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L'anima dei sassi

L'anima dei sassi
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Consegna prevista Aprile 2021
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Dopo ventitré anni Jacopo trova il coraggio di tornare nella sua città per affrontare la missione affidatagli dal padre in una lettera scritta poco prima di suicidarsi: rimettere al suo posto un pezzo di lonsdaleite, la pietra più dura al mondo, l’unica che non doveva essere liberata perché proveniente dalla Luna minore. Il mare è l’elemento catartico che consente la metamorfosi di Jacopo. Nuotando, prova a superare i suoi traumi e a combattere l’indolenza sprigionata dalla pietra, attraverso la quale forze oscure e in lotta tra loro (l’Agenzia e la Chiesa) dominano il mondo.
Anche Eriko, studentessa e fetish girl, è parte inconsapevole della missione di Jacopo: sarà lei a tentare di sciogliere uno ad uno i nodi che soffocano il pianeta. Ad aiutarla uno stravagante smanettone informatico che vive in un’ex caserma occupata. Tra connessioni sessuali, rivoluzionari mancati e obbedienza al sistema, la strana coppia dovrà riunire le due storie che fino alla fine del romanzo proseguono parallele.

Perché ho scritto questo libro?

Perché ho cominciato a raccontare le storie degli altri quando avevo sedici anni. Storie istantanee, che si esaurivano nei venti secondi di una notizia letta in radio in tv. Storie a termine, che si consumavano nelle centinaia di letture di un quotidiano al bar, da buttarsi la sera. Storie difficili, crude, da coltivarsi cinicamente nelle inchieste dei periodici. Per una vita ho interpretato le storie dettate da altri, ora avevo bisogno di ascoltare me stesso e raccontarmi una storia mia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

 Lonsdaleite

13 settembre 1985. 

La prima volta che ti ho spiegato, figlia mia, come vedere l’anima dei sassi è stato quando hai compiuto cinque anni. Scorgere l’anima dei sassi non è cosa da poco. Il suo involucro roccioso può nasconderla al mondo per migliaia di anni, occultandola nelle viscere delle montagne o nei fondali oceanici, dove si consuma lentamente, senza mai liberarsi. 

Liberare l’anima dalla sua prigione di pietra è un atto di devozione verso Madre Terra e verso i nostri figli, perché quando ciò avviene, per cause naturali o per mano di qualche liberatore, per un istante la magia dell’infinito torna a baluginare. Una volta privata del suo guscio che la teneva imprigionata, ma al sicuro, la si può vedere, la si può sentire. Crepita nell’aria mentre il sasso che si rompe lacera il velo fragile e impalpabile che custodisce l’energia della creazione. Una magia che non tutti possono vedere, perché non tutti quelli che spaccano un sasso ne liberano l’anima. Una bomba che disintegrasse milioni di pietre, ad esempio, pregiudicherebbe l’esistenza stessa del pianeta, rischiando di distruggerne l’Anima.

Devi sapere che tutto cominciò per gioco, durante le torride estati della mia infanzia, con i mesi trascorsi a saltellare su una falesia di arenaria, mentre il sole che mi asciugava gli anni e la salsedine che mi mordeva la pelle mi rendevano uomo. Ci arrampicavamo sulla scogliera fino a raggiungere la terra di mezzo: il punto dove l’arenaria lasciava spazio ai cespugli di mirto, al viola sgargiante dei fichi degli ottentotti che s’allungavano nel vuoto, scavato dal mare. Mille frammenti di scogliera aspettavano che noi ne liberassimo l’anima, circondati com’eravamo dal precipitare di altri sassi che arrivati a terra si spaccavano, rimbombando nelle calette. 

