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La traccia

E il mio pensiero tornava al suo nascondiglio, dov’era adesso? In una splendida giornata di sole come quella sembrava assurdo che qualcuno stesse preparando una guerra, eppure quel Paese aveva bisogno di eroi e un eroe non aspetta, ma agisce dove gli altri tentennano.

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Una capitale dell’Est Europa è soffocata da una feroce dittatura a cui si contrappone una tenace resistenza guidata da Lupo, un capo carismatico su cui aleggia il mistero. Antonio, antiquario italiano, è sulle sue tracce, ma qual è il vero motivo che lo spinge a visitare un Paese alla vigilia di una rivoluzione? E quale invece il fil rouge che lo lega a Eva, enigmatica ragazza, e al Maestro, artista dalla controversa personalità? E chi sarà il filo di Arianna a guidarlo fuori da un intricato labirinto?

Una spy story dal ritmo concitato in cui nulla è come sembra: la vicenda principale ne contiene altre, perfettamente incastrate e con colpi di scena che sparigliano le carte.

ANTEPRIMA

1. ENTROPIA

Su quello che mi aspetta dopo la morte non ho dubbi: sono ateo.

Un giorno si spegnerà la luce e poi solo buio, niente paradisi o reincarnazioni: nulla, il vuoto più assoluto, la fine di questa lunga illusione, il crollo delle certezze su cui si fondano tutte le società del pianeta.

A grandi linee, questo era quello a cui pensavo nel primo pomeriggio di quel mercoledì d’autunno, seduto su una pol- trona antica quanto la casa in cui mi trovavo.

Avevo fra le mani il libro che mi ero ripromesso di legge- re negli spazi vuoti della mia vita o, per essere meno teatrale, quello che avrei letto nel mio tempo libero. Tuttavia, anziché cominciare ad accarezzare con gli occhi le sue lettere, preferii fantasticare e riportare la mia mente indietro nel tempo, in cerca di una risposta all’antica ma sempre attuale domanda: cosa ci faccio qui?

Continua a leggere

 

Il quesito calza a pennello in ogni situazione: dai problemi esistenziali alle semplici serate tra amici, quando ti accorgi che il luogo in cui ti trovi è proprio quello dove non vorresti essere in quel momento.

Per tutte queste azioni è richiesta una buona, se non otti- ma, dose di estraniazione: quella che io chiamo “essere terza persona”. In realtà non è un processo voluto, nasce spontaneo in quegli strani momenti in cui prendi coscienza di te e così, come svegliato da un sogno, ti rendi conto di dove sei e di ciò che stai facendo.

Il più delle volte viviamo le giornate in maniera automati- ca, assuefatti da una routine continua, e non mettiamo tutta

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La traccia

la nostra coscienza in quel che facciamo, proprio perché im- mersi in uno stato di dormiveglia. I momenti in cui ci rendia- mo realmente conto di noi stessi e della nostra collocazione nel mondo che ci circonda sono rari, per il resto seguiamo solo l’effetto dell’entropia.

Io e il mio libro eravamo ancora lì, senza che nessuno dei due si decidesse a leggere o a farsi leggere: mancava la dispo- sizione d’animo. Così, snervato da quell’attesa, decisi di al- zarmi in cerca di qualcosa di più interessante dei pensieri sul senso della vita.

Abitavo in quella casa da pochi giorni: si trattava di una si- stemazione momentanea. Amavo le cose provvisorie perché ti sollevano dagli impegni quotidiani, ti offrono una via di fuga o la possibilità di assaporare al meglio il momento.

Probabilmente, se avessi dovuto dare una definizione di me stesso e del mondo che mi ero creato, avrei usato il termine “provvisorio”, anche perché spesso il provvisorio, assieme a tutta la leggerezza che lo caratterizza, può comportare un’esi- stenza vissuta al meglio.

La casa in cui alloggiavo era quella di Ervin: il mio vecchio amico si era messo subito a disposizione non appena saputo del mio arrivo nel suo Paese e aveva fatto di tutto per aiutarmi affinché la mia permanenza avvenisse senza contrattempi. Come sempre, ero stato accolto a braccia aperte.

Aveva deciso di ospitarmi a casa sua perché lì, secondo lui, sarei stato al sicuro.

Al mio arrivo in stazione lo trovai ad attendermi al binario, quando mi vide si tolse il cappello e mi strinse calorosamente la mano. Ci avviammo, schivando gruppi di passeggeri, men- tre intorno a noi decine di poliziotti, soldati e strane facce di quelli che dovevano essere informatori in borghese scrutava- no il viavai dei viaggiatori e dei loro bagagli.

«Certo che hai scelto davvero un momento perfetto per ve- nire.»

«Sì, lo so, ma la cosa non mi preoccupa.»

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«Non hai paura? Qui non si capisce più nulla. Ma lasciamo perdere, parliamone dopo.»

Le sue parole risuonavano familiari: sembravano quel- le che, qualche ora prima, aveva pronunciato il poliziotto di frontiera guardando con sospetto i miei documenti.

«Ma le sembra il caso di venire nel nostro Paese proprio in questo momento? Non sa che siamo sull’orlo di una guerra civile?»

«Sì, ma…»

Il poliziotto aveva una faccia da cane, un enorme bulldog messo lì chissà da quale ingranaggio del sistema: il suo ruolo era ingrassare e spaventare tutti i pazzi desiderosi di attra- versare la frontiera.

