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La trama di Berenice

La trama di Berenice
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Consegna prevista Agosto 2021
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E’ la sera del quattro maggio 1949, Torino guarda a naso all’insù verso Superga. In un salotto del centro, Berenice recide un ciuffo di capelli suoi e della figlia e consegna al Dottore la piccola Margherita. Rabbia e senso di colpa si insinuano nel cordone ombelicale che legherà per sempre le due donne. Vent’anni dopo, in una Torino contestatrice, il caso fa trovare a Margherita il documento che scatena la sua ribellione verso il Dottore e il piccolo mondo antico di convenzioni e menzogne. Berenice e Margherita si inseguiranno tutta la vita, l’una sarà madre nell’ombra, l’altra cercherà incessantemente la sua identità. Su uno sfondo di odori e epoche storiche, un teatrino di matrigne, fidanzati e famiglie allargate danza intorno alle due donne e alla leggenda della treccia recisa. Riuscirà Berenice a recidere il cordone ombelicale? Il sacrificio della treccia sarà accolto? Sarà solo in una Torino moderna che Berenice consegnerà finalmente il testimone alla terza generazione.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivo spesso per respirare. A volte per divertimento, a volte per necessità, quasi sempre perchè non conosco altri modi per comunicare. Ogni donna di questo libro è una parte di me e di altre donne della mia vita che doveva esprimersi, o essere ricordata per sempre, o trovare semplicemente voce. Ognuna di loro dice che la verità non è una e che ogni verità va rispettata. Questo libro va alla ricerca di una verità che resterà sempre e solo nel cuore dei protagonisti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La Chioma di Berenice (liberamente tratto)

 

Malvolentieri mi separai da te, o mia Regina, ma ora me ne sto qui,

a splendere tra le stelle immortali. Conone mi vide.

Zefiro venne a prendermi, nel tempio, e mi pose sul casto grembo di Afrodite, che così aveva ordinato.

Non piangere dunque,gioisci perché non sono stata rapita,

ma gli dei hanno accolto il tuo sacrificio e la tua richiesta. Tu mi promettesti agli dei

Ed io, recisa dal tuo capo,

testimonio quassù’ il sacrificio promesso.

Non dimenticare allora il tuo incredibile coraggio, tu che risollevasti le sorti di incredibili battaglie, non arrenderti al dolore di questa separazione, piuttosto d’ora in avanti dedicami generose offerte, e voi, spose novelle,

spargete qualche goccia di profumo per me, perché io possa tornare sul tuo collo palpitante E’ un desiderio empio,

ma ancor più grande è il dolore di esser lontana da te, o Regina. Ed anche se Nemesi mi punirà,

facendomi a pezzi,

io preferisco dire la verità,

poiché per nessun timore velerò il vero.

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INTRO

Quella notte la lampada liberty dello studio non fu spenta neanche per un attimo. Le libellule incise sui vetri arancioni danzarono sui loro stagni la triste melodia dell’inganno e del senso di colpa. Lilli, per la prima volta nei suoi dieci anni di vita, poté entrare in casa e vegliare il suo padrone, condividendone il dolore. Il Dottore era stanco, si sentiva vecchio e stufo. All’alba si ritrovò ancora vestito, la cravatta allentata, le scarpe gettate disordinatamente in un angolo, i capelli spettinati, seduto scomposto su uno sgabello posto sotto la finestra dalle belle tende gialle damascate, la testa tra le mani e Lilli ai piedi.

Non era corso a cercarla.

Margherita stava sicuramente bene, non aveva dubbi, era una ragazza in gamba.

Non era lei che doveva cercare, ma Berenice.

 

PARTE PRIMA

CASO

“Conone me nel cielo riconobbe, me berenicea treccia

che la regina consacrò a tutti gli dei ”

 – Callimaco, fr 110 Pfeiffer

1.

Berenice se ne stava dietro i vetri del primo piano, con al seno la sua piccola piena di ricci ispidi e rossastri e passeggiava su e giù a passi lenti, torcendo tra le dita una ad una quelle piccole ciocche, le tirava e le lasciava andare, delicatamente. Guardò di nuovo giù, verso la piazza. Erano le diciannove e quarantacinque del quattro maggio millenovecentoquarantanove e la gente, uscita dai laboratori e dai cortili, vociferava sconvolta cercando traccia della scia di fumo verso la collina di Superga.

Berenice spense la radio che continuava a parlare dell’incidente e rimase nel silenzio a osservare e interpretare le espressioni lontane  di tutte quelle figurine che si muovevano là sotto.

Una Fiat nuova di zecca interruppe il vociare, aprendo la folla che si richiuse all’istante.

Berenice lo vide arrivare, elegante e distinto come al solito e incurante di ciò che stava turbando la sua Torino. Il Dottore posteggiò davanti al portone di Piazza Carlina 18, scese, alzò un attimo gli occhi al cielo e chiuse l’auto.

Su tutto aleggiava un sapore denso e silenzioso di abbandono.

La piccola Margherita succhiava voracemente il seno di sua madre, senza alcuna intenzione di staccarsi. Due piani più sotto il pesante portone di noce massiccio si richiudeva fragorosamente, fagocitando nella silenziosa penombra dell’androne l’elegante, impassibile figura del Dottore.

L’uomo salì le scale, imperturbabile, la cravatta bordeaux che usciva appena dal panciotto blu, la schiena diritta, le spalle ben aperte, il ciuffo ondulato di morbidi capelli rossastri ben fermo. Tirò fuori dalla tasca la cipolla regalatagli dall’esercito: le 19.50. Premette il pulsante di bachelite. Dopo pochi secondi Rosa arrivò ad aprire l’uscio e gli indico’ con un gesto che Berenice si trovava in salotto. Margherita sembrava sapere. Aveva poco più di due mesi e le labbra sempre imbronciate, come se sentisse il dolore di sua madre fin dalla sua venuta al mondo, iniettato attraverso il cordone ombelicale. Chissà se sentiva anche la richiesta di pietà della povera Berenice. Pregava tutti i giorni Berenice, pregava Iddio con tutte le sue forze perché sua figlia potesse perdonarla, potesse capire che lei doveva tirarsi indietro e consegnarla a suo padre.

La folla di sotto era piombata nel silenzio, la radio di qualche bottegaio aveva confermato senza dubbi che l’aereo schiantatosi sulla collina di Superga era proprio quello che stava riaccompagnando a casa il Grande Torino.

Una lacrima rigava il volto fiero di Berenice, mentre Margherita si attaccava all’altro seno.

-L’ultima poppata, piccola mia, per oggi. Poi dovrai solo aspettare qualche giorno. – disse Berenice alla bambina aggiustandole i riccioli – Se tuo padre non cambia idea. Ma ti prometto che ti vedrò crescere e invecchiare, sarò la tua ombra, anche se tu non lo saprai mai. Perdonami, ti prego. Tuo padre, ne sono certa, ti ama davvero, starai bene, vedrai. E’ solo colpa mia, il destino ha voluto così. – Berenice farfugliava frasi apparentemente sconclusionate, che Margherita pareva comprendere perfettamente.

