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Consegna prevista Febbraio 2021
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Marilù Baldanzi è una madre allegra e spesso fuori dalle righe. Ama i colori sgargianti, il Natale e ha una vera passione per le sue statuine dei sette nani che stazionano in giardino. Le stesse che la figlia Camilla considera piccoli mostriciattoli inquietanti. Madre e figlia hanno caratteri apparentemente inconciliabili al punto che, da ragazzina, Camilla sembra quasi prediligere nonna Sandra, la perfida suocera di Marilù. Ma quando si è madre e figlia spesso le lontananze più profonde possono smorzarsi, per trasformarsi in comprensione e arricchimento. Marilù, sostenuta dall’ombra sempre presente della solida e anticonformista nonna Milly, dovrà cercare una strada per comunicare con la figlia e forse in questo la sua originalità e gli strampalati sogni che continua a raccontare a tutti saranno davvero di aiuto. Camilla, invece, dovrà capire chi vuole diventare e, per capirlo, dovrà farsi aiutare anche da quella che lei ama definire la “Strega di Torre Annunziata”. Sua madre.

Perché ho scritto questo libro?

Perché quando scrivo amo esplorare i legami tra le persone, i contrasti e le reciproche influenze. Quello madre – figlia è da sempre uno dei rapporti più difficili, a volte critici, e affascinanti che ci siano. Ho scritto questo libro pensando alla mia esperienza ma fondendo in essa anche i numerosi racconti adolescenziali che ho ascoltato negli anni. Ho creato due personaggi di cui sono innamorata e che penso rispecchino la vita e i sentimenti di molti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PARTE I
NATALE 1990

CAPITOLO I
I NANI DA GIARDINO

CAMILLA

Camilla guardava con un senso di profondo fastidio il cancelletto di casa. Non riusciva a smettere di osservare ma il fastidio crebbe quando vide l’ennesima coppia che, allibita e sorpresa, si fermava a guardare il giardino di casa Baldanzi. La scenetta fu praticamente identica ad altre a cui la ragazzina aveva assistito quel giorno: bocche spalancate per lo stupore, gesti ampi a indicare questo o quel particolare, risate poco discrete e difficoltà ad allontanarsi, richiamati di continuo da qualche nuovo elemento prima sfuggito alla loro attenzione. Decine di persone avevano dato vita a uno spettacolino simile; giovani o anziani che fossero, tutti indistintamente, restavano stupefatti dinanzi al profluvio di decorazioni natalizie messe in bella mostra nel minuscolo giardino di Camilla. Un giardino piccolissimo praticamente soffocato dalla frenesia natalizia della padrona di casa, quell’anno la follia estetica aveva raggiunto il culmine rendendo impossibile anche la semplice idea di una passeggiata all’aria aperta, a meno di non volersi sedere a cavallo di una renna o rimanere immobile, magari abbracciati a un pupazzo di neve. Camilla aveva quasi la nausea; nascosta dietro la tenda, attenta a non farsi sorprendere, guardava la strada da quasi due ore, osservando le reazioni e cercando di capire se fossero di semplice stupore o di derisione. Quando vide la donna scoppiare in una fragorosa risata, probabilmente rivolta alla renna luminosa ferma proprio dietro al cancello, dovette seriamente stringere i pugni e trattenersi dall’uscire sul balcone per urlare loro di andare via. Ma la verità era che li capiva perfettamente, quell’anno sua madre aveva dato il meglio di sé e il giardino quasi scompariva, sopraffatto da decorazioni di ogni forma e dimensione. Lucine gialle sottolineavano il contorno della casa, mentre piccole file di luci fredde scendevano dal tetto, a simboleggiare il ghiaccio o la pioggia o la nebbia… vai a saperlo. Nel fazzoletto di giardino a destra del vialetto d’ingresso Ciro, un enorme pupazzo di neve, salutava tutti con la sua mano a forma di ramo, mentre il faccione illuminato sorrideva alla strada in un’espressione di perenne gioia natalizia.