Non aveva però tutti i torti e nemmeno Ervin: mi ero avven- turato in quel Paese consapevole della fragile situazione po- litica, forse per testardaggine o per sfida, ma in fin dei conti anche perché quello mi sembrava il posto migliore dove tro- varmi in quel momento.

Alla frontiera ero stato bloccato subito dopo aver mostra- to il mio passaporto. In quelle settimane gli stranieri stava- no scappando e vederne entrare uno non significava nulla di buono: forse una spia, magari un giornalista, di sicuro qual- cuno da controllare. Ero certo che, da quel momento in poi, nessuno mi avrebbe tolto gli occhi di dosso.

Mentre me ne stavo seduto davanti al bulldog, venivo con- trollato da un altro poliziotto armato che, in piedi in un an- golo della stanza, non mi staccava gli occhi di dosso. Quel silenzio d’attesa era imbarazzante: avevamo infatti già su- perato la fase delle domande, dei sospetti, delle minacce e di tutto quello che un buon frontaliere deve fare per ottene- re la verità da una presunta spia. Stavamo aspettando una risposta dagli uffici del ministero circa la validità dei miei documenti.

Finalmente arrivò qualcuno: era un giovanotto dal viso pu- lito, di chi credeva ancora in quello che faceva, o meglio, uno

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La traccia 1. Entropia

davvero ispirato da chissà quale valore. Era un buono o forse un ingenuo che ancora non aveva visto la realtà che si nascon- de dietro ogni sistema o regime.

«Il signore è pulito: abbiamo chiamato e il ministero ha dato la conferma.»

«Bene, grazie. Lasci le carte qui» disse il bulldog.

Diede ancora un’occhiata ai miei documenti, come a volerci trovare qualcosa di nuovo, poi mi guardò ed esordì: «Antonio, commerciante d’arte, mi comunicano dalla capitale. Dunque è venuto qui per accaparrarsi le nostre opere, approfittando di questo momento di caos, immagino».

«Be’, non proprio. Come vede dai documenti, il ministero è al corrente di tutto. Il mio è un normale viaggio di lavoro per acquistare per lo più pezzi d’antiquariato: di norma non tratto opere d’arte.»

«E lei fa viaggi di lavoro in un momento così teso?»

«Non è colpa mia: la visita era stata programmata già da qualche mese. Mi tratterrò il meno possibile, giusto il tempo di concludere i miei affari: le assicuro che nemmeno io ho vo- glia di trovarmi nel bel mezzo del ciclone, ma ho degli impe- gni di lavoro e in qualche maniera dovrò pur mangiare.»

Ho sempre pensato che il miglior modo per sfuggire a una situazione critica sia quello di sfoggiare una naturale sicurez- za e sincerità: non si tratta di mentire, ma di credere davvero a quello che si dice e la differenza è notevole.

Del resto i miei documenti erano in regola: me li aveva pro- curati Ervin, che guarda caso lavorava al ministero. Non mi sarei affatto stupito se, dall’altro capo del telefono, fosse stata proprio la voce del mio amico a garantire per me.

La polizia, senza troppi calorosi saluti, mi permise di salire sul primo treno diretto verso la capitale. Arrivai dopo qualche ora passata a sonnecchiare.

Con Ervin ci incamminammo verso l’uscita della stazione, dove mi attendeva la città con i suoi tram e i palazzi dalle facciate liberty.

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«Camminiamo?»
«No, no, andiamo in auto: è più tranquillo.»
Da quella risposta intuii che la situazione era decisamente

più grave di quel che sembrava: Ervin era molto preoccupato e, anche se cercava di non darlo a vedere, si guardava attor- no, come se fosse in attesa di qualcosa o come se volesse as- sicurarsi che nessuno ci stesse osservando o, peggio ancora, seguendo.

Rimanemmo in silenzio fino all’auto, poi sistemammo la mia valigia nel bagagliaio e partimmo.

«Riguardo la tua missione: hai tutto quello che ti serve?»

«Il messaggio nella mia testa è tutto quello che mi hanno dato. Il resto dipende da me e dall’aiuto che mi potrai dare af- finché io riesca a mettermi in contatto con la Resistenza.»

«Sai che farò il possibile, ma dobbiamo essere cauti. Più an- drai in giro a fare domande, più attirerai addosso gli occhi del governo e della Resistenza e di conseguenza il tempo a tua di- sposizione inizierà a diminuire di giorno in giorno.»

«Lo so. Ma raccontami bene cosa sta succedendo.»
«Certo, e tu spiegami di cosa parlano i vostri giornali.»
«I giornali? E che c’entrano adesso?»
«Semplice curiosità. Non abbiamo idea di come questo mo-

mento sia percepito nel resto del continente. Io stesso, pur lavorando al ministero, mi chiedo se qualcuno al di là della frontiera si renda conto di quello che sta per accadere.»

«I giornali dicono che c’è un po’ di tensione, ma la situazio- ne non sembra preoccupante.»

«Tensione? Siamo a un passo dal precipizio: tutti fanno fin- ta di non saperne nulla, ma l’odore della polvere da sparo si respira nell’aria da giorni. Il popolo è alle strette e in molti casi l’oligarchia ha già usato il pugno di ferro per mettere a tacere qualche lingua.»

Mentre la macchina attraversava il boulevard, guardavo dal finestrino la gente passeggiare, interrogavo i loro visi in cerca di maggiori informazioni, ma nulla sembrava darmi un qua- dro generale di quello che stava per accadere.

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La traccia 1. Entropia

Ci inoltrammo nel settimo distretto, quello ebraico, svol- tammo qualche vicolo e poi ci fermammo davanti al portone di un palazzo.