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Per rompere i sassi prescelti servono altre pietre, che vanno selezionate per bene, così come serve una base, piuttosto solida e stabile. La mia attività ancora non consapevole di liberatore delle anime dei sassi, si interruppe bruscamente in un giorno d’estate di tanti anni fa, quando da una roccia eruttiva che stavo rompendo schizzò via una scheggia di plagioclasio. La maledetta finì dritta nell’occhio del compagno acconto a me, ostinatamente chino sulla pietra di cui, a tutti i costi, voleva vedere da vicino, troppo da vicino, l’anima volar via. Il seguito fu solo panico e agitazione convulsa: sua madre e mia madre in preda alla costernazione, le grida di aiuto, il cicaleccio intenso dei bagnanti accorsi, petulanti e insieme attoniti (abituati com’erano agli scivoloni dagli scogli, alle cadute in mare e ahimè, anche ai voli giù dal ponte, tristemente preferito dai più coraggiosi tra i pavidi della vita). Nulla di ciò, tuttavia, nemmeno la sirena dell’ambulanza a folle velocità verso la città, servì a ridare la vista all’occhio ferito di Matteo. Questo significò per me estate finita, mare off limits e divieto assoluto di andare in giro a spaccare altri sassi: per anni non ho potuto né voluto affrancare altre anime.

Scoprire l’anima di un sasso, come detto, non è affare da ragazzi. 

Bisogna imparare a riconoscere le pietre e poi dotarsi di un sasso mastro in grado di spaccarle senza sbriciolarsi né minuzzarle troppo (perché pietre ridotte in frammenti piccolissimi avrebbero un’anima polverizzata ma non liberata, destinata a decomporsi, a trasformarsi in sabbia per rientrare nella prigionia del moto perpetuo dell’universo.

Poi c’è da scegliere il sasso giusto da spaccare tra le migliaia a disposizione, dai mille colori, dalle venature iridescenti, con la superficie compatta o porosa, tra le rocce intrusive o le ultrafemiche. Bisogna tener conto che ci sono pietre che pur avendo un aspetto amorfo celano un cuore dalle venature strabilianti, mentre altre, esternamente meglio definite, promettono tesori che poi deludono. 

Ma c’è anche tutto un mondo, mia cara Aurora, che va al di là delle conoscenze fisiche e chimiche: è un mondo fatto di alchimia e di tatto, della capacità di entrare in simbiosi con pietre dalla vita eterna. Pietre che forse nessuno di noi dovrebbe intaccare, perché scegliendo quella da spaccare ci si arroga l’esercizio di un diritto a noi estraneo: quello di prolungare l’esistente creando vita. 

Solo agli eletti, dunque, appartiene il mestiere di liberatori, e io non sono tra questi. Per me si è trattato solo di un hobby, di una pura e felice casualità in cui me la sono cavata egregiamente, almeno fino a quando, poche ore fa e senza volerlo, non ho compiuto un imperdonabile errore.

Ma prima lascia che ti ricordi che milioni di anni fa un corpo cosmico, grande quanto Marte e per lo più composto di grafite, colpì la Terra, scagliando nello spazio una tale quantità di materia da formare, dopo un coagulo lentissimo, due lune. Di queste, la seconda, più piccola di un terzo rispetto all’altra, risultò composta principalmente da lonsdaleite, il più duro in assoluto fra tutti i minerali conosciuti. Pensa che alcuni grossi frammenti di questo materiale finirono anche nelle profondità degli oceani.

Secondo un’ipotesi molto accreditata, avallata da scienziati di grido e dai leader dell’economia mondiale, la formazione delle due lune, entrambe in orbita intorno alla Terra, pare abbia richiesto milioni di anni. Nel frattempo però, provocando un’alterazione non indifferente dei moti delle maree sul pianeta, entrambe le lune migrarono, allontanandosi tra loro. Quest’effetto durò finché nel gioco delle forze gravitazionali il sole non fece sentire tutto il suo peso, rendendo instabile il punto di Lagrange, sul quale si trovava la luna più piccola. L’astro non si limitò soltanto a destabilizzare l’orbita comune alle due lune, ma ne provocò anche lo scontro: così la più piccola precipitò interamente sulla superficie nascosta della sorella maggiore. In questo modo si spiegherebbero sia la diversità morfologica delle due facce lunari a noi note – e la ricchezza di potassio, terre rare e fosforo nei grandi “mari” – sia il motivo per cui rispetto all’altra la crosta della faccia nascosta è più spessa di una cinquantina di chilometri.  

