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La Luce nell'Anima

La Luce nell'Anima
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Consegna prevista Dicembre 2021
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Nel rincorrere la vita non ci accorgiamo di rimanere incastrati in una serie di eventi che continuano a ripetersi in maniera sempre identica, finché non troviamo una via d’uscita, una luce che ci guidi.
Annalisa è una ragazza semplice, come tante, impegnata a superare le difficoltà della quotidianità e a fare scelte che non sempre sono chiare e visibili. Si racconta di lei nello scorrere temporale del presente, del passato e della dimensione onirica dove, tra gli eventi della vita, si nasconde un grande e doloroso segreto, che tiene tutti sospesi in un intrecciarsi di destini.
È una ragazza forte, che combatte contro l’anoressia e il sentirsi intrappolata in una vita che non le appartiene, che trova rifugio nella musica, e da sempre divisa tra l’amore conflittuale di sua madre Enrica e l’amore incondizionato della zia Amalia. Sarà la verità, svelata dal destino, a spezzare le catene dei sensi di colpa e a permettere che Annalisa ritrovi finalmente dentro di sè la strada da percorrere.

Perché ho scritto questo libro?

Ci sono emozioni che devono essere raccontate, che bussano nell’anima creando pensieri che ti seguono giorno e notte, finché non trovi la giusta ispirazione, ti siedi e di getto inizi a scrivere.
Parti da un’immagine e ne fai seguire delle altre, finché la storia non inizia a prendere forma, portando con se non solo la creatività dello scrittore, ma anche parte della sua anima che nelle storie risuona sempre, come un’eco invisibile tra le sfumature di sottofondo e i dettagli in primo piano.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1-Il Buio
Nel silenzio di un lungo pozzo senza fondo, un corpo giace nel fango. Un sussulto. Gli occhi cercano la luce, ma sono schiacciati dall’oscurità, avvolgente, densa come catrame. Il silenzio. Sente il battito del proprio cuore, il sangue caldo pressare nelle vene e combattere quel freddo che attanaglia la carne, che si insinua nelle ossa. Tutt’attorno la stretta parete gocciola costante, un ticchettio continuo, lento. Socchiude gli occhi in cerca della luce, ma quel che intravede è uno spiraglio troppo in alto, flebile, irraggiungibile. Di nuovo il buio. Un sibilo.

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I nervi scattano, gli occhi si spalancano come se il corpo fosse stato attraversato da una scossa, si inarca, cerca di sollevarsi da quel fondo colloso che non lo lascia andare, le braccia aperte trattenute dal peso del cappotto fradicio e appiccicoso. Un urlo forte, vibrante, liberatorio. Ora è cosciente. Si guarda intorno, il respiro affannato, il corpo tremante, le mani che tastano le pareti cercando un appiglio per tirarsi su, ma le gambe stentano a restare in piedi. Sfinito, si lascia scivolare. Stringe le ginocchia a sé, la testa incassata fra le braccia e piange. Un calpestio. Sì, di passi. Lontani. Proviene dall’alto. Trova nuovamente la forza per tirarsi su, per avanzare verso la parete e cercare a tentoni qualche appiglio che l’aiuti a salire, ad arrampicarsi. Le mani si infilano tra le fessure viscide, i piedi le seguono, disperatamente, per risalire faticosamente la parete di roccia ma dopo qualche metro, crolla a terra. Di nuovo il buio. Un battito. Apre lentamente gli occhi, mezza faccia affondata nell’acqua fangosa, il braccio bloccato dietro la schiena in una posa innaturale, si rimette a sedere, snodando il suo corpo che nella caduta ha assunto una posizione contorta e dolorosa. Guarda in alto, la luce ora proviene da un’apertura laterale un paio di metri sopra la sua testa. Si passa la mano sul viso, scosta i capelli inzuppati dall’acqua e fango.