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Ciro il pupazzo era ovviamente di plastica, la famiglia Baldanzi viveva a Torre Annunziata, una piccola città sul mare in provincia di Napoli dove la neve era praticamente un’utopia, ma faceva comunque il suo bell’effetto e senza dubbio metteva allegria. Non a Camilla, naturalmente. Proprio accanto a Ciro la grande renna Fedora faceva mostra di sé in tutta la sua maestosità, perfettamente eretta e con sulla testa due grandi corna ramificate. Al di là del vialetto d’ingresso, in un lembo di prato ancor più piccolo dell’altro, la seconda renna, la piccola Regan, se ne stava placidamente seduta sull’erba con una piccola sella rossa sul dorso. Accanto a lei un alberello di Natale ricoperto di lucine gialle e rosse. Ai lati del vialetto la madre di Camilla non aveva voluto rinunciare alle sue adorate statuine dei sette nani e così, per renderle adatte all’atmosfera natalizia, aveva personalmente confezionato sette piccoli cappelli da Babbo Natale. Solo a Marilù Baldanzi poteva venire un’idea tanto originale quanto folle. Adesso i sette mostriciattoli apparivano a Camilla ancora più inquietanti. A completare il quadro un grosso Babbo Natale salutava tutti dal balcone, mentre sulla porta d’ingresso davano il loro benvenuto ben due corone natalizie, una rossa e una dorata. Camilla, abbagliata da tutte quelle luci, di colpo chiuse la tenda e, mentre pensava a quanto fossero orribili i nomi che la madre aveva assegnato a quelle maledette statue di plastica, si ritirò nella sua stanza chiudendosi la porta alle spalle. In realtà il nome Regan le piaceva parecchio, le ricordava un film horror che aveva visto all’insaputa dei genitori: non aveva dormito per tre notti di fila ma questo particolare era oscurato dal fatto di aver ingannato gli adulti! Ma il nome Ciro? Da dove diavolo era saltato fuori? Sua madre faceva tanto l’originale e poi battezzava un pupazzo di neve con uno dei nomi più diffusi a Napoli e provincia. Tra l’altro un nome che a Camilla era già piuttosto antipatico perché qualche buontempone aveva così battezzato il fossile di dinosauro ritrovato a Pietraroja. Un fossile di grandissimo significato scientifico banalizzato come “Ciro”, quel cucciolo un suo nome lo aveva già: Scipionyx Samniticus. Ecco. E così doveva chiamarsi un reperto tanto importante. Ma anche Fedora le dava alquanto fastidio, insomma era un nome femminile e tutti sanno che le renne femmine hanno delle corna più piccole o non le hanno proprio. La loro Fedora aveva un paio di corna enormi, era chiaramente un maschio! Sopraffatta da questi pensieri, anche se non era certo la prima volta che faceva quelle considerazioni, Camilla iniziò a sentire la solita sensazione d’impotenza, quella che avvertiva sistematicamente quando qualcuno, di solito sua madre, non mostrava rispetto per la verità. Marilù con la realtà sembrava giocarci, le piaceva cambiare le regole e inventare nuove leggi della natura, o almeno a Camilla così sembrava. Certo non era una cosa tanto sorprendente se si pensava al fatto che sua madre, di mestiere, raccontava le favole ai bambini e non si limitava a leggere quelle scritte da altri, no, ne inventava e scriveva di suo pugno tantissime altre. Ed era brava, Camilla l’aveva sempre pensato, aveva una fantasia eccezionale e i bambini l’adoravano. Ma le favole sono solo favole no? Era irritante, davvero. Del resto Marilù era la donna che prima l’aveva chiamata Camilla e poi si ostinava a chiamarla Milly, un nome chiaramente da cartone animato. A essere onesti Camilla era bruttino, ma Milly era peggio. Almeno Camilla era il nome di una nonna che non aveva conosciuto e che poteva immaginare a suo piacimento, la nonna perfetta con un nome brutto ma normale. Voleva che tutti la chiamassero Camilla e non Milly, ma Marilù Baldanzi non si piegava con facilità: puntualmente la chiamava Milly, poi si ricordava della richiesta della figlia e le chiedeva scusa ridendo. A Camilla era chiaro che lo faceva apposta. Tutta la sua vita era segnata dalle piccole follie materne, quasi un tentativo, iniziato probabilmente quando era ancora nella pancia, di forgiare il suo carattere. Ma Camilla era un osso duro, come sua madre, e non si lasciava influenzare. Aveva undici anni e le idee molto chiare, non su quello che voleva diventare forse, ma di sicuro sulla persona a cui non voleva assomigliare.
Ferma dando le spalle alla porta chiusa, osservava la sua stanza con un misto di ansia e sconforto: associato alle luci del giardino, che ancora aveva negli occhi, il rosa che la circondava le sembrava ancora più terribile. Tutto rosa dal letto, alla scrivania, alle tende, alle pareti… persino la piccola libreria era rosa. E l’armadio, un pugno nell’occhio, ecco cos’era. A tre ante: una rosa, una a specchio e una bianca. Camilla aveva tentato di coprire le superfici con altri colori: un pezzo di stoffa gialla sul comodino, tante foto intorno allo specchio e sotto il vetro della scrivania, poster dei suoi cartoni animati preferiti e disegni fatti da lei alle pareti e poi il tocco di classe, quando era stato necessario acquistare una nuova trapunta per il letto aveva costretto la madre a prenderne una blu scuro. Triste secondo Marilù, perfetta per Camilla.
