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La metafisica del vespro

La metafisica del vespro
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Consegna prevista Agosto 2022
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Primo episodio di una serie incentrata su un abitante di un mondo fantascientifico distopico che è convinto di trovarsi in un fumetto e fin dal prologo si dimostra ostile all’Autore con l’intenzione di dirottare la trama.
Non fornisce prove: sta a al lettore decidere se dargli fiducia o considerarlo un pazzo, cambiando così l’interpretazione delle vicende e la tolleranza verso le sue azioni sempre più discutibili verso gli altri personaggi.
Intrecciandosi a questa ribellione, o presunta tale, si svolge la trama vera e propria ambientata in una città dominata da un regime totalitario che controlla i cittadini tramite delle aureole.
Il protagonista, che non si sente tale, mal sopporta il genere distopico e non è quindi interessato a rovesciare il Governo, ma preferisce contrastare un signore della luce che considera più minaccioso. Nel mentre, tenta di creare un nuovo protagonista per guidare la trama verso un genere a lui più gradito.

Perché ho scritto questo libro?

Come risponderebbe un personaggio di un altro mio romanzo: “ma deve per forza esserci un perché!?”
Mi son divertito e tanto mi basta. Spero soltanto che questa storia riesca ad appassionarvi come appassiona me, tutto qui.
Ecco, forse il perché è questa speranza.
Ho ideato la serie che inizia con questo romanzo ormai molti anni fa. È cresciuta, si è ampliata ed è maturata. Adesso penso sia tempo di farvela scoprire.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Anche a costo di farvi smettere subito di leggere, voglio essere assolutamente sincero con voi: so di trovarmi in un fumetto. Ogni mia azione è disegnata in una vignetta e ogni mia parola è scritta in una nuvoletta che voi, sconosciuti Lettori, vedete galleggiare accanto alla mia testa.

Ne sono sicuro, da anni; sebbene il tempo tra me e voi sia relativo (in un fumetto gli anni possono scorrere in poche vignette). È successo qualche pagina fa, per intenderci. Ma siete già al corrente di tutto questo… tenete il fumetto tra le mani… ed è strano… mi fate sentire come un pesce in un acquario. Avete sicuramente letto di quando ho condiviso questa scoperta con gli altri personaggi. Nessuno mi ha creduto; sentirsi dire che il nostro mondo è in realtà bidimensionale ha infastidito tutti. Mi hanno rinfacciato di non saper distinguere la realtà dalla finzione.

Mia figlia mi ha implorato di tacere la verità, pur di non perdere la fiducia dei nostri compagni. Le sto dando retta; anche perché, ad esser sincero fino in fondo, questa consapevolezza mi ha cambiato poco la vita, a parte l’essere additato come pazzo. Certo, mi pongo meno dilemmi filosofici sull’esistenza: so che c’è una Trama grazie a cui esisto, e attraverso noi personaggi essa si espande, s’intreccia e vive. Ecco, altri credono nel destino, io nella Trama in evoluzione.

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O almeno mi auguro che sia così, perché ignoro se il fumetto sia già stato terminato, se la prossima vignetta sia già stata ideata. Preferisco pensare che siamo disegnati al volo, in un flusso imprevedibile di immaginazione abbozzata in rapidi tratti di matita.

Non mi è nemmeno chiaro se questa mia autocoscienza faccia parte della Trama o se sono un’anomalia, una pedina impazzita. L’anomalia sarebbe decisamente più intrigante; avrei più possibilità di Scelta. Sì, sì sono sicuramente un’anomalia. Non posso dubitare di questo.

Ora, avendo preso l’impegno di tenere questo diario, vorrei fare il punto della situazione con voi Lettori. Forse già conoscete i miei crucci, e allora mi scuso per queste righe ripetitive, o forse, e lo preferirei, vi rivelerò avvenimenti che non vi sono stati ancora mostrati. Spero quindi di poter destare la vostra curiosità, o almeno di allontanarvi la noia.

Zai si è risvegliato dal coma, ritrovandosi il corpo devastato.

Ammetto di aver provato un profondo turbamento a questa notizia… Nei miei fumetti questo espediente narrativo è stato usato e abusato OVUNQUE per dare uno scopo di ripiego al cattivo di turno. Potrei citarvi orde di personaggi che perdono il corpo e si ingegnano per riaverlo.

