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La consistenza della verza

La consistenza della verza
Scelto da Anna Raschi
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Consegna prevista Giugno 2020

Questa è la vita di un perdente che accetta di esserlo, di un fallito consapevole che non si sente troppo a disagio.
Di una persona talmente disordinata da scordarsi anche il suo male. È la vita di Girolamo, un ragazzo diventato uomo, cresciuto “dentro” e risarcito fuori. È l’equilibrio divino che rimpiazza i pezzi mancanti e riduce lo sforzo umano inteso come attrezzo per diventare.
Dentro la sua vita ne succedono altre senza neanche troppa dinamicità e l’intreccio diventa storia: che in molti scampoli di questo libro non è altro che il tempo che passa fino a scadere e a far si che qualcuno se ne prenda carico. Perchè inevitabilmente, un segno lo si lascia sempre, anche da sdraiati.

Perché ho scritto questo libro?

Non me lo ricordo più. I personaggi creati prendono forma che diventa anima pretendendo il meglio per loro. Nessuna invenzione insomma, c’è corruzione anche nella fantasia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Eh?” Prendo tempo, facendo finta di non aver sentito. Ma Elena, da dentro il suo cellulare, non si distrae, riproponendomi la stessa, identica domanda. “L’hai vista, hai visto quella troia?”

Devo rispondere, rovistare fra le mie migliori bugie, perché un altro “eh” vorrebbe dire si.

“Certo che l’ho vista, l’ho anche toccata e abbiamo fatto l’amore, ma ho usato la precauzione. Non c’è il suo odore nella mia erezione. Ti amo Ele…” Spinge la cornetta rossa e non la sento più.

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La rividi tre anni dopo alla stazione di Orvieto, soddisfatta e incompleta mentre spingeva un passeggino a due posti con dentro il minaccioso futuro.

Io mi chiamo Girolamo, no, non è un nome d’arte e ora me lo sento bene, addosso e dentro.

Ho una vita regolare, di merda direbbe qualcuno, con un lavoro di 8 ore che spesso si allungano a 10.

Sono esente da animali domestici, ma c’è una mosca che sempre alla stessa ora si posa sul “cornicione” del pc dopo avermi sfiorato le orecchie. Anche ora, mentre scrivo, è li di guardia, tenera e nera che si sfrega composta le zampette.

Mia madre è turca, mio padre ha un canile in Umbria. Non sono divorziati, ma non fanno sesso da 5 anni. Perchè lo so? Venite a vedere: qui, nell’armadio, dalla parte di mia madre, senza polvere e senza sonno, svettano le 78 carte rinascimentali dei tarocchi, assemblate e pronte, con arcani minori e arcani maggiori di ogni tipo e nazione, lucidi e animati.

Mio padre invece ha le bollette in ordine di data e categoria, compra gli scottex a doppio strato per masturbarsi serenamente e in sicurezza, desiderando qualcun’altra. Si alimenta in maniera regolare per depistare qualche occasionale erezione fra lenzuola comuni.

Non si cercano col corpo ma si tengono perchè i loro difetti coincidono.

Si rispettano e si scordano.

Li ammiro, ma lo capirò meglio fra qualche anno, quando magari mi chiameranno Richard, avrò i capelli gialli e loro saranno composti e moribondi a sintetizzare con lo sguardo rimasto una storia normale.

Elena, dunque, mi ha lasciato e io giro di notte al freddo per scalfire la colpa, per sgretolare un ricordo che nel presente valeva poco ma che ora nell’assenza, sembra infastidirmi. So che il dolore svanirà e che dovrò averne uno nuovo al suo posto, così apprezzo l’istante tornando sereno nella più lieve e immancabile delle solitudini, proiettando il mio pensiero al largo, dove la soluzione ha già deciso.

Oltre ad aver perso una donna,quando diventa sera balbetto in modo armonico e garbato attirando la tenerezza delle amiche di altri amici, è il mio timido modo di essere egocentrico, come l’insegna fioca e sbiadita di un locale, finalmente, senza musica.

Nel lavoro ho immerso ogni ricordo, ogni altra forma di essere. Il mio cervello viaggia in un’unica direzione con a fianco due binari di cemento stretti, alti e scuri, infrangibili e severi, rassicuranti. Il piacere e il gusto non mi possono più rapire, non perderò più tempo dentro flebili sensazioni. È tutto vero, ed è tutto lì.

Così facendo riesco a monitorare la mia sofferenza, la mia delusione cosmica.

