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La trottola di Hans

La trottola di Hans

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2021
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Far incontrare l’amico ideale ai propri figli: questo il progetto a cui un gruppo di adulti lavora in un tempo leggermente distopico, tra gli anni dal 2022 al 2025, nella prestigiosa e futuristica New Town dei grattacieli. A coordinare e dirigere questa grande missione con colpi di mano da comandante assoluto, sarà Carlo Bellini dell’Utility Famiglia, è lui il vero protagonista della storia. Disposto ad arrivare alle estreme conseguenze delle sue idee, Bellini rischierà di trasformarsi in un dottor Frankenstein dell’educazione, con la sua proposta di «montare» le amicizie come elementi di arredo e il desiderio di bruciare in un fuoco simbolico tutti i giocattoli appartenuti anche ai primi bambini analizzati da Freud. Alla fine svelerà il presupposto segreto da cui è partito e a cui vorrà tornare, insieme alla poesia primordiale di un’infanzia finalmente restituita a se stessa.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per esplorare fin a dove si possa arrivare per assicurare ai propri figli un futuro perfetto, fatto di amici ideali, case belle e quartieri green. Ne è nata una provocazione in forma narrativa che raccoglie alcune riflessioni sulle infanzie felici che ho negli ultimi anni condiviso con amici, amiche, madri, padri, maestre, artisti. Questo racconto si è anche nutrito della città dove vivo. A lei dedico l’immagine della trottola di un bambino che un tempo è stato felice.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La stanza del piccolo Hans

Lappuntamento, dunque, era qui, in un bel palazzo del700, davanti allo sfondo nitido delle Tower. Il cancello di ferro battuto lasciava vedere il portico a C, le piante di pitosforo e le rose di Persia. Questa era la sede del Puoi, Bellini vi era stato convocato una mattina sul presto.

Non cera andato da solo, mi aveva invitato ad andare con lui, ma non era stata una sua idea, come mi aveva onestamente rivelato, allUtility gli avevano chiesto di presentarsi con qualcuno dellutenza. Mi sembrava un poinfastidito dalla mia presenza, tanto che non parlava, mi camminava a fianco ma un pospostato in avanti.

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Avevo tentato di cambiare la postura tra di noi, raccontandogli quello che sapevo di loro e di una festa annuale che facevano sulle montagne di Varese, a ingresso molto selezionato. Volevo fargli capire che mi sentivo un poin imbarazzo ad andare nelle loro sede, e anche un polusingata. Lui a quel punto, mi aveva raccontato che non erano più quelli di una volta. «Sa, è una Fondazione che si è mantenuta per lungo tempo grazie alle donazioni delle grandi famiglie di questa città, ecco perché..». «Perché non mi hanno mai invitato, vuole dire?», lo bloccai. «No, signora, intendevo, che era un luogo davvero selettivo, pochi pochi. Adesso, invece quella parte di sostegno è decisamente calato, i grandi donatori sono quasi tutti morti e ogni funerale si trasforma in cifre di bilancio in meno da contare sulla provvisionale». Non ci capivo molto, ma ero contenta che per raccontarmi questo si fosse allineato a me, ma finita la frase, si rimise in avanti.

«E perché vogliono incontrarci?», non me lo aveva spiegato ancora bene. Si fermò e farfugliando: «Mi hanno parlato di una certa stanza, non so, la vogliono mostrare al pubblico, forse vogliono vedere che reazione in particolare può avere su una come lei, una mamma». E ridacchiò. Oggi Bellini non mi sembrava più lUomo del Futuro e ne ero delusa. 

Quando arrivammo al Palazzo, dopo aver osservato lingresso, ci venne incontro un signore con i capelli biondini, vestito di blu scuro. «Questo è Manti, questa è la Mamma, la signora Monica», disse Bellini. Mi aspettavo presentazioni più ufficiali e meno frettolose, ma non mi offesi perché vidi Manti fissarsi in un atteggiamento sussiegoso, mentre rigirava una grossa chiave di ottone. Sembrava avere fretta.

Una volta entrati, ci condusse lungo un corridoio che portava verso un ampio scalone, che girava a chiocciola. A quel punto arrivammo in un androne dove era riconoscibile una grande statua di Giasone con il suo vello doro, poi proseguimmo per un altro corridoio costeggiato da una serie di porte semiaperte di legno scuro intarsiato. Sintravvedevano lampadari a gocce pendere da soffitti stuccati.

