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Le avventure di Delio e Giumatto

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Se chiedete a Ersilio, direttore della Villa Felicita, chi sia Delio, lui vi guarderà perplesso. Se gli direte che è quel ragazzino che ruba le cosce di pollo e crea scompiglio, sicuramente capirà.

Delio è un orfano di soli undici anni, un po’ pestifero, che ancora non è stato scelto per l’adozione. Così, un bel giorno, stanco di vedere gli amici andare via, decide di crearsi ciò che gli manca: un babbo.

Con l’aiuto degli strumenti rubati alle tre sarte della Casa Famiglia, stoffa dopo imbottitura, dà vita al suo personale papà, che chiama Giumatto.

Ersilio, tuttavia, si oppone all’affidamento: senza un lavoro che si rispetti, Giumatto non può occuparsi di Delio. Ed è così che i due si separano: Giumatto alla scoperta del mondo e Delio confinato nella Casa Famiglia, in trepidante attesa del ritorno del suo babbo.

1
DOVE SI FA LA CONOSCENZA DEL DIRETTORE DELLA CASA FAMIGLIA, DEL SUO ACQUARIO
E DI DELIO, GHIOTTO DI POLLO ARROSTO.

C’era una volta…
«Un bellissimo castello!» diranno subito i miei lettori, grandi e piccini.
«Nossignore, avete sbagliato. C’era una volta un orfanotrofio.»

A dirla tutta, nessuno chiamava più con questo nome ammuffito quel lungo casamento collocato sulla sommità di una collina e circondato da file di composti cipressi che dominava la città bassa con la sua mole spettrale. Si preferiva riferirsi a esso con l’espressione Casa Famiglia, o anche Villa Felicita, nomi che evocavano pensieri più dolci e rassicuranti. L’edificio contava un numero incalcolabile di stanze.

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Alti corridoi al suo interno restituivano rimbombando la eco delle voci, e con le sue finestre sbarrate somigliava più a una prigione che a un nido per orfani in attesa di adozione. Ospitava giovani di tutte le età, rifiutati alla nascita o abbandonati in seguito, ed era diretto con pugno di ferro in guanto di velluto da un direttore di nome Ersilio, nella cui persona convivevano, in perfetto equilibrio, un aspetto bonario, quasi buffo, e un’indole severa; due caratteristiche che portavano a temerlo, in pubblico, e a canzonarlo, in privato.

Massiccio di corporatura, zoppicava vistosamente per via di una gamba che il buon Dio gli aveva fabbricato più corta, ma rifiutava anche solo l’idea di aiutarsi con un supporto, sostenendo non proprio scherzosamente che, in mezzo a tanti diavoli, non sarebbe stato prudente girare con in mano un bastone. In realtà, non voleva apparire più vecchio di quanto non fosse. Indossava scarpe nere tirate a lucido, pantaloni grigi ben stirati, maglioni blu a collo alto, e non c’era verso di vedergli indosso altro tipo di vestiario. Trascorreva gran parte del tempo nel suo ufficio, che teneva al buio, e quei colori crepuscolari gli garantivano il mimetismo di cui aveva bisogno per sentirsi al sicuro. Amava il silenzio e lo pretendeva. Qualsiasi ostinato rumore – anche impercettibile, come il gocciare di un rubinetto o il ticchettio di un orologio – era capace di mandarlo in bestia. Come i pellicani, aveva una pappagorgia prominente, dove le parole sembravano ribollire nella saliva prima di fuoriuscire grasse e sonore. Aveva un testone calvo, occhi azzurri e freddi, un paio di occhiali bifocali che spesso portava sulla fronte. Era sempre ben rasato e l’aria al suo passaggio si profumava di dopobarba.

A chi gli faceva notare che cambiare i nomi non basta a cambiare le cose e che l’edificio, spennellato così alla buona di grigio cupo, appariva comunque tetro e opprimente, lui rispondeva che l’abito non fa il monaco, che il grigio è un colore bellissimo e che all’interno del suo istituto l’allegria era di casa come i fiori in primavera.

A chi gli diceva che il convitto era pieno come un uovo e ormai al collasso, rispondeva facendo spallucce: se a questo mondo aumentavano, come moscerini al tramonto, i genitori incapaci di assumersi le loro responsabilità, che colpa poteva mai averne lui, che tra l’altro era scapolo e senza figli?

A chi lo fronteggiava sostenendo che avesse imposto regole troppo severe, rispondeva sibillinamente che lui era chiamato a “preservare la democrazia, non a praticarla”.

A chi, infine, lo biasimava per aver blindato le finestre con fitte inferriate, rispondeva che a questo mondo non si è mai troppo prudenti, visti i tempi, e che le grate erano pensate per proteggere, non per segregare.

Insomma, aveva sempre una risposta buona e pronta all’uso per tappare la bocca a ogni malalingua che osasse mettere in dubbio le sue scelte organizzative ed educative. L’unico particolare che strideva con la compostezza della sua persona, era uno stuzzicadenti che teneva d’abitudine in bocca. Lo masticava in ogni occasione, anche mentre raccontava le favolette di sua invenzione che nessuno capiva ma che lui ugualmente si ostinava a sciorinare alle pecorelle smarrite, nella speranza di vederle tornare all’ovile. Queste storielle, del tutto assurde e incomprensibili, erano trascritte ogni sera su un librone da una delle tante segretarie che teneva a servizio, e il librone era sistemato bene in vista su un piedistallo posto accanto alla sua scrivania.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giuseppe Giacalone
nasce a Milano nel 1975 e dal 2017 vive in Toscana, a Scandicci. Svolge il lavoro di maestro di scuola dal 1999. Con bookabook ha pubblicato il racconto lungo "Leo e la balena" (2020). "Le avventure di Delio e Giumatto" è il suo primo romanzo.

MARCO SANTAGOSTINI, nato a Milano nel 1975, scopre presto la passione per il disegno, per poi capire di voler fare il maestro, professione che, dopo una laurea in Scienze della Formazione Primaria, esercita ancora con entusiasmo a Cesate, in provincia di Milano, dove vive con moglie e figli.
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