Rosa prese il soprabito del Dottore e chiese se gradiva un caffè. Lui annuì e a sua volta chiese di conferire con Antonio, se si fosse trovato in casa. La donna corse alla finestra della cucina a chiamare suo marito, che era sceso giù in piazza con tutti gli altri.

Il Dottore si sedette al tavolo della cucina e iniziò a giocare con il suo orologio da tasca nervosamente. Aveva da poco superato i quarantacinque anni e aveva ancora la postura e la fierezza di un giovane indomito. Non c’era mai niente fuori posto in lui, era impossibile trovarlo in fallo. Eppure il suo sguardo ceruleo, quella sera, sembrava perdersi lontano e tradiva un certo disordine interiore.

Stava ferendo due donne. Sua moglie non parlava più da che lui le aveva comunicato la sua decisione e certo non poteva biasimarla. Aveva provato a spiegarle che questo figlio lui doveva averlo, che famiglia sarebbe stata altrimenti? Avevano sempre desiderato un bambino! Non poteva fare diversamente!

E Berenice poi! Quando la conobbe giurò di non aver mai visto una donna tanto bella. Aveva quella carnagione calda, così diversa dalle donne bianche incipriate della Torino bene. Sembrava venire dal passato, portava i geni dei popoli mediterranei. Lui se ne era innamorato subito, ma non potè mai confessarlo, gli suoceri lo avrebbero denunciato e la gente lo avrebbe allontanato. Berenice divenne la sua diletta e quando inaspettatamente rimase in cinta la gioia fu totale per lui.

Guardò di nuovo l’orologio: le venti e cinque minuti. Aveva saltato la cena, lo stomaco era chiuso. Bevette il suo caffè lungo e un brivido di stizza lo percorse quando una goccia gli cadde dal cucchiaino sul tappeto a fiori viola del tavolo. Si rese conto di essere nervoso. Rosa capì e pulì con discrezione.

Il Dottore pensava a quanta codardia ci fosse dietro quella sua infallibile maschera! Era stato così difficile far credere a Berenice di essere solo uno strumento per un ricco signore, nasconderle il desiderio di averla per sempre al suo fianco. Quanta la paura di ribellarsi alla società!

Antonio arrivò, gli porse il quaderno con i conti della settimana, ma sapeva che era solo una scusa per prendere tempo.

-Come sta?

-Vada, si sbrighi, Margherita non vede l’ora di venire a casa- rispose Antonio. Rosa asciugava i bicchieri, di spalle e piangeva. Avevano ospitato Berenice a casa loro, su richiesta del Dottore, nascondendola all’opinione pubblica e a sua moglie, fin dai primi mesi della gravidanza e l’avevano vista crescere nel dolore.

In salotto, intanto, Berenice alzò il coperchio del centrotavola in cristallo e prese un cioccolatino. Si obbligò a deglutirlo per dare una parvenza di normalità alla giornata. Poi si sedette sulla poltrona, la sua piccola in grembo, e si mise a fissare i grandi fiori rosa della tappezzeria che tanto le piaceva, ascoltando in lontananza la voce dell’uomo che tanto avrebbe voluto amare e che stava venendo a prendersi la sua bambina.

Per tutta la vita Berenice e il Dottore sacrificarono il loro amore reciproco alle convenzioni da un lato e alla caparbia dall’altro. La mancanza di comunicazione fece più danni di qualsiasi altro gesto.

All’improvviso Margherita iniziò a piangere, inconsolabile e pretese di affondare tutta se stessa nel seno della madre, quasi volesse rientrarle dentro per fuggire al suo destino.

Fu allora che Berenice, ricordando una storia a lei tanto cara, prese una forbice da cucito, tagliò qualche ricciolo di Margherita e subito dopo un pezzo della sua lunga treccia nera e li ripose insieme in un fazzoletto di fiandra che posò in tasca.

Margherita si calmò.

Quando il Dottore aprì la porta del salotto Margherita sorrideva alla sua mamma, scalciando allegra e sazia. Berenice non alzò gli occhi. Nella stanza angolare dell’appartamento al primo piano si sentiva aleggiare un sapore acre di abbandono, acre come il fumo che quella sera si confondeva con la nebbia fitta nel cielo, là fuori, che si insinuava nei pensieri, animava le paure e i rimorsi e colorava di grigio ogni cosa animata o inanimata.

Margherita sembrò sentirlo anche questa volta e di nuovo si mise a urlare, disperata. Il senso di abbandono era già parte di lei e l’avrebbe accompagnata tutta la vita.

Il terrore del distacco e l’ansia della solitudine sarebbero rimasti nel suo patrimonio genetico e li avrebbe trasmessi ai suoi figli e ai figli dei suoi figli, in un vortice di dolore che sarebbe fuoriuscito di tanto in tanto alternato a pennellate di felicità e normalità e alla fine avrebbe divorato tutto, silenziosamente.

Il Dottore accarezzò la testa di Berenice, che rimase immobile, poi  si chinò ai piedi della poltrona e baciò la fronte di sua figlia.

-Non permetterò che mia moglie le faccia mai del male. La proteggerò, sarà sempre con me. Crescerà per lo più alla Cascina, la vedrai tutti i giorni.- Fece l’uomo, giocando con la manina della bimba.

Margherita si quietò.

Fu allora che Berenice, capito che la bambina aveva riconosciuto il padre, rilassò le rughe del volto e, stringendo il fazzoletto in una tasca e la spilla blu nell’altra, compenetrò i suoi occhi in quelli del Dottore, quasi a minacciarlo. O a supplicarlo.

Non dissero niente. Berenice baciò Margherita, di un bacio lento e prolungato, respirandone tutto l’odore possibile e quello fu il segnale.

Il Dottore prese Margherita dalle braccia della madre, stringendola a sé, goffo.

Berenice prese un altro cioccolatino, lo mise in bocca, poi si voltò e uscì dal salotto, senza più girarsi indietro.

Margherita guardò la schiena di sua mamma e la treccia nera tagliata che ondeggiava e si allontanava.

Dopo tre mesi di vita, quella sera venne al mondo per la seconda volta, con dolore e con un taglio deciso ma non netto del suo cordone ombelicale.

 

2.

Lo spirito indomito è questione di DNA, un insufflo divino che percorre il sangue e diventa nutrimento embrionale. Così Margherita era stata cresciuta nella pancia di sua madre, a coraggio e sfrontatezza. L’incoscienza s’era aggiunta dopo, con l’età acerba che oscura la ragione.

Aveva compiuto ventuno anni da due settimane e già da cinque studiava il piano della sua fuga.

Non era il clima di libertà che permeava il mondo a spingerla, non le manifestazioni o l’eco delle folle di coetanei rivoluzionari e non era neppure il desiderio rabbioso di scoprire la sua identità. No.

Era piuttosto la sdegnosa indisponenza che la faceva sentire superiore ad ogni altro essere umano, la sprezzante contradditorietà che riverberava nei suoi occhi di cenere a condurla.

Margherita non aveva bisogno di nessuno, aveva la fierezza di eroine d’altri tempi. Ma neanche avrebbe avuto bisogno di andar via, se solo il suo animo fosse stato capace di provar pace una volta sola nella vita, se fosse stata in grado di accontentarsi, di gioire della normalità.

Non lo sapeva ancora, ma quella pace in fondo al cuore non l’avrebbe mai provata, neppure quando l’età acerba avrebbe lasciato il posto ad una serena maturità.

