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La fuga di John Doyle

La fuga di John Doyle
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Consegna prevista Luglio 2021
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Lo abbiamo conosciuto in una cella, dove ci ha permesso di leggere le pagine del suo diario alla ricerca della verità sulla morte della moglie. Ora John deve scappare da quella condanna che pende sopra di lui come la spada di Damocle e risolvere qualche questione in sospeso; ma non potrà farlo da solo. Il professor Stevens, assieme a un gruppo di ricercatori, si prenderà la briga e il compito di guidare John attraverso lo studio del manoscritto copto; perché quel simbolo rosso e tondo nella camera da letto di John non era l’unico simbolo presente nel libro e il nostro protagonista avrà il compito di proteggerlo. Nel farlo, scoprirà cosa è davvero importante.

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Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto “La condanna di John Doyle” almeno dieci anni fa; si trattava di un racconto cui ero particolarmente affezionata perché mi sembrava “diverso”; quando poi riuscii a salvarlo da un attacco hacker ai danni del mio pc, capii che dovevo dargli voce e tentare di pubblicarlo; quel salvataggio doveva essere stato un segno. Dopo la pubblicazione avrei voluto fermarmi ma ormai John faceva talmente parte dei miei pensieri che non potevo lasciarlo in sospeso tra i mondi, gli dovevo un finale.

ANTEPRIMA NON EDITATA

3.

« Professor….Stevens, giusto? Raimond Stevens»

«Sono io»

«Lei insegna all’università Tulane, dico bene?»

«Sissignore»

«E cosa, di specifico?»

«Sono ricercatore di storia e insegno storia e filosofia presso il dipartimento di arti liberali»

«Arti liberali. Perdoni la mia ignoranza, io sono solo un poliziotto, cosa significa arti liberali?»

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«È il termine con cui, nel medioevo, si intendeva il percorso di studi affrontato dai chierici per accedere all’università; una specie di corso propedeutico. L’università di Tulane ha voluto mantenerne il termine, seppur non l’uso finale, per indicare un percorso di studi che spazia dalla grammatica, all’aritmetica; dalla retorica alla musica. Una specie di conoscenza completa per poter poi insegnare o scegliere, attraverso la specializzazione, il ramo più confacente allo studente.»

«Tipo un’infarinatura generale?»

«Non parlerei proprio di infarinatura, i corsi sono molto specifici e gli studenti che escono dalla facoltà sono in pieno possesso di alcune tra le più profonde e approfondite conoscenze del sapere umano» Il detective Biron alzò le mani in segno di scuse,

«Chiedo venia professore, come le dicevo sono ignorante» Fece una pausa ad effetto, durante la quale lo osservò con sincero interesse: quegli occhialetti tondi tipici degli eruditi, i capelli brizzolati, quasi bianchi, in linea con l’età ultrasessantenne dell’uomo che aveva di fronte, quell’aria bonaria poi, di chi si sente superiore per intelletto e posizione ma è anche una brava persona, umile nei modi, capace di attirare la simpatia dei giovani con un fare schietto e genuino e una parlantina decisamente accurata. Faceva simpatia anche a lui, e si sentiva un po’ in colpa per averlo trascinato in centrale e chiuso nella stanza degli interrogatori quasi senza preavviso e con molta poca delicatezza. Si sedette dall’altro lato della scrivania mentre gli porgeva il caffè che nel frattempo era stato portato dall’agente Birce. Poi continuò:

«Io non so se lei è al corrente del motivo per cui ho dovuto portarla qui con tale urgenza; immagino però che ascolti i notiziari» Stevens annuì incuriosito,

«Saprà allora che poche ore fa è evaso un pericoloso prigioniero dalle nostre prigioni in Louisiana, ne è al corrente?»

«Ho sentito qualcosa alla radio, sì»

«Bene, abbiamo motivo di credere che questo prigioniero, questo evaso, la conosca»

«Conosca me?»

