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"Laylat al-Qadr" La Notte del Destino

"Laylat al-Qadr" La Notte del Destino
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Consegna prevista Giugno 2021
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Sei ragazzi amanti dell’avventura, un professore di storia medievale che da anni ricerca inutilmente la causa del misterioso assassinio di Ibrahim Pascià, Gran Visir di Solimano il Magnifico, e uno strano personaggio relegato nelle viscere del Monte di Portofino sono i protagonisti di un thriller mozzafiato. 

Verrà affidata ai ragazzi una pericolosa missione nel mondo parallelo, un’evasione spazio-temporale che li condurrà nella Istanbul del 1536. La loro missione dovrà concludersi prima del canto del muezzin che annuncia la “La Notte del Destino Laylat al-Qadr”, notte benedetta del mese di Ramadan. 

Lì, tra i libri sapienziali degli antichi maghi orientali, custoditi nella Torre di Galata, essi conosceranno il motivo dell’uccisione di Ibrahim Pascià, l’esecutore materiale e il mandante dell’omicidio. 

 Ma come renderne partecipe il professore di storia medievale che non accetta nulla che non sia prova certa? Il caso, o forse il destino, interverrà in loro aiuto. 

Perché ho scritto questo libro?

Amo la natura, la storia e la letteratura per ragazzi, che ritengo importante per la formazione culturale ed emozionale dei giovani. Perciò ho ambientato il thriller “Laylat al-Qadr” La Notte del Destino, nell’attualità suggestiva del parco marino e del monte di Portofino, e nella storia, nella Istanbul di Solimano il Magnifico, in un anno fitto di intrighi e di misteri, il 1536. Una storia poco nota, ma interessante e utile per comprendere meglio la situazione attuale dei popoli mediterranei.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAP. I – IL PROFESSORE DI STORIA MEDIEVALE

Nicky si stiracchiò, si alzò dal materassino di gommapiuma su cui si era disteso per assaporare quel poco di frescura, prodotta dall’ombra proiettata dalla casa di fronte che gli toglieva la vista del mare.

“Finalmente in vacanza. Basta scuola, basta professori, basta sgridate!” pensò e dalle labbra gli uscì un respiro liberatorio. 

Si sporse pericolosamente dalla ringhiera del balcone. Aveva qualcosa di felino nei suoi gesti. Da lì riusciva a intravedere tra gli aghi del pino marittimo, che frantumavano in mille schegge luminose i raggi del sole, il bordo della piscina condominiale. Giorgia si stava rosolando al sole, più in là, a ridosso del muro a secco, che separava la piscina dalla stradicciola a gradoni che si inerpicava fino a Ruta, Kiki leggeva. Con Giorgia e Kiki erano grandi amici da che avevano memoria. Avevano condiviso gli stessi giochi, la stessa scuola, furibondi litigi, tante sgridate. Niente di romantico, ovviamente: a lui di femmine bastavano quelle che aveva in famiglia. Ce n’era anche d’avanzo.

Sul terrazzino della casa di fronte il professor Geo Pestelli stava poggiando sul tavolino di vimini alcuni libri.

“Capacissimo di leggerseli tutti” inorridì il ragazzo. 

Per Nicky la lettura, e anche lo studio, non erano dei veri lavori, si potevano considerare degli ammazza tempo, e lui il tempo lo sapeva ammazzare in modo assai più divertente. 

Continua a leggere

Continua a leggere

Il professore gli faceva pena, studiava sempre. 

“Non si deve studiare troppo, si va fuori di melone!” avrebbe voluto dirgli. Ma non aveva mai osato, temeva di ferirlo. In fondo si era affezionato a quel vecchio strampalato che, a forza di studiare, non riusciva più a distinguere un’acciuga da una sarda.

Tentò di distrarlo. Si appoggiò coi gomiti alla ringhiera e gridò.

– Professore… lo sa che la squadra di pallanuoto ha vinto?

Geo Pestelli sorrise e accennò un applauso. Non era un appassionato di sport e non aveva mai assistito a una partita di pallanuoto ma, conoscendo la passione di Nicky per quello sport, non volle deluderlo.

– Vuole che le vada a comprare il giornale? Tuttosport?

Il professore rifiutò l’offerta con un cenno della mano.

– Tuttosport è la bibbia dello sportivo, professore!