La mattina aveva già il tepore delle prime giornate di primavera, anche se mancavano ancora due domeniche al solstizio.

La neve quest’anno era quasi del tutto sciolta, qualche cuculo già tornava a spargere la sua melodia sui rami più alti dei due cedri del libano che celavano velatamente i primi germogli di aghi verdastri. Margherita si spostò all’altra finestra della sua camera e voltò lo sguardo al cancelletto pedonale della villa. Le due jucca erano sopravvissute all’inverno e si ergevano maestose a incorniciare il vialetto d’ingresso.

Sarebbe voluta rimanere a veder sbocciare le rose canine tutt’intorno ai cedri, a scovare sotto la siepe i germogli delle fragole selvatiche, a respirare il profumo dell’erba neonata e raccogliervi le prime violette all’ombra del pero. Sarebbe stato bello restare, ma il suo animo era tormentato, il sangue le ribolliva sotto la pelle di neve.

Voleva la libertà. E la vendetta.

Già, come spiegare a suo padre, così abituato ad essere rispettato, che il suo unico desiderio era la libertà. Come raccontare le angherie, il disprezzo della matrigna senza voler sembrare una moderna cenerentola ingrata, intrisa delle stupidaggini insulse che parevano nutrire gli animi ribelli dei suoi coetanei? Non avrebbe mai capito, il Dottore.

L’aveva cresciuta come un giovinotto, come diceva lui usando quel termine desueto, più che come una ragazza di buona famiglia da dare in moglie, forse per quella sua incelata stizza di averla vista nascere femmina, o forse proprio per infonderle la stessa temerarietà incosciente che ora la stava allontanando da lui.

Forse le aveva consapevolmente consegnato le armi per difendersi da quella che lui già sapeva sarebbe stata una vita difficile. O forse, semplicemente, ricordava gli occhi belli e fieri di Berenice, gli stessi che cerulei anziché mogano, aveva ereditato sua figlia e di cui si era innamorato follemente venticinque anni prima. E soprattutto il Dottore ricordava il temperamento indomabile e irrequieto di quella donna dalle cui braccia aveva strappato Margherita, eccome se lo ricordava.

La madre era la figlia e la figlia la madre, l’una riviveva nell’altra, come una benedetta maledizione. E lui non poteva contrastarlo in alcun modo.

Comunque fosse, l’aveva cresciuta come un giovinotto, l’aveva portata sempre con sé, per terre e per cantieri, per soffitte e per cantine, per magazzini e mercati, per commerci e burocrazie. Le aveva insegnato a battere lo stagno, ad aggiustare tubi e tetti e rigirar la terra e a mercanteggiare e tener conti, a parlar di cultura e sbrigar pratiche. A far la donna ci avevano pensato le suore e la cara nonna che se n’era andata così presto che il primo paio di calze sopra il ginocchio aveva dovuto mandarla a comprarle con sua moglie. L’aveva allevata come un uomo e una donna d’altri tempi, questo è vero, che si sa, lui era nato all’alba del novecento, pur se scaltro e illuminato.

Ma si sa pure che nonostante tutto correva l’anno millenovecentosettanta.

E allora – sospirava Margherita – suo padre avrebbe attribuito la colpa della sua fuga a quegli anni bui, così eran per lui, magari a qualche insensata compagnia o a qualche lettura post-universitaria non consona a lei. Dal sessantotto il Dottore scuoteva la testa ogni giorno leggendo i giornali e diceva che quella era l’epoca della distruzione, dopo tutta la ricostruzione che quelli come lui avevano ottenuto a fatica. Ma tant’è, pensasse quel che voleva, la pentola ormai ribolliva tutta e non si poteva più fermarla.

La disperazione è un cattivo condottiero, soprattutto quando si crede di essere disperati ma non lo si è.

E Margherita disperata non lo era proprio, ma credeva di esserlo, oh, quanto lo credeva, l’avrebbe creduto tutta la vita, anche nelle mille pagine della sua storia in cui una fortunata serenità avrebbe fatto da filo conduttore.

 

3.

Ogni casa ha un odore suo particolare. E’ il profumo della pelle di chi ci vive con una buona dose di abitudini culinarie, di effluvio delle acque di colonia per la casa e per gli indumenti, di profumo delle piante e di quello dei bucati. Il tutto mixato con un pizzico residuale ma fondamentale di inebriante o puzzolente odore di abitudini personali, sentimenti, ricordi. Questa è la componente che fa la differenza.

Insomma, ogni casa ha l’odore delle storie che vi passano dentro. Se si annusa bene, con attenzione, si può capire che aria tira.

La Villa era una situazione particolare. E in effetti si trattava di una villa, non di una casa e questo già la dice tutta.

La Villa aveva l’odore dei cedri, dei due imponenti cedri del libano che l’avevano vista sorgere sulle loro radici e quell’odore si insinuava fin dalle fondamenta, ne erano intrisi i singoli mattoni, d’estate e d’inverno. Era un profumo sempreverde, profumo di pino, ma più resinato, aveva una nota orientale, di luoghi lontani e importanti.

La Villa aveva il profumo della Storia. Era un odore austero, così come austero e impassibile era il Dottore. Si poteva ancora sentire una nota lontana d’altri tempi: il podestà del paese che l’aveva abitata per primo, la lunga fila di personaggi impomatati che vi passarono a chiedere udienza durante il ventennio, il grave odore della guerra.

Ma al tempo stesso, c’era un’altra essenza che prendeva forma e forza in alcuni periodi ed era l’odore della vita di tutti i giorni, un profumo dolce di fragole mature e uova appena raccolte e puzzo di cane e tabacco da pipa agrumato e detersivo in polvere per bucato e ginocchia e grandi risate di padre e figlia. Ma più di tutti, il profumo che distingueva la Villa nei momenti felici era quello delle rose canine misto a tappeto di aghi di pino secchi, macerato all’ombra fresca dei cedri.

Quel mattino Margherita ebbe l’impressione di sentirne già l’effluvio salire da sotto la neve ormai tiepida e sciolta e per un attimo credette di dover restare.

Nello stesso istante, la porta della camera a fianco si aprì e un rumore di tacchi che ben conosceva scese la scala, aprì il portoncino e si avviò sul vialetto d’ingresso. La moglie di suo padre sistemò il collo di visone sulla spalla, girò la testa verso la finestra della camera di Margherita e senza neanche alzare lo sguardo, austera come il Dottore e il vecchio podestà, disse: -tuo padre rientra per colazione alle dodici, fai trovare la minestra pronta- . Poi sparì lungo il viale alberato verso i caffè del centro.

E così l’odore delle rose svanì.

C’era qualcosa che Margherita detestava più di tutto ed era far la serva per quella donna acida e fredda che formalmente doveva chiamare madre di fronte alle persone. Quella donna che solo la domenica, ancora con la veletta abbassata, durante la Santa Messa, le dispensava grossi sorrisi e la teneva a braccetto perché la buona società del paese non sapesse, ma tornata a casa si sedeva in  poltrona ad ascoltare la radio e attendeva di essere chiamata a tavola e di essere servita. La Signora, come la chiamava Margherita, aveva sempre rispettato il marito e le sue regole, come impostole da una severa arcaica educazione di famiglia alto borghese. La forma prima di tutto.