«Proprio lei, professore» E detto questo, Biron tirò fuori dalla tasca interna della giacca un logoro taccuino, le cui pagine si tenevano insieme per grazia divina, e che dall’aspetto sembrava anche più vecchio dei manoscritti dei gesuiti che studiava il professore. Biron aprì deciso una pagina già segnata con un pezzo di carta e lo guardò schiarendosi la voce:

«Vado a leggere. “Io sono uno storico, studio la storia in tutte le sue epoche da quando ho quattordici anni, e non ho mai smesso. Nel corso della mia lunga carriera, sia come studente che come ricerca­tore, sono entrato in contatto con i libri più antichi e più stra­ni che lei possa immaginare. Sono anche un collezionista, e la mia biblioteca comprende manoscritti vecchi di secoli. Ebbe­ne, uno di questi manoscritti è veramente strano” Secondo il nostro evaso, queste cose sono state dette da lei in persona; ma andiamo oltre: in mezzo ai discorsi apocalittici e alle descrizioni strane io sono riuscito a decifrare qualcosa di estremamente impor­tante: ho interpretato, e ricopiato, i simboli necessari per l’a­pertura di un portale. Un passaggio bidimensionale che apre la porta su un altro mondo. Non su tutti i mondi possibili, ma soltanto su uno. L’ho tracciato con vernice rossa così come da istruzioni, l’ho contemplato e all’improvviso si è aperto.» Biron lesse l’intero passo lentamente, scandendo bene le parole, facendo attenzione alle reazioni del professore e cercando di fare in modo che egli non si perdesse neanche una parola di quello che stava leggendo. Quando ebbe concluso, richiuse il diario e lo poggiò sul tavolo, in bella vista; seguirono alcuni minuti di silenzio durante i quali Stevens deglutiva saliva che non riusciva più a produrre e Biron fissava al di là dei suoi occhiali per cogliere ogni movimento dei suoi muscoli facciali.

«Le sembrano parole familiari? Ha detto lei quelle cose?»

«Chi era il prigioniero?» Biron ridacchiò, andando a infastidire una moneta nella sua tasca,

«Professore abbi pazienza, le domande spettano a me, a lei le risposte. Ma posso comprendere la sua confusione, dopotutto è passato molto tempo; lasci che gli illustri la situazione: il prigioniero, condannato per omicidio di primo grado, in due gradi di giudizio, è un tale chiamato John Doyle, il quale risiedeva con la moglie in una deliziosa casetta sita in Coven Street; non è la stessa via dove abitava lei?»

«Sì ho capito, ho capito di chi sta parlando, blocchi pure la pantomima. Ho parlato con quel ragazzo, voleva sapere qualcosa riguardo uno strano disegno sul muro di casa sua ma tutto quello che ha letto adesso è stato inventato. Il ragazzo era strano, tremava, sudava, sembrava in preda a strani deliri; ho avuto paura. Continuava a farneticare su porte, segni rosso sangue che non scomparivano, cose di altri mondi e allora ho inventato qualcosa che potesse soddisfarlo perché se ne andasse il prima possibile. Vede, ho temuto fosse un tossico che cercava una scusa per poi aggredirmi e derubarmi, o magari un malato di mente. Ricordo a tratti quella conversazione perché non è esattamente così che è andata; quelle parole sono state dette da lui e poi, nello scrivere il diario, le ha rigirate attribuendole a me. Dopotutto, se mi dice che è stato condannato per omicidio, tanto bene con la testa non deve stare! Ha scritto cose totalmente campate in aria mischiando i suoi deliri con le mie invenzioni per togliermelo di torno. In sostanza, non so perché abbia fatto il mio nome in quel diario e non so neanche cosa ci faccio qui ma non so nulla di mondi, simboli o portali! A parte, ovviamente, quelli che studio per lavoro» Biron lo ascoltò con interesse e si prese un’altra lunga pausa prima di continuare:

«Se si è sentito aggredito, perché non ha chiamato la polizia?»

«Perché non mi ha toccato, quando alla fine della conversazione, sembrava soddisfatto di quello che gli avevo detto e se ne è andato. Ho pensato che me la fossi cavata senza problemi; ho chiuso l’ufficio, sono andato a casa e poco dopo me ne dimenticai. Mesi dopo uscì questa storia al notiziario ma non avevo minimamente collegato la persona a quel ragazzo. Sono assolutamente sconvolto. Anche perché è stato fatto il mio nome ma le giuro che sono una semplice comparsa in tutta questa storia»

«Lei sa come sia evaso il prigioniero da uno dei carceri di massima sicurezza più inattaccabile degli Stati Uniti?»

