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La verità su via Battisti

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Consegna prevista Giugno 2020

Aprile 2011. Matteo e Daniela sono in partenza. In Trentino li aspetta una nuova vita. Una casa da abitare, una lavoro da inventare e un figlio da crescere. Prima di lasciare Trescate, il loro paese d’origine, hanno deciso di organizzare una cena con i vicini di casa. Credono sia un gesto doveroso per salutare una volta per tutte il quartiere in cui hanno vissuto fino ad allora.
Il racconto di quei giorni, su cui aleggia un terribile mistero, sembra essere per Matteo l’occasione perfetta per chiudere con il passato e mettere finalmente ordine nella propria esistenza.
Forse, invece, è solo il pretesto per confidare a qualcuno la paura di diventare padre.
Di certo, è l’unico modo che ha per rivelare la verità su via Battisti.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perchè sentivo l’esigenza di entrare in una nuova fase della mia vita senza necessariamente rompere con quella precedente. È per questo motivo che nel libro si trovano molti riferimenti a persone, cose e passioni che vorrei portare con me nel prossimo futuro. Ma è solo una parte di verità. Più semplicemente, ho scritto questo libro perchè mia madre potesse essere fiera di me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

Per quello che ne so Trescate è stato per tempo immemore un insignificante e sconosciuto paese del nord Italia. Non ha dato i natali ad alcun personaggio famoso. Non è mai stato al centro di fatti di cronaca al punto da meritarsi i riflettori dei media. Nemmeno il Giro d’Italia è mai passato da qui. Per la precisione, lo ha sfiorato in diverse edizioni, ma non lo ha mai attraversato. A volte facendo dei percorsi assurdi, pur di evitarlo, quasi lo ripugnasse. Poi, un giorno, senza che nessuno lo avesse in nessun modo previsto, Trescate è stato travolto da un attimo di effimera celebrità, riscaldato da una fiammata improvvisa prima di rifuggire nuovamente la luce e tornare ad essere un agglomerato senz’anima di case e industrie che non è più città e non è ancora periferia. Perlopiù dai confini dubbi, impercettibili, testimoniati solo da una scritta bianca su sfondo marrone che ne riporta il nome nel dialetto locale. Ben riacc a Trescat. Benvenuti a Trescate. Come se qualche turista straniero l’avesse mai eletto a meta delle proprie vacanze estive. Come se qualcuno, magari, stesse aspettando l’arrivo di qualche amico o parente.
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Qui il tempo è scandito dalla scuola e dal lavoro, legittime occupazioni che costringono centinaia di corpi dalle sembianze umane ad abbandonare ogni mattina il proprio letto per raggiungere la città. Nella loro assenza il paese dorme un sonno catatonico. O, se preferite, vive passivamente l’attesa del loro ritorno, che avviene a scaglioni nel pomeriggio. Prima gli studenti con i loro zaini ricolmi di indolenza; qualche ora dopo, gli operai sfiancati bramosi di recuperare energie e gli impiegati brillanti nel fisico ma con la psiche distrutta da mille preoccupazioni. Infine i manager e gli imprenditori, gli incrollabili, i senza orario fisso, il compromesso sbagliato tra ambizione e responsabilità.
In paesi come Trescate lo status sociale a cui si appartiene corrisponde al flusso di traffico che si condivide. Le lunghe colonne di auto e corriere in entrata e uscita dal paese sono gli unici momenti di condivisione all’interno della comunità. Per il resto, le connessioni tra le persone sono ridotte al minimo. I rapporti di vicinato spesso un fastidio o un’occasione per sfogare la propria invidia o frustrazione. Nell’equilibrio algebrico di Trescate la somma degli interessi individuali non costituisce quello collettivo. Una volta non era così. O almeno è quello che si dice in giro. In questo marasma in cui imperversa l’autoreferenzialità, degli opinion leader di qualche anno fa, siano essi preti, dottori, maestri o calzolai, si sono perse le tracce. In un tempo relativamente breve