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Le avventure di Delio e Giumatto

Le avventure di Delio e Giumatto

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Consegna prevista Marzo 2022
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Delio è un ragazzo di undici anni, orfano. Vive da sempre in un collegio, la “Casa Famiglia”, diretto da Ersilio, un direttore pieno di manie e con una visuale pedagogica un po’ all’antica. Stanco di subire ogni giorno la perdita di amici che, una volta adottati, se ne vanno via per sempre, e triste per la sua condizione di orfano “terribile” che nessuno sceglie, nel corso di uno dei giorni in cui sconta una punizione, decide di costruirsi un babbo, cui dà nome Giumatto. Ma un babbo senza un lavoro non può occuparsi di un figlio, almeno nella visione del direttore, e così i due sono costretti a separarsi. Da quel momento, comincia il racconto delle avventure di Giumatto nel mondo, che si intreccerà con le vicissitudini di Delio, rimasto nella Casa Famiglia ad aspettarlo. A Giumatto accadrà di tutto, nel mondo poco amichevole in cui viene a trovarsi…ma anche Delio alla fine avrà molto da raccontare.

Perché ho scritto questo libro?

Le avventure di Delio e Giumatto è libro nato in tempo di confino pandemico dal bisogno di scrivere una storia dove tutto potesse darsi il permesso di accadere. C’è dietro un folle bisogno di libertà. Ne è venuta una storia (il ribaltamento delle Avventure di Pinocchio) che, oltre a molte figure in primo piano e di contorno, ha due protagonisti: Delio, un orfano che un bel giorno decide di farsi un babbo, e Giumatto, il suo babbo pupazzo, costruito con il materiale di scarto di una sartoria.

ANTEPRIMA NON EDITATA

E la sua, di mamma? Sulla sua mamma Delio ne aveva sentite tante, ma tante. Era stata un cavolo, e lui cresciuto all’ombra delle sue larghe foglie. Una cicogna che, stanca di volare, lo aveva depositato a ridosso di un comignolo. La spuma bianca di un’onda che, dissolvendosi, lo aveva generato dal mare. Un baco da seta che si era fatto prima pupa, poi farfalla e infine bambino. Ma in verità, Delio ricordava bene alcuni momenti trascorsi con la sua mamma. Ne aveva ricordi nitidi, adamantini, anche se, geloso di essi, non ne aveva mai fatto parola.

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Aveva lasciato credere di credere nelle favole che gli raccontavano. Aveva preferito tenere per sé quelle immagini esatte, colorate, custodendole nella memoria come ritagli, perché pensava che, una volta parole, racconto dopo racconto si sarebbero sciupate come capita alle fotografie esposte all’aria. Strinse forte le sbarre. Avrebbe voluto possedere la forza di piegarle. Diede uno strattone alla grata, come per strapparla dal muro. Sentì una goccia cadergli sul braccio. Guardò il soffitto. Asciutto. Un’altra goccia tiepida sulla mano. Una lacrima. Avvicinò le dita alle labbra che tremavano, le sfiorò con i denti. La mamma lo abbracciò. “Lascia stare le unghie” si raccomandò. Un pianto silenzioso lo attraversò, lo svuotò, lo lavò. Dopo il pianto e gli ultimi singhiozzi si sentì leggero, forte. La mamma sparì pian piano nel buio della mente. Delio ebbe tutto finalmente chiaro. Una soffiata di naso e si mosse. Percorse in lungo e in largo lo stanzone, raccattando tutto ciò che gli capitava a tiro, e quando ebbe depositato il primo mucchio di roba, fece un altro giro e poi un altro ancora, sicché alla fine, sul tavolo più lungo della sartoria, arrivò a alzare una montagna fatta di frammenti di vestiti, scarti di lavorazione, lembi di abiti, stracci, ritagli, e tanto altro che dirne ancora verrebbe a noia.

Visto che nessuno mi vuole, disse quando riprese fiato, allora un babbo me lo faccio da me!