Comunque sia, Zai è vivo. Essendo questa una Trama in sviluppo, l’antagonista col cervello bacato non poteva certo morire anni/pagine fa come tutti speravano. La sua Organizzazione (nome banale che spero l’Autore abbia il buon senso di cambiare) ha messo radici su in città. Quel gruppo di buffoni di cui si è circondato, che chiama Fidati, ha continuato a ubbidirgli ciecamente liberando nuovi adepti e tirapiedi, che lui ricompensa o punisce degradandoli a una forma di vita che non riesco a considerare tale.

Ve ne sarete già resi conto: Zai è un antagonista banale sia nell’aspetto che nell’agire; il solito signorotto potente quanto ordinario. I suoi occhi, ad esempio, sono solo il culmine dello stereotipo che rappresenta. Aggiungeteci che ha l’obbiettivo di annientare tutto, senza spessore.

Sarebbe stato tutto più dignitoso se fosse morto liberandoci dalla sua ingombrante banalità.

Ormai temo che il mio ruolo nella Trama sia fermarlo. Se non ci dovessi riuscire, solo l’Autore e (forse) la Saggia sanno cosa accadrà a questo mondo già così martoriato.

È che… non posso buttarmi in uno scontro simile. Sono un personaggio di un fumetto, ma non sono più giovane come nelle prime pagine e le mie forze, anche se per voi all’Esterno sono fittizie, per me, nonostante tutto, sono reali e poche.

Il mio corpo è invecchiato e non c’è più nessuno in grado di tenere testa a quel folle… perché Eo è scomparso.

Eo… su cui avevo riposto le mie aspettative per cambiare il mondo, ma da cui non ricevo notizie da cinque anni; da quando lui e Robert hanno affrontato Zai riuscendo quasi ad ucciderlo. Non so cosa sia andato storto, ma Robert è morto, mentre Eo è scomparso. Spero con tutto me stesso che sia vivo… e che sia riuscito a nascondere l’Oscurità come gli ho insegnato.

Non voglio illudermi sulla sua sorte. Era come un figlio… Dopo Mark e gli altri miei cari, l’Autore si è portato via anche lui.  E mi tormenta il pensiero che possa capitare qualcosa anche a mia figlia. Sono sicuro che un padre in un fumetto ama sua figlia come in un mondo non cartaceo. Anche se questo mondo e questa Trama sono malati, affetti dal sadismo dell’Autore…

Perdonate questo sfogo, Lettori… So che ha poco senso lamentarsi: la vita può essere amara, ma si affronta. E ho ancora speranza.

Leggendo i miei fumetti ho notato altri aspetti ricorrenti oltre all’antagonista in cerca di un corpo; aspetti che, dopo un’attenta riflessione, mi hanno portato alla conclusione di lasciarmi catturare dagli agenti di Zai. So che mi cercano, perché hanno ancora bisogno del mio aiuto. Ed è ora che io dia una nuova spinta a questa storia. Poi, sia quel che sia.

Spero almeno di essere disegnato bene.

Delirio tratto dal diario personale del Professor Lionel Himmel, detto “il Dissennato” dalle genti di questo mondo.

CAPITOLO 1

La riunione stava per iniziare e Steve era in ritardo. Si era ridotto da solo in quella condizione, vagando tutto il giorno in stato confusionale lungo i canali della città. Nel pomeriggio lo avevano contattato ordinandogli di presenziare alla riunione, e aveva indugiato ancora. Si ritrovò così nella sua ucmak nera, in cerca di uno sbocco per fuggire dal traffico che lui stesso aveva causato poche ore prima.

Tremava. Le mani sudate aggrappate al volante con le dita che tamburellavano ansiosamente. Combattuto tra lo scappare ignorando l’ordine di presentarsi e il proseguire a piedi per le oasi sui tetti, pur di arrivare puntuale. La sua ucmak stava però levitando a vari metri dal fondo del canale e non riusciva a immaginarsi nell’atto di lanciarsi nel vuoto per raggiungere il marciapiede. Non ricordava nemmeno la sua ultima corsa, rendendolo poco incline a quella soluzione podistica.