«Siamo arrivati, per ora starai da me.»

Salimmo le scale fino al terzo piano, Ervin aprì una delle porte che davano sul pianerottolo poco illuminato. Ci muo- vemmo col fare di chi non vuole dare troppo nell’occhio, an- che se nessuno ci aveva visti entrare nello stabile e dirigerci verso quell’appartamento.

Una volta in cucina, Ervin aprì la credenza e tirò fuori il ba- rattolo del caffè.

«Inutile chiederti se ne vuoi uno, tanto so già la risposta.»

«Infatti, ci hai azzeccato. Quindi vivremo insieme nei pros- simi giorni?»

«Non proprio, ormai da tempo abito dalla mia ragazza, Kri- sta, ti ricordi di lei?»

«Sì, certo.»

«Ho spostato lì il mio domicilio, questo appartamento lo uso solo in caso di emergenza e per gli ospiti.»

«Pensi che sia prudente che io mi fermi qui?»

«Al momento sì, nessuno ti verrà a cercare a casa mia, se si renderà necessario ti trasferirò da qualche altra parte.»

«Dici che potrà succedere?»

«In questo periodo è difficile fare previsioni a lunga sca- denza, ma stai attento: cerca di non dare nell’occhio.»

«Va bene, ma la gente uscirà pure di casa: come faccio a passare inosservato?»

«Non dico che non devi uscire, ma vedi… come dire… ecco, stai lontano dai guai. Se vedi una situazione strana, non t’im- mischiare, ma allontanati quanto prima. Ricordati che qui sei straniero e parti sempre svantaggiato.»

«Okay, farò attenzione e non ti metterò nei guai.»
«Ecco, vedo che hai capito.»
Il Paese era governato da tempo da un’oligarchia militare

e, come spesso accadeva in quelle dittature, era arrivato il punto di non ritorno e il popolo, che aveva sopportato sino

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a quel momento, aveva deciso di prendere in mano il proprio destino e alzare la testa. Così fu e quelle che fino ad allora erano state delle normali lamentele, di punto in bianco erano diventate un movimento rivoluzionario pronto a esplodere: il problema era solo capire quando.

«Ho qualcosa per te: è l’indirizzo di un antiquario in centro. Il nostro amico sa più di quanto voglia far credere, ma mi deve dei favori e sono certo che risponderà a qualche tua domanda. Sii prudente.»

Presi il foglio: l’indirizzo era scritto con inchiostro verde. «Hai una mappa della città?»
«Sì, ne ho una.»
«Perfetto, allora vai domattina: ti aspetta.»

«Okay.»
«In cucina c’è del cibo, mentre per la noia ci sono i libri.» «Grazie, ma dopo questa giornata voglio solo fare un bagno

e mettermi a letto, ma se hai tempo parlami un po’ di quello che sta accadendo in città.»

«Ogni cosa al momento opportuno, ne parliamo domani. Tu intanto va a trovare il nostro amico antiquario.»

Così dicendo, si concluse la nostra conversazione per quella sera. Non disfeci la valigia, ma dopo il bagno sprofondai in un sonno profondo, in una lunga notte buia come quella che sta- va per calare sulla città e su tutta la nazione.

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La traccia 1. Entropia

2. L’ANTIQUARIO

Quella notte dormii tranquillo: la stanchezza della giorna- ta precedente era riuscita a mettere a riposo il mio cervello, impedendogli di divorare chilometri di pensieri che, aggrovi- gliandosi in una matassa sempre più grande, potevano piom- bare in una voragine di dubbi che mi avrebbero trascinato inevitabilmente con loro.

Così non fu e quel nuovo giorno mi mise talmente di buon umore che uscii subito di casa, non senza prima aver consu- mato in fretta una colazione fatta di pane, marmellata, caffè e un buon sigaro.

La strada in cui si trovava la bottega dell’antiquario ospita- va vecchi palazzi, le cui facciate mostravano i segni del tem- po: muri sbiaditi e qualche finestra aperta come a voler far respirare quelle case impregnate dalla vita che vi era passata dentro.

Sulla porta a vetri della sua bottega campeggiava un cartel- lo con la scritta “Torno subito”: come sempre ero arrivato nel momento sbagliato.

Aspettai qualche minuto, ma temendo che diventasse un’e- ternità, decisi di bussare. Non accadde nulla, così bussai an- cora con una serie di colpi secchi e ripetuti.

Quella volta sembrò funzionare, dalla penombra vidi arri- vare qualcuno.

«Chi desidera? Non lo vede che siamo chiusi?»
«Mi manda Ervin.»
«Ervin chi? Non conosco nessun Ervin.»
«Allora conoscerà me: sono l’antiquario italiano mandato

da Ervin.»

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La traccia

Ci fu un attimo di silenzio rotto solo dal rumore dell’ingra- naggio della porta che si apriva. L’antiquario schiuse appena l’uscio, lo spazio necessario per guardarmi bene in faccia.

«Parla di Ervin del ministero?»
«Sì, parlo proprio di lui.»
«Prego, si accomodi. La stavo aspettando.»
Chiuse, dopo essersi assicurato che nessuno in strada aves-

se assistito a quell’incontro.
L’uomo era basso e un po’ in carne, era calvo ma con una

corona di capelli che univa le due tempie. La barba bianca e gli occhiali tondi lo facevano assomigliare più a un vecchio falegname che a un antiquario.

Nel complesso aveva un aspetto simpatico, soprattutto per i suoi occhi azzurri ancora vispi e accesi, che lo rendevano un personaggio piacevole, uno di quelli che ti aspetti di incontra- re a un pranzo domenicale a casa di amici.