Riprova ad arrampicarsi con più determinazione, una mano dopo l’altra e i piedi a seguire che si insinuano tra le fessure della parete e centimetro dopo centimetro sale, raggiungendo l’apertura da cui proviene la nuova luce. Le energie al limite per lo sforzo, il respiro affannato. Prima un braccio, poi l’altro, poi un ginocchio e una spinta con la gamba, oltre il varco, e si lascia cadere in un avvallamento. Sente che il freddo nel suo corpo sta lentamente scomparendo, respiro dopo respiro, sospinto via da un’aria tiepida che arriva da lontano.
Si guarda attorno e quel che vede è un lungo cunicolo scavato nella terra. Si rimette in piedi, facendo attenzione a tenersi in equilibrio in quel pavimento di pietre sconnesse, le braccia larghe e le mani che si aggrappano alle pareti e si incammina verso la fonte di nuova luce e d’aria tiepida. Il respiro rallenta, liberato dal freddo e dal buio di quel pozzo.

Il cappotto gocciola ancora appesantito dall’acqua e dal fango e le mani sono sporche e gonfie. Il cunicolo si riduce leggermente in altezza, china la testa, piega un po’ le gambe, ma continua a camminare, barcollando, inciampando, modulando le forze fino a raggiungere un’apertura nella parete, e poi un ultimo sforzo per trascinare il suo corpo oltre, per poi cadere più in basso, a terra, ansimante, e rimanere lì per un tempo indeterminato.

2- Io Sono l’Occhio nel Cielo
Sì passò con precisione l’eyeliner sulla linea delle ciglia, poi prese il mascara nero e lo applicò con movimenti lenti e ritmati. Avvicinò ancora di più il viso verso lo specchio illuminato da piccole lampade di contorno e controllò, muovendo le labbra, che il rossetto fosse steso bene e che il make-up fosse perfetto e sensuale, come lo desiderava.

Guardò i suoi occhi e la sua iride color nocciola, poi fissò quel buco nero al centro, profondo, infinito. Il bussare alla porta del camerino la fece trasalire. Uno scatto immediato fece dilatare e poi ricomporre la pupilla. “Ciao Annalisa, noi siamo pronti, e voi?” le chiese Tania affacciandosi appena dentro il camerino e portando con sé le voci della sala.
“Cinque minuti e arriviamo!” le disse voltandosi verso la porta e poi aggiunse, accompagnata da un movimento ancheggiante del bacino e passandosi le mani sui fianchi fasciati dal suo nuovo abitino nero con dettagli oro, “Ti piace?”
“E’ favolosa, vero?” sogghignò rumorosamente Rubens uscendo dal bagno, ancora con le mani impegnate a tirare su la cerniera dei jeans. Tania sorrise, pensando a quanto fosse sexy quel ragazzone.

“E’ bella e brava, che possiamo farci?” disse Tania uscendo nuovamente nel corridoio e facendo, con un cenno della mano, il gesto che li avrebbe aspettati fuori, lasciando dietro di sé la porta del camerino aperta. Sentivano il brusio arrivare dalla sala e crescere di minuto in minuto: questo era un buon segno, sarebbe stata una bella serata, si diceva Annalisa. Una di quelle in cui stai bene, liberi l’anima e ti senti ebbra di piacere, in cui la musica sale da dentro e toglie tutti i pensieri.

“Max è già arrivata?” chiese Annalisa ritirando i trucchi dal tavolino sotto la specchiera e riponendo le sue cose dentro la borsa. “Sì, tranquilla!” rispose Rubens chiudendo la finestra da cui si era affacciato per fare due tiri di sigaretta, com’era solito fare prima di ogni concerto. Aveva smesso di fumare, come lui raccontava vantandosi, ma i due tiri prima di esibirsi erano rimasti un rito sacro.
“Mi ha messaggiato per dirmi che è al tavolo con Carlo!” le disse finendo di sistemarsi con le mani i capelli brizzolati, che comunque rimanevano sempre ribelli e spettinati. Prese il basso e la guardò, quel corpo così esile: non si capacitava ancora di quella splendida voce e soprattutto della fortuna di averla incontrata. Un’anima così intensa con uno come lui, troppo rude, anche con il basso tra le mani.
“Sei pronta? Usciamo e spacchiamo tutto!” disse con fare da macho, poggiando le mani sulle spalle di Annalisa e sospingendola nel corridoio. Lei sorrise, “Ma certo! L’importante è che dopo ci diano qualcosa di buono da bere!”. Risero insieme, per farsi forza e scacciare la tensione prima del concerto.