L’assenza di strade asfaltate, sostituite da una fitta rete di canali privi d’acqua, gli era sempre parsa una grande innovazione; almeno fino a quel momento. Arrivò a chiedersi a cosa servisse un velivolo se si era obbligati a guidarlo nei canali.

Guardò l’orologio: tardi, troppo tardi.

I palazzi stavano lentamente mutando di colore, iniziando a splendere di una tenue luce fosforescente; segno che il sole stava tramontando al di sopra della cappa di nubi che adombrava la città di Omantoria.

Il calar delle tenebre gli faceva presagire soltanto un aumento del traffico dovuto al grande rientro prima del coprifuoco. Scosse la testa, come a scacciare il pensiero di altre ucmak a rallentarlo.

Il ritardo non era nemmeno lontanamente il vero problema. Era conscio di aver commesso un errore irreparabile per l’Organizzazione e che, se non si fosse presentato alla riunione, non gli avrebbero concesso un’altra opportunità di chiarire la sua posizione, comprendendo che la sua non era stata una disfatta dovuta alla forza del nemico.

In entrambi i casi, ritardo o fuga, sarebbe finito allo stesso modo: ucciso, o peggio. Perché non c’era modo di scappare; in caso di assenza, i midri lo avrebbero rintracciato lasciandogli la sola speranza di morire.

Oltre al grande capo, quello che tutti i suoi colleghi chiamavano fanaticamente “l’Astro”, vi avrebbero partecipato anche i Fidati, i suoi luogotenenti. Steve non era un pezzo grosso, aveva evitato di salire di livello, e il dover riferire di persona gli avvenimenti di quella mattina era una prospettiva angosciante, nonché la sua sola speranza.

Le altre ucmak restavano immobili, indifferenti al suo panico, senza che nessuno si lamentasse o facesse risuonare il clacson per protestare. I secondi passavano nel silenzio e lui non voleva finire ammazzato per un ritardo.

Si decise: fece qualche respiro profondo d’incoraggiamento e spinse il piede sull’acceleratore sterzando a destra. La vettura uscì dal canale volando sul marciapiede. Gli altri conducenti rimasero in silenzio, incapaci di processare l’avvenimento, mentre Steve si sgolò urlando.

L’euforia durò una manciata di secondi, poi si sentì gelare il sangue udendo la sirena di una volante della polizia dei canali: un’ucmak azzurra gli sfrecciò incontro volando sopra le vetture in coda. Rapida, decisa, inarrestabile. Sul cofano un’antenna parabolica pronta a sparare. Loro, le forze dell’Autorità, non erano limitate dal traffico.

Non tentarono di dialogare con il trasgressore: chi commetteva un reato e scappava doveva essere punito, senza indugiare in spiegazioni.  Per questo Steve accelerò cercando di distanziare la vettura che già lo tallonava, strombazzando per far scansare i pedoni.

L’antenna emise uno schiocco e sparò dalla sua punta un raggio laser verde che colpì di striscio la fiancata sinistra, tranciando via la portiera posteriore.

Per evitare un secondo attacco, Steve sterzò in un vicolo, ma la volante lo seguì incombendo vari metri più in alto. L’antenna prese ad emettere i raggi laser a raffica, facendogli saltare via il cofano e parte del tettuccio. Proseguì cozzando contro le pareti, fino a raggiungere l’uscita su un canale poco trafficato. Fece per immettersi, quando una seconda volante azzurra gli sbarrò il passaggio.

Steve capì di essere in trappola e frenò fermando il velivolo, consapevole che entro pochi secondi un midrio lo avrebbe raggiunto; sarebbe comparso dal nulla, magari sul sedile al suo fianco, e lo avrebbe ucciso per non farlo cadere in mano al Governo.

Disperato, decise di proseguire a piedi ma, afferrata la maniglia della portiera, l’aiuto giunse dal cielo: tre aquile planarono accanto alla sua ucmak e le volteggiarono attorno.