Perché ti ho raccontato questo? Senza dilungarmi ancora in dettagli tediosi, mi basta che tu sappia che la spiegazione appena fornita è falsa! Si tratta solo di una finta verità costruita per farci credere che sia normale il fatto che vediamo una sola luna. Non è così, le lune sono ancora due, e la luna più piccola attende di essere rimessa al suo posto.

Tra poco verranno a prendermi e per me non ci sarà più possibilità di salvezza, perché oggi, dopo tanti anni, sono tornato a liberare un’anima da un sasso. Anzi, a dire il vero non ho deciso proprio nulla. Loro hanno sfruttato le mie debolezze e insinuandosi nel mio subconscio hanno manipolato il mio super io per il loro piano. 

Mi hanno convinto a farlo perché solo io avrei potuto scovare la pietra più dura al mondo, liberarne l’anima e cancellare così la Seconda Luna. Io ho spezzato quel frammento di lonsdaleite lasciando che l’ossido e la rogna, la famosa patina del tempo, la trascuratezza e l’opportunismo, i ruffiani della risata, l’idea di dio, scandali e routine, miserie e miserabili, assenze transitorie e assenze irrecuperabili, invadessero il mondo. 

Presto arriveranno a prendermi, a prenderci! E se ruberanno la pietra sarà la fine per tutti. Perché l’anima di un sasso non può vagare in eterno. Una volta liberata possono trascorrere mesi, anni, millenni, ma prima o poi deve ritrovare una casa. Per questo, tra ventitré anni esatti, tu dovrai trovare tuo fratello Jacopo – che per difendervi ho allontanato da te. Dopo tanti anni di separazione, insieme potrete salvare questo mondo facendo tornare al suo posto la Seconda luna. Basterà che Jacopo rimetta la pietra là dove l’ho prelevata: 

«Da lì dentro, se chiudi gli occhi, puoi ancora udire le scimmie. Ma se mi uccidono metteranno fine alla saga e anche tu diventerai un altro dei tanti eroi dimenticati dalla gente».

2

 Tre fratelli

Difficile trattenere una smorfia incontrandoli per strada, mentre camminavano uno accanto all’altro, spesso in silenzio. Il più giovane dei fratelli si chiamava Alessandro, aveva lo sguardo smagrito e assonnato, ma deciso: camminava appena incurvato e silenzioso, dondolandosi a ogni suo passo, col pensiero sempre perso tra le infinite profondità delle emozioni umane, in lui suscitate dai coloratissimi bit musicali della goa trance: pensieri incollati come patelle all’amigdala e che gli richiedevano istanti per staccarsene e farlo tornare sulla terra, dove questioni pratiche, da lui ovviamente ritenute inutili, lo attendevano. 

«Allora?», gli chiese Diego, il mediano, dandogli di gomito e sapendo che di lì a poco avrebbe dovuto riformulare la domanda, già persa nel flusso di coscienza di suo fratello, novello Alessandro Leopoldo Bloom.

Diego, al contrario, era pragmatico o almeno voleva apparire così in alcune situazioni, per esempio quando si trovava insieme ai suoi fratelli. Camminando fianco a fianco agli altri due, metteva su lo sguardo stanco di chi si affanna dietro mille fatture, beghe burocratiche, responsabilità, tartassando il suo pensiero laterale, poco incline a stabilire rapporti di causa ed effetto e refrattario alle estenuanti danze binarie del condizionale.
      Pragmatico e indolente Diego, evasivo e divagante Alessandro. L’uno serio e formale, l’altro scanzonato e ribelle: logico e razionale il primo, etereo ed eversivo il secondo. I due, nell’aspetto simili come gocce d’acqua, (anche se uno dei due era più vecchio di nove anni), erano, almeno in apparenza, caratterialmente differenti. Sia Alessandro che Diego poi, avevano ben poco in comune con Francesco, il fratello maggiore: i tre formavano una sorta di triangolo aureo, ma buono giusto per un’altra congettura di Fibonacci.
      Francesco, ormai vicino ai cinquanta -l’unico ad avere lo sguardo ben aperto davanti a sé-, sfoggiava un sorriso beffardo dentro una barba che periodicamente attendeva, da almeno 36 ore, la dovuta rasatura. Adagiato nella sua improvvisata divisa grigio verde, senza ormai più alcuna possibilità né volontà di far carriera e funestato da dermatiti, cortisonici, donne e atavica paura della solitudine, Francesco avanzava con passo lento e pesante, anticipato da una bierbauch segnata da infinite sbronze hard rock, trascinandosi dietro anche una reliquia di carlino cieco e zoppicante. Ogni giorno sembrava gridare ai quattro venti: «Che me ne frega del mondo?». 