Avevo indossato, senza pensarci, una gonna longuette di jersey a due strati, già messa altre volte, mi slanciava, ma solo in quel momento mi resi conto che mi costringeva a un movimento faticoso delle ginocchia. Mi sembrava di essere diventata una di quelle danzatrici di Pina Bausch, che camminano a fatica sul palco trasmettendo un pesante senso di colpa. Ma il senso di colpa non può essere il mio, pensai mentre provai a svincolarmi da quella sensazione alzando un po’ la gonna, sarà del posto. Ero presa da tutti questi pensieri, che non mi accorsi che eravamo arrivati.

«Ecco la stanza» ci disse Manti, aprendo l’unica porta a due ante con volta a ogiva, nascosta da un tendaggio pesante.

La prima immagine che mi arrivò fu quella di una Wunderkammer, ben tenuta, dai colori attenuati. Tutto era immobile e senza polvere, una piatta superficie intangibile e indefinita. Poi l’immagine si focalizzò. Vidi una trottola, una vaschetta con un po’ di sabbia, una bambola di stoffa con i vestiti di pizzo, vidi un pallone e un modellino di aereo, un cavalluccio di legno e una mongolfiera, un cuscino e una pallottola di stoffa mangiucchiata, una copertina lisa agli angoli, soldatini schierati in testuggine, alcuni raccolti davanti a un’ambulanza di latta della Croce Rossa. Allentai il foulard che avevo al collo. Era una stanza dei giochi, collezionati e disposti su mensole, scaffali, librerie, tutto a misura, e perfetto. Anche i colori riferivano questa attenzione dell’allestitore, non c’erano contrasti, i giocattoli sfumavano l’uno nell’altro, dando una visione di continuità.

Un omaggio, non c’era dubbio, all’infanzia, che mi sorprese e rallegrò anche. Poi mi girai verso Bellini, che adesso mi stava a fianco e gli vidi sulla faccia una smorfia di smarrimento. Mi toccò il braccio e me lo strinse con due piccole prese, lo interpretai che dovevo stare zitta, mentre Manti si era girato verso di noi con una rigidità definitiva, come a volersi rivelare per quello che in realtà era sempre stato all’interno di quell’Ente, l’umile maggiordomo.   

«Forse l’avrete capito, quella che vedete è una collezione di giocattoli storici, si parte più o meno dalla metà del ‘700 fino all’inizio della seconda guerra mondiale», cominciò con un ridicolo tono museale, «se vi avvicinate ai singoli oggetti potreste leggere il testo esplicativo, i giocattoli come noterete sono già allestiti da esposizione, il criterio seguito è cronologico; circa i reperti, noi del Puoi abbiamo deciso di non svelare molto, si tratta di donazioni, le cui origini rimangono storie inviolabili».

Io li avevo riconosciuti, non avevo dubbi. La trottola era quella del piccolo Hans, la copertina lisa quella di Maggy, la bambola era la Dolly 123 della Queen Vittoria, i soldatini di Cristopher Robin, la vaschetta con la sabbia quella di Marion: quei giocattoli erano i reperti della pedagogia moderna, le prove fisiche rimaste in vita centinaia di anni dopo la morte di quei bambini, conservate in questa cripta del mondo infantile.

Bellini adesso mi sembrava rapito, affascinato, e anche un poincredulo, non se laspettava questo. Io, rimasi zitta come richiesto e mi avvicinai ai giochi, lessi i riferimenti, le catalogazioni, capii che quello che vedevo era solo una parte di un tesoro nascosto più grande, e cominciai a sentirmi al centro di un girotondo di bambini e bambine, se fossi stata da sola, avrei allargato le braccia per sfiorarli mentre cantavano. Ero così assorta, quando Manti accennò a guidarci lungo la sala, parlava di esposizioni, visitatori, segreti. Bellini mi sussurrò: «Ostensione, unostensione».

«Come vedete è tutto in ordine, pulitissimo, alcuni giochi più delicati li abbiamo messi nelle teche. Euna stanza sempre chiusa, ci sono solo due collaboratori fissi e riservati che se ne occupano quotidianamente, nulla è mai trapelato di questa raccolta», ci spiegò Manti. «Come vi dicevo, il Puoi ha sempre pensato che avrebbe organizzato una grande mostra quando saranno esauriti i fitti calendari di visite delle altre collezioni di cui dispone, ma adesso ci rendiamo conto che questo potrebbe essere il momento giusto». Poi si girò verso Bellini, ebbi la sensazione che volessero tenersi qualcosa tra di loro. Io pensai si trattasse del Progetto degli Amici che volevano fare nel mio quartiere.