Steve e gli agenti osservarono i volatili prima con una certa curiosità, che mutò in sgomento quando i tre pennuti si lanciarono contro la vettura appena arrivata centrandola frontalmente, squarciandole il cofano e scaraventandola nel canale. Uscirono indenni dallo scontro e si diressero verso il velivolo che aveva iniziato l’inseguimento. Lo attraversarono da parte a parte, dal basso, abbattendolo di schianto.

Steve assistette a bocca spalancata, ignaro del perché lo stessero aiutando.

Le aquile non si attardarono a dargli spiegazioni: puntarono verso l’alto e volarono via, veloci com’erano arrivate. Lui continuò a seguirle con lo sguardo finché non sparirono dalla sua visuale. Scoppiò a ridere di fronte alle due volanti ridotte a due rottami.

Sfrecciò via nel canale. Il suo destino era probabilmente segnato, eppure rise a perdifiato per il resto del tragitto.

L’edificio che raggiunse non esibiva alcun elemento architettonico degno di nota. Era conforme agli standard della città, con le sue vetrate, i bassorilievi, le fontane e un parco alberato posto sul tetto; come i palazzi vicini brillava nella sera grazie alle pareti fosforescenti. Vi si accedeva da una breve scalinata di marmo che terminava con un portone.

Inchiodò sul marciapiede di fronte al palazzo e scese dall’ucmak.

Tarchiato, basso. Inforcava un paio di occhiali da sole dalle lenti verdi, nonostante il tramonto fosse ormai terminato. Istintivamente andò a verificare lo stato del velivolo, ma dopo un primo lamento si rese conto della futilità dell’irritazione e lo ripose. Corse all’entrata e vi sostò davanti, in attesa, senza bussare. Nel mentre, intravide delle aquile svolazzare sopra il canale e si chiese se fossero le stesse di poco prima. Le dimenticò quando il portone si dischiuse.

Ai lati dell’ingresso erano appostati due individui immobili dallo sguardo svuotato. Vestiti con una divisa nera. Pallidi, teste pelate, privi di ciglia e sopracciglia, con gli occhi anneriti in una perenne midriasi, la dilatazione delle pupille che non lasciava spazio ai colori dell’iride.

Proprio per questa caratteristica quelli come loro erano stati chiamati “midri”, la schiera di agenti dell’Organizzazione al servizio dell’Astro.

Steve li ignorò provando il solito timore misto a disprezzo. Perché non erano solo servi del grande capo: gli appartenevano anima e corpo. Una condizione che la maggioranza dei suoi colleghi considerava un premio. Per lui si chiamavano midri soltanto perché “posseduti” era una definizione fin troppo realistica anche per i più esaltati.

No, lui non voleva essere posseduto, né tantomeno essere costretto a teletrasportarsi a destra e a manca senza opinioni riguardo alla destinazione. Anzi, senza opinioni su nulla.

Poco dopo procedeva per un corridoio al decimo piano, fino alla porta della sala riunioni.

Fece per aprirla, ma si fermò, all’apice della tensione, ripensando al tragico errore di cui ancora non si capacitava: aveva provato pietà per un nemico; dopo anni era stato sopraffatto dal rimorso e lo aveva aiutato a fuggire.

Non aveva pensato al suo futuro mentre cedeva all’emotività, tradendo l’Organizzazione che per anni era stata la sua casa in quella metropoli di pazzi. Ora, dopo quel colpo di reni di una sensibilità che non gli apparteneva, era solo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Fabio Ferlito
Classe 1988. Lavoro per una società di consulenza che rivende software CAD, PLM, rendering, simulazioni, AR, VR e molto altro.
Prima della pandemia mi capitava spesso di andare in trasferta e di passare la sera in hotel a scrivere e leggere.
Leggo di tutto. Al contrario di Himmel, mi ha sempre appassionato il genere distopico (leggete “Noi” di Zamjatin!). Apprezzo Asimov (provate il racconto “L’ultima Domanda”!), Stephen King (“La lunga marcia”!), Philip K. Dick (“Ubik”!) e altri.
Per quanto riguarda i fumetti, leggo molti manga (vi consiglio le opere di Naoki Urasawa, come “Monster” e “20th Century Boys”), e apprezzo i lavori di Alan Moore (“Watchmen”, sia il fumetto che la trasposizione cinematografica, anche solo per i titoli di testa).
Trovo tutto questo molto divertente.
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