La libreria aveva subito la trasformazione più radicale, sui lati aveva applicato un numero spropositato di figurine, tutti i doppioni che aveva trovato nel completare i suoi album. E poi era piena di libri, tutti quelli di scuola, i quaderni vecchi e quelli nuovi, gli album di figurine e quelli da colorare di quando era piccolina, giornalini vari e tutte le sue letture preferite: dal primo libro che aveva letto nella sua vita “Heidi”, al tristissimo “I ragazzi della via Pal” sulle cui pagine aveva pianto lacrime vere, anche se non l’avrebbe mai ammesso; dal superclassico e da lei poco amato “Le avventure di Pinocchio” al suo preferito in assoluto “Il giardino segreto”. Camilla adorava quella storia e spesso sognava di avere un posto meraviglioso e segretissimo in cui rifugiarsi, soprattutto quando davanti ai suoi occhi il maledetto rosa spuntava sempre, era ovunque, impossibile farlo sparire del tutto. In preda all’esasperazione resistette alla tentazione di rifugiarsi sul letto e mettersi un cuscino sugli occhi per meditare in santa pace, invece spalancò la porta della camera e corse fuori, diretta in cucina per dirne quattro alla madre. Ma davanti alle porte di vetro scorrevoli del salone si fermò, come obbedendo adun richiamo, ed eccolo lì, perfettamente visibile dal corridoio e probabilmente anche da Marte, l’enorme albero di Natale di Marilù Baldanzi. Assolutamente spropositato per l’ambiente e pieno di decorazioni fino all’inverosimile, gli aghi finti non si vedevano quasi più. Mille oggetti dai colori più disparati erano appesi ai rami: palline, campanelle, bamboline, ballerine, stelle, ma anche automobili, cristalli di ghiaccio, un piccolo tamburo di ceramica, angeli di ogni forma, e poi ancora vari Babbo Natale estremamente delicati, cioccolatini e caramelle e numerose strane decorazioni di lana realizzate, naturalmente, da Marilù in persona. Il tutto racchiuso all’interno di numerose catenelle di palline rosse e dorate e incoronato da un’enorme stella bianca che faceva da puntale. Non mancava proprio nulla, nemmeno i finti doni sotto l’albero…finti perché quelli veri li avrebbe portati Babbo Natale la Vigilia. Camilla lo sapeva da un pezzo che Babbo Natale non esiste ma bisognava fare finta, il suo fratellino Marco ancora ci credeva, aveva solo sei anni ed era giusto mantenere l’illusione. Su quell’argomento era d’accordo con la madre, anche se aveva dimenticato di dirglielo. Affascinata, e pietrificata, dall’enorme opulenza dell’albero, Camilla non si era accorta che Marilù le si era avvicinata e, quando se la vide accanto con in mano la sua tazza di tè verde, quella che beveva ogni giorno alle sei di sera in barba agli inglesi, pensò ancora una volta che sua madre fosse una specie di strega, del resto la “Strega di Torre Annunziata” era un titolo che le aveva dato da svariato tempo, e che lì nel corridoio fosse semplicemente apparsa.
«Bello vero? Quest’anno mi è venuto proprio bene. Anche grazie al vostro aiuto ovviamente!». Camilla sapeva perfettamente che la madre era ironica dato che il suo aiuto era stato piuttosto marginale, non voleva prendere parte alla creazione di un vero e proprio ecomostro. «È storto», disse impassibile. Marilù inclinò la testa di lato per osservare meglio. «No, non è vero!». «Si, pende a destra. Poco ma pende». «Ok ma quasi non si vede, solo tu potevi accorgertene. E comunque è un prodotto casalingo, è normale che non sia perfetto». «Hai pensato che forse è storto perché tu l’hai ricoperto di addobbi? Magari se togli qualcosa si raddrizza, che ne sai». Il tono era polemico ma a Camilla poi venne quasi da ridere davanti all’espressione di sincero orrore della madre. «Togliere qualcosa? Ma sei matta? Ho dovuto lasciare alcune cose in cantina e se ci penso mi piange il cuore! No, è perfetto così com’è». «Va bene, ma non potevi almeno limitare le decorazioni in giardino? Sembra di essere nel villaggio di Babbo Natale! Praticamente ci conosce tutta la città, la gente si ferma a guardare e ride di gusto. Lo so che lo fai ogni anno ma stavolta hai proprio esagerato!». «Ridono? Davvero? Ottimo! Ho trasmesso allegria e ne sono contenta. E poi se qualcuno ci critica, fidati, è tutta invidia. Marco adora il nostro giardino natalizio, crede che sia una specie di parco giochi. Dai che in fondo piace anche a te». Camilla alzò gli occhi al cielo, «No mamma, non mi piace per niente. Marco ha sei anni, è piccolo e gli piace tutto. Io ormai sono grande. Ma poi mi dici perché hai chiamato la renna Fedora? È un nome bruttissimo e poi quella renna è certamente un maschio e Fedora è un nome da femmine!». Marilù, pur chiedendosi per l’ennesima volta chi diavolo avesse stabilito che sua figlia aveva solo undici anni, non si scompose minimamente: «Ma gli altri non sanno come si chiama la renna e tu non hai la certezza assoluta che sia un maschio». «Beh lo so io come si chiama quella renna che ovviamente è un maschio e Fedora è del tutto fuori luogo». «Ma se è un nome così particolare! Senti mi è venuto così, spontaneo, e se davvero è un maschio sono sicura che non si è offeso». Marilù scherzava ma Camilla era serissima: «È che non è corretto, mi sembra sbagliato. Come quest’albero, è troppo grande mentre il presepe è lì piccolo piccolo, solo una capanna con i tre personaggi. Ma lo sai che nella nostra storia c’è il presepe mentre l’albero non è una nostra invenzione? Dovremmo fare un grande presepe e un albero piccolissimo, ma figurati se tu mi ascolti». E così dicendo la piantò lì correndo a chiudersi nella sua stanza, mentre Marilù continuava a sorseggiare il suo tè pensando a quanto fosse difficile insegnare a una bambina a fare la bambina.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    La trama del romanzo si snoda lungo un’ideale linea del tempo scandita da ricorrenze e feste che si susseguono durante la vita dei personaggi di quattro generazioni di una famiglia. È proprio descrivendo il rapporto che i personaggi hanno con le ricorrenze e le feste, ma anche con i sogni e l’inconscio, che l’autrice ne delinea il vissuto e le esperienze che ne hanno formato il carattere. I luoghi del romanzo sono quelli nativi dell’autrice, la litoranea, il muretto, la spiaggia, il mare… descritti con l’amore di chi li vive fin dalla nascita, ma con l’amarezza per la scarsa cura con la quale sono stati conservati. Attraverso il confronto tra i personaggi emergono “le differenze”, frutto della necessaria evoluzione che ogni salto generazionale porta con sé, ma l’intreccio del romanzo porta alla luce i legami autentici tra loro, la profonda conoscenza che li unisce e li induce a creare per i familiari momenti di vero benessere. Un romanzo da leggere, che coinvolge il lettore nella riconciliazione col proprio vissuto.