«Si, si senzaltro, potrebbe essere anche loccasione per fare un podi conti con secoli di pedagogia», aggiunse Bellini. «Sa, io sono un bieco materialista, le confesso che questa collezione minteressa molto, ma la vedo in chiave operativa, potrebbe essere loccasione per un redde rationem. Cioé, mi spiego, non è che potremmo attraverso questi giochi riflettere su come abbiamo trattato fino ad ora linfanzia?».

Manti mi sembrò spiazzato. In effetti Bellini era stato un potroppo esplicito, e poi ero io quella che doveva stare zitta.

Ci furono due turni di silenzio. Cioè, secondo quello che mi aveva insegnato a suo tempo la mia prof di Filosofia del Linguaggio, adesso sarebbe dovuto toccare a Manti e poi a Bellini. Ma ci furono due pause. Quindi adesso potevo parlare io, ma Bellini si tenne il servizio, come nel tie break. 

«Mi spiego ancora meglio, la mostra si può fare, tutto si può fare, lei, il Puoi ha ragione, ma messa così, così come lavete conservata, ho paura che possa sembrare, e mi scusi il termine diretto, una riesumazione. Cioè tutti questi giocattoli sbiaditi, va bene carichi di storia, rischiano dinfondere tristezza, infinita. Ha visto ad esempio il volto di questa mamma che abbiamo portato oggi?», e si girò verso di me. Adesso poteva essere il mio turno di parola, ma non fu così, io avevo la parte del pubblico emozionale, dovevo ascoltare, reagire con suoni, espressioni, applausi forse, ma non potevo parlare.   

«Cioè, possiamo farci qualcosa, non lo escludo», Bellini non si faceva strappare il servizio, «ma bisogna contestualizzarli, però. Vogliamo metterli vicino a delle opere famose? Dove magari vi compaiono, ad esempio. Epieno di quadri con interni di bambini che giocano, troveremo sicuramente delle trottole, delle bambole», Bellini però adesso stava improvvisando.

Manti non mi sembrò contento della proposta di Bellini. E sinserì.

«Questa collezione labbiamo tenuta nascosta perché è pregiatissima e importante. Se la mostriamo è perché ne vogliamo esaltare il valore per la nostra comunità in questo delicato momento di passaggio. Vorremmo, non glielo nasconderò, essere sicuri di guadagnare anche un podi liquidità da questa mostra, questo ci aiuterà senzaltro a finanziare il Progetto degli Amici».

«Ok, messaggio ricevuto», gli rispose Bellini, «sono contento che cominci a parlare fuori dalla solita compassata comunicazione istituzionale». Aveva un tono duro e io iniziai ad avere paura, non mi piaceva assistere alle discussioni. E Bellini mi stava deludendo, ma non era luomo tranquillo, sicuro di sé, lalfiere del futuro e della fiducia? Cosa gli era successo?

«Ho capito che più che Puoi dovreste chiamarvi Poi. Poi, sempre poi, ma adesso ci sono io a capo di questo progetto e voglio le cose fatte sul serio. Mi spiace». Bellini aveva sbroccato, ora mi era evidente, non cera stato niente di così ostile nelle parole di Manti, stava solo riferendo la loro posizione, mi sembrava legittimo. Avrei voluto uscissero da quella stanza, la stavano disturbando. Mi girai verso i capelli bouclé di una bambola e mi sembrò di vederli muoversi, una tendina di una piccola culla si gonfiò, e un carillon cominciò a suonare. Un refolo di vento era entrato nella stanza, ci invitava a uscire. Io guardai i due uomini e con il braccio indicai la porta, in silenzio, come si fa per non svegliare i bambini.

2021-04-07

Evento

Facebook Da oggi "La trottola di Hans" comincerà a farsi conoscere meglio. Partiremo con un classico delle presentazioni dei libri "in presenza", il reading. Per la prima tappa di questo viaggio ho chiesto l'aiuto di un'attrice, Cinzia Damassa, che è anche soprattutto mia amica. La storia della protagonista femminile parte da qui, da questo breve testo, poco più di tre minuti, letto da Cinzia. Non c'è making of come dicono i registi, il testo scorrerà come un ruscello dal fondo di ghiaia, lasciatevene infiltrare, sedetevi comodi e ascoltate. Si parte.

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Giusi Di Lauro
Giusi Di Lauro (Cremona 1970), di mestiere giornalista, si è laureata a Pavia in Filosofia, studi che non ha mai abbandonato. Vive da più di vent’anni a Milano. Questa è la sua prima prova di scrittura creativa.
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