«Mi scusi per la mia diffidenza ma, sa, di questi tempi non ci si può fidare di nessuno. Mi segua.»

Mi portò nel retrobottega, dove pensavo di scorgere un uf- ficio pieno di carte, invece entrammo in una camera ben ar- redata, con due poltrone in broccato, un tavolino a tre gam- be dalla forma di zampe di leone, quadri appesi alle pareti che raffiguravano scene di battaglie fra ussari e turchi e un pesante tappeto di foggia cinese che riempiva quasi tutto il pavimento.

Sul grande tavolo da studio era posato un piatto con del pane e del lardo, accanto a una tazza di caffè fumante: lo ave- vo interrotto durante la colazione.

«Ne gradisce un po’?»
«Di lardo o di caffè?»
«Di entrambi, se preferisce.»
«Grazie, accetto volentieri il caffè.»
Sparì per qualche secondo, poi tornò con una tazzina e due

zollette di zucchero poggiate su un piattino. Dopo essersi se- duto mi chiese con tono pacato, quasi rassegnato: «Allora, mi dica, come posso esserle utile?».

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«Ho bisogno di conoscere qualcosa sulla Resistenza.» «Cosa, esattamente?»
«Mi dica lei, cosa ci sarebbe da sapere?»
Rimase per un attimo perplesso e con un’espressione rasse-

gnata, come se sapesse di doversi confidare con me solo per- ché era stato Ervin a chiederglielo.

«Più che vederla, della Resistenza se ne sente parlare. Per quanto ne sappia, al momento i rivoltosi non si sono fatti vivi.»

«Che intende dire con “non si sono fatti vivi”?»

«Voglio dire che tutti ne parlano, ma nessuno li ha mai vi- sti. Si dice che siano tanti, organizzati e armati e che presto mobiliteranno la popolazione per rovesciare l’oligarchia, ma tranne qualche lettera anonima arrivata ai giornali, nessuno sa dire esattamente se esistano.»

«Allora di che stiamo parlando? Vuole dirmi che tutto il mondo si aspetta una rivoluzione che di fatto non ci sarà?»

«Sull’esito di questa storia non so proprio cosa dirle, ma una cosa è certa: forse è meglio che la Resistenza non si faccia vedere. La rivolta sta montando da sola negli animi della gen- te, grazie alla semplice idea che un fuoco stia bruciando fra le ceneri di questa nazione. Forse la Resistenza sarebbe meno efficace se operasse con maggior visibilità, ammesso che esi- sta. Ma il solo fatto che ci possa essere questa speranza sta facendo armare di coraggio il popolo.»

«Be’, è una magra consolazione. Mi sembra ovvio che, se la Resistenza non dovesse esistere, si correrebbe il rischio che questa rivoluzione non si faccia o che la gente scenda in stra- da senza avere alle spalle un gruppo armato pronto a difen- derla. Sarebbe un massacro!»

«Ma lei auspica una rivoluzione? Lo sa che quello che sta dicendo potrebbe portarla di fronte a un plotone di esecuzio- ne con l’accusa di spionaggio e di attentare al nostro equili- brio nazionale?»

In effetti mi ero lasciato prendere troppo dalla discussione, dimenticando che l’antiquario era uno sconosciuto e che non

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La traccia 2. L’antiquario

mi sarei dovuto fidare di nessuno. Per un attimo sentii il cuo- re in gola e cercai di trovare un modo elegante per districar- mi da quella situazione, ma fu lui a togliermi dall’imbarazzo.

«Da oggi cerchi di fare più attenzione quando parla di affari di Stato: abbandoni le emozioni e resti neutrale.»

«La ringrazio del consiglio, lo terrò a mente.»

Mi sentii sollevato, tuttavia preferii comunque cambiare discorso.

«Bene, parliamo di antiquariato adesso: ho visto dei pez- zi davvero interessanti, per esempio il quadro con scene di battaglia.»

«Purtroppo non è in vendita.»
«Ah… e questo tappeto cinese?»
«Neanche, mi spiace.»
«Capisco, allora cosa mi dice degli oggetti nell’altra stanza?» «Neanche. Qui nulla è in vendita.»

«Nulla? Mi scusi, ma lei non fa l’antiquario?»

«Facevo!» disse con un tono ironico. «Ma ormai sono in pensione da qualche anno. Ervin non glielo ha detto?»

«Ma allora perché ha ancora questo negozio?»

«Perché è tutto quello che ho, è il mio legame col passato. Questo negozio era di mio padre, sono praticamente cresciu- to qui: non potrei immaginare la mia vita lontano da queste mura. Alla mia morte molti oggetti saranno venduti, altri for- se gettati via perché non sono abbastanza di valore e allora tutto sarà finito. Ma finché io sarò qui, questo negozio avrà ragione di esistere perché conosco la storia di ognuno di que- sti mobili ed essi, con la loro presenza, mi ricordano la mia vita. Posso dire che ho passato qui i momenti più belli, ma anche i più tristi della mia esistenza. Quindi, in fin dei conti, io sono questo negozio. O dovrei marcire in qualche panchina del parco ad attendere la mia fine?»

Uscii da lì con la sensazione che l’antiquario non mi avesse detto tutto quello che sapeva: si era limitato a dire l’ovvio, a passarmi le informazioni che erano da settimane sulla bocca di tutti. Diciamo che non aveva voluto concedersi più di tanto;

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del resto quelle sue espressioni tirate dimostravano che stava solo facendo un piacere a Ervin, ma che ne avrebbe fatto vo- lentieri a meno. Del resto anch’io non ero stato molto pruden- te, bensì troppo schietto con lui: ero entrato a gamba tesa e di certo non avevo giocato d’astuzia.