«No, non ne ho idea»

« È entrato in bagno e non ne è più uscito. Semplicemente. PUF. Scomparso, e al suo posto c’era un cerchio disegnato col sangue, non molto grande, diciamo della misura di una persona accovacciata, sul muro. Ora, anche io sono una persona razionale e non mi sono mai sognato di credere a queste cose alla film di fantascienza ma mi dica lei se la coincidenza non le pare strana. Lo stesso simbolo è stato trovato a casa di Doyle e sto cominciando a chiedermi se troverò qualcosa di molto simile a casa sua; o magari in uno dei suoi libri»

«Vorrebbe venire a perquisire casa mia perché un vostro prigioniero è stato tanto bravo da prendervi tutti per il culo ed evadere facendovi credere che avesse usato un portale magico? Dice sul serio?» Tirò sù gli occhialetti che gli stavano cadendo giù dal naso e divenne rosso in volto. Sembrava un topo impazzito.

«Viene a dire queste cose a me che sono un professore di un certo riguardo, ho una reputazione e una dignità da difendere; il fatto che questo pazzo mi abbia messo in mezzo nei suoi deliri solo perché ho abitato nella sua stessa casa prima di lui, non fa di me un criminale e non potete trattarmi come tale! Ammettete che ve lo siete lasciato scappare, magari la soluzione è sotto i vostri occhi ed è tanto banale quanto logica ma voi, accecati da questa sciocchezza dei simboli rossi, non riuscite neanche a vederla. Vi state aggrappando a qualcosa che non esiste perché non riuscite a capire come abbia fatto a scappare sotto i vostri occhi! Mi sembra un comportamento da ottusi; senza offesa, ma prelevarmi dal mio studio senza neanche spiegarmi il motivo e portarmi qui, interrogarmi come un criminale perché un folle assassino ha fatto il mio nome mi sembra davvero il colmo!»

«Professore, la prego di calmarsi e respirare profondamente» Biron aveva mantenuto la posizione e lo sguardo tranquillo su Stevens senza battere ciglio, la manona stretta attorno alla piccola moneta portafortuna, mentre l’altro si dimenava inferocito; continuò con lo stesso tono di voce calmo di prima:

«Lei ha perfettamente ragione professore e le ho già chiesto scusa per i modi bruschi di prima; deve semplicemente mettersi nei nostri panni adesso, e cercare di capirci. Abbiamo solo una pista: questo diario, e per quanto sembrino i deliri di un folle, come giustamente mi ha fatto notare lei, il fatto che Doyle sia sparito così dopo essersi aperto uno squarcio in chissà quale parte del corpo per disegnare quel cerchio rosso, ci ha fatto pensare; tutto qui. Non sto dicendo che credo in tutto quello che c’è scritto qua sopra; sto solo cercando di ricostruire quello che è successo; lei compare sul diario di un evaso, il mio compito è rintracciarlo e riportarlo nelle patrie galere, venirla a cercare per sapere se è in possesso di qualche informazione mi è sembrata una mossa obbligata. Non avrebbe fatto lo stesso anche lei?» Stevens si era ricomposto. Aveva risistemato i suoi occhiali e si era tirato indietro un ciuffo di capelli che gli era caduto sugli occhi.

«Forse, ma forse avrei sentito prima i famigliari, gli amici, non so, gente da cui potrebbe essere andato o che avrebbe potuto aiutarlo. Avrei interrogato gli agenti che lo avevano in custodia, magari qualcuno è stato corrotto; magari avete delle talpe all’interno che se la fanno con i detenuti, che ne so io!» Biron sorrise,

«Lei pensi al suo lavoro che al mio ci penso io. Quindi, mettendo da parte l’ascia da guerra, per concludere, lei mi ha detto che tutto quello che è scritto qui è inventato»

«Tutto non ne ho idea, la parte che mi ha letto sicuramente sì, sono una vittima di quell’uomo anche io».

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Letizia Sebastiani
Sono nata a Roma nel 1983, dove tutt'ora vivo; ho iniziato a leggere romanzi a quattordici anni e non mi sono più fermata. Più o meno alla stessa età ho cominciato a scrivere brevi racconti, di solito horror. Il mio scrittore preferito è Stephen King e da adolescente ammiravo follemente Dario Argento. Ho preso due lauree: pedagogia e psicologia forense; sono una maestra di scuola dell'infanzia e mamma di due bimbe e non ho ancora smesso di ascoltare musica Metal, vestire di nero e divorare libri e film horror. Frequento un corso di teatro da ormai sette anni che adoro alla follia e...
...E non smetterò mai di scrivere...
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