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La seminatrice
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Consegna prevista Maggio 2021
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Dentro la cornice della nascita di un rapporto d’amicizia fra l’autore della narrazione e la protagonista, c’è la storia di una donna indotta dalle vicende di vita a dedicare la sua professione di psicoterapeuta all’assistenza alle persone che affrontano importanti patologie.
Nata per caso – il suo embrione scambiato per un tumore nel grembo materno – Adriana ha vissuto in simbiosi con il cancro che è stato il leitmotiv della sua esistenza. Alla missione assegnatale dal destino ha dedicato un impegno totalizzante che l’ha portata a esaurire le sue energie.
La sua ricetta: “familiarizzare con la malattia, farsela amica piuttosto che demonizzarla”.
Per una strana nemesi, si è trovata anche lei nella condizione di dover sperimentare su di sé le “formule magiche” donate ai suoi assistiti; è così andata, con sorprendente lucidità, alla ricerca degli antidoti, trovando nel “qui ed ora” il senso profondo della spiritualità in tanti aspetti della vita d’ogni giorno, compreso il “suo” tango.
Il messaggio che La Seminatrice offre ai lettori, in apparente contraddizione con il tema della sofferenza, è un incitamento a godere di ciò che la vita offre.

Le bozze integrali saranno rese disponibili al superamento del goal di 200 copie.

Perché ho scritto questo libro?

M: L’idea è nata dall’incontro con una persona, la coautrice, la cui vicenda personale e professionale, in sintonia con una curiosa singolare predestinazione, è ispirata da una speciale sensibilità e da una disponibilità a occuparsi del prossimo che va ben oltre l’ambito di competenza dello psicoterapeuta. Ho scoperto in lei una forza insospettabile espressa nell’affrontare, con coraggio e determinazione le prove a cui la vita sottopone. Una storia, la sua, che non poteva non essere scritta.

A: L’idea di raccontare la mia storia professionale era stata concepita alcuni anni fa da una persona con cui collaboro da diversi anni a Bologna nel supporto alle persone in lutto, un lavoro spesso correlato a quello di psicooncologa. Al suo invito avevo risposto che la mia storia avrei potuto raccontarla, ma non scriverla.
Poi l’incontro con Mauro, nella mia città natale.
Sono convinta che nulla avvenga per caso: mi sono lasciata co-in-volgere dall’idea di dare alla luce un libro insieme a lui.

L’ho conosciuta, Adriana, al circolo del bridge dove entrambi siamo iscritti, un pomeriggio di fine autunno, quasi un anno fa, quando Giancarlo, un amico comune purtroppo recentemente scomparso, mi ha proposto di giocare in un torneo in coppia con lei.

È passato un po’ di tempo da quando l’ho incontrata per la prima volta, ma ho tutto registrato nella memoria di quelle due ore iniziate con una semplice stretta di mano fra due che non si erano mai visti prima.

C’eravamo appena presentati, lei distratta a parlare con un’amica, quando un’altra donna ha interrotto il loro dialogo fra le due rivolgendosi a lei.

“È da un pezzo che non ti si vede, che hai fatto di bello tutto questo tempo?”

“Sì, è da tanto che manco. Da quando ci siamo viste l’ultima volta, l’autunno scorso, sono successe tante cose: ho scoperto di avere un cancro mentre mia sorella stava morendo, mi hanno operato e come vedi sono sopravvissuta, tutto nel giro di due mesi. Ho deciso di lavorare meno e di godermi un po’ di più la vita, qui a Palermo sto meglio che a Bologna.”

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“Allora ti vedremo più spesso adesso?”

“Sì ma non immediatamente, fra pochi giorni vado a Dubai con una mia amica olandese, poi a dicembre un mese in Australia. Non passerò più in famiglia il Natale, sono stanca di organizzare le feste per gli altri, ho già dato!”

Chi al suo posto – mi ero chiesto – sarebbe stato capace di parlare così apertamente di una malattia che fa paura a solo nominarla?

Giocando con lei, quella sera entravo e uscivo di continuo da quel pensiero non sapendo come conciliare quello che avevo ascoltato con l’atteggiamento della persona tranquilla, finanche allegra a tratti, che avevo davanti.

Mi ero portato dietro, tornando a casa, l’immagine di un visino dalla carnagione olivastra, gli occhi grandi vivaci, gli occhiali tirati giù fin sulla punta del naso per consentirle di osservare le carte da gioco e al tempo stesso tutto l’intorno. Quanta storia nasconde, mi chiedevo, quello sguardo pensieroso, a tratti assorto?

