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La morte è una convinta democratica

Scelto da Susanna Rizzi
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Consegna prevista Giugno 2020

Un thriller psicologico che si svolge ai giorni d’oggi, ma con un tuffo nell’Europa del XX secolo. Benvenuto Malvoglio è un insegnante che amoreggia con le mamme delle sue alunne. Frequenta uno psicoterapeuta, perché soggetto a un’allucinazione che gli incasina la vita: l’artista rinascimentale Cellini. Il padre è morto quando Benvenuto aveva 27 anni e la madre quando era appena nato.
Tutto si complica quando si mette in testa di cercare indizi sulla madre, rincorrendo le tracce di un medaglione, unico ricordo di lei.
Si ritroverà in un vortice di azione, spionaggio e pericoli, accompagnato dalla splendida Amélie, francesina di cui non potrà che innamorarsi, e dalla sua impertinente allucinazione.
Roman invece è una spia, nata nel 1898. Vive la rivoluzione russa e l’eccidio dei Romanov,in fuga dal nuovo regime sovietico, insieme a un ragazzo che nasconde uno dei più grandi segreti della storia e che indossa un misterioso medaglione.
Benvenuto e Roman sono legati da un filo tanto sottile quanto indissolubile.

Perché ho scritto questo libro?

Perché Benvenuto, il protagonista, non mi ha lasciato scelta. Ed è nato il mio undicesimo romanzo, che unisce il thriller psicologico alla storia d’amore, il giallo allo spionaggio. Avevo la necessità di vivere altre mie vite, amare, viaggiare, tradire, persino sporcarmi le mani. Muovermi dentro me stesso, inventando personaggi che solo in parte mi assomigliano, che di colpo prendono vita, compiendo scelte non mie.
Benvenuto è questo che fa e lo fa con una credibilità che a volte mi spaventa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Ci sono molti modi per morire
e quasi tutti non hanno nulla di personale.
Ma se spari in testa a un uomo, o donna che sia,
lo smembri, lo innaffi di acido e lo bruci,
è decisamente qualcosa di personale.”

I
21 novembre 2018.
Milano, Italia.
Benvenuto.