Il telefono di casa trillò nel salotto al piano di sotto. La stanza era ancora in penombra a quell’ora del mattino, la tappezzeria verdone rifletteva i grossi gigli rosa illuminati dai raggi di sole che filtravano tra gli scuri ancora accostati. Una stoffa della stessa foggia rivestiva i due sofà e lo stesso rosa scuro dei gigli colorava la veste della preziosa fata di biscuit sul controbuffet.

-Pronto, chi parla?-

-Margherita? Buongiorno, non rientrerò per pranzo, la riunione al consorzio va per le lunghe, prepara pure solo per te e tua madre. Stai studiando? –

-Va bene, papà. Senti, dovrei parlarti appena hai un attimo di tempo

-Certo, quando rientrerò questa sera. Tra l’altro, per cortesia, mentre vai a Torino questo pomeriggio, porta i miei calzoni dalla Signora Rosa, hanno uno strappo da rammendare. E porta anche la busta con i conteggi del mese ad Antonio e una delle bottiglie di quel liquore che ho portato dalla Francia la settimana scorsa. Ah, dimenticavo, questa sera verso le cinque riceverò il Segretario dell’azienda irrigua, ci sarai anche tu, cerca di tornare puntuale.-

Margherita sospirò – Sì, papà. Allora magari parleremo dopo cena-

-O domani, Margherita, domani è una giornata più tranquilla. Buona giornata cara, fai attenzione.-

Era un uomo premuroso, il dottore, dolce nella sua autoritarietà. Non avrebbe voluto tradire proprio lui, Margherita, avrebbe preferito parlargli, spiegargli, essere capita, avere la sua benedizione.

Posò la cornetta e rimase lì, inebetita, a fissare la fatina e i due cerbiatti di porcellana, immobili in quella posizione sul mobile da anni. La foto del matrimonio di suo padre era poco più in là. Sembrava felice il dottore, era giovane ma non troppo, fiero nella sua divisa, sorridente con la moglie al fianco, avvolta in un elegante tailleur grigio e nell’immancabile collo di visone. Il salotto era lo stesso di ora, solo le poltrone avevano una stoffa diversa. Anche la fatina era già al suo posto, con la sua delicata bacchetta magica alzata. Era il millenovecentoquarantadue, c’era la guerra, ma loro sembravano felici.

Quanti anni erano passati prima che lei nascesse però! Le era sempre parso strano, ma aveva sempre pensato che la colpa fosse sicuramente della guerra. Lo aveva pensato, sì, quando era più piccola.

Il pendolo rintoccò le undici e Margherita ebbe un sussulto.

Corse in cucina, prese un bicchiere d’acqua e lo tracannò trafelata. Non avrebbe aspettato oltre.

La povera Lilli sembrava sapere tutto e al suono del pendolo si agitò più del dovuto, incominciò a correre dietro a Margherita entrando noncurante in casa, anche se sapeva che non le era permesso. Non voleva perdere la sua padrona, ma aveva capito da mesi le inquietudini di Margherita e sapeva come solo un cane può sapere.

-Lilli, su, stai tranquilla, troverò un modo per vederti, fidati, non ti lascio sola. E poi c’è papà…e lui il tuo padrone, no? Resti con lui. Io sono obbligata, lo sai, non mi rendere tutto più difficile – e le lacrime di Margherita si mescolavano al profumo di rose in arrivo e ai guaiti di Lilli e all’odore degli aghi dei cedri. Ed era straziante in fondo al cuore.

Ma bisognava rincorrere la libertà.

La libertà è il più sacro dei diritti dell’uomo, si ripeteva da sempre Margherita. -E la mia l’hanno calpestata- digrignò a bassa voce tra i denti.

Le due borse erano già pronte, pochi abiti, i libri dell’università – quelli poi li avrebbe lasciati volentieri a casa- la foto con suo padre su in montagna, i suoi risparmi degli ultimi sei mesi e le chiavi della macchina. Anzi, quelle no. Ci ripensò e le lasciò lì, non poteva darla vinta a suo padre accettando quella stupida cinquecento gialla che le aveva regalato per i suoi ventun anni, anche se in realtà le piaceva così tanto. Prese anche i pantaloni del dottore, la cartellina con i conteggi e la bottiglia da portare a Torino. Sarebbe andata prima dalla Professoressa Valli, poi da Rosa a consegnare il tutto. E poi a casa. Quella nuova si intende, che nuova non era in realtà perché Ubaldo ci abitava già da un anno.

Il sole ormai illuminava tutta la sua stanza e serpeggiando attraverso le fessure delle porte del primo piano lambiva a tratti tutta la scala.

Margherita scese i ventidue gradini con calma, carezzando il mancorrente di legno con lentezza, per assaporarne ogni screzio, poi si fermò un attimo al centro dell’ingresso quadrato. Ogni cosa era al suo posto, i fiori freschi sulla consolle, le tende ben tirate giù in fondo in cucina, la porta dello studio socchiusa a nascondere la stanza severa e ancora sonnolenta. Infilò la testa in studio ancora una volta, a controllare che il libro fosse sulla scrivania di suo padre, come l’aveva messo lei. La Signora non l’avrebbe toccato, non entrava mai nello studio del marito.

Tutto a posto, si ripeté.

Non entrò in soggiorno, non uscì un’ultima volta a salutare i due vecchi cari cedri, l’ultimo sguardo fu per la colonnina in ebano nell’ingresso e per il mezzo busto di piccolo bambino che portava sopra con la sua storia misteriosa e mai chiara.

Un moto di rabbia la percorse, alzò gli occhi alla foto grigia del volto della Signora appesa poco più in là.

Era colpa sua, tutta colpa sua.

Non avrebbe mai perdonato tutte le menzogne sorbite per anni.

Si chiuse la porta alle spalle, attraversò le jucca carezzandole con le spalle e tirò il cancelletto pedonale senza voltarsi indietro.

Mentre quella nuvola di capelli ispidi e rossastri lasciava il viale, Lilli se ne stava lì, su due zampe, al cancello, a piangere l’amore della sua vita.

 

4.

La mattina dopo l’incidente aereo Torino vegliava sommessa.

Rosa scese in piazza prima del solito, voleva comprare un cestino di fragole fresche dalla contadina e portarle a Berenice per colazione insieme al latte che Antonio aveva preso alla cascina il giorno prima e al pane che lei stessa aveva preparato all’alba. Neanche il profumo ambrato dei suoi panini dolci aveva convinto Berenice ad uscire dalla stanza degli ospiti, né quel poco di rumore che Rosa aveva pur fatto alle quattro del mattino in cucina. Niente.

Se lo aspettavano, Rosa e Antonio, se lo aspettava il Dottore, tutti loro sapevano che avrebbe reagito così pur se erano mesi che si preparava il momento. Berenice era pur sempre una ragazzina, aveva ventuno anni e il suo cuore era ancora quello di una donna appena abbozzata.

-E dire che di dolore ne aveva già sofferto a sufficienza, povera ragazza!- fece Rosa al marito mentre riponeva le fragole e il latte  che Berenice aveva rifiutato.

-Passerà- rispose fermo Antonio.

