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La superficie del dolore

La superficie del dolore

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Consegna prevista Novembre 2021
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Sì, queste sono storie vere. Le più vere che riesca a ricordare. Che però siano davvero accadute, non è certo. Forse non così. Non solo così.
Nelle anse della mia memoria e della fantasia, i fatti narrati in queste pagine si sono raggrumati, intrecciati, riaccadendo di nuovo, simili eppure diversi, appunti e immagini sfocate. Cartigli instabili trafitti dalle puntine delle emozioni.
Il tempo, talora si è dilatato oppure si è addensato. Tutti i personaggi entrano in scena sostenendo il fardello dei miei ricordi confusi e lacunosi. O dei miei desideri. Ciascuno portando con sé una dose tagliata di verità, pagando il pedaggio alle mie angosce, alle ferite nascoste, ai sogni. Il peso delle parole negate, non dette o silenziosamente gridate, ha piegato la curva della memoria. I contorni duri delle storie si sono sciolti e poi rappresi in altri più sopportabili. Talora, forse più crudi e impietosi. Non c’era un altro modo di scriverne. Non per me. Né un altro modo per amare queste storie.

Perché ho scritto questo libro?

Sulla superficie del dolore le parole sono immobili. Non si riesce a parlare del dolore. Il non detto è la via di fuga dalla vertigine o anche solo la regola per poterci convivere. Ma prima o poi i conti si devono fare. Il dolore bussa alla superficie, ancora più forte e non più sedato dal tempo. I protagonisti di queste pagine, tre generazioni di due famiglie milanesi, percorrono le loro vite, chi restando sulla superficie chi trovando il coraggio per immergersi nella profondità del perdono.

ANTEPRIMA NON EDITATA

30 agosto 1942

Cinquecento metri a perdifiato.

Ecco, la salita finale era ancora lì, uno strappo fulminante, interminabile, inaspettato, come un cazzotto dopo una carezza, al termine del falsopiano verde della Brianza e dell’innocente pendenza di un rettilineo che proteggeva sornione la sfida di quell’ardua penitenza finale. Improvvisa, impietosa, subito dopo la curva dei due platani, folle e dritta, sparata verso il cielo e la cima del cocuzzolo dove biancheggiava il santuario mariano di Montevecchia.

Che bella mattina, appena tiepida! La bicicletta teneva la strada come una moto, senza sbandare e resistendo agli agguati del brecciolino e delle voragini che comparivano, vigliacche, dopo le curve quando gli occhi si chiudevano per respingere il polverone sollevato dalle rare auto dirette chissà dove.

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Una Bianchi, certo, una Bianchi da corsa, oddio, non proprio da corsa, diciamo da strada. Nera, ancora lucida alla partenza da Milano. Una Bianchi coi freni a bacchetta e le gomme bicolori. Un turbine verso la campagna, fuori dalla confusione e dalla maledetta guerra, giù in città.

Mai stato meglio, pensava Antonio, mentre la Brianza gli si faceva incontro verde e odorosa di caprifoglio e gelso.

In quella vigilia di fine di agosto, il cielo era assediato da baldanzosi cumuli bianchi che, sospinti da un vento tiepido e svizzero, si gonfiavano allegri e sembravano giocare ai quattro cantoni.

Quanto gli mancavano i suoi figli, il Lino, smilzo e zazzeruto, con quei diciassette anni da poco compiuti, acerbi e promettenti, e la piccola Marina, quattro anni scarsi, sorriso tristemente allegro e occhi blu.

E quanto gli mancava l’Adele, un cespuglio di capelli rossi, come l’uva di Broni, gli occhi celesti e il viso spigoloso, con quella sbessolina impertinente. Era una donna semplice, Adele, sua moglie.

Il pensiero di rivederla con in braccio la piccola e di incrociare lo sguardo orgoglioso del suo ragazzo gli infondeva nuova energia e le gambe mulinavano sui pedali. Il record, questa volta, sarebbe crollato. Non c’era alcun dubbio.

La settimana non finiva mai. E anche se il lavoro ormai scarseggiava, l’impegno, per servire “come si deve” i clienti sopravvissuti alle ristrettezze di quel periodo, era rimasto immutato. E così il tempo dedicato ad ammorbidire il pellame e a inventare nuove forme.

La bottega di Antonio Bezzocchi, premiato artigiano di Verucchio, riceveva la luce da una vetrina che, nell’obliquo chiarore del sole pomeridiano, lasciava intravedere quell’uomo svelto, che cuciva con cura e decisione le tomaie, modellava i sottopiedi e i guardoli, tagliava con maestria il cuoio delle suole, tingeva e lucidava, come argenti da esposizione, le formidabili scarpe su misura che con pazienza e abilità prendevano forma dalle sue mani.

Solo scarpe su misura, non scarpe qualsiasi, opere d’arte da calzare soddisfatti, per la vita. Per tutta la vita.

