord?? Di sicuro la devozione, a volte un po' maniacale, per i figli! Seguitemi su Facebook per sapere come va a finire!🎈🎈🎈 https://www.facebook.com/luigi.gussago.9
2021-01-07

Aggiornamento

Brano tratto da "Formiche", un racconto di "La casa, il nido, la prigione". Cos'è l'amore?
2021-06-27

Aggiornamento

Carissimi Lettori, Grazie dell'interesse che state dimostrando per i miei racconti! 🎈 Seguitemi su Facebook per esplorare le mie storie ed avere qualche 'assaggio'! 📖 Non mancate! 🚲🛴🛵🛹🎈 Prima Puntata: "La guerra di Josepp" Quando: Domani 28/06 su Facebook (post) Aggiungetemi a: https://www.facebook.com/luigi.gussago.9 Per prenotare il libro: https://bookabook.it/libri/la-casa-nido-la-prigione/

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Luigi Gussago
Luigi si è laureato il secolo scorso in lingue e letterature straniere. Quindi, dopo alcuni anni di insegnamento nella scuola media, ha deciso di partire per un’esperienza di studio e lavoro in Australia. Da 12 anni vive e insegna lingua e cultura italiana e tedesca a Melbourne; ma non ha mai interrotto i contatti con la sua amata città, Brescia. Infatti, gli piace passare il Natale con i suoi, al freddo, invece che in spiaggia. Ha pubblicato un libro sul romanzo picaresco e articoli accademici su vari argomenti di letteratura. Questi racconti sono la sua prima prova narrativa.
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