Ero comunque sicuro che prima o poi ci saremmo rivisti, appena avessi avuto più informazioni sarei tornato da lui e avrei fatto volentieri un’altra chiacchierata.

La giornata era ancora lunga, potevo quindi fare visita a un vecchio amico, qualcuno che mi avrebbe invece saputo dav- vero aiutare.

Il bar di Ivica era a pochi isolati da lì: l’avrei raggiunto a pie- di approfittando della bella giornata.

Al mio arrivo il locale era ancora vuoto: non c’era nessuno, nemmeno il mio vecchio amico. Forse aveva aperto da poco e si stava affaccendando nel retrobottega, tra casse di birra e botti di acquavite.

Lo chiamai e attesi che qualcuno venisse al bancone. Dopo qualche secondo, annunciato da uno strano borbottio, uscì Ivica con in mano un vassoio di bicchieri. Quando mi vide lan- ciò un urlo di stupore e gioia, seguito da una calorosa stretta di mano con annessa pacca sulla spalla. «Fammi capire, sei qui per commerciare mobili o per cacciarti nei guai?»

«Diciamo che sono curioso di sapere quello che sta per suc- cedere, solo che nessuno sembra volermi aiutare.»

«E secondo te cosa sta per accadere?»

«Be’, questo vorrei saperlo da te, ma ti dico quello che ho capito e tu mi confermerai se sono male informato. Possiamo dire che c’è una fetta della popolazione non troppo soddisfat- ta del governo, aggiungiamo pure che alcune persone si stan- no organizzando in gruppi di protesta più o meno illegali.»

«Diplomatico come sempre, quando vuoi esserlo. Sì, a grandi linee, la situazione è questa. Però non hai citato Lupo.»

«Lupo? E chi è?»

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La traccia 2. L’antiquario

«Come chi è? Antonio, per essere uno che fa domande, sei abbastanza impreparato. Lupo è il capo della Resistenza.»

«Parlami di questo Lupo.»

«Sappiamo poco di lui: è avvolto da un’aura di mistero, ma è l’uomo che dovrebbe fare la differenza nelle fasi future della rivoluzione, se mai ci sarà.»

«Senti, puoi anche rispondermi che non lo sai, ma mettia- mo che volessi conoscere personalmente qualche membro della Resistenza, come si può fare?»

Ovviamente entrambi sapevamo che lui non era solo un barista, altrimenti non mi sarei trovato in quel locale. Ivica, benché ormai da tempo avesse superato l’età degli studi, mi- litava da sempre negli ambienti universitari della capitale e anche in quelli per così dire “clandestini”: di certo era la per- sona migliore per avere notizie utili riguardo l’umore della popolazione e ovviamente degli studenti.

«Non è semplice: non pensare di arrivare qui e di poterti muovere liberamente. Se hai passato la frontiera, vuol dire che la polizia ti sta tenendo sotto osservazione e se continui a fare troppe domande in giro, anche la Resistenza ti guarderà di cattivo occhio.»

«Lo so, per questo devo fare in fretta: più tempo passa e più si riducono per me le possibilità di incontrare i rivoltosi.»

«Guarda, non voglio sapere il perché di questa tua ricerca: sono affari tuoi e li rispetto. Avrei preferito che ti occupassi solo di mobili questa volta, ma fa lo stesso. Dammi qualche giorno, vedrò cosa posso fare.»

«Ti ringrazio, amico mio. E ora dammi un’acquavite, quella buona che tieni per le grandi occasioni, mi raccomando.»

Da sotto il bancone afferrò una bottiglia senza etichetta e riempì due bicchieri.

«La migliore che puoi trovare. È transilvana: un bicchiere ti tira su, tre ti ubriacano e l’intera bottiglia ti uccide.»

«Allora ci limiteremo solo al primo! Alla tua salute!»