Mi sento tranquillo nella certezza che non ce ne siano altre se non abbandono quella attuale.

In meno parole, sono uno schiavo del sistema, e vado d’accordo con tutti, perché tutti sembrano essere come me: imprigionati dentro la perdita della speranza.

C’è un pullman che parte alle 19.15 per Parigi, potrei dormirci sopra e sentire le voci tenui delle coppiette che si sussurrano frasi celebri.

Mi basta pensarlo per avere voglia di fare qualcos’altro. Raggiungo le vie più buie del centro. Nel tragitto mi sfrecciano vicino gli odori degli adolescenti, lindi e incoscienti. Gridano e si chiamano fischiando.

Deve essere sabato sera.

Torno in autostazione e prendo quel bus per la Francia.

I cartelli stradali sono ingialliti dalle troppe estati, si intravede a malapena il loro scopo. Siamo già verso Grenoble.

Mia nonna mi parlava sempre delle noci di questi posti, sembrava avessero proprietà curative a sentire i suoi racconti.

I vecchi cercano sempre di santificare tutto, come per appropriarsi dell’anima di ogni cosa, forse perchè si sentono traditi dal tempo che li ha esclusi. Credono di non meritarlo, credono sia tutto qua.

Se si ricordassero che il tempo è solo un’ invenzione ben riuscita, una delle tante illusioni a cui abbiamo appeso l’anima… non so, forse non starebbero meglio lo stesso.

Mi risveglio dal mio sogno, l’aria è umida. Lo stralcio di sole che penetra evidenzia la polvere che rumoreggia in quella stanza grigia. Appena fuori di li, suoni di grate, ferro che si scontra, tintinno costante di noia e lamenti tenui in lingue diverse.

Sono in galera. Me ne ero scordato.

È la prima volta che mi allontano così tanto dalla realtà. Niente Zeus, niente Grenoble, niente Bancomat. Solo Elena è vera. L’ho uccisa a Orvieto con i suoi figli. Un incidente, un colpo di troppo sull’acceleratore, un secondo di libero entusiasmo.

Non ricordo neanche se è stata una scelta o un errore. Ho l’ergastolo in cella singola, ma come vedete riesco lo stesso a fare sogni piacevoli.

Ho distrutto la vita di suo marito Francesco, che non mi odia perché cerca di fare l’illuminato. Viene a trovarmi almeno una volta a settimana. Cerca lei dentro la mia sincera indifferenza.

Mi parla di altro e mi porta del buon cibo. Credo che un giorno mi avvelenerà.

Lo spero.

M’imbarazza troppo la sua comprensione. Vorrei mi odiasse tradizionalmente per capire meglio cosa sono, per meritare il posto. Invece mi confonde, e per ora, mi percuote.

Ho pensato anche di denunciarlo.

Nelle notti più fredde, fra le mura incolori e sbriciolate, mi consolo con la mia storia sbiadita, con i miei 37 anni e i valori che conservo per la passione della scoperta. Per i pensieri tramutati in fatti, per i tenui desideri rimasti intatti.

Erano loro a rendermi il piacere più sublime, e sono loro, ora in cella, ad attenuare l’invenzione di ogni passo, che traccia una storia di curve, tutte diverse e femmine come il rosso.

Spesso mi sento come certe volte dopo aver fatto sesso, quando nella penombra degli occhi socchiusi appaiono forme, visi confortanti, perlopiù seri, invidiosi, ma senza l’astio della minaccia.

Poi, in altri secondi che durano ore, un’altra voce mi scuoia, mi delude, ma forse invece mi consola alla fine, dicendomi di lasciar perdere la libertà, di occuparmi di qualcosa di più reale. Mi dice di scivolare, di svanire, di scordarmi ogni giorno per non annoiarmi e per rifarne uno nuovo ogni volta senza il paragone precedente, solo così potrò diventare finalmente nessuno: in pace col presente e con l’assente. Sarò palpabile giusto all’olfatto, sarò desiderio invisibile, come il sole oggi che per me non vuole splendere.

Mio padre viene a trovarmi una volta al mese.

Dice che ha venduto il canile per pagare un avvocato bastardo e senza cuore che cercherà di farmi morire in modo più degno.

Mia madre invece è tornata in Turchia, con le sue carte bruciate che non mi avevano previsto.