Nei giorni successivi l’avevo nuovamente incontrata per giocare a bridge, ci eravamo trovati bene insieme, avevo pure ricevuto il suo ringraziamento per l’approccio cortese di me anziano del gioco verso lei che è alle prime armi ma si impegna per migliorare. Dopo quelle prime volte abbiamo spesso giocato insieme. Bontà sua, lei ha scelto me come “allenatore” per crescere nel bridge. E come allieva è paziente, attenta, disciplinata, desiderosa di apprendere.

E più si ripetevano le occasioni d’incontro, ancor più mi veniva di pensare al cancro di cui le avevo sentito parlare come una cosa inconciliabile con la vitalità che le vedevo esprimere.

Nei mesi che seguirono, complice il bridge, la nostra frequentazione era divenuta quasi giornaliera, mi aveva invitato a pranzo a casa sua ma, nonostante la confidenza che era venuta fuori fra noi, mi ero ben guardato dal chiederle della sua malattia. Ragionandoci, davo per scontato che lei avesse ben presente il fatto che ne fossi venuto a conoscenza la sera del nostro primo incontro e mi sembrava quindi innaturale, poco cortese al limite, da parte mia ignorare del tutto l’argomento.

Avevo pure pensato di informarmi con qualcuno dei giocatori del Circolo, che mi era sembrato la conoscessero meglio, ma non mi decisi a farlo. Mi chiedevo se per caso non avessi capito male, che lei stesse in realtà parlando di qualcosa capitata ad altri, un familiare, un amico… La vedevo serena, proiettata positivamente verso il futuro, una cosa che – penso – non riesce facile a chi esce da un’esperienza del genere. Mi ero addirittura chiesto se per caso non si fosse lei inventata tutto, ma a che scopo? Non mi pareva tipo, per la verità, ma che altro pensare?

Sarà stato un caso, il nostro bridge si era rivelato subito fortunato, risultati superiori alle aspettative e non certo per merito mio esclusivo. Anzi, io mi dolevo di certi miei errori ed era lei a invitarmi a perdonarmeli. I suoi magari non li vedevo, intento com’ero a studiare i suoi gesti, le sue espressioni piuttosto che il risultato delle sue giocate!

Sarà stato un caso anche questo: in certi momenti era suo il colpo d’ala che ci regalava risultati insperati, non so quanto fosse lei cosciente delle sue scelte di gioco e dei relativi rischi, sta di fatto che certe sue giocate lasciavano a bocca aperta gli avversari.

Ma lasciavano di stucco anche me!

Una sera, al termine di un torneo per noi particolarmente fortunato, uscendo dal Circolo non potei fare a meno di chiederglielo.

“Ma da dove ti è uscita quella giocata?” In quel momento me la ridevo ma mi aveva fatto temere il peggio. La sua risposta solo un lieve sorriso, come a dire: “Perché ti meravigli? Io sono questa.”

Va bene! Cos’altro dire?

La faccenda del cancro, in breve, lasciò nei miei pensieri, il posto all’interesse per la bella persona che mi regalava la sua attenzione.

Poco per volta ho iniziato a mettere insieme al posto giusto le cose di lei che ho visto e capito. E alla fine è venuto fuori, quando lei ha giudicato che fosse venuto il momento, il discorso del suo cancro.

Me ne ha parlato, ne sono convinto, quando ha ritenuto che fra noi se ne potesse parlare; e l’ha fatto, non come fa tanta gente, come una iattura piovuta non si sa da dove, ma come un fatto che rientra fra le normali vicende della vita, togliendomi l’imbarazzo delle cose non dette, con una naturalezza per me sorprendente. Conseguenza – è la sua convinzione – dello stress che le aveva procurato l’attività di psicooncologa esposta ad accollarsi problemi e dolori delle persone che assiste. Lo stress – sono sue parole – può generare un cancro così come tante altre malattie. È il corpo che manda dei segnali, se li capisci sai come fronteggiare meglio la malattia. E grazie a Dio, pensai, lei pareva esserci riuscita!

Una conclusione che in bocca a qualsiasi altra persona avrei giudicato quanto meno fantasiosa e che invece adesso mi pareva coerente con l’essere “speciale” del personaggio Adriana.