Sul palco, tra le luci soffuse e il silenzio in sala, l’arpeggio delle delicate note che uscivano dal basso introdusse l’avvolgente e calda voce di Annalisa, che nella penombra di un locale affollato liberava, come ogni volta, l’intensità della sua anima soul. ‘Eye in the sky’, il loro brano d’apertura, un occhio nel cielo. “The sun in your eyes… Made some of the lies worth believing…”. Così recitava la canzone, il sole nei tuoi occhi…rendi le bugie meritevoli di essere credute…

3-Il Suono del Silenzio

La luce giallognola e tiepida che aveva seguito fin là attraverso il lungo corridoio ora si espandeva all’interno di una sala immensa, ingabbiata in un grigio scheletro di cemento, vuoto, e avvolgeva gli
altissimi piloni che dal pavimento svettavano fin sul soffitto. Sulle pareti si arrampicavano ampie scale di cemento grezzo che salivano verso l’alto, finendo al limite del soffitto, senza trovare un punto d’arrivo, senza portare in nessun luogo. Andò ad accovacciarsi là sotto, verso un cumulo di abiti accatastati come fossero stracci, in attesa di recuperare le energie e di capire. Nella sua mente tutto era confuso. Un vorticare di immagini senza senso che non permettevano neanche di poter pensare, nonostante tutto quel silenzio. Si era tolta il cappotto e gli abiti bagnati e li aveva sostituiti con altri, infilandoseli uno sull’altro, fino a diventare una massa quasi informe. Così si sentiva più al sicuro. Poi aveva dormito, non sapeva neanche quanto.

Dal suo angolo, al riparo, si guardava attorno in cerca di qualsiasi cosa che l’aiutasse a capire. Si toccava la testa, per contenere il dolore che ogni tanto riemergeva e pulsava, spingendo le dita tra i capelli, quasi a voler districare insieme al dolore, i pensieri e le parole che invece non uscivano. Dove si trovava? Cos’era successo? Rimase in silenzio, in attesa che accadesse qualcosa, ma quel luogo era fatto solo di vuoto e cemento. Si guardò attorno, in quella sala immensa, senza che ci fosse niente che potesse essere d’aiuto.
Ogni tanto trovava il coraggio e usciva dal rifugio, faceva pochi passi e si accovacciava sul pavimento, sotto le chiazze di sole che filtravano dal soffitto, ma stava lì solo per poco. Capitava infatti ogni tanto, quasi che le mura e i pilastri venissero sconquassati dalle fondamenta, che tutto tremasse attorno a lei e che dei forti boati spaccassero l’aria facendo trasalire e cercare immediatamente riparo sotto la scala, tra il cumulo di stracci. Duravano poco, e poi tornava il silenzio.

Il tempo continuava a trascorrere in un’attesa infinita del niente. Solo lunghi momenti di sonno segnavano il distacco dai momenti infiniti di veglia. Anche quella volta era sotto la tiepida luce, il cappotto semiaperto, quando sentì dei passi non lontani. Era la prima volta che succedeva dalla volta del pozzo, ma se li ricordava bene. Si tirò su, richiudendo tutto il fagotto di stracci che indossava e rimase in silenzio. Tese l’orecchio. E poi di nuovo, i passi che provenivano da una delle ampie aperture scure che stavano alla base dell’immensa sala. Non sapeva che fare: alle spalle la sicurezza del suo rifugio e davanti il buio di quei varchi.

Trattenne il respiro, si spostò ancora poco più avanti e scrutò, per poi avvicinarsi al varco, lentamente, quindi entrò in un lungo corridoio scuro che passava parallelamente alle pareti della sala. Sotto i suoi piedi il cemento scrostato scricchiolava.
Si guardò attorno, adattando gli occhi all’oscurità, finché non vide che dal fondo del corridoio proveniva una luce bianca che usciva dallo spiraglio di una porta socchiusa. Tutto il resto, i varchi che si aprivano ai lati del corridoio, restava in penombra. Camminava lentamente, attenta al vuoto che aveva intorno e che rimandava il rimbombo dei suoi passi. Si avvicinò fino alla porta socchiusa e guardò attraverso quello spiraglio, attraverso quella porta bianca che così tanto stonava con le macerie circostanti. Sentì ancora quei passi che provenivano da lì dietro. Aprì la porta, la stanza era enorme.