nuove logiche di marketing venute chissà da dove hanno soverchiato la tradizione imperante impedendo di fatto a paese e parrocchia di rimanere due sinonimi. Tutto questo lo so perchè dalla mia nascita, esattamente trent’anni fa, ho sempre vissuto a Trescate. La prima bicicletta, l’oratorio, lo sport, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il matrimonio, la macchina, il lavoro serio. Non dovesse essere sufficiente come curriculum, anche in quella brevissima parentesi in cui Trescate sembrava essere il centro del mondo, io mi trovavo in prima fila. Insomma, percorso netto. O quasi. Perchè, senza nessun rimorso, tra qualche settimana lascerò il mio paese d’origine, prendendo le distanze da alcuni tra i parenti più stretti, dai ricordi più significativi e dalle esperienze che mi hanno portato ad essere quello che sono.
Sarà l’occasione per provare a lasciarmi alle spalle anche via Cesare Battisti. Ammetto ci sia voluto del tempo prima di riuscire a fare chiarezza sulla questione. E’ che a Trescate non ci sono le targhe come nelle grandi città. All’inizio della via non trovi scritto, che so, Alessandro Manzoni scrittore o Wolfgang Amadeus Mozart musicista. Ci trovi semplicemente Cesare Battisti. Così per molto tempo ho creduto di abitare in una via dedicata a un brigatista, perdipiù ancora in vita. Benchè lo trovassi strano, curioso quantomeno, non ho mai ritenuto di dover chiedere spiegazioni a qualcuno perchè adeguatamente affascinato dall’aspetto ribelle e illegale della situazione. Tanto più che non ero mica stato io a chiedere di intitolare quello straccio di strada a un criminale. Perchè di fatto è quello che è. Uno straccio di strada, intendo. Un ramo monco di via Cavour, sessanta metri scarsi di asfalto che si attorcigliano su stessi attraverso una rotonda dominata da un ulivo millenario. L’ennesimo fazzoletto agricolo brutalizzato dall’urbanizzazione selvaggia avvenuta nell’ultimo decennio. Argomento di discussione sempre valido per quella fronda di trescatesi fortemente nostalgica. Una di queste, mia madre, quando ha saputo che avevamo scelto via Battisti come nido d’amore, non ha perso l’occasione per ricordarmi che una volta al posto della nostra casa c’erano solo campi di granoturco e che, da piccola, ci andava spesso con le sue amiche a giocare. Roba che a me viene solo in mente Guccini tra la via Emilia e il west e non riesco più a pensare ad altro. Può sembrare un pensiero da poco, ma è sufficiente a farmi sentire complice di quel progresso fuori controllo che si sovrappone senza scrupoli alla cristallina genuinità del passato. Un passato che agli occhi di mia madre è pura spensieratezza, ma che per noi oggi è solo un insieme di proprietà da difendere e custodire. Una decina di immobili che si guardano in faccia, con la sensazione di non essere visti da nessun altro. Perchè in via Battisti non ci capiti per caso. O ci abiti, o sei venuto a trovare qualcuno che ci abita.
In quel tempo, lungi dal voler essere un incipit evangelico, io e Daniela, in via Battisti ci abitiamo. Al 10. Più precisamente, al primo piano di una villetta bi-familiare. Ingresso indipendente, riscaldamento autonomo, box, giardino e parabola. Un onesto standard middle class. Da quasi tre anni, dal giorno del nostro matrimonio, consumiamo la gomma delle nostre Birkenstock all’interno di queste mura. Ancora per poco. Tra qualche giorno infatti ci trasferiremo ad Arco, in Trentino. Ci sono treni che, è proprio il caso di dirlo, passano solo una volta nella vita. Non sappiamo di preciso dove ci porteranno e in che stazioni fermeranno. Sappiamo solo che non possiamo perderli.
In vista della nostra partenza, mia moglie ha avuto la geniale idea di organizzare una cena con tutto il quartiere. Potrebbe essere un bel modo per salutare quello spaccato di comunità che ci ha visto, non senza un certo disinteresse a dir la verità, diventare una famiglia. Potrebbe, certo. Forse, ad alcuni potrebbe sembrare un gesto doveroso. In fin dei conti, cosa sarà mai ?
Una cena. L’ultima, prima di incamminarsi verso una nuova vita.

