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La superficie del dolore

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Milano, inizio Novecento. Le famiglie di Ester e Carlo abitano una accanto all’altra e, pur appartenendo a classi sociali differenti, i conflitti mondiali di inizio secolo portano i loro destini a incrociarsi. Non solo perché la storia segna per entrambe un passaggio fondamentale, ma anche perché tra Ester e Carlo nasce un amore profondo.

Sarà Flavio poi, il secondogenito della coppia, a tessere le fila di un discorso familiare irrisolto e difficile da accettare.
Mezzo secolo di storia italiana ed europea, dalle leggi razziali alle lotte operaie, a fare da sfondo alle vite di queste tre generazioni che cercano di trovare il coraggio di confrontarsi, sfondando la superficie per raggiungere la profondità del perdono.

30 AGOSTO 1942

Cinquecento metri a perdifiato. Ecco, la salita finale era ancora lì, uno strappo fulminante, interminabile, inaspettato, come un cazzotto dopo una carezza, al termine del falsopiano verde della Brianza e dell’innocente pendenza di un rettilineo che proteggeva la sfida di quell’ardua penitenza finale. Improvvisa, impietosa, subito dopo la curva dei due platani, folle e dritta, sparata verso il cielo e la cima del cocuzzolo dove biancheggiava il santuario mariano di Montevecchia.

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Era una bella mattina, appena tiepida. La bicicletta teneva la strada come una moto, senza sbandare e resistendo agli agguati del brecciolino e delle voragini che comparivano, vigliacche, dopo le curve quando gli occhi si chiudevano per respingere il polverone sollevato dalle rare auto dirette chissà dove. Una Bianchi, certo, una Bianchi da corsa, oddio, non proprio da corsa, diciamo da strada. Nera, ancora lucida alla partenza da Milano. Una Bianchi coi freni a bacchetta e le gomme bicolori. Un turbine verso la campagna, fuori dalla confusione e dalla maledetta guerra, giù in città. Mai stato meglio, pensava Antonio, mentre la Brianza gli si faceva incontro verde e odorosa di caprifoglio e gelso. In quella vigilia di fine di agosto, il cielo era assediato da baldanzosi cumuli bianchi che, sospinti da un vento tiepido e svizzero, si gonfiavano allegri e sembravano giocare ai quattro cantoni. Quanto gli mancavano i suoi figli, il Lino, smilzo e zazzeruto, con quei diciassette anni da poco compiuti, acerbi e promettenti, e la piccola Marina, quattro anni scarsi, sorriso tristemente allegro e occhi blu.
E quanto gli mancava l’Adele, sua moglie, un cespuglio di capelli rossi, come l’uva di Broni, gli occhi celesti e il viso spigoloso, con quella sbessolina impertinente. Una donna semplice e innamorata. Il pensiero di rivederla con in braccio la piccola e di incrociare lo sguardo orgoglioso del suo ragazzo gli infondeva nuova energia e le gambe mulinavano sui pedali. Il record, questa volta, sarebbe crollato. Non c’era alcun dubbio.