  2. (proprietario verificato)

    La trama del romanzo si snoda lungo una linea del tempo scandita da ricorrenze e feste che si susseguono durante la vita del personaggi di quattro generazioni di una famiglia. È proprio descrivendo il rapporto che i personaggi hanno con le ricorrenze e le feste, ma anche con i sogni e l’inconscio, che l’autrice ne delinea il vissuto e le esperienze che ne hanno formato il carattere. I luoghi del romanzo sono quelli nativi dell’autrice, la litoranea, il muretto, la spiaggia, il mare … descritti con l’amore di chi li vive dalla nascita, ma con l’amarezza per la scarsa cura con la quale sono stati conservati. Attraverso il confronto tra i personaggi emergono “le differenze”, frutto della necessaria evoluzione che ogni salto generazionale porta con sé, ma l’intreccio del romanzo porta alla luce i legami autentici tra loro, la profonda conoscenza che li unisce e li esorta a creare per i familiari momenti di vero benessere. Un romanzo da leggere, che coinvolge il lettore nella riconciliazione col proprio vissuto.

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Valeria Rago
Nata in provincia di Napoli sono laureata in lettere classiche e specializzata in archeologia. Ho lavorato per anni come guida archeologica per i bambini, spiegando loro la preistoria e il lavoro dell’archeologo. Mi definisco una lettrice compulsiva, leggo praticamente qualsiasi genere ed ho una passione per i classici. Spesso scrivo recensioni, in passato ne ho pubblicate alcune su testate giornalistiche locali. Scrivo storie dall’età adolescenziale, la scrittura è sempre stata per me fonte di tranquillità e mi ha aiutata a capire meglio il mondo intorno a me. Negli ultimi anni ho partecipato a qualche concorso letterario, infatti il romanzo “Le differenze” è risultato primo nella fase regionale del concorso RAI La Giara (edizione 2017). Mi piace moltissimo scrivere racconti, ne ho pubblicati alcuni su raccolte nate in seguito a contest e ne ho tanti altri nel cassetto.
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