Vedere una donna che si muove sopra di te è davvero un gran cosa. Vederla perdersi con lo sguardo in un oltre, mentre i capelli scuri cadono sulle spalle, è anche meglio.
La donna in questione si chiama Nicole, felicemente sposata con un uomo di cui non ricordo il nome e madre della pestifera Jessica, e io sono Benvenuto, il suo giocattolo antistress, almeno da un paio di settimane a questa parte. Ci regaliamo qualche orgasmo in pausa pranzo, ma di quelli banali, che servono più che altro per dimenticare il nostro morire quotidiano: il perdersi per il gusto di non ritrovarsi. Il bluff più grandioso della storia che ti solletica le endorfine regalandoti un’inconsapevolezza bastarda. Ti può succedere di tutto ma se puoi raggiungerlo qualche volta, da solo o in compagnia, in fondo la tua vita un minimo di senso ce l’ha. E l’amore c’entra davvero poco in tutto questo, ma rimane comunque una pratica tremendamente rilassante.
– Cazzo che caldo a casa tua – si getta di fianco con un po’ troppa enfasi e la cosa m’innervosisce, perché non ho mai amato le donne rumorose.
Non è né magra né grassa né brutta né troppo bella, ma di quella femminilità unica che solo alcune mamme portano con sé. Non l’ho mai vista completamente nuda, ma non è una novità, dopo il parto le donne tendono a coprirsi almeno un poco.
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– Tutto bene? – la sua voce ha un volume troppo alto.
– Abbastanza. –
Il suo sguardo è rivolto al soffitto, indossa una sottoveste di raso stretta sul torace e abbondante all’altezza della vita. Ha un seno straripante, non particolarmente sodo, ma tenuto su da un reggiseno di ottima fattura. S’infila le mani tra le gambe e le lascia lì, immobili, quasi a scaldarsi.
– Sei proprio un tipo strano. Per lavoro non fai che vociare e adesso non dici nulla. –
Mi alzo dal letto, nudo, allungo la mano sui pantaloni della tuta di casa e li indosso senza mutande.
– Vuoi un caffè? –
Il suo respiro è pesante.
– Messaggio ricevuto. Non insisto perché non voglio rovinarmi la serata, una volta che mio marito è fuori per lavoro e mia figlia a dormire dai suoceri. –
Preparo la moka, non prima di aver respirato l’aroma del caffè direttamente dal sacchetto.
– Figurati, solo che non amo parlare molto dopo aver fatto sesso. –
– Lo avevo capito, ma così mi sembra un po’ esagerato. È come se non ti fosse piaciuto. –
– Mi è piaciuto, tranquilla, noi uomini non possiamo fingere più di tanto. –
– Ma vaffanc… – ride mentre lo dice.
Il caffè ci mette troppo tempo per venire, ma sempre meno tempo di lei. Ed io non ho più voglia di averla nel mio letto, nel mio appartamento, nella mia notte.
La invito ad alzarsi e a seguirmi vicino al tavolo. Lo fa di malavoglia, ma lo fa.
– È la prima volta che ti sento dire tante parolacce. –
– Prima di sposarmi ero uno scaricatore di porto, fumavo e amavo bere birra.  –
Osservo i capelli spettinati ma ber curati, le unghie lunghe che afferrano la tazzina e il viso pulito.
– Non lo avrei mai detto. –
Accavalla le gambe.
– La vita ti cambia, Benvenuto, i figli ti cambiano, ma tu non lo sai ancora. –
– E non è detto che lo saprò mai – sussurro più a me stesso.
Mi getta lo sguardo addosso e capisco al volo che non è venuta qui per parlare di figli. O di famiglia. O di lavoro. È qui per ritagliarsi un momento tutto per lei. E per usare il suo bambolotto gonfiabile preferito, almeno per oggi. In realtà sono anche il professore di sua figlia, ma avremo tempo per parlare dei suoi voti, non molto promettenti a dire il vero.
– Ce l’hai almeno un po’ di zucchero? –
– No, non si rovina il caffè con lo zucchero. Ho qualcosa di meglio – le getto nella tazza un piccolo pezzo di cioccolato fondente all’84 per cento, prima che abbia il tempo di rispondere, sperando che tutta quella mancanza di dolce la convinca ad andarsene.
Fa una faccia che non apprezzo, mentre beve a piccoli sorsi, poi mi guarda come si guarda qualcosa d’inusuale che non si capisce fino in fondo.
– Parlando di cose serie – appoggia sul tavolo la tazza e spinge la sedia verso si me, divaricando appena le gambe. Ritrovo il mio ginocchio al caldo tra le sue cosce e questo mi piace, anche se i pantaloni non fanno apprezzare fino in fondo la sua pelle. Preme e con le mani lo tiene, puntando le unghie.
– Stanotte posso anche non tornare a casa. –
Avvicino le mie labbra alle sue. Devio sulla guancia, sulla pelle dietro l’orecchio, sul collo, a scendere sulla spalla. Continuo fino al seno, l’immenso seno che fatico a raccogliere in una mano, poi risalgo lentamente e la bacio sulle labbra per pochi lunghi secondi.
– Sei una delle donne più sensuali che io abbia mai conosciuto, ma non posso farti fermare qui. –