02 giugno 2018

Il Sicilia

Per scoprire un buon libro puoi seguire “La Traccia” di Luciano Zaami La vostra Patti Holmes, generosa più che mai, ha deciso di regalarvi tante emozioni e farvi penetrare dentro “La Traccia“, un romanzo non ancora edito, ma che potrà esserlo anche grazie a voi, che è un vero e proprio mistero che racconteremo, però, senza svelare. Ne parleremo con l’autore, Luciano Zaami, scrittore nisseno, oggi trapiantato a Bruxelles per lavoro, classe 1979, laureato in Lingue e Civiltà Orientali a Napoli e con una permanenza in Ungheria che, forse, sarà stata la fonte di ispirazione di questa sua opera. Luciano Zaami Intanto, prima di conoscere Luciano e sottoporlo al fuoco di fila di domande, penetriamo tra le pieghe del libro in cui trama e ordito, intessendosi, danno un tessuto di grande pregio. Al centro di questa avvincente storia vi è un paese dell’Est Europa non ben identificato e soffocato da una feroce dittatura, a cui si contrappone una strenue Resistenza guidata dal misterioso Lupo, capo carismatico di cui non si conosce l’identità. Qual è il vero motivo che spinge Antonio, il protagonista, a visitare un paese dilaniato da una guerra fratricida? La Traccia Qual è il fil rouge che lo lega a Eva, enigmatica creatura; al Maestro, autore dell’opera “La Traccia”, che dà il titolo al libro, e a Lupo, l’uomo senza volto, nascosto sulle montagne, in un quartier generale noto a pochi? E, soprattutto, chi interpreterà il ruolo di “Arianna” che trarrà il protagonista fuori dall’intricato labirinto? Una spy story dal ritmo concitato in cui nulla è come sembra e che ha una vicenda madre che ne contiene altre, perfettamente incastrate come i tasselli di un puzzle. Numerosi i colpi di scena, che sparigliano le carte, e i personaggi, con un sottotesto che potrebbe sovvertirne il testo, che vi terranno fino all’ultimo col fiato sospeso. Benvenuto Luciano. La prima domanda che mi viene in mente è da quale esigenza sia nata “La Traccia” e di cosa sia metafora. “Il senso del libro è racchiuso proprio nel titolo, ovvero l’esigenza dell’uomo di lasciare un messaggio ai posteri, appunto una “Traccia”. E’ un testo molto intenso, dove si intrecciano le vite drammatiche dei personaggi che alla fine hanno solo lottato come tutti per consumare quanto più possibile quel tempo che viene dato ad ognuno di noi, e che cerchiamo di rendere unico”. La tua fonte d’ispirazione è stato il tuo periodo ungherese, visto che il romanzo è ambientato in un paese dell’Est Europa? “Mi sono divertito a confondere le carte, i nomi dei personaggi hanno diverse origini, ci sono nomi italiani, slavi, francesi e ungheresi. Volevo che questa nazione fosse senza una precisa collocazione o tempo, però è indubbio che sia stato influenzato da Budapest e dal suo tocco mittleeuropeo”. A quale genere appartiene? Io l’ho vissuto come una meravigliosa commistione, ma tu, che ne sei il creatore, dove lo incapsuleresti? “Questa è sempre la domanda alla quale rispondo con maggior difficoltà. Per me quello che importava durante la scrittura non era la trama, che per me rappresentava solo un contenitore, ma le vicende dei singoli personaggi, e soprattutto le storie di quelle persone che compaiono per brevi ma intensi momenti del racconto. Mi piace definirlo un “Noir esistenzialista”, ma sono sempre aperto a nuovi suggerimenti!” Questo romanzo di cui, essendo fan sfegatata, voglio sapere tutto, ha avuto una lunga incubazione o è sgorgato improvvisamente? “La Traccia ha avuto una gestazione molto lunga, la prima idea mi venne durante gli anni universitari, agli inizi del 2000, avevo scritto un racconto breve autoconclusivo dal titolo appunto “La Traccia”, che fu poi pubblicato in una raccolta di scrittori esordienti. Nel corso degli anni attorno a quel racconto ho iniziato a costruire una storia più complessa, e per molto tempo ho immaginato cosa potesse succedere in quel piccolo mondo. Fu solo attorno al 2007 che capii che avevo abbastanza materiale per scrivere un romanzo, e quel piccolo racconto è oggi un romanzo”. Il protagonista è Antonio che, stranamente, si reca in un paese straniero in piena rivoluzione. Senza rivelare troppo, puoi tratteggiare la figura dell’affascinante antiquario italiano? “Antonio è sicuramente una figura ambigua, come del resto lo sono le altre. Benché cerchi di domare il suo destino ne sarà travolto e potrà solo constatare la fragilità dell’uomo di fronte alla storia”. Sul suo percorso incontra vari personaggi. Per ognuno ti chiedo una suggestione che lo faccia immaginare ai nostri lettori. Cominciamo con Eva. Di lei scrivi: “Eva sapeva d’autunno, dell’odore dei boschi dopo la pioggia, di tisane in tazze scottanti, tazze che forse lei afferrava con le maniche dei maglioni, mentre i piedi scalzi uscivano dalla lunga gonna rossa”. Qual è il volto di Eva? La cosa strabiliante è che abbiamo pensato alla stessa attrice. Ne riveli il nome e hai incontrato una “Eva” nella tua vita? (Un po’ di gossip non guasta mai). “Non mi sono ispirato a nessuna persona in particolare, non caratterialmente, credo che Eva sia piuttosto la donna che ancora aspetto. Ha un bel carattere, forte, determinata, molto colta e raffinata, ma nasconde anche una grande fragilità”. Aspettando Eva, come descriveresti, invece, il Maestro, artista di grande fama? “Il Maestro è una figura estranea ai fatti che si susseguono. Benchè più volte interpellato da Antonio sulla imminente rivoluzione, lui preferisce dedicarsi alla sua arte. Ma il suo rifiuto non sarà dettato da una leggerezza, ma da una grande disillusione. Come molti, anche lui da giovane aveva lottato per cambiare il mondo, ma si è dovuto arrendere ed è finito così a chiudersi nel suo mondo”. Personaggio minore, un’apparizione di grande spessore umano, è la signorina Katia che tratteggi così: “Forse per civetteria aveva atteso, come molte fanno, l’uomo giusto, finché un giorno si era ritrovata vecchia e sola”. Nell’immaginarla ti hanno ispirato le tante giovani fanciulle in fiore di una Sicilia che fu, appassite di speranza per un amore mai nato? (La mia parte melassosa ha vinto la fredda razionalità). “La Signora Katia non ha origini siciliane, ma molto ungheresi. Per il suo personaggio mi sono ispirato ad un fatto realmente accaduto. Anni fa fui invitato da amici a casa loro, la condividevano con il padrone dell’immobile che era un giovane musicista biondo e riccioluto che aveva ricevuto quell’abitazione in eredità dalla sua vicina. In pratica questa signora era una musicista e abitava sola in quella