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Commenti

  1. Fabio Giuccioli

    Cara Benedetta,
    La contraddizione, che lei definisce profonda e radicale, attraversa tutta la vicenda umana, dall’inizio del mondo. E, quindi, attraversa anche le vicende particolari dei protagonisti del romanzo. Gioia e dolore sono le due facce della stessa medaglia, la vita; o si accettano entrambe o, censurando il dolore, si finisce per negare significato anche alla gioia. Che è l’esito del nichilismo imperante. Niente ha senso ma si resta attaccati al nulla con le unghie e coi denti.
    Nelle ultima parte del romanzo, Flavio si chiede:
    “Si può accettare un marito imperfetto? E un padre imperfetto?”
    La ragione della risposta di Flavio, “Si può. Certo che si può.”, a una domanda che troppo spesso oggi troverebbe una facile e comoda negazione, affonda le radici nella consapevolezza, a tratti per grazia guadagnata e altrettanto disinvoltamente appannata, che la realtà – la vita in tutte le sue manifestazioni – ha una sete inesauribile di senso. E che il senso della vita non galleggia sulla superficie, non è a buon mercato. Passa dal riconoscimento doloroso che la propria imperfezione, così come quella altrui, è una condizione perenne, di partenza e di arrivo, ma che, sorprendentemente, non è l’ultima parola.
    Chi, come Ester e, pur tra mille contraddizioni, Flavio, l’ha sperimentato, fosse anche solo per un momento, ha scoperto che o si accetta di vivere con le proprie ferite senza ingannevoli suture o il dolore e anche tutte le esperienze di segno opposto rischiano di innescare solo la risposta sbagliata.
    E, quindi, portare alla disperazione che è, vale la pena di ricordarlo, la condizione che nega la possibilità di relazioni, di nessi, in altre parole, di amore.
    La speranza, invece, virtù cristiana così politicamente scorretta in questi nostri tempi, è possibile praticarla sperimentando la certezza di questo amore misterioso per la nostra miseria. La speranza è rilancio, ripresa, apertura al presente più ancora che al futuro. È appunto un’esperienza, qui e ora, di uno sguardo così pieno di umanità su di noi che non ci condanna ma, al contrario, ci rimette nella giusta prospettiva, quella di chiedere che il senso della nostra vita si manifesti e che possiamo incontrarlo e riconoscerlo.
    “E poi, nei momenti di silenzio successivi alla fine della telefonata, di tutte le telefonate, dolori e gioie diventavano il contenuto delle preghiere a cui la mamma affidava il compito di rimediare i danni procurati dalla cocciutaggine e dall’orgoglio o il ringraziamento e la speranza. Sono certo che, se ne accorgessero o no, in quei minuti pomeridiani il peso della vita di quelle persone diventava un po’ più leggero sulle loro spalle ma non andava perso, si trasformava in domanda di senso, una domanda che per alcuni di loro sembrava ormai impronunciabile. Ester “… lo sapeva. Lo sapeva perché era viva e presente, insieme e non avversa al suo bagaglio di inquietudini. Così poteva riflettere verso Dio l’opacità di chi non sapeva più domandare. Per riflettere, come uno specchio, occorre stare davanti alla realtà.”

  2. (proprietario verificato)

    Vorrrei chiedere all’Autore:
    In questo Suo libreo mi sembra che i protagonisti, che appartengon, suppongo, alla generazione dei Suoi genitori e soprattutto dei Suoi nonni, siano in grado di vivere, in tempi duri ed anche drammatici, in modo serio , cioé veramente coinvolto, l’esperienza sia della gioia sia del dolore.
    Il bilancio che il figlio e nipote fa della sua storia familiare verso la fine del romanzo, mi sembra una accorata e pessimistica considerazione della perdita, a partire all’incifrca degli scorsi anni Ottanta fino all’attuale momento storico,di un modo serio e personale di vivere questa unità di gioia e di dolore.
    Il lamento per una società consumistica e priva di ideali tende semmai a coprire – così ci sembra intendere dalla conclusione del suo testo – una contraddizione più profonda e radicale in cui incorre il cuore dell’uomo.
    Che ne pensa?

  3. (proprietario verificato)

    Scritto molto bene, con una prosa evocativa che affascina, cattura e suscita immagini ed emozioni. I luoghi e le vicende sono profondamente incisi nei personaggi e ne modellano il carattere. Ne risulta un affresco familiare molto intenso e coinvolgente, a volte tenero a volte ombroso, tratteggiato da un punto di vista rispettoso e partecipe che mette in luce il coraggio e la grande resilienza dei personaggi.

  4. (proprietario verificato)

    Ho iniziato da poco la lettura del nuovo libro di Fabio Giuccioli e quindi il mio giudizio non del tutto definito, ma mi sento di esprimere almeno due osservazioni.
    Fin dalle prime righe sono stata conquistata dalla scrittura ricca, semplice e pulita, abile e mai stucchevole, con un uso della lingua capace di “giocare” con aggettivi, verbi, espressioni che rendono presente, quasi tangibile e visibile ciò che viene descritto: oggetti, luoghi, personaggi, sentimenti. Un vero godimento per chi ama la lettura e apprezza la bellezza della nostra lingua.
    Inoltre è nata da subito in me un’affezione ai protagonisti del romanzo assolutamente non scontata con un desiderio forte di proseguire nella storia, per diventarne “amici” sempre più conosciuti.
    Mi riservo di completare questo commento a lettura ultimata, ma mi sento di consigliare a tutti di iniziare la lettura de “La superficie del dolore”. Chi si trova bene nella lettura online ne sarà pienamente soddisfatto; chi, come me, ama i libri di carta, ne attenderà fiduciosamente la pubblicazione, potendo già pregustare una bellezza inaspettata.

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Fabio Giuccioli
Milanese, classe ’56, dopo gli studi classici si laurea in Filosofia. Dopo una vita da manager in gruppi editoriali italiani e internazionali, è oggi consulente di comunicazione e marketing per importanti associazioni nazionali. Affianca all’attività professionale l’impegno come volontario al servizio di opere che aiutano i poveri e le persone più fragili. Il suo romanzo d’esordio è Lo sguardo di marmo.
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