MERCOLEDÌ

Questa sera Anna e Massimo hanno mangiato sotto il loro pergolato dando così ufficialmente il via alla stagione delle cene all’aperto. È stata Daniela a farmelo notare appena sono uscito dalla doccia. Senza riuscire a nascondere una buona manciata di rammarico e invidia dato che solitamente eravamo noi i primi nel quartiere a svegliare dal letargo gazebo e barbecue. Tormentato più da qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco che dalla perdita del primato, sono rimasto ad osservarli per diversi minuti. In accappatoio e ciabatte. Al momento, mi ero fatto distrarre dal fatto che entrambi, pur non avendo ospiti, vestivano elegantissimi. Per i miei standard, almeno. Ma credo anche per i vostri quando cenate tra le mura domestiche. Lui in completo gessato. Lei con un tailleur color pesca in tinta col tramonto di questa sera. Probabilmente, ho pensato, di ritorno dal lavoro, non avevano ancora avuto il tempo di cambiarsi. Ma, allora, chi aveva cucinato? Non mi risulta avessero mai avuto una filippina. Avete notato l’uso del verbo avere a sottolineare il concetto di proprietà riferito alla filippina? Vi disturba? Spero di sì. Comunque. Forse era sushi da asporto? Allora potevano fare con calma, mica si fredda il sushi. Quello che mi ha sorpreso più di ogni altra cosa è che, nella parentesi in cui sono rimasto a spiarli da dietro la finestra, e cioè tutto il tempo di cottura del risotto, non si sono mai rivolti la parola. Lei troppo impegnata a sorseggiare a più riprese un calice di bollicine che sembrava non finire mai. Lui troppo preso a riempire di parole il cellulare. Mi si perdoni una brevissima ma necessaria digressione. Magari non è la prima. Giusto per avvisarvi, di certo non sarà l’ultima. Credo che il tempo di cottura del risotto debba diventare unità di misura universale. Potrebbe misurare, appunto, il tempo che occorre per preparare una tavola per due persone, scegliere il vino giusto da abbinare, grattugiare il parmigiano, dare un’occhiata alla prima pagina di un quotidiano e annoiarsi comunque a morte. Sarei rimasto lì a fissarli in eterno, quindi più o meno tre volte il tempo di cottura del risotto, se Daniela non mi avesse avvisato che la cena era pronta. Solo in quel momento, ritornato in possesso della totalità dei sensi, mi sono reso conto di come la primavera avesse di nuovo fatto capolino nelle nostre vite. La brezza calda che aggira la finestra. Il profumo degli alberi in fiore. Coppie straordinariamente felici che mangiano all’aperto.
Ma soprattutto una patina di euforia dilagante capace di pervadere spazio, tempo e oggetti che fino al giorno prima trasmettevano un’indolente tristezza. Come gli scatoloni di cartone già pronti per il trasloco nell’angolo della sala. Il fasciatoio della nonna. Il passeggino pieghevole piegato. Inter-Schalke 04.

11 novembre 2019

Evento

Biblioteca Don Lorenzo Milani, Piazza Vittorio Emanuele II 23, Bonate Sopra
Nell'ambito della rassegna Scrittori del pianerottolo, lunedì 11 novembre alle ore 20:30 avrò il piacere di essere ospite della Biblioteca di Bonate Sopra. Sarà una splendida occasione per presentare il mio romanzo (e alcuni interessanti retroscena), parlare un po' di crowdfunding e, perchè no, disquisire sulla Verità davanti a un lauto buffet.
Vi aspetto numerosi!
22 ottobre 2019

Aggiornamento

Qualche commento da parte di chi il libro l'ha letto ... fino all'ultima pagina.
03 ottobre 2019

Aggiornamento

Nella notte ci siamo avvicinati a grandi passi al giro di boa. Avete pre-ordinato quasi 100 copie e non finirò mai di ringraziarvi per il supporto e la fiducia.
Per raggiungere le 200 copie ho avuto un'idea ieri mentre aiutavo nei compiti di matematica Tommaso, mio figlio, a cui, tra le altre cose, è dedicato il libro (il motivo ve lo spiegherò più avanti).
È molto semplice: se ognuno di voi convincesse anche soltanto un'altra persona a pre-ordinare una copia de La verità su via Battisti l'obiettivo sarebbe raggiunto in un attimo. Cosa dite? Dovrei essere più realista?. Ok, facciamo per domenica allora.

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Matteo Frigeni
Giunto alla soglia dei quarant’anni mi piace pensare di aver già vissuto diverse vite. In una di queste ricordo, tra gli altri, di aver conosciuto Papa Wojtyla, Cossiga e Bruno Vespa. In un’altra mi sono laureato in Economia dell’arte, della cultura e della comunicazione anche se non riesco ancora a spiegarmi il perchè. Nell’ultima (nel senso di più recente) ho fatto della mia passione per lo sport una professione, mi sono sposato e ho cresciuto tre (quasi) adorabili figli. Nel frattempo non ho mai perso il piacere di raccontare storie e organizzare cacce al tesoro e no, non ho mai pubblicato niente. Quello pensavo di farlo nella mia prossima vita.
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