grande casa, così era diventata amica di questo bambino che abitava nel suo palazzo e col tempo credo che fosse diventata come una madre. Alla sua morte lasciò quella casa in eredità al giovane che nel frattempo aveva imparato ad amare la musica. Quello che mi colpì di quella casa è che sembrava di essere tornati indietro nel tempo, infatti ogni cosa dell’arredamento, dai mobili ai quadri, a tutti gli oggetti presenti, erano dei primi del ‘900 e soprattutto ancora in uso, c’erano sparsi ovunque anche fogli e documenti scritti a mano risalenti al secolo scorso, ma tutto in ottimo stato, come se fossero stati appena prodotti, sembrava come se da un momento all’altro la padrona di casa dovesse irrompere sulla scena. Un’esperienza meravigliosa per me che vivo con un piede nel passato. Tra le tante cose c’erano anche le foto della defunta padrona, una donna che da ragazza era stata bellissima, slanciata e bionda, stretta nel suo abito lungo. Guardando quella foto mi sembrava incredibile che non avesse trovato un marito, però così è stato, e di lei restavano solo quelle foto e i tanti oggetti che l’avevano accompagnata durante la sua esistenza”. Lupo, il capo carismatico e operativo della Resistenza, invece, lo dobbiamo immaginare simile al personaggio di Hermann Hesse, complesso e nascosto sulle montagne, o confuso tra la folla e per questo al sicuro? Puoi anche depistarci, tanto sappi che siamo tutti investigatori e sgameremo il tranello. “Lupo l’ho sempre immaginato come un antieroe, un uomo con qualche chilo di troppo, di bell’aspetto ma abbastanza ordinario. Di professione fa l’architetto, ed ero incuriosito nel capire come una persona normale possa trasformarsi in un eroe rivoluzionario. Del resto la storia è piena di questi casi, pensate alla seconda guerra mondiale dove sono stati mandati in battaglia geometri, maestri, panettieri, che poi sono stati costretti a vestire i panni del guerriero. Lupo sembra essersi trovato per caso in quel ruolo, ma ha deciso di portare sulle sue spalle il peso di quella responsabilità”. Ne “La Traccia” il mistero regna sovrano, così come il carico di dolore che avviluppa i protagonisti che, per me, sono descritti così bene da non vederne uno stagliarsi sugli altri, ma tutti parte indispensabile della coralità. Questa condizione di disperazione, che aleggia, è legata alla drammatica situazione circoscritta del libro o è, purtroppo, una condizione che accompagna l’umanità, in questo mare in tempesta che è il mondo in cui vive? “Credo sia più la condizione dell’uomo, sono le sue paure davanti alla morte. Credo che tutti ogni tanto ci fermiamo, e messi da parte i problemi del quotidiano, ci rendiamo conto che ci toccherà morire. Allora cosa ci resta di un’intera esistenza? Alla fine della corsa saranno più i rimorsi o i momenti felici? Ecco, ne “La Traccia” cerco di delineare questa angoscia che ci accomuna tutti”. Mi ha colpito un tuo concetto che contrappone “Rivoluzione” ad “Evoluzione” e cade a fagiolo in questo contesto. Vorresti spiegarlo ai tanti Watson che ci leggeranno? “Nella storia le rivoluzioni sono solo servite a cambiare i vertici del potere, ma di fatto non hanno mai un vero impatto positivo sulle persone. Allora dobbiamo cambiare il paradigma e cercare di evolverci, perchè sono le evoluzioni (in campo, scientifico, tecnico, culturale, etc..) che hanno davvero migliorato il mondo e appartengono al genere umano. Se tendessimo all’evoluzione e non alla rivoluzione, forse avremmo un mondo migliore”. Siccome vedo “La Traccia” già proiettato sul grande schermo, ti dirò chi ho immaginato nei singoli ruoli e tu mi dirai i tuoi. Eva, Andrea Osvart; il Maestro, Jeremy Irons o Toni Servillo; Antonio, Lino Guanciale o Pierfrancesco Favino; il il dittatore, Luca Zingaretti o Ennio Fantastichini; Lupo, Orio Scaduto, Ninni Bruschetta o Marco Giallini; la signorina Katia, Valeria Fabrizi, Loretta Goggi oppure io, che sono zitella e bionda. Insomma ho creato il cast; tu, hai degli aggiustamenti? “Un film sarebbe sicuramente lo scenario adatto a questo testo, credo che i suoi personaggi potrebbero avere degnamente il volto in diversi attori italiani e stranieri. Tutti i nomi da te proposti sono ottime scelte, e in molti casi mi trovi d’accordo, ma credo che parlare di un film sia ancora presto anche se è un bel sogno ad occhi aperti”. Vedrai che la mia sarà profezia autoavverante. Pur essendo investigatrice inside, ho fiutato, annusato, immaginato di cogliere e, poi, ogni nuovo capitolo mi ha sorpreso e depistato. Insomma, mi hai tenuto dall’inizio alla fine su “La Traccia”. Chapeau, zio Sherlock si complimenta, ma hai avuto uno scrittore come punto di riferimento? “Quando ho iniziato a scrivere “La Traccia” ero stato colpito da “Il libro nero” di Orhan Pamuk, un romanzo inquietante per certi aspetti, oscuro, con continui cambi di ambientazioni. Anche in questo caso il libro si tinge di giallo, ma quello che resta è Istambul e le sue storie che si intrecciano. Poi ci sono altre influenze”. Ora, però, andiamo al canale con cui hai deciso di pubblicarlo. Hai scelto di rivolgerti alla rete, puoi spiegarci meglio? “Ho deciso di non utilizzare i canali di pubblicazione convenzionali, ho scommesso su bookabook, una piattaforma editoriale che si basa sul crouwdfunding per promuovere un testo. In pratica saranno i lettori, con i loro pre-ordini, a decidere se un libro sarà pubblicato. Per farlo basta raggiungere la quota di 200 copie ordinate e il libro inizierà il suo percorso di editing e promozione che lo porterà alla definitiva pubblicazione”. Per ordinare la propria copia basta cliccare su questo link: https://bookabook.it/libri/la-traccia/ Visto che, senza “La Traccia”, sono priva di mordente, a quando il prossimo libro? “Sto già lavorando ad un nuovo romanzo, questa volta ambientato nella mia Sicilia, ma devo ammettere che gli impegni di lavoro e le tante distrazioni stanno rallentando questa mia opera. Ma vi assicuro che a piccoli passi va avanti. Chissà che un buon successo de “La Traccia” non faccia da spinta alla mia creatività”. Ringraziando Luciano Zaami, augurandogli il successo che merita ed essendo innamorata pazzamente di questo progetto, vi invito a cliccare sul link e comprarlo. Ci sono libri del momento e libri per ogni tempo e questo, credetemi, appartiene, sicuramente, alla seconda categoria. Parola di Patti Holmes. Buona lettura e restate su “La Traccia”. Ecco il link per acquistarlo: https://bookabook.it/libri/la-traccia/ chris-b-229247-unsplash.jpg
24 maggio 2018