Il professore non parve granché convinto dal biblico accostamento, né particolarmente intenzionato a continuare la conversazione. 

Un pensiero lo arrovellava da tempo: una pergamena trovata per caso nell’archivio di Genova, il cui significato continuava a essere misterioso. 

Chinò il capo soprappensiero. 

Nicky aveva voglia di parlare. 

– Oggi arriva Alberto. 

– Bene, così sentiremo un po’ di buona musica.

– Buona musica? Diciamo pure due orecchie a palla – rilanciò il ragazzo con una risata che mise di buon umore il professore.

– È bravo! È musica classica.

– Ci sarà da stramazzare per la noia! Alberto riesce a esercitarsi col violino tutti i giorni –  commentò il ragazzo, appoggiando il mento sul palmo della mano.

– È così che si deve fare. Ci vuole impegno e anche applicazione, lunghissimi.

– Eh, eh – Nicky agitò le mani in un gesto eloquente – Alberto è un amico, professore…

Non aggiunse “E degli amici, si sa, si accettano anche certe stravaganze”. Era sottinteso.

Il professore capì al volo l’allusione e non seppe trattenere una risata, presto interrotta da un colpo di tosse.

– Ancora la bronchite? – si preoccupò Nicky.

– No, no, va meglio, grazie.

Il ragazzo troncò bruscamente la conversazione. Sorpreso, Geo Pestelli si volse e lo vide cercare affannosamente qualcosa sul balcone. 

Sul balcone, in piedi accanto a lui, c’era la mamma con espressione accigliata. 

– Aria di tragedia! – osservò divertito e scosse il capo in un gesto che gli era abituale – Nicky ne avrà combinata una delle sue. Per quanto faccia, non riesce proprio a stare lontano dai guai.

Aprì un libro e finse di tuffarsi nella lettura. Non voleva essere coinvolto. Probabilmente la mamma aveva ragione, ma a lui Nicky era simpatico.  

Quel ragazzo e i suoi amici lo divertivano. Certo, quando c’erano loro c’era qualche albicocca in meno sulla pianta della signora Portella: Nicky si sapeva arrampicare sugli alberi con l’agilità di un gatto. Ma erano ragazzate. E vedere la signora Portella infuriata era uno spasso. Anche per lui. 

Forse qualche vaffa… di troppo, però quel linguaggio era efficace, diretto, e a volte lo avrebbe usato volentieri anche lui, invece di attorcigliarsi in espressioni tortuose, per dire, alla fin fine, la stessa cosa. Gli capitava spesso di fingersi assopito per ascoltare i loro discorsi. Avevano anche un nome di battaglia: “Gli invincibili 6”. Sorrise divertito. Le loro speranze, i loro sogni lo intenerivano. Quanti ne avrebbero realizzati nella vita? Forse uno, o nessuno. 

Eppure nella vita occorre avere un sogno da inseguire, lo sapeva bene lui che, ormai prossimo alla pensione, non aveva ancora abbandonato la speranza di trovare tra le carte di qualche archivio un documento che gli svelasse la soluzione di un caso che lo appassionava.

Una morte misteriosa avvenuta quasi cinquecento anni prima: la morte del Gran Visir Ibrahim Pascià. Una morte violenta accaduta in una notte speciale, “La Notte del Destino – Lailat al-Qadr”, la notte nella quale il Profeta Maometto ricevette per la prima volta il messaggio divino. In quella notte del mese di Ramadan, allora come oggi, è tradizione vegliare in preghiera e leggere il Corano. 

Invece in quella notte un assassino senza volto aveva posto fine alla vita del più potente collaboratore di Solimano il Magnifico.

Guardò in piscina, vide Kiki, all’ombra del muro a secco, assorta nella lettura di un libro. Lui a quei ragazzi non invidiava la giovinezza, ma la spontaneità e la schiettezza: discutevano difendendo i loro punti di vista, si infervoravano fin quasi ad azzuffarsi, ma subito dopo erano pronti a sostenersi, ad aiutarsi nella difficoltà, a mantenere i segreti. Erano amici. 

– Oggi c’è solo diffidenza, sospetto, timore reciproco. L’amicizia è una merce rara in questo mondo di caimani. 

La sua era una considerazione, oltre che una inevitabile constatazione. Lui non aveva amici.