E detto fatto, si mise all’opera. Un bianco manichino, il più alto che riuscì a trovare, fu la base di partenza. Per prolungarne gli arti monchi e dotarlo di un’armatura, deformò e rimodellò a mo’ di ossa le grucce di ferro trovate negli armadi, e con queste bucò il corpo dell’omino alle giuste altezze perché si formasse qualcosa di simile a uno scheletro. Fissò il tutto con generose colate di mastice e guardò compiaciuto la prima parte dell’opera. Avvolse poi di stracci il fil di ferro e l’intero corpo del manichino, ad eccezione della testa e del volto, fino a creare una uniforme superficie di tessuti. Per vestirlo, trovò larghi mutandoni a pois, un paio di pantaloni bucherellati e rattoppati, una canottiera blu, una giacca di pelle color amaranto. Per i piedi, due babbucce di stoffa, senza tacco e con cerniera. Per la testa, una berretta aderente, azzurra. Non sapendo come fare i capelli, li saltò. Un babbo pelato sarebbe andato bene lo stesso. Imbottì una federa con piume d’oca, la infilò sotto la canottiera e quel cuscino diventò un morbido pancione. Sotto la giacca e i pantaloni, con spugne e groppi di tessuto, formò vistosi rigonfiamenti, muscoli da eroe. Con un paio di guanti in gomma, gonfiati d’aria, fece le mani. Per finire, nella convinzione che il suo babbo avrebbe dovuto assomigliargli almeno un po’ e ripensando agli autoritratti che, a centinaia, senza che ne avesse alcuna voglia, le sue insegnanti gli avevano imposto di fare nelle interminabili giornate a scuola, tratteggiò le sopracciglia, facendole spesse come limacce, disegnò gli occhi, due mandorle sotto palpebre cadenti, fece il naso a pera, con una punta smussata e una fossetta al centro. Il sorriso gli venne sghembo. Avrebbe potuto cancellarlo e rifarlo, niente di più semplice, ma quella bocca gli risultò simpatica, e decise di lasciarla storta. Aggiunse alcune rughe sotto gli occhi e una folta, nerissima barba. Fine. Delio ammirò ancora una volta con soddisfazione quanto aveva fatto, ed ecco, pensò che era cosa davvero molto buona. Aveva modellato il fantoccio a immagine e somiglianza del babbo che avrebbe voluto sempre avere, un babbo forte, grosso, barbuto, pancione. Delio non riuscì a trattenersi. Pianse, ma questa seconda volta, almeno gli parve, non ne era sicuro, pianse di gioia.

La porta si aprì di scatto.

“Hai riflettuto sul malfatto?” chiese l’arcigna tutrice, tornata a riprenderlo.

“Sì. Ma le sarte mi hanno chiesto aiuto” disse Delio, fingendo di togliersi qualcosa dall’occhio per non mostrare la verità di quelle lacrime.

“Allora dì loro che non ho tempo da perdere e che sarà loro premura riaccompagnarti in classe.”

Delio tornò alla sua creatura.

“Babbo” cominciò, di nuovo libero di singhiozzare “Babbo mio. Per quanto tempo ti ho desiderato! A pensarci oggi, a cose fatte, potevo costruirti prima. Che sciocco sono stato a aspettare tanto. Ti chiamerò Giumatto, un nome che ti porterà fortuna. E se porterà fortuna a te, porterà fortuna anche a me.”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giuseppe Giacalone
Giuseppe Giacalone è nato a Milano nel 1975. Dal 2018 vive a Scandicci. Maestro di scuola primaria dal 1999, laurea in giurisprudenza, non ha mai pensato di cambiare lavoro. Ha un bambino di nome Leonardo.

"Le avventure di Delio e Giumatto" è il secondo libro di Giuseppe, realizzato con l'illustratore Marco Santagostini.

Marco Santagostini è nato a Milano nel 1975, infanzia trascorsa nella Quarto Oggiaro degli anni '80 a pane, cartoni giapponesi in TV, classici Disney in vhs e fumetti del Corriere dei Piccoli, approda presto alla passione per il disegno; a 22 anni realizza di voler fare il maestro, professione che, dopo una laurea in Scienze della Formazione Primaria, esercita ancora oggi con entusiasmo a Cesate, nella provincia di Milano.

Giuseppe ha già pubblicato con Bookabook “Leo e la balena” illustrato da Annalisa Nardelli.
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