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Le ombre del coguaro

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Consegna prevista Febbraio 2021
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L’assassinio di un diplomatico americano nell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma scatena il panico a Washington. Per indagare con discrezione viene cooptato Peter Montana, un comandante delle forze speciali, che alla guida di un gruppo di uomini duri e letali si è guadagnato l’appellativo di Coguaro in operazioni sottotraccia e predatorie. In una fase matura della sua esistenza l’orgoglio per i successi ottenuti non è sufficiente a esorcizzare gli spettri che scaturiscono dai coni d’ombra del suo equivoco passato. Trent’anni prima si era trasferito dall’Italia in California per diventare uno scienziato del software, ma il destino aveva voluto invischiarlo in un delitto capitato in azienda e il suo intuito era stato determinante per la risoluzione del caso, mutandogli il corso della vita. Nella complicata indagine romana, fra intrighi politici e traffici internazionali illeciti, rivive le tappe della sua trasformazione, da nerd di provincia a cinico esecutore governativo.

Perché ho scritto questo libro?

Da bambino sognavo di scrivere ma il lavoro troppo impegnativo mi ha distolto. La passione è riesplosa dopo il ritiro. Amo i thriller e avevo due desideri: ricordare gli aneddoti del mio esordio professionale in USA, creare un nuovo eroe nella letteratura gialla internazionale. Li ho sintetizzati nel coguaro, dove gli episodi autobiografici sono fatti rivivere da un piccolo nerd che negli anni si trasforma in un’arma letale, magari protagonista anche di romanzi successivi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sporcizia e degrado nella via. Parte della città che faceva ribrezzo. Nessun’anima viva passeggiava. Buio e solitudine. Quel brandello di Milano odorava come i panni umidi lasciati giorni ad ammuffire in lavatrice. Cani spelacchiati e solitari vagavano mesti rinunciando per decenza a pisciarci. Auto ammaccate, marciapiedi sconnessi, buche.
Guardai in alto. Fatiscenza. Palazzi belli se ristrutturati, vecchia Milano, con ringhiere e balconi comuni, ma muri scrostati e umidi. Le padelle delle parabole invadevano i terrazzi. Gli edifici anni sessanta si intervallavano, alti sei, sette piani, e non c’entravano nulla con l’architettura del primo novecento. Un’affascinante costruzione Liberty, più curata, si stagliava fra il verde dei rampicanti. Dalle finestre sporgevano i rametti delle piante nei vasi appesi, circondati da cornici in ferro battuto. A primavera i fiori sarebbero sbocciati, donando una macchia di colore a quel tessuto urbano in grave declino.
La pioggerella batteva per terra fitta, incessante. Pozze d’acqua da schivare. Bavero alzato. Umidità che penetrava nelle ossa. Non nelle mie. Avevo da poco compiuto cinquant’anni e sopportato di peggio nella vita.
La mia residenza era in un paese lontano, ogni tanto dimoravo a Milano, per nostalgia dell’Italia e perché lì potevo nascondermi. In quel quartiere equivoco dove nessuno si sarebbe aspettato di incontrarti alle riunioni condominiali.
All’una di notte, me ne andavo in giro pervaso da sentimenti di tristezza, solitudine, e da un po’ di malinconia per quello che non avevo realizzato nei lunghi anni passati in giro, complice un lavoro che mi assorbiva interamente. Sensazioni negative, che mi avrebbero imposto quella notte di rimestare nel magma della mia coscienza grigia, e turbolente. Sensi di colpa. Mi ero ritrovato in questa realtà, per caso: libera scelta o cooptato? Temevo di averlo voluto io. Troppe decisioni difficili per la coscienza, tragiche spesso. Da un po’ di tempo mi pesavano enormemente, malgrado a me sembrasse di adottare sempre le sole opzioni possibili in certe condizioni, verso il fine ultimo della ragion di stato. Infami, malvagie, incomprese talvolta, mi conducevano alla depressione, che si stava gradualmente impadronendo di me. Ma non potevo permettermelo. Avevo bisogno di azione per tornare in superficie a respirare.

Continua a leggere

Camminando nella via malfamata, senza meta, la sensazione di malessere fisico, suscitata in faccia dalle raffiche di vento, venne affiancata da un’intima frustrazione. Neanche scalciare un ciottolo mi dava più la soddisfazione di quando un tempo da ragazzo mi avventavo su qualsiasi cosa somigliasse ad un pallone trascinandolo avanti col piede per centinaia di metri, e prefigurandomi un futuro radioso da star del calcio. Avevo passato più di vent’anni in giro. Stati Uniti, Sudamerica, Europa. Sempre da solo con me stesso, anche quando lavoravo con i “colleghi” del team. Senza compagnia, o amori. Nessuna introspezione. Si andava avanti, rimanendo in attesa della prossima chiamata, poi, progettazione ed esecuzione. Gli imprevisti dovevano essere ridotti al minimo. In pericolo la propria vita e quella dei compagni. I nemici oscuri, crudeli, sempre pronti a sfruttare ogni minima debolezza.
Da troppo tempo eravamo inattivi. Aspettavo una telefonata da un momento all’altro. L’immobilismo significava cadere preda dei propri incubi. Perdere il touch dell’azione, ove sarebbero occorsi concentrazione continua, tempi di risposta in un microsecondo, attenzione massima per cose e persone, celerità nell’individuare pericoli inaspettati. La riduzione di adrenalina per la mancanza di allenamento allo stress aumentava considerevolmente i rischi. Meglio essere sempre al centro e pronti.
Altro ciottolo sbattuto via. Mozziconi ovunque. Pioggia martellante, coppola in testa. Tetti stretti o non sporgenti del tutto. Dove stavo andando? Niente sonno, solo pensieri negativi. Ero totalmente inzuppato.
Rientrai in casa per un bagno caldo, poi forse sarei riuscito a dormire.
I vetri della finestra appannati, gocciolavano, sotto un picchiettio di pioggia, con le persiane aperte. Venuto alla luce in un giorno umido di dicembre, adoravo guardar piovere. L’appartamento all’ultimo piano esibiva un ordine maniacale. Non sopportavo di veder le cose fuori posto. Sobrio, pochi mobili, un balcone di venti metri quadri sulla parte malata della città che potevo ispezionare con un’occhiata. Dalla porta finestra, in una poltroncina di vimini, scomoda, ma che mi rilassava.
Mi spogliai, aprii la doccia. Subito un getto bollente mi avvolse. L’acqua bruciava la pelle, calava dalla testa al collo, alle spalle e poi giù. Benessere misto a disagio per un