Forse per questo motivo, qualche tempo addietro, sebbene fosse così parco di confidenze, aveva raccontato a Nicky di quel misterioso delitto e della strana pergamena. E non si era pentito. Anzi il ragazzo aveva tentato, a suo modo, di aiutarlo.

– Vede qui, – gli aveva detto indicando la pergamena – non è rovinata, è tagliata con quei coltellini piccoli, sa… – si era interrotto per un attimo, incerto, poi aveva ripreso – Qualcuno ha l’altra parte. È come un incastro. 

Lui non aveva notato quel taglio particolare. Aveva guardato il ragazzo, esterrefatto. Nicky era visibilmente soddisfatto.

– Allora il taglio potrebbe essere voluto?

– Sono sicurissimo, è voluto!… Secondo me c’è qualcosa di strano – e continuò, mettendo sotto il naso del professore il documento – Senta, professore, l’odore di questa pergamena.

Lui l’aveva annusata. Era odore di vecchio, di chiuso, di stantio. L’odore a cui le sue narici erano assuefatte per i lunghi anni passati negli archivi di mezzo mondo.

 – No, no, questa è una puzza particolare. È sicuro, professore, che non ci sia un maleficio? Ho visto un documentario sulla stregoneria…

– No, la stregoneria no – l’aveva interrotto ridendo – Prendi nel frigo un gelato, te lo meriti. 

Il ragazzo non se lo era fatto ripetere. Aveva scelto un ricoperto e, fingendo di concentrarsi sul gelato, lo aveva guardato da sotto in su con un’aria di vago compatimento.

Il professore sorrise nel ricordare l’espressione di Nicky.

“Deve giudicarmi un gran testardo – pensò divertito – a convincermi che la magia esiste ci proverà ancora. Nicky non molla facilmente.”

CAP. II – UNA BRONCHITE PROVVIDENZIALE 

– Nicolò, stai leggendo? – La voce della mamma lo fece sobbalzare. Lo aveva chiamato col suo nome per intero… non era un buon segno.

Si era affacciata dalla portafinestra del balcone. Era accigliata.

– Dov’è il libro?

– Il libro?! … Ah.

Nicky rimase per qualche istante con la bocca semiaperta, in un atteggiamento tra il sorpreso e l’incredulo. Ma dove era finito il libro che avrebbe dovuto leggere? Lo cercò affannosamente, si chinò istintivamente più del necessario, quasi per sottrarsi allo sguardo inquisitore della mamma. Lo trovò malconcio sotto il materassino di gommapiuma.

– Eccolo!

Ne sventolò le pagine spiegazzate tentando un sorriso accattivante. Gli occhi della mamma erano freddi come l’acciaio. 

– Siamo intesi? 

La mamma non aggiunse altro, il resto era sottinteso. Si girò di scatto e rientrò in casa. 

– Intesi di che? – masticò amaro tra i denti Nicky – Siamo in vacanza… neppure in vacanza mi lasciano in pace. 

E nel “mi lasciano” erano incluse le sorelle maggiori. Due rompiscatole.

Prese in mano il libro, con riluttanza. L’aveva scelto perché sulla copertina c’era un magnifico veliero assalito da pirati armati di scimitarre incredibilmente lunghe, che riflettevano bagliori di fuoco. Solo dopo si era accorto che il riassunto, sul retro della copertina, era troppo breve. Non sarebbe riuscito a far credere alla mamma che aveva letto il libro, se le avesse ripetuto soltanto quelle poche parole.  

Aprì una pagina a caso e lesse:

– Cento cammelli battriani erano giunti nel caravanserraglio di Istanbul. Erano carichi di sete. Erano partiti da Dunhang, un’oasi sperduta tra la Mongolia e il Tibet, la tappa iniziale della Via della seta, l’antica strada carovaniera percorsa da avventurieri, monaci e pellegrini. Erano passati per Kashgar, il più grande mercato dell’Asia centrale, e nelle valli dell’Himalaya dove ancora si racconta di un mitico luogo, Shangri-là, dove non esistevano l’odio, l’invidia, la maldicenza, l’avidità, l’avarizia, l’ira. Avevano attraversato le terre dei Cafiri dagli occhi azzurri e dei nomadi Kirghisi che cacciano con le aquile.

Chiuse il libro, lasciandovi l’indice come segnalibro. 