-Ah, certo, tutto passa. Ma non si dimentica mica! Io non ho mica dimenticato..!- la rabbia di Rosa, sempre così pacata, esplose.

-Rosa, perfavore! Adesso basta! Non è un paragone neanche pensabile, sua figlia è viva e crescerà bene.-

Rosa non rispose più. Pensò alla sua unica gravidanza finita in quel brutto modo e si oscurò.

Antonio lasciò i suoi libri contabili, si alzò, mise la giacca e accarezzò con dolcezza e premura i capelli della moglie, per consolarla.

-E poi noi abbiamo Berenice adesso.- disse sorridendo –Devo andare giù in cantina adesso –

Rosa annuì e riprese le sue faccende.

Berenice se ne stava in salotto, immobile sulla stessa poltrona dove fino al giorno prima allattava la piccola Margherita. Accarezzava insistentemente la ciocca di capelli morbida della sua bambina, mentre stringeva l’ardiglione della spilla blu nell’altra mano, fino a conficcarselo sotto pelle.

-Berenice?- fece con discrezione Rosa entrando nella stanza La ragazza guardò Rosa con gentilezza.

-Al più tardi domani…dobbiamo andare alla Cascina. La bambina  ha bisogno di te.- Rosa parlò con fatica e timore.

La radio in sottofondo parlava dell’incidente aereo del giorno prima. Tutta la Nazione era a lutto e Torino in particolar modo.

-Vado a preparare la mia borsa.- rispose poi Berenice con fermezza.

-Brava – Rosa aveva le lacrime agli occhi.

-Non partiamo oggi però, preferisco domani per favore-

Rosa notò la ciocca di capelli rossastri e sorrise. –Sono morbidi, ne? Glieli hai tagliati?-

-Si, un piccolo sacrificio. O un voto, chiamalo come vuoi.-

Rosa non capì esattamente cosa Berenice volesse dirle, ma il suo stato d’animo le era chiarissimo.

-Potrò tornare qui, vero?- chiese poi la ragazza.

Rosa la abbracciò con gli occhi sempre più lucidi –Questa è casa tua, Berenice. Devi solo allattare la bimba, ha bisogno di te, è così piccola.-

Berenice restò assorta per un po’.

-Non so se sia peggio essere la balia della propria figlia cresciuta da una ricca estranea o farsi stuprare continuamente da quegli estranei bavosi- disse poi con assoluta naturalezza.

-Berenice, per favore!- esclamò sconvolta Rosa. –Il dolore rende deboli, è vero, ma questo è troppo!-

-Il dolore non mi fa alcuna paura! Non lo sento più! Mi fa rabbia pensare che quella bambina un giorno non saprà chi è sua madre, non potrà avere sua madre! Io ho perso mia mamma, ma non posso farci nulla perché lei è morta! – gridò Berenice a quel punto –Ma io sono viva! Sono viva! – Berenice toccava e pizzicava le sue braccia e il suo corpo – e lei non mi avrà lo stesso! –

Rosa vide la mano sinistra di Berenice piena di minuscole crosticine rosse, le punture di quella spilla. Non glielo vedeva fare da che era arrivata da loro.

Allora, tre anni prima, quando il Dottore la presentò alla Cascina, Berenice aveva tutta la mano zeppa di puntini rossi, emaciata e non lasciava mai la spilla con il fiore blu, neanche di notte.

La spilla era l’unico ricordo di sua mamma che aveva trovato sotto quelle macerie, dopo aver scavato con le unghie giorno e notte, fino a sanguinare, senza arrendersi.

Il bombardamento aveva portato via tutto, senza risparmiare neanche la sua anima.

 

5.

Le sorelle e le cognate di Rosa accolsero Berenice curiose.

Non la vedevano da mesi, da quando la pancia non si potè più nascondere e Berenice si era dovuta trasferire a Torino per portare a termine la sua gravidanza a casa di Rosa e Antonio.

Alla cascina c’era ancora la neve e tutti lavoravano in casa.

-Che piacere vederti! –fece Antonietta abbracciando Berenice-

-Siamo un po’ ingrassate a casa di Rosa, ne! Cucina bene mia cognata!- la cognata di Rosa, impertinente, aveva subito notato i seni ingrossati di Berenice e la figura ancora morbida.

Berenice le lasciava parlare.

-Studiare è roba da ricchi, ne! Qui abbiamo studiato e mangiato tutto l’inverno!- scherzavano quelle donne.

La storia tra il Dottore e Berenice la conoscevano tutti alla Cascina e tutti sospettavano le conseguenze di quell’amore. Ma la situazione era delicata e imponeva omertà e discrezione.

-Berenice starà qui in settimana perché torna ad aiutare Suor Modesta da domani. Poi nel fine settimana ce la veniamo a prendere che ormai non possiamo più stare senza di lei – spiegò sorridendo Rosa.

-Almeno hai finito di studiare?-chiese Antonietta

-Ancora un anno e arriva il diploma – rispose Antonio al posto di Berenice.

Tutti applaudirono.

Berenice non era in vena di festeggiamenti, ma fece buon viso a cattivo gioco. Brindò con gli altri, senza assaggiare il vino, poi salì nella sua camera, dove finalmente posò la borsa e ritrovò tutti i libri che il Dottore le aveva man mano portato negli anni precedenti.

Tirò fuori dalla borsa il suo Foscolo e lo mise sulla mensola insieme agli altri. Dentro, ben protetta in una bustina di carta oleata, la ciocca di Margherita.

Guardò fuori dalla finestra che dava sulla via del Mulino. La fontana era ricoperta di neve e il rigolo d’acqua gelato.

Le venne in mente la prima volta che il Dottore l’aveva accompagnata lì.

Era estate quella volta e la cascina era bella d’estate. Se lo ricordava bene Berenice.

Le giornate di terra erano ben pettinate in simmetriche strisce ocra e i covoni freschi spuntavano ovunque. I mattoni pieni riparavano con un’ ombra profumata di fieno dalla calura degli ultimi giorni d’estate. All’ora di cena le sorelle e le nipotine di Rosa preparavano grandi insalate di pomodori e patate da gustare con il buon pane fresco del mattino e qualche pezzo di burro dell’inverno sul tavolaccio all’ombra del porticato, mentre gli uomini si ripulivano alla fontana dopo la giornata di lavoro.

Quella sera il Dottore, lei e Rosa avevano mangiato lì con loro, come quando era ragazzino, le aveva poi raccontato lui.

Il Dottore aveva detto alle donne di dare una camera a Berenice.

-Al mattino andrà a lavorare all’asilo degli orfanelli da Suor Modesta e al pomeriggio vi aiuterà alla cascina – aveva detto il Dottore alle sue mezzadre, proprio come Rosa poco prima.

Di lei non aveva raccontato nulla, se non la verità: che era una povera orfana di guerra, rimasta sola dopo i bombardamenti del quarantatré e che lavorava al banco della frutta di Piazza Madama, dove Rosa si serviva, ma era stata licenziata. Rosa confermò e non disse mai una sola parola di più, inorridita, ma per sola fedeltà e rispetto nei confronti del Dottore

Con il tempo Rosa imparò ad amare Berenice, così come tutte le altre donne della cascina.

Ed anche il Dottore.