Il Gazzettino di Sicilia

La Traccia, una spy story con venature esistenziali firmata Luciano Zaami Perché un antiquario italiano vuole contattare il capo carismatico della resistenza al regime dittatoriale di una capitale europea? Per scoprirlo bisognerà seguire… La Traccia (o quanto meno bisognerà leggerla), il terzo romanzo di Luciano Zaami, scrittore nisseno oggi trapiantato a Bruxelles per lavoro. Per pubblicare il libro, l’autore ha scelto di rivolgersi alla rete: “Ho deciso di non utilizzare i canali di pubblicazione convenzionali – dice Zaami -, ho scommesso su bookabook, una realtà editoriale che si basa sul crouwdfunding per promuovere un testo. In pratica saranno i lettori, con i loro pre-ordini, a decidere se un libro sarà pubblicato. Per farlo basta raggiungere la quota di 200 copie ordinate e il libro inizierà il suo percorso di editing e promozione che lo porterà alla definitiva pubblicazione”. Una scommessa, dunque, che Zaami conta di vincere. Le premesse ci sono tutte: La Traccia è una spy story dal ritmo concitato in cui nulla è come sembra; la vicenda madre ne contiene altre, perfettamente incastrate come i tasselli di un puzzle; con colpi di scena che sparigliano le carte e personaggi che hanno un sottotesto che potrebbe sovvertirne il testo. La storia è ambientata in una capitale europea alla vigilia di una rivoluzione, che vede contrapposto un regime dittatoriale alla resistenza che sta preparando la rivoluzione. In questa cornice arriva Antonio, un antiquario italiano che decide di mettersi in contatto con la resistenza e col suo capo carismatico Lupo. Non sappiamo il vero motivo di questa sua ricerca. È una spia? E al soldo di chi? Durante questo suo viaggio nel cuore di una città allo sbando, Antonio incontra numerosi personaggi, ognuno con la sua storia, col suo carico di dolore, ognuno prigioniero del proprio passato e dei propri rimorsi. “La Traccia è nata dopo un lungo lavoro di incubazione durato anni – racconta Zaami – Avevo già scritto una storia breve e autoconclusiva, ma col passare del tempo ho iniziato a sviluppare nella mia testa tutte le vicende di quel racconto, finché un giorno ho afferrato la mia penna e ho iniziato a scrivere tutto quello che avevo accumulato in tanti anni di riflessione” Come detto, La Traccia non è la prima opera di Zaami, che ha già pubblicato due testi con la casa editrice indipendente di Napoli ‘OrienteXpress‘: una raccolta di poesie dal titolo ‘D’Amore & D’altro‘ e un diario dei suoi (tanti) viaggi, ‘Derive e approdi‘: “Ho sempre scritto, fin da giovane – dice -, alcuni racconti e poesie sono apparsi in diverse raccolte di autori esordienti. La poesia è sempre stata una mia grande passione, ma negli ultimi anni ho dato più spazio al mio blog, un contenitore dove scrivo un po’ di tutto, senza un tema preciso”. Il prossimo passo per la pubblicazione del romanzo, dunque, è raggiungere i 200 ordini sulla piattaforma al link: https://bookabook.it/libri/la-traccia/ . Speriamo che nel panorama della scrittura siciliana contemporanea ci auguriamo lasci un’impronta. Pardon… La Traccia.  

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Luciano Zaami
LUCIANO ZAAMI nasce in Sicilia, a Caltanissetta, nel 1979. Dopo la lau- rea in Lingue e Civiltà Orientali presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, si trasferisce a Budapest dove trascorre cinque anni tra studi universitari e esperienze lavorative. Nel 2009 ritorna in Sicilia dove inizia a occuparsi di comunicazione politica. Attualmente vive a Bruxelles.
La Traccia è il suo terzo libro, dopo la raccolta di poesie D’amore & d’altro (2006) e Derive e approdi (2011), diario dei suoi viaggi.
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