Comunque non me la sento di ringraziare il babbo. Gli ho dato l’opportunità del sacrificio, gli ho spalancato le porte del paradiso. Se si occuperà di me, anche in maniera blanda, avrà compiuto la buona azione che lo redimerà. Infatti non mi odia, ha solo la faccia seria ma non è dimagrito. Mi parla lentamente, come non ha mai fatto, e appena avrà sistemato un paio di cosette mi accuserà di aver fatto scappare la mamma.

Sono pronto.

Io che ho tempo leggo la Bibbia e gli do consigli sul suo futuro spirituale.

Siamo una squadra.

Potremmo addirittura diventare un telefilm e io potrei finalmente chiamarmi Richard.

Nelle ultime notti, fra l’acciaio verticale, ho perso i sogni, non ho più la compagnia dell’immagine a cui mi affidavo per sentirmi meno vigliacco. Sto diventando un criminale.

Chi fa i conti con la realtà di solito impazzisce o ha una statua grigia in qualche piazza a ricordo. Potrei evadere, il tempo per capire come ce l‘ho. Sono rassicurato da una possibilità.

Riprendo a leggere e a morire piano.

Dentro gli anni di me che ricordo ci trovo lentezza e sole, ora che la situazione attuale ha smussato il nero che mi spaventava nella vita comune.

Li rivivo ma non li faccio entrare fra le sbarre. Lascio qualcosa di me la fuori, dove ho vissuto e sparso umori, dove qualcuno ha un ricordo piacevole e la speranza mai completata.

Ma forse erano solo nomi, donne e animali, cose e città, cemento variopinto. Come quel gioco fatto su carta, dove s’indovinava il luogo e l’animale, l’organo e la cosa, lettera dopo lettera.

Tutto mi appare di carta in effetti, adesso: leggero, fragile, vuoto, evanescente, bruciato.

La vita vera l’assaporo ora, con il ricordo modificato dall’attualità.

L’esperienza è un senso obbligato di nostalgia.

Rifarei le stesse cose se quello che sento è quello che sono.

Che Pianeta stonato, terra resa incolta da chi doveva farne una casa.

I tentativi di adornarsi con super costruzioni da record lo rendono ancora più ridicolo, come la settantenne che gioca ancora con i trucchi e i tessuti… Però dai, alcune lasciale fare.

06 settembre 2019

Aggiornamento

I temi trattati sono il bisogno sincero di pulizia e verità, un tentativo di falciare alla radice l’ipocrisia passando obbligatoriamente fra gli atteggiamenti indecorosi e condannabili di cui l’uomo è composto: omicidi, sesso come identificazione di sé, la smania di lasciare un segno a tutti i costi anche a inchiostro nero, la tenerezza o l’odio successivi che ti nascono dentro quando scopri che tutti questi sforzi non sei tu a dirigerli ma una mano divina che ti chiede molto meno per essere felice. Ed ecco la speranza, che risiede nell’introspezione e nel silenzio, ma prima ancora e sopratutto nell’onestà verso se stessi, in un regale esame di coscienza che va a braccetto con il coraggio.

Commenti

  1. Annalisa Margarino

    (proprietario verificato)

    Mi sono imbattuta per caso in La consistenza della verza, percorrendo una strada parallela. Non ho ancora concluso la lettura, ma riga dopo riga sono colpita dallo stile forte e diretto. I personaggi inquieti e travagliati ci portano negli anfratti nascosti delle nostre anime. Nessuna maschera, nessun filtro e molti dialoghi con l’anima. Ringrazio il mio libro per avermi fatto incontrare un po’ per caso con quello di Bernardino Mattioli

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Bernardino Mattioli
Bernardino Mattioli nasce a Bologna il 21 Dicembre 1972 da fortissime e invidiabili origini del sud marchigiano. Una sua recensione emotiva sul romanzo di Margaret Mazzantini ”Non ti muovere” è pubblicata sulla rivista italo-tedesca “Contrasto” (2004). Un suo racconto è inserito nella raccolta “Carie. Storie di ordinaria (in)dipendenza", pubblicato da Perrone Lab in collaborazione con Whipart onlus (2010)
Ha pubblicato il suo primo libro: "Tutto d'un fiato altrimenti si deposita" (raccolta di racconti decorati da poesie introduttive) con Pascal Editrice (ottobre 2006). Il secondo libro “Testimone di un eccesso”, romanzo psico-noir, esce nel Luglio 2011 per Onirica edizioni.
Crede, più di prima, che scrivere sia un’ottima alternativa al suicidio.
Nel tempo libero conta le pecore e si avvale della facoltà di non rispondere.
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