In quel terzo anno di guerra, il cuoio, quello buono, era diventato merce introvabile, le pelli morbide un ricordo. L’ingegno s’era aguzzato almeno quanto i desideri si erano smagriti. Poche le scarpe nuove, in quei mesi grami, ma molte le aggiustature, le riparazioni, i recuperi. All’occorrenza, dalle vecchie calzature, dalle borse e perfino da qualche valigia, si riusciva a riconquistare abbastanza pellame per rivestire i piedi ancora esigenti delle signore.

Non bisognava più pensare che, solo qualche anno prima, nella bottega di via del Bollo, a un passo dal Palazzo della Borsa, il magazzino era pieno di pelli e, ai banchi, sgobbavano quindici lavoranti.

Dopo Monza, la strada iniziava a salire, con calma, senza fretta, un gradino alla volta, passando per Villasanta, Usmate, Lomagna, Osnago, Cernusco Lombardone su, su, verso il santuario della Beata Vergine del Carmelo.

Eccola lì.

Quell’ultima salita a schioppo accorciava il fiato e inspessiva le gambe, ma era un vero godimento tagliare dopo quello sforzo acuto, in piedi sui pedali, l’immaginario traguardo ai piedi della scalinata, sbuffando, con il cuore a martello.

Altro che Coppi, altro che Bartali.

Intanto si trattava di quaranta chilometri e passa, una tappa a cronometro assai impegnativa, pensava Antonio, che quella mattina, non aveva dubbi, avrebbe frantumato il record conquistato la settimana prima.

Un’ora e venti minuti, da uscio a uscio, ma, appunto, si poteva fare meglio, e meglio non si era mai sentito in vita sua.

Benché non fossero che le sette del mattino, il caldo, che durante la notte non aveva riposato affatto, si era già alzato, ben deciso a torturare i milanesi. Ne era convinto il Giovanni, che quella domenica, invece di arrostire nel letto, aveva deciso di scendere per strada e cercare, a suo modo, ristoro nel bar di Antonio.

Giovanni, un omone dal volto rubizzo che contrastava con la tuta blu che, probabilmente, usava anche come pigiama, ogni mattina, prima di iniziare il suo turno alla fabbrica dei vetri, passava davanti alla bottega di Antonio e non mancava giorno che facesse tintinnare il campanellino collegato alla porta per infilare la testa nella penombra e augurargli il buongiorno.

“Buongiorno a te, amico mio.”

La risposta di Antonio arrivava puntuale e cordiale con quell’accento romagnolo in filigrana.

Quella mattina, col naso quasi incollato al vetro bisunto del bar, Giovanni sorprese Antonio intento ad arrotolarsi fino ai gomiti le maniche della camicia bianca dopo aver fissato i risvolti dei calzoni con due mollette di legno e assicurato un piccolo involucro al portapacchi della bicicletta.

Uscì dal bar mentre l’amico inforcava la bicicletta.

“Ehi Bezzocchi, buona pedalata e stai attento alle rotaie.”

“E tu stai attento ai bicchieri. Ci vediamo domani, che vengo giù presto, col fresco, spero. Adesso vado che, se no, non arrivo più, lassù. Ho proprio voglia di una bella sgambata.”

“Salutami Adele e i ragazzi.”

“Contaci, tra poco più di un’ora te li saluterò!”

“E chi sei, la Locomotiva umana? Guarda che non sei più un ragazzo…certe battaglie lasciale ai giovani!”

“Sarà, ma oggi mi sento proprio come Guerra, mai stato meglio. A domani.”

“A domani, certo. Ciao, Antonio.”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Fabio Giuccioli

    Cara Benedetta,
    La contraddizione, che lei definisce profonda e radicale, attraversa tutta la vicenda umana, dall’inizio del mondo. E, quindi, attraversa anche le vicende particolari dei protagonisti del romanzo. Gioia e dolore sono le due facce della stessa medaglia, la vita; o si accettano entrambe o, censurando il dolore, si finisce per negare significato anche alla gioia. Che è l’esito del nichilismo imperante. Niente ha senso ma si resta attaccati al nulla con le unghie e coi denti.
    Nelle ultima parte del romanzo, Flavio si chiede:
    “Si può accettare un marito imperfetto? E un padre imperfetto?”
    La ragione della risposta di Flavio, “Si può. Certo che si può.”, a una domanda che troppo spesso oggi troverebbe una facile e comoda negazione, affonda le radici nella consapevolezza, a tratti per grazia guadagnata e altrettanto disinvoltamente appannata, che la realtà – la vita in tutte le sue manifestazioni – ha una sete inesauribile di senso. E che il senso della vita non galleggia sulla superficie, non è a buon mercato. Passa dal riconoscimento doloroso che la propria imperfezione, così come quella altrui, è una condizione perenne, di partenza e di arrivo, ma che, sorprendentemente, non è l’ultima parola.
    Chi, come Ester e, pur tra mille contraddizioni, Flavio, l’ha sperimentato, fosse anche solo per un momento, ha scoperto che o si accetta di vivere con le proprie ferite senza ingannevoli suture o il dolore e anche tutte le esperienze di segno opposto rischiano di innescare solo la risposta sbagliata.
    E, quindi, portare alla disperazione che è, vale la pena di ricordarlo, la condizione che nega la possibilità di relazioni, di nessi, in altre parole, di amore.
    La speranza, invece, virtù cristiana così politicamente scorretta in questi nostri tempi, è possibile praticarla sperimentando la certezza di questo amore misterioso per la nostra miseria. La speranza è rilancio, ripresa, apertura al presente più ancora che al futuro. È appunto un’esperienza, qui e ora, di uno sguardo così pieno di umanità su di noi che non ci condanna ma, al contrario, ci rimette nella giusta prospettiva, quella di chiedere che il senso della nostra vita si manifesti e che possiamo incontrarlo e riconoscerlo.
    “E poi, nei momenti di silenzio successivi alla fine della telefonata, di tutte le telefonate, dolori e gioie diventavano il contenuto delle preghiere a cui la mamma affidava il compito di rimediare i danni procurati dalla cocciutaggine e dall’orgoglio o il ringraziamento e la speranza. Sono certo che, se ne accorgessero o no, in quei minuti pomeridiani il peso della vita di quelle persone diventava un po’ più leggero sulle loro spalle ma non andava perso, si trasformava in domanda di senso, una domanda che per alcuni di loro sembrava ormai impronunciabile. Ester “… lo sapeva. Lo sapeva perché era viva e presente, insieme e non avversa al suo bagaglio di inquietudini. Così poteva riflettere verso Dio l’opacità di chi non sapeva più domandare. Per riflettere, come uno specchio, occorre stare davanti alla realtà.”