– Di’ solo che non vuoi – si allontana all’improvviso e capisco di aver commesso due errori in una sola frase.
Non si impara mai abbastanza sulle donne.
– Sai quello che mi fa più incazzare? – le sue parole fanno da eco nella stanza – Non sei neppure dispiaciuto. –
– Sei solo arrabbiata perché sei abituata ad avere tutto ciò che vuoi. Ma mi spiace, non ti lascio fermare. –
Muove la testa a destra e a sinistra, prima di infilarsi gli stivali e afferrare il cappottino.
– Sei davvero un bel tipo. Potevamo divertirci tutta la notte per una volta, al posto di un’oretta di corsa. –
Mi avvicino e lei non mi allontana. Si lascia abbracciare, ma il nostro non è per nulla un abbraccio romantico, perché nel farlo ne approfitto per intuire il suo seno spingere e il mio sesso fare la stessa cosa contro il suo.
– E comunque chi aveva parlato di dormire – prosegue – notte Benvenuto, mi faccio viva io, forse. –
– Domattina a scuola – rispondo.
Sorride, perché non è quello che intendeva. Poi chiude la porta alle sue spalle, non prima di aver guardato le scale, perché non sarebbe il massimo che i vicini la vedessero.
Mi getto sotto la doccia. So di non essere solo, perché da qualche parte, fuori o dentro di me, la mia allucinazione preferita mi sta osservando, ma ingannarsi un po’ è diventato un buon modo per non soffrire troppo.
Tiro fuori dall’armadio un nuovo cambio di lenzuola.
– Solito rituale? – sento la sua voce prima di vedere il suo corpo.
– Mi vuoi dare una mano? –
Accenna un no.
– Mi garba di più starmene in disparte. Non ho mai compreso fino in fondo la sua mente insana.
Benvenuto Cellini, il mio omonimo, la proiezione mentale o allucinazione che dir si voglia, più fastidiosa che uno possa ritrovarsi, è seduta sul divano. Cappellaccio, camicia bianca abbondante, pantaloni ancora più abbondanti, naso comune, capelli appena mossi, una barba ispida e dei lineamenti direi ordinari.
– Certo che tu ne sei l’esempio più chiaro – rispondo.
– La sua demenza non si limita a me, a quanto vedo. E mi creda io di ordinario non ho mai posseduto neppure un capello. –
Gli lancio il cuscino, che ovviamente lo trapassa.
– Smettila di leggermi nella testa. Ho solo voglia di farmi una doccia e cambiare le lenzuola prima di andare a dormire, che cosa c’è di così strano?
– Che pratica questo rituale ogni qualvolta si diletta con una delle sue sventurate donne, per di più mamme delle sue alunne. –
– Mica le obbligo, anzi il più delle volte mi cercano loro. –
Ma non sembra ascoltarmi.
– Facciamo sesso amico – continuo – detto diversamente scopiamo, fattene una ragione. E sono maggiorenni da un po’. –
Si avvicina.
– Vede, mio caro ominide, non è la carnalità a spaventarmi, me la sono goduta fino in fondo nella mia vita – accenna un ghigno – ma citando il mio collega Michelangelo, è togliendo il marmo in eccesso che si libera la vera anima di un’opera, il suo cuore. E, me lo lasci dire, se lei si priva dell’eccedenza della sua misera vita, ho il dubbio che vi ritroviate con un nulla cosmico al posto del cuore. –
– Mi chiedo se tra tutte le allucinazioni del mondo dovevo ritrovarmi proprio te. –
– Forse preferiva qualcun altro? Leonardo? Mi creda era sopravvalutato, nell’arte intendo. Nulla a confronto con una mano passionale come… – si osserva le dita come fossero davvero di carne e ossa.
– Come la tua naturalmente – concludo per lui – sei davvero un superbo figlio di puttana, lo sai? –
In quel momento dalla finestra chiusa si materializza Luna, la sua gatta, o la mia, non l’ho mai capito. Sgambetta verso di me, poi mi devia e si accoccola sul divano. Porta con sé l’aria gelida della città, nonostante io sappia perfettamente che un’allucinazione non può correre tra i tetti.
– Ecco. Ora ci siamo tutti – dico a Luna, che sembra aver scelto il momento giusto per farsi viva.
Credo odi ogni femmina che mi si avvicini, non tanto per gelosia, quanto perché è territoriale. E Luna è la gatta più femmina che io conosca, è stato chiaro fin dal nostro primo incontro.
Sistemo meticolosamente le lenzuola nuove e mi metto una felpa, visto che l’autunno infila le sue dita attraverso i serramenti. Apro il frigorifero e prendo una mini torta al cioccolato e la panna spray. Non ci sono 41 candeline in circolazione, ma va bene lo stesso.
– Che ne dite, festeggiamo il mio quarantunesimo compleanno? –
Ma a rispondere è solo Luna, che ronfa come un treno sgambettando nella mia direzione, perché Cellini è scomparso, silenziosamente come era arrivato
Osservo il pelo liscio e striato della mia gatta preferita, l’unica in vero, il suo sfumare dal grigio chiaro al bianco, la sua aria sbarazzina e il guardarmi come se capisse perfettamente cosa si muove dentro di me.
– Auguri a me – sussurro, volgendo lo sguardo a lei.