Dalle pareti ricadevano lunghe strisce di tessuto bianco che lasciavano filtrare la luce dalle altissime finestre e, come piccole montagne su un pavimento dalle enormi mattonelle a scacchiera bianche e nere, svettavano dei cumuli ricoperti da drappeggi bianchi, come se fossero stati abbandonati da tempo.

Le sagome degli oggetti nascosti sembravano familiari. Sollevò un telo che nascondeva delle lunghe asticelle bianche e nere, lucide e sottili, ne scostò un altro che proteggeva dalla polvere delle lunghissime corde, tenute insieme da legature che formavano dei fasci rigidi, ed erano così tanti da tenersi in piedi sorretti gli uni sugli altri. E poi sotto altri teli delle piccole panche, delle casse con dei pezzi in ferro modellati da sembrare delle lingue piatte d’ottone. Li osservò per lungo tempo, quasi che potessero essere d’aiuto in qualche maniera per dare delle risposte, anche se non sapeva neanche a quali domande. La fuga dal pozzo era stata solo l’inizio di quello stato di torpore da cui non riusciva a liberarsi. Tutti quegli oggetti sotto i teli, che avevano un’aria familiare, di chi erano? A cosa servivano? Li toccò, li sfiorò, sentendo che avevano a che fare con qualcosa che le apparteneva, ma altro non sapeva. Poi si rannicchiò in un angolo, la stanchezza e il sonno si stavano riprendendo il suo corpo, come spesso capitava all’improvviso: non aveva le forze per tornare indietro a nascondersi nel suo rifugio sotto la scala, e lì si sentiva abbastanza al sicuro da poter attendere che il torpore passasse. Chiuse gli occhi e si addormentò.

Sopra il suo viso c’erano dei volti indistinti, così vicini da percepirne il calore. Parlavano sottovoce, non sentiva quel che dicevano, solo che piangevano e ne percepiva il dolore, la disperazione. Occhi tristi, le grandi bocche quasi deformi che si muovevano lentamente nel brusio ovattato di una situazione confusa. Poi li rivide dall’alto, curvati su di lei, e vide il suo corpo. Era disteso, immobile, coperto da un telo bianco e quei volti erano chini su di esso. Qualcuno si muoveva veloce tutt’attorno, lasciando come una scia di colore. D’improvviso da quel corpo sdraiato gli occhi si aprirono, cercando tutt’intorno, finché non incrociarono i suoi che, dall’alto, lo guardavano. Si fissarono per un tempo interminabile. Sapeva che si apparteneva, che c’era una connessione con quel corpo indistinto e con quegli occhi.
Ma dunque, si chiese, chi sono io?

Si svegliò di soprassalto, un sibilo fortissimo proveniva da tutte le parti, si insinuava nelle sue orecchie, il suo cuore aveva i battiti impazziti e non sapeva cosa fare. In quella stanza tutto aveva iniziato a tremare, i teli scivolavano, le asticelle di legno cadevano. E poi sentiva delle voci lontane, che urlavano, che strillavano parole indistinguibili e non capiva. Poi un boato assordante. Scattò in piedi e corse fuori dalla stanza che tremava e crollava pezzo per pezzo, attraversò nuovamente il corridoio, fuggendo verso la grande sala e il cumulo di stracci. Vi si rintanò, in preda alla paura, in attesa che tutto finisse.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gabriella Pira
Gabriella Pira, vive a Cagliari, ma porta dentro di sé la magia degli anni vissuti a Firenze e Padova, dei suoi viaggi e dell’esperienza di ricerca avuta in Pakistan dopo l’11 settembre 2001. 
Sempre presenti nella sua vita sono stati l'amore per la fotografia, con diverse mostre nella sua città, Cagliari, e la scrittura. Inizia a sentire il bisogno di scrivere fin da quando è bambina, e nella casa dei genitori conserva tutt’ora una vecchia valigia dove sono custoditi i suoi primi scritti.
Per l'autrice, la scrittura è “un viaggio dell'anima, è seguire percorsi sconosciuti che trasportano la mente in luoghi e mondi lontani. È un raccontare della vita e della realtà attraverso un laborioso percorso interiore dove, a volte, ciò che si vede con gli occhi, non è verosimilmente la realtà dell'anima”.
Scrive per passione, osservando il mondo e collezionando emozioni e storie da raccontare.
Gabriella Pira on FacebookGabriella Pira on Instagram
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