Pur senza nessun altro particolare interesse in comune, ci siamo ritrovati a far insieme altre cose oltre al bridge, come se ci conoscessimo da tempo, con la stessa naturalezza di due amici che si ritrovano dopo un lungo periodo di lontananza e che hanno conservato il gusto di certe abitudini comuni. Avevamo anche spesso pranzato o cenato insieme, in genere a casa sua nel centro storico, dalla parte della città opposta rispetto a dove io abito, a volte a casa sua da soli, altre in compagnia di suoi amici.

Com’era naturale che accadesse, c’eravamo raccontati, per sommi capi inizialmente, le nostre storie di vita. Lei, palermitana di nascita, aveva vissuto per trent’anni a Bologna, dove si era trasferita per via del lavoro del marito. Dopo anni in cui aveva privilegiato il mestiere di moglie e madre accettando limitazioni ai possibili sbocchi di una promettente carriera da impiegata, aveva trovato nella psicologia la sua missione e da allora aveva svolto l’attività di psicoterapeuta. Solo da due anni, indotta da vicende di cui sarei venuto a conoscenza in seguito, aveva deciso di tornare a vivere a Palermo.

Poche settimane dopo il nostro primo incontro, eravamo a metà dicembre, era partita per un viaggio in Australia che aveva programmato da tempo. Sarebbe mancata per un mese, un periodo a cavallo fra Natale e capodanno. Mi era dispiaciuto interrompere quella nostra frequentazione a cui avevo preso gusto e mi era parso che un po’ dispiacesse anche a lei, che però era anche elettrizzata come una ragazzina al pensiero di andare a trovare certi suoi amici australiani con alcuni dei quali condivide la passione per il tango.

La lontananza si era rivelata meno spiacevole del previsto: pur con la complicazione delle dieci ore di differenza dovute al fuso orario, c’eravamo sentiti a telefono anche più volte nella stessa giornata, lei a raccontarmi della sua, in particolare del tango nelle milonghe di Melbourne, io della mia – meno entusiasmante – fatta di passeggiate e raccolta di funghi e di corbezzoli a Pantelleria, dove ero andato a trascorrere le festa di fine anno, ospite di un amico. Tant’è che, rincontratici, avevamo ripreso esattamente tutte le abitudini interrotte, dal bridge, alle passeggiate, alle cene insieme.

Ma chi è Adriana?

Quando l’ho conosciuta, la prima cosa che ho pensato, cercando di sistemare per bene dentro la testa la sua immagine, la sua voce, è che per descriverla avrei dovuto scovare in un vocabolario molti più termini di quanti siano necessari per definire gli individui che normalmente incontriamo e forse anche aggiungerne di nuovi. E’ una sensazione che magari avranno avuto anche altri che l’hanno conosciuta prima di me.

Devo ammetterlo, ancora oggi non so da dove cominciare, tante sono le cose che mi vengono in mente. Per essere sintetici, una gran confusione che nasce anche da riflessioni che ancora oggi faccio fra me e me.

C’è una sorta di discussione in corso fra i miei due io, quello che ha visto in Adriana un regalo piovuto inaspettatamente dal cielo e che non si pone tante domande e quell’altro, più prudente che, come si fa consultando il bugiardino nella confezione dei medicinali, cerca di scoprire controindicazioni ed effetti collaterali.

Il primo propenso a vivere il nuovo rapporto per quello che può dare, senza interrogarsi sul futuro, il secondo, più prudente, più propenso a interrogarsi sui possibili sviluppi.

“Ma tu, la conosci bene questa Adriana?”

“Certo che la conosco.”

“Ma se tu stesso hai detto che non sai come definirla?”

“È vero, ma se incontri una persona gradevole, con la quale vai d’accordo, cosa fai, le chiedi di esibirti la carta d’identità, di darti un curriculum corredato di referenze? So che mi fa piacere praticarla e questo mi basta.”

“Ma che cosa hai visto di tanto attrattivo in questa donna?”

“Quel suo modo di essere aperta, coinvolgente…, sì perché da come ti parla sembra che stia scegliendo le parole, il tono della voce, perfino l’espressione del viso proprio per te, personalmente, ti senti invaso dalla sua personalità…”

“Ti ha colpito, questo è evidente…, hai percepito un segno di attenzione nei tuoi confronti, ma è possibile che si comporti allo stesso modo con tutti, fra l’altro per una che fa la psicologa per mestiere può anche essere normale dimostrare per l’interlocutore un’attenzione che tu, che queste cose le sai, non dovresti scambiare per interesse personale…”

“Sì, puoi avere ragione. Anzi, hai senz’altro ragione, ma come sai non sono un tipo così facilmente maneggiabile…, sono entrato con lei in sintonia con una velocità per me inconsueta, è questo che mi ha sorpreso.”