Amò quella ragazza segretamente fin da quando con ogni mezzo si industriò per scoprire chi era, dove viveva e qual era la sua storia. Fu il primo a stupirsi quando si rese conto di non provare nessuno schifo per la vita di Berenice, ma solo pietà e redenzione.

Rosa bussò alla porta:- Berenice, noi andiamo.-

La testa di Berenice girò, una sensazione strana di mancamento le avvolse gambe e braccia.

-Va bene.- rispose Berenice

-Ci vediamo sabato, viene Antonio a prenderti- Rosa cercava di tranquillizzarla –e non far capire a Margherita che sei agitata. I bambini sentono tutto, anche appena nati –

Berenice annuì, bambina lei per prima. Il terrore di essere abbandonata di nuovo si manifestò con un altro capogiro, ma non disse nulla.

Rosa le diede un bacio su una guancia e andò via, prima che le lacrime le rigassero il volto.

Scese le scale e dovette uscire un attimo a prendere aria per calmarsi, ma una volta fuori guardò la sua cascina innevata e si commosse ancora di più. Fin da bambina correva insieme al Dottore in quell’aia, in mezzo alle galline e all’insalata, lei figlia dei mezzadri, lui dei padroni. Aveva cinque anni più di lui.

Quando fu il suo turno nella gestione delle terre, il Dottore volle che quella donna e suo marito, dopo anni di fatiche a schiena piegata nei campi di grano, si trasferissero a Torino, nell’elegante palazzo in centro, con il riscaldamento, la corrente elettrica, una bella portineria da condurre al servizio di poche e facoltose famiglie e un bell’appartamento al primo piano ampio, luminoso e ben arredato. Antonio teneva la contabilità dei mezzadri, del grano, delle terre e degli affitti degli appartamenti del Dottore.

A Rosa mancò sempre la cascina, nonostante fosse riconoscente per quella vita più agiata e più serena. Certo, erano capitati a Torino nel momento sbagliato: fin dal loro trasferimento iniziarono i bombardamenti, che il Dottore non aveva potuto prevedere, in particolare nelle vie retrostanti piazza Carlina. La guerra non li spaventò e Rosa e Antonio furono ottimi custodi del palazzo e delle famiglie che vi abitavano.

Nonostante la mancanza dei prati e delle bestie, Rosa imparò ad amare i profumi di quell’angolo di città in cui viveva, quello di tintura per stoffe che proveniva da qualche bottega più in là, quello del detersivo buttato con l’acqua di risciacquo sui marciapiedi di pietra davanti ai portoni dei palazzi e il profumo delle fragole dei contadini dei banchi del mercatino di fronte a primavera che, doveva ammettere, pareva migliore del profumo delle sue alla cascina.

-Andiamo Rosa?- le chiese Antonio.

Rosa si svegliò dai ricordi in cui era immersa.

-Mi raccomando, Berenice non lo da a vedere, ma è molto provata – disse a sua sorella, a cui aveva confidato tutto, mentre la salutava.

Diede il braccio ad Antonio, per non scivolare sulla neve, guardò verso il primo piano, poi salì in macchina.

 

6.

Margherita aveva l’abitudine di passeggiare avanti e indietro nell’aiuola della piazza a cercar quadrifogli, fischiettando con le mani dietro la schiena, quando aspettava suo padre in piazza Carlina. Se la cosa andava per le lunghe saliva e chiacchierava con Rosa, altrimenti stava laggiù.

Erano già le cinque abbondanti, la luce era già calata e faceva ancora freddo. Non aveva nessuno da aspettare questa volta, ma tempo da perdere a pensare sì, quindi prima di salire da Rosa fece qualche giro intorno all’aiuola.

Rosa si affacciò alla finestra della sala e la vide, a testa china a cercar quadrifogli.

Stava per chiamarla e chiederle cosa ci facesse lì da sola, ma prima si fermò a guardarla da lontano.

Le venne in mente Berenice, vent’anni prima, sulla stessa aiuola, seduta sulla panchina di pietra, quegli abiti da cafè chantant addosso, i capelli neri lunghi sciolti al vento.

Quante volte avrebbe voluto aprire la finestra e urlarle di andar via da lì, che era una vergogna.

Margherita stava diventando una bella ragazza, ma le mancava qualcosa del fascino di Berenice di allora.

Berenice le mancava. Si faceva sentire ogni tanto telefonicamente, o scriveva una lettera per aggiornare lei e Antonio, ma nulla di più.

Rosa aprì la finestra e chiamò Margherita.

-Che ci fai qui da sola? Tuo padre? – chiese Rosa quando Margherita fu in casa.

-Ero all’Università e sono passata a portare queste cose – rispose Margherita porgendo a Rosa i pantaloni, i conteggi e la bottiglia.

-Grazie- rispose Rosa.

-Vado, ciao Rosa! -. Margherita sparì prima che Rosa potesse anche solo pensare.

– E’ quasi buio, come torni a casa…- provò a dire Rosa, ma era troppo tardi, Margherita rispose un lontano e bugiardo – Ho la macchina – mentre correva giù per le scale.

Rosa non vi diede peso.

Margherita si incamminò a passo spedito verso Corso Vittorio, l’aria frizzante le spostava i ricci e confondeva i suoi pensieri. La reazione di suo padre non le interessava.

Ciò che è fatto è fatto, questo era il suo motto.

 

7.

Quella sera il Dottore posteggiò la sua 127 sul viale, anziché entrare in giardino. Erano già le quattro e mezza, un po’ tardi, voleva sorseggiare ancora un buon caffè caldo prima che arrivasse il Segretario. Quando si avvicinò al cancelletto ebbe una strana sensazione: Lilli non era lì ad aspettarlo e la luce sotto la loggetta di ingresso era spenta.

Affrettò il passo. In salotto, sulla solita poltrona, con la radio di sottofondo stava supponente la moglie.

-Tua figlia, ovviamente.-

-Dov’è Margherita?-

– La cosa non mi riguarda. All’ora di pranzo sono tornata a casa e non ho trovato il mio pranzo pronto. Non è rientrata. Non che la cosa mi tocchi. Ma ha mancato i suoi doveri e i tuoi ordini, la disciplina con la maggiore età le manca più di prima. Spero prenderai provvedimenti adeguati questa volta. Del resto, con quel volgare gene che si ritrova…- Ogni pretesto per Giulia era buono per rimarcare un certo vecchio argomento.

Il Dottore non la ascoltava già più.

Alzò la cornetta: – Rosa, buonasera. Mia figlia è passata da lei oggi?-

-Buonasera, Dottore, sì, certo, è sempre gentile Lei, mio marito la ringrazia molto per quel buon liquore, i conti dice saranno…-

– Rosa, devo interromperla, mi scusi, sono in ritardo, grazie- Probabilmente Margherita stava tornando, pensò il Dottore, magari si era fermata con qualche compagna all’università, certo che le era stato detto di prendere l’autobus e di essere puntuale, ma fa sempre di testa sua, mi sente eccome questa volta, disse fra se e sé.

Così congetturava il Dottore, mentre andava a posare la sua borsa in studio.