Il primo segmento del puzzle Francesco lo aveva trovato una domenica mattina di settembre, anno 2008, in uno di quei giorni in cui l’alba s’era crogiolata più del dovuto sotto la coltre delle stelle. Nuvoloni neri s’indovinavano nel cielo plumbeo, incombendo nello spicchio di mare a ridosso della città, dove si attendeva lo sbarco del pescato, già comprato all’asta la sera precedente, direttamente a bordo dei pescherecci. Il caldo umido degli ultimi giorni di agosto opprimeva ancora il respiro e l’aria, stracarica di salsedine dopo la lunga mareggiata, impregnava i vestiti e la pelle, prolungando il disagio di una estate interminabile e afosa.

Francesco, ufficiale della Guardia di Finanza di turno nella caserma prospicente la vecchia darsena, in perlustrazione aveva notato qualcosa che galleggiava. A prima vista, dalla banchina, capì subito che non si trattava della solita spazzatura a pelo d’acqua, né di materiale per la pesca perso da chissà chi, e meno che mai dell’opprimente plastica. Era pur vero che la normativa imponeva ai pescatori di rigettare in mare qualsiasi oggetto non commestibile impigliato nelle reti, ma questa volta gli occhi di Francesco capirono subito che ben altro stava affiorando a pochi metri da lui. Saltò sulla motovedetta ormeggiata lì davanti e una volta a prua distinse chiaramente l’origine del bagliore che lo aveva colpito: proveniva da un orologio che racchiudeva un polso, che capeggiava un braccio, che a sua volta terminava in una sottile macchia biancastra dai contorni indefiniti, prima del collo. Più in basso, ecco le sagome dei piedi. Via telefono diede subito l’allarme alla centrale operativa, poi tornò a concentrarsi per un istante sul corpo in acqua, per capire se fosse ancora vivo.

Per quel corpo semisommerso, però, non c’era stato nulla da fare. Il cadavere apparteneva a un prete, visto che la macchia biancastra non era altro che il suo colletto, mentre la tunica nera affiorava placida come una manta. La pancia dello sventurato era già gonfia; più in alto, la bocca semiaperta solo da un lato, conferiva al viso un ghigno pauroso, che stonava con l’apparente compostezza del resto. Le braccia allargate e lunghe avevano ricordato a Francesco quelle gonfiabili e mosse dal vento dei pagliacci in bella mostra agli ingressi delle fiere di paese.  

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Diego Barsotti
Sono nato a Livorno nel 1976. A 16 anni ho cominciato a scrivere articoli, realizzare interviste e inchieste. E non ho più smesso: ho lavorato per quotidiani locali e nazionali, radio, televisioni, portali web, periodici. Sono diventato giornalista professionista nel 1999, a 23 anni. Mentre lavoravo, i treni per raggiungere le varie redazioni diventavano l'aula in cui studiare e preparare gli esami universitari. La laurea in lettere è del 2009, con quella che probabilmente è stata la prima tesi su Saviano: "Da Leonia a Gomorra, la forza agente della letteratura". Nel 2006 ho fondato greenreport, il primo quotidiano per un'economia ecologica, che ho diretto fino al 2012. In quell'anno sono stato chiamato da Revet, azienda leader nel riciclo delle raccolte differenziate, per gestirne la comunicazione.
Qualche anno fa, ho finalmente cominciato a scrivere anche per me.
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