“Insomma…, ne sei stato attratto, questo lo si capisce, ma magari ti è successo già con altre persone di cui hai poi dimenticato il nome…”

“Qui hai torto, con lei è diverso…”

“Spiegati!”

“Lei ha certe cose che gli altri non hanno!”

“Per esempio?”

“Certe capacità espressive che non ho visto in altri…”

“Capacità espressive? Userà bene le parole, è una cosa che tu apprezzi, lo capisco, ma è il minimo per una che fa il suo mestiere…”

“Ma non si tratta solo del modo di parlare. Va bene, ti faccio un esempio. Quel suo modo di articolare le mani mentre ti parla, non ha nulla a che vedere con il gesticolare eccessivo di tanti dalle nostre parti, sono piccoli gesti coordinati con la voce i suoi… Ecco, è come se possedesse un mezzo espressivo in più rispetto agli altri, ma te ne potrei fare altri di esempi: mentre sta parlando con te, certe volte si ferma e la vedi impegnata a tirar fuori l’espressione giusta per la persona che ha di fronte in quel momento, per quella specifica circostanza. Se quella persona sei tu ti verrebbe di ringraziarla per quel pezzetto di sé che ti sta regalando, per lo spettacolo che ti sta dedicando…”

“Non sarà per caso l’inizio di un’attrazione fatale?”

“Adesso non ti esprimere con frasi fatte, non puoi sintetizzare le cose in modo così banale!”

“Non intendevo banalizzare, ma mi sembri eccessivo in questo tuo entusiasmo, in definitiva la conosci solo da poco…”

“Vedi, hai centrato il punto, se tu conosci una persona da così poco tempo e ciò nonostante avverti la sua presenza ventiquattro ore su ventiquattro…”

“Va bene, credo di aver capito e questa volta provo davvero a sintetizzare, se no, andiamo avanti per delle ore: sei rimasto attratto, più che da lei, dall’idea che di lei ti sei costruita dentro, magari avevi bisogno di una personalità forte in un momento di vita, come dire…, un po’ insignificante, scusami se mi permetto…”

“Adesso sei ingeneroso, pensi magari che me la sia solo sognata una persona del genere? Dovrei avere una bella fantasia!

“E allora prova ad analizzarla, a indagare su certi aspetti di lei dei quali sai poco, questo suo essere cittadina del mondo, questo suo spaziare dal bridge al tango, alla buona cucina….”

“È vero, è proprio una forza della natura Adriana, è forse questo che me la rende ancor più interessante, ma perché devo chiedermi tante cose, a che mi serve?”

“Ho capito, in tutto questo non ti ho neanche sentito descriverla, definirla con un termine sintetico, un aggettivo, qualcosa che la distingua dalle altre donne che hai conosciuto…”

“Va bene, hai ragione ci sono cose di lei che non so, però molte altre cose di lei si capiscono, è un libro aperto Adriana!”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Mauro Leonardi e Adriana Di Salvo
Mauro Leonardi vive a Palermo da sempre. Formatosi nelle discipline economiche e finanziarie, ha lavorato per oltre quarant’anni in ambito bancario, con alcune escursioni in aziende industriali, alternando ruoli di responsabilità operative (ha diretto per oltre dodici anni una società di leasing) all’impegno nella formazione professionale. È autore di romanzi e racconti, alcuni dei quali ispirati dall’attività sportiva che ha praticato, in gioventù da agonista e in seguito da amatore, per quasi mezzo secolo.

Adriana Di Salvo, palermitana, ha vissuto per circa 30 anni a Bologna, dove ha iniziato l’attività di Psicoterapeuta.
Ha dato vita al Servizio di supporto psicooncologico, presso l’ospedale di Imola.
Collabora da diversi anni con la Fraternità Cristiana dell’Opera di padre Marella di Bologna per la quale ha creato un Centro d’Ascolto per le persone con malattia cronica e invalidante e i loro familiari e per il supporto al lutto.
Il suo lavoro è stato supportato da Fondazioni e Aziende, in particolare dalla Sacmi sempre attenta al sociale nell’imolese.
Ha curato stesura, prefazione e pubblicazione de "La forza dell’amore: ora il cancro non mi fa più paura" di Sofia W., frutto del lavoro psicoterapeutico con un’assistita.
Ha tenuto conferenze e seminari di formazione sul tema del dolore e della morte in Italia e in Bolivia, dove ha trascorso un anno da missionaria.
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