– È proprio vero, la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo! – rifletté scoraggiato appoggiandosi al muro. – Non so che cosa sono i cammelli battriani, non so dove sono Dunhang, la Mongolia, il Tibet e Kashgar. Chi diavolo saranno mai i Cafiri e i Kirghisi? E il mito di Shangri-là chi l’ha mai sentito?… Che cos’era? Il paradiso terrestre? Per capire quattro righe ci vogliono quattro giorni. Che schifo di libri scrivono?!

La bocca gli si piegò in una smorfia di disgusto. Si sforzò di proseguire la lettura.

– Gli antichi percorsi carovanieri… 

Si interruppe. 

La parola percorsi, inspiegabilmente, gli ricordò il foglio malconcio che aveva trovato ai bunker sul Monte di Portofino e che custodiva gelosamente nella tasca dei pantaloni. Lo estrasse con cura, lo rigirò tra le mani. Il foglio era sgualcito, ma leggibile.

– Questa sì che è una mappa! 

Per una bizzarra analogia, si ricordò della pergamena bruciacchiata del professore. 

– Mi piacerebbe aiutarlo a risolvere quel mistero! 

Lo cercò con lo sguardo. Il professore era immerso nella lettura.

Nicky si concentrò sulla mappa. La maneggiò con religiosa cura, poi la piegò accuratamente e la sistemò di nuovo in tasca. Si sforzò di riprendere la lettura.

Il rumore metallico del portoncino d’ingresso del palazzo che si chiudeva parve sfregiare la cappa ovattata della calura. 

Guardò la figuretta svelta che si stava allontanando.

– La mamma è uscita. Finalmente solo!

Gli uscì un respiro di sollievo. Allontanò il libro col palmo della mano, facendo in modo che si inserisse sotto il materassino di gommapiuma, per toglierselo dalla vista, e con imperturbabile certezza convenne tra sé:

– Il libro può attendere. 

E si dispose ad assaporare quei momenti di quiete, rari per la verità, che riusciva a godere solo quando aveva la casa tutta per sé.

Un accesso di tosse convulsa scosse il professor Pestelli che si alzò di scatto e rientrò in casa. 

Nicky lo guardò preoccupato. E pensare che gli inizi della loro conoscenza erano stati, a dir poco, burrascosi!

Il professor Pestelli si era trasferito da qualche anno a Camogli in una casa piena di libri.

Abitava proprio sopra l’appartamento che Alberto e Filippo, i suoi grandi amici, utilizzavano per le vacanze. Lì trascorreva gran parte del suo tempo, quando non era impegnato all’Università di Genova. Insegnava Storia Medievale e in paese si diceva fosse famoso per i suoi studi sulla Repubblica di Genova. 

Nella bella stagione il professore era solito sedersi sul terrazzino affacciato alla piscina. Gli era compagno inseparabile un libro e questa era la prova certa – così riteneva Nicky allora – che il professore non avesse altro a cui pensare. 

Non avendo altro a cui pensare, era ovvio che il professore si interessasse spesso dei fatti altrui. La cosa non lo aveva disturbato granché finché il professore si era limitato ad impicciarsi dei fatti degli altri ragazzi. Anzi, vedere qualche compagno costretto allo studio dalla mamma su consiglio del professore lo aveva divertito, aveva provato quel piacere sottile di chi si sente una spanna superiore agli altri e si può permettere il sorrisetto e la battuta sarcastica. 

La situazione degenerò quando il professore decise di interessarsi proprio dei fatti suoi, di Nicky Picasso per intenderci. Il solo pensarci, anche se ormai erano passati mesi, lo rendeva ancora ansioso.

Verso aprile la mamma era entrata in casa e posando la borsa della spesa aveva detto, rivolgendosi alle due figlie maggiori: 

– Il professore è così gentile! Si è offerto di dare ripetizioni gratis a Nicky. 

La mamma non aveva neppure preso in considerazione il fatto che anche lui era presente ed era solo lui il diretto interessato.

L’idea delle lezioni private, per di più gratuite, lo aveva fatto piombare nella più nera disperazione. 