XXIX
Berlino 2018.

Non è che vedo molto, se non Amélie che segue Sergey.
È strano come in un momento come questo, quando forse ti trovi vicino a scoprire ciò che hai sempre voluto sapere sul tuo passato, quando sembra che tutta la tua vita ti abbia accompagnato a quel preciso istante, quando ti rendi conto che persino le persone incontrate nella tua esistenza avevano un significato nel tuo trovarti qui ora, quando il tuo stesso vivere sembra essere in un qualche pericolo, tu pensi solamente a quanto vorresti infilarti tra quelle cosce che ondeggiano con disinvoltura sul tuo fascio di luce.
– Ci sei? –
– Vi seguo come un cane da tartufo –  mi scappa dalle labbra, perché l’ironia è l’unica armatura che ancora mi protegge da quell’universo assurdo.
Superiamo diverse soglie, alcune serrate da lucchetti e altre aperte, intuisco quadri alle pareti con stampe che credo facciano da memoria, fino a una scala che ci porta in un nuovo girone. Ed è qui che Amélie si ferma per farmi passare. Ha paura ed io la capisco, perché il nostro Virgilio sembra essersi perso in quel dedalo di strade.
– Un tempo l’unico modo per superare le mura – la voce di Sergey echeggia nei corridoi, credo parli per non farci pensare a quel luogo tetro – anche se molto rischioso, era attraverso alcuni tunnel. Sotto di noi c’è un lungo corridoio che sfiora i sotterranei del negozio che avete visitato e continua per alcuni chilometri fino alla fabbrica. Ai tempi la fabbrica principale era a Berlino est mentre il negozio era a Berlino Ovest e fino alla costruzione del muro questo non era un problema, poi hanno dovuto chiudere per anni il negozio, ma si è scoperto che sotto vari livelli passava un tunnel e lo hanno utilizzato come collegamento tra i due punti. Io stesso… – ma si ferma.
– Non pensavo che da qui… – è Amélie a intervenire.
– Ci sono altri livelli, perché fin dall’ottocento la città ha iniziato a espandersi anche nel sottosuolo. Si crearono depositi per la fermentazione della birra e da allora tra rifugi tedeschi, paura del nucleare e guerra fredda, non ha più smesso di crescere. –
– E adesso? – chiedo.
– Adesso a nessuno interessa più nascondersi e tutto è museo, o in realtà, lo è un millesimo del labirinto, ma tanto basta a spillare un po’ di soldi. –
Continua a camminare, con una lentezza imbarazzante, quasi non volesse schiacciare qualche mina antiuomo. Gli chiedo se va tutto bene, se possiamo almeno accendere la luce, magari funziona, ma non mi degna di risposta ed io non insisto. Sopra di noi Berlino è una moderna città con ogni tipo di consumismo e banalità, qui invece una macchina del tempo ci ha riportati nello spessore di un’epoca dove il compromesso non era contemplato.
Non un suono se non i nostri passi quasi ammorbiditi da strati di polvere. Fatico a respirare, non capisco se è l’ossigeno a mancare o la polvere che si infila nei miei polmoni.
– Tutto ok? – chiedo ad Amélie, dopo una buona mezzora di viaggio.
Fa un cenno con la testa, perché sembra concentrata sul respiro.
Non so quanti chilometri abbiamo percorso e visto che abbiamo svoltato una decina di volte mi chiedo se ci siamo persi, ma Sergey sembra andare avanti sicuro. A volte scende di un livello, a volte risale. La luce delle torce crea strane figure alle pareti ed io penso ai gironi danteschi, se continuiamo a scendere ci troveremo di fronte Lucifero che ci chiede cosa mai pensavamo di trovare.
Di colpo si ferma, apre una grata di ferro e inizia a salire, salire, salire.
– Ci siamo – la sua voce echeggia nel piccolo corridoio – ne è passato di tempo, ma sapevo di riuscire a trovarlo, ne ero sicuro.
Solo ora mi rendo conto che ci saremo persi una decina di volte, spero sappia come tornare.
Mi fa cenno di entrare. Ho vinto il bonus del primo passo, a quanto pare.
E così entro…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Lucio Figini
Laurea sanitaria riabilitativa. Scrittore ed educatore professionale. Lavora in ambito psichiatrico. Pubblica dal 2001. Le sue opere: “Autobiografia di uno sconosciuto” (Arduino Sacco), “La fiaba della buonanotte” (Giallomania), “La discendenza dell’acqua”, “Sopravvivere a un angelo”, “Ariel, delitto a Sestri Levante”, "FOLLEmente”, “Michelangelo il giostraio e le donne”, “Il rumore di una lacrima” (tutti Cicorivolta Edizioni).
Finalista al Concorso Casa Sanremo Writers 2016 con “FOLLEmente” e al concorso Carlo Piaggia con “Michelangelo il giostraio”.
Nel 2017 accede alla casa editrice FANUCCI con “La bambina del mare”, noir che narra l’incontro tra un educatore e una bambina senza voce, il cui mancato sorriso fa tutta la differenza del mondo.
I suoi romanzi non seguono un genere specifico, ma in essi si raccolgono, contaminandosi, generi quali: noir, amore, psicologico, thriller, mistery, fantasy.
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