  2. (proprietario verificato)

    Vorrrei chiedere all’Autore:
    In questo Suo libreo mi sembra che i protagonisti, che appartengon, suppongo, alla generazione dei Suoi genitori e soprattutto dei Suoi nonni, siano in grado di vivere, in tempi duri ed anche drammatici, in modo serio , cioé veramente coinvolto, l’esperienza sia della gioia sia del dolore.
    Il bilancio che il figlio e nipote fa della sua storia familiare verso la fine del romanzo, mi sembra una accorata e pessimistica considerazione della perdita, a partire all’incifrca degli scorsi anni Ottanta fino all’attuale momento storico,di un modo serio e personale di vivere questa unità di gioia e di dolore.
    Il lamento per una società consumistica e priva di ideali tende semmai a coprire – così ci sembra intendere dalla conclusione del suo testo – una contraddizione più profonda e radicale in cui incorre il cuore dell’uomo.
    Che ne pensa?

  3. (proprietario verificato)

    Scritto molto bene, con una prosa evocativa che affascina, cattura e suscita immagini ed emozioni. I luoghi e le vicende sono profondamente incisi nei personaggi e ne modellano il carattere. Ne risulta un affresco familiare molto intenso e coinvolgente, a volte tenero a volte ombroso, tratteggiato da un punto di vista rispettoso e partecipe che mette in luce il coraggio e la grande resilienza dei personaggi.

  4. (proprietario verificato)

    Ho iniziato da poco la lettura del nuovo libro di Fabio Giuccioli e quindi il mio giudizio non del tutto definito, ma mi sento di esprimere almeno due osservazioni.
    Fin dalle prime righe sono stata conquistata dalla scrittura ricca, semplice e pulita, abile e mai stucchevole, con un uso della lingua capace di “giocare” con aggettivi, verbi, espressioni che rendono presente, quasi tangibile e visibile ciò che viene descritto: oggetti, luoghi, personaggi, sentimenti. Un vero godimento per chi ama la lettura e apprezza la bellezza della nostra lingua.
    Inoltre è nata da subito in me un’affezione ai protagonisti del romanzo assolutamente non scontata con un desiderio forte di proseguire nella storia, per diventarne “amici” sempre più conosciuti.
    Mi riservo di completare questo commento a lettura ultimata, ma mi sento di consigliare a tutti di iniziare la lettura de “La superficie del dolore”. Chi si trova bene nella lettura online ne sarà pienamente soddisfatto; chi, come me, ama i libri di carta, ne attenderà fiduciosamente la pubblicazione, potendo già pregustare una bellezza inaspettata.

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Fabio Giuccioli
Milanese, del ‘56, studi classici e laurea in filosofia. Una vita da manager in gruppi editoriali italiani e internazionali. Lietamente sposato con Mariacristina, maestra DOC, con cui condivido l’ammirazione per le nostre due figlie e la tenerezza e lo stupore per cinque nipoti. Oggi svolgo l’attività di consulente di comunicazione e marketing per importanti associazioni professionali. Cerco di restituire il bene che ho ricevuto dalla vita come volontario al servizio di opere che aiutano i poveri e le persone più fragili. Scrivo romanzi. Il primo “Lo sguardo di marmo”: Milano, fine ‘600, tre architetti in gara per completare la facciata del Duomo. Uno spietato sicario, il Picado, non dà loro tregua. Il secondo, “La reliquia del Diavolo” ha per protagonista ancora il Picado nella Torino dei Savoia. L’ultimo è “La superficie del dolore”.
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