Fu provvidenziale una bronchite che costrinse a letto il professore. Nicky ne fu così contento che tutti i giorni passava a sentire come procedeva il decorso della malattia. Si offrì più volte di fare la spesa o di andare alla posta a ritirare pacchi di libri. Intanto incominciò a raccontargli del borgo, dei pescatori e dei pesci, di ami ed esche di cui il professore capiva veramente poco. E il professore gli raccontò di corsari e pirati, delle torri saracene, di incendi e saccheggi che avevano subito i borghi rivieraschi. Nicky ne era affascinato, si immedesimava talmente nei racconti da sentire l’odore di salmastro ferirgli le narici.

Il professore giunse anche a confidargli un suo segreto desiderio: risolvere un caso di omicidio avvenuto nel 1500. Un assassinio di cui non si conosceva il mandante, l’esecutore materiale e tantomeno il vero motivo che aveva armato la mano omicida. 

Nicky ne fu onorato. 

Gli aveva fatto vedere anche ciò che restava di una pergamena antica che – così riteneva il professore – riportava notizie sul delitto. Era tutta bruciacchiata, ma si distinguevano misteriose lettere dell’alfabeto. Quella pergamena, secondo Nicky, era stata tagliata, l’aveva detto al professore. Da qualche parte doveva esserci l’altro pezzo. Il professore l’aveva guardato con ammirazione. Con un brivido si ricordò che stava per aggiungere “tagliata con quei coltellini affilati che servono anche per raccogliere le patelle sugli scogli”. Fortunatamente si era bloccato in tempo: avrebbe dovuto poi spiegargli che cosa sono le patelle. Meglio di no. 

Una notte se l’era pure sognata la pergamena. 

Lui si trovava in un laboratorio. Una sorta di stregone, con un mantello nero bordato di giallo, stava distillando in un alambicco uno liquido verdognolo. Nell’aria c’era un forte puzzo di zolfo.  Accanto ad un braciere, sistemato in mezzo alla sala, c’era una grossa salamandra a macchie nere e gialle. Stava immobile, pareva volesse riscaldarsi. Con lui c’erano anche Alberto, Federico, Kiki, Giorgia e Filippo: i suoi amici. 

Nel sogno la salamandra si era rivolta a loro dicendo:

– Dovrete camminare in mezzo al fuoco, ma non vi brucerete.

E di fuoco ce n’era, e tanto, in quello stanzone! 

Che incubo! Si era svegliato di soprassalto, madido di sudore. 

Lui non credeva che i sogni fossero premonitori del futuro destino, ma quella salamandra così grossa e le sue parole lo avevano talmente turbato, che non se l’era sentita di raccontare quella strana visione agli amici. L’aveva interpretata come un segno di malaugurio.

Cercò con gli occhi il professore. Era immerso nella lettura. 

Convenne tra sé che il professore era la persona più gentile che avesse mai incontrato. Quando lui gli aveva fatto notare lo strano taglio della pergamena, per ringraziarlo gli aveva offerto immediatamente un gelato. Era solo un po’ testardo – questo sì – ad esempio si era ficcato intesta che la magia non esiste. Ma la cosa non lo preoccupava granché: i grandi sono convinti di avere la verità in tasca solo perché sono più grandi. A convincere il professore che la magia esiste ci avrebbe provato un’altra volta.

Sentì di nuovo un colpo di tosse. Chi mai avrebbe potuto immaginare che quella bronchite, che qualche mese prima aveva ritenuto provvidenziale, ora lo preoccupasse! Doveva ammetterlo, si era affezionato a lui.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Leggendo questo libro, avvertivo il bisogno di prestare particolare attenzione ad ogni parola per gustare appieno il piacere della lettura e riuscire ad entrare nella atmosfera creata magistralmente dall’autrice e a sentirmi coinvolto nelle simpatiche avventure, ambientate in luoghi a me molto cari, dei simpatici ragazzi protagonisti del racconto.

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Giovanna Scovazzi
Mi sono laureata in Lettere moderne all’Università di Genova e ho insegnato prima nella Scuola Media, poi nei Licei. Ho scritto alcuni libri per l’infanzia, che sono stati presentati al Salone del libro di Torino. Ho collaborato, in qualità di paroliera, al progetto "Crescendo... in musica" a cui hanno aderito scuole dell'infanzia e primaria.
Ho ideato e curato progetti di giochi da tavolo per l’infanzia sull'educazione alla salute e all’ambiente.
Ho fatto parte di commissioni esaminatrici di premi letterari rivolti alla scuola primaria.
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