Con la coda dell’occhio, distrattamente, notò sulla scrivania un libro che non gli pareva di aver lasciato in disordine. Guardò meglio. Si trattava di un piccolo libretto di operette e poesie di Leopardi, in pelle verde, che gli era caro da anni e che aveva regalato a Margherita fin da bambina. Le leggeva quelle poesie per farla addormentare da piccola e lei aveva forse imparato addirittura a leggere su quel libro. Così glielo aveva lasciato sul comodino, sempre, raccomandandosi di tenerlo con cura e non perderlo mai.

Cosa ci faceva sulla sua scrivania? Trasalì.

Lo prese in mano e vide sporgere un foglio bianco, a righe, ripiegato.

Preoccupato lo aprì.

Solo poche righe recitavano: “Non mi aspettare, non torno. Sto bene, stai pure tranquillo.”.

Piegato dentro c’era un secondo foglio: era un certificato di nascita, quello di Margherita e riportava, sotto il suo nome, il nome del Dottore e di Giulia. Genitori adottivi.

In quello stesso momento trillò il campanello e si presentò il Segretario del consorzio.

Per la seconda volta nella sua vita il Dottore trasalì, dovette allentare il nodo della cravatta e concentrare tutte le forze rimastegli per restare in piedi e sfoderare un sorriso di convenienza.

Come ventun’anni prima.

Margherita sapeva tutto, non era stato in grado di proteggerla dalla verità.

Ci fu un istante infinitesimo all’interno di quel momento di angoscia in cui il Dottore provò un’inebriante senso di piacere e orgoglio nel constatare la tempra della figlia. Certo, non poteva perdonare il suo gesto ed era terrorizzato –sì, proprio lui- da quel che sarebbe potuto accadere, ma ora più che mai sapeva che Margherita era proprio sangue del suo sangue, intelligente, scaltra, coraggiosa, indomita. Come Berenice.

Il campanello trillò una seconda volta e questa volta il dottore andò ad aprire.

-Buonasera, segretario, prego, si accomodi pure nel mio studio. Mia moglie si scusa ma è indisposta e mia figlia è stata trattenuta all’università e non sarà presente. –

-Non si preoccupi, deve essere abbastanza preoccupante mandare una ragazza all’università con i tempi che corrono, con quelle teste calde, può succedere qualunque cosa. Bene, ecco i verbali delle assemblee firmati dai consiglieri, manca la sua firma, sig. Presidente, se vuol leggere..-

S’era fatto buio. La neve sciolta durante il giorno rimandava riflessi argentei ai lampioni del viale che la illuminavano e i cedri tornavano ad avvolgere protettivi il giardino per un’altra notte sotto le loro lunghe braccia.

Il Dottore non dormì quella notte. Per la prima volta dopo tanti anni il senso di colpa si era infilato sotto le sue coperte, come un amante scomodo e irruento. Aveva agito nell’interesse di Margherita da sempre, attento a privilegiarla fino a calpestare quelle due donne che per motivi diversi si trovavano a condividere la sua vita.

Gli occhi neri di Berenice lo perseguitarono per ore, fino a provocargli una terribile emicrania. Dov’era finita? Erano anni ormai che era svanita nel nulla, ma magari…magari Margherita sapeva…no, Berenice aveva promesso e lui sapeva che non avrebbe rotto il giuramento. Ma allora dove aveva trovato Margherita quel foglio maledetto? O forse sua moglie…sì, per vendetta, ma no, la Signora non conosceva Berenice.

Dove aveva sbagliato?

E dov’era adesso Margherita, quel piccolo adorabile abbozzo di donna?

Era rimasto in studio tutta la notte, immobile davanti alla finestra, negli occhi solo l’immensa pianta di rose ancora sepolta nella neve e ai piedi, acciambellata ma vigile, la vecchia Lilli.

Le libellule della lampada liberty avevano danzato sul loro mare arancione, senza mai smettere.

Il Dottore era divorato dall’ansia. Doveva trovarla.

Eppure non sapeva che la sua Margherita non gli avrebbe mai portato rancore, mai, neanche dopo la sua morte. Non aveva ancora capito fino a che punto fosse indomabile e caparbia.

 

8.

Non ricordo nulla del mio primo incontro con il Dottore, ma di lui ho ben viva in me l’immagine di un anziano signore di non troppe parole, ben dritto sulla schiena nonostante i suoi anni, sempre in giacca, gilet e cravatta, dall’andamento molto calmo ma dagli occhi fieri e attenti.

Mio nonno mi incuteva un po’ di timore a volte, ma al tempo stesso mi infondeva un ineguagliabile senso di pace.

Quando andavamo alla cascina, io e Margherita, lui non c’era mai, diceva che aveva da sbrigare delle commissioni al consorzio o doveva passare a trovare Suor Modesta all’asilo, ad ogni modo trovava sempre un buon motivo per non venire lì’ con noi, quasi come se volesse evitare un posto spiacevole. Ma a me piaceva eccome, c’era una signora simpaticissima, con due grandi occhi azzurri e tantissimi capelli bianchi come la neve, la Signora Rosa, più o meno dell’età del nonno, già nonna anche lei. Rosa mi portava nella stalla a vedere le mucche, mi faceva assaggiare il loro latte appena munto e c’era sempre quel terribile odore di letame, tanto forte che stavo in apnea finchè non uscivamo, e tutte quelle mosche che mi venivano addosso. Ma era caldo. Era calda la mano di Rosa ed era caldo il sorriso degli occhi di Margherita. Se la raccontavano, Rosa e la mia mamma – che io ho sempre adorato chiamare Margherita, perché non è da tutti avere la mamma con il nome di un fiore- mentre prendevano il caffè ed io un sacco di volte ho fantasticato che Rosa fosse mia nonna.

Del resto sarebbe stata bella come nonna, aveva anche lei il nome di un fiore! E poi aveva cresciuto Margherita fin da piccola, era la tata mi dicevano, ma si sa, ai bambini si raccontano un sacco di bugie a fin di bene, per proteggerli, si dice, come se i bambini non avessero una sensibilità milioni di volte più spiccata di quella degli adulti e non percepissero tutto da sé!

Io e Margherita, salutata Rosa, saltavamo in macchina e ce ne andavamo alla Villa dei Cedri, a mangiare con il nonno, ma prima ci fermavamo lungo la strada a raccogliere le pannocchie di granturco mature, quando era stagione, che poi, a casa, con la barba ci facevamo le bambole. Era bello sfrecciare in mezzo ai campi sull’ottoecinquanta azzurra di mia mamma, era bella Margherita con i suoi lunghi capelli rossicci e crespi e i suoi occhi ridenti. Erano gli anni ottanta, mi sentivo libera come solo una bambina amata da sua madre può sentirsi.

Eppure, ogni tanto, avevo la netta sensazione che ci fosse un’ombra improvvisa ad oscurare quella serenità: gli occhi di mia mamma per qualche breve attimo parevano oscurarsi e da azzurro limpido sembravano grigi e tristi. Ne avevo una gran paura. Mi assaliva un senso di ansia terribile, sentivo un’inquietudine mai sopita nel cuore di mia madre che voleva uscire fuori e rubarci la nostra libertà. Ma Margherita è sempre stata abile maestra nel nascondere in un baleno ogni velo di tristezza al mondo che la circondava e il mio cuore che

-ahimè- batteva all’unisono con il suo, si placava e dimenticava. Quel mattino, era quasi ora di pranzo e mi pare di ricordare che  fosse un mercoledì di mercato, mentre Margherita preparava il pranzo in cucina, chiesi al nonno, vincendo tutta la mia timida vergogna, chi fosse quella signora nella foto grigia sopra la consolle.

-E’ la nonna, quella che, come tu sai, è già in cielo a guardarti- fece il Dottore serafico.

Margherita mi rimproverò severa.

-Ti ho detto mille volte di non disturbare il nonno mentre ascolta il giornale alla radio. Vai a lavarti le mani, presto.-

I suoi occhi quella volta erano addirittura verdi, la ruga in mezzo alla fronte marcata dall’arrabbiatura e il suo tono duro come non mai.

Cambiò umore e non parlò per tutto il giorno, non mi perdonò quella domanda.

-Quante volte devo ripeterti che devi stare al tuo posto, non toccare e non ficcare il naso in cose che non ti riguardano-

Furono le uniche parole che mi rivolse in macchina mentre tornavamo a casa.

Quello fu il peggior momento di buio che vidi in Margherita ed allora capii una volta per tutte che era davvero triste ed inquieta, anche se non lo dava a vedere. Ebbi anche, da quel momento in avanti, la netta sensazione che il suo stato d’animo fosse legato a quella foto o a qualcos’altro ad essa collegato strettamente.

Eppure, cosa c’era di male? Avevo solo scoperto il volto di mia nonna. O non era mia nonna? O forse davvero Rosa…del resto la signora in quella foto non era bionda e Rosa sì…

 

PARTE SECONDA

COINCIDENZA

 

“ …A molti ella de’ Numi Me, supplicando con le terse braccia,

promise, quando il re, pel nuovo imene beato più, partia, gli Assiri campi devastando…”

-Foscolo, La Chioma di Berenice

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    La cosa che più mi piace del libro è l’aria che si respira, in qualsiasi epoca ci si trovi. E’ sempre come lo avresti immaginato, anche se non lo hai vissuto. Per me il vero protagonista è il Dottore. Tutto è mosso da lui, dall’inizio alla fine, lui crea il destino delle due donne e questo ci fa capire come le nostre decisioni e azioni coinvolgono la vita di chi ci sta intorno, come dice l’autrice nel libro stesso.
    Molto profondo psicologicamente.
    Bravissima!

  2. (proprietario verificato)

    Abito in uno dei luoghi narrati ed è molto emozionante leggere e ritrovarsi nei posti!
    Il libro, è vero, ha un fondo di drammaticità, ma a me sta divertendo perchè è intrigante il modo in cui si arriva a sciogliere i nodi e capire chi è il “colpevole”! Davvero bello, sto leggendo tutta la bozza!
    Bravissima!

  3. (proprietario verificato)

    Un Ottimo libro, da gustarsi alla sera al lume di una abat jour e con una tisana fumante sul tavolino, rilassandosi ed immergendosi all’interno di una Torino dall’atmosfera irriconoscibile per i giorni nostri. La cura dei dettagli nelle scene cattura e trasporta il lettore lungo una storia che non può lasciare indifferenti, toccandolo nelle profondità dell’animo e portando alla luce sensazioni dal sapore agrodolci per le scelte che i personaggi talvolta compiono e talvolta sono costretti a compiere. Complimenti!

  4. (proprietario verificato)

    Il romanzo sembra una fiction, gli eventi si susseguono e si sovrappongono con un ritmo che pare lento all’inizio, ma poi corre veloce e inchioda il lettore che vuole sapere come prosegue! L’argomento sembra doloroso, ma rappresenta la vita di ognuno di noi. L’autrice fa emergere bene il susseguirsi degli avvenimenti della vita dei personaggi in cui possiamo rispecchiarci. Il mondo di bugie e sotterfugi, di formalismi e scelte fatte a fin di un bene apparente è davvero quello in cui spesso ci troviamo ogni giorno.
    Davvero ben scritto!

  5. (proprietario verificato)

    L’idea della leggenda della Regina Berenice e della sua leggenda mitologica è affascinante e fa da filo conduttore di una vicenda personale e famigliare toccante ma allo stesso tempo trattata con umanità. L’intreccio è stretto ma si dipana pagina dopo pagina svelando al lettore le protagoniste e la loro profondità. Ottimo esordio, brava!

  6. (proprietario verificato)

    Berenice è una forza della natura! Personaggio incredibile, che passa dalle bombe della guerra, ai bordelli non per colpa, alla famiglia del Dottore, all’insegnamento. E con il coraggio di non mollare mai, neanche per sua figlia! Un esempio da seguire oggi soprattutto.
    Il romanzo è anche divertente, alcune situazioni e personaggi sono incredibilmente veri!
    Sto per finirlo e mi piacerebbe un seguito!

  7. (proprietario verificato)

    Torino sullo sfondo promette tanto e andando avanti nella lettura di questo romanzo le promesse si fanno realtà! Un vero e proprio viaggio tra epoche diverse che lascia a bocca aperta. Complimenti!

  8. (proprietario verificato)

    Bellissimo l’excursus tra epoche diverse, gestito in maniera da non annoiare mai e tenere vivo l’interesse! Margherita mi piace molto, ragazza dura apparentemente che nasconde grandi fragilità. I personaggi sembrano gli amici con cui parliamo ogni giorno. Bel libro, nulla che manchi per essere trovato in libreria!

  9. (proprietario verificato)

    Le donne e Torino. La scrittrice con una profonda conoscenza della cultura umanistica e fortemente radicata al suo territorio, ci porta in un viaggio di introspezione nel quale affiorano sentimenti personali a volte inconfessabili anche a sè stessi. Ottimo e sentito cadeaux natalizio!

  10. (proprietario verificato)

    Sto leggendo con piacere questo romanzo che si intreccia tra presente, passato e luoghi del cuore. Lo aspettavo da tempo, ne avevo parlato con l’autrice e sono felice di essermi fidata! La storia di Berenice e Margherita è un argomento coì attuale e ricco di spunti per tante persone che potrebbero aver affrontato lo stesso dolore. L’autrice delinea in maniera delicatissima ma toccante i sentimenti che emergono dalle due donne. E Torino sullo sfondo è proprio resa in maniera eccellente! Complimenti, lo consiglio!

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Lorena Impronta
Scrittrice per pulsione, commercialista di professione, mamma di due insuperabili bimbe nella vita di tutti i giorni.
Sono nata nel 1980, da quando ho 11 anni studio latino, leggo i classici, mi innamoro dell'arte e della letteratura. E poi il liceo classico, la danza che non abbandono mai, l'amore per il greco e la voglia di insegnare e scrivere. Poi si sa, la vita è sempre pronta a stupirci, scelgo di fare la commercialista e da 15 anni porto avanti con dedizione e orgoglio il mio studio professionale. Ma l'amore per la scrittura non si è mai spento e negli anni sono venuti alla luce tanti racconti. Uno di loro ha vinto il premio Marguerite Yourcenar nel 2016, altri dal 2012 in avanti hanno vinto piccoli concorsi minori.
Oggi, dopo lunga peripezia, parte l'avventura esordiente del mio primo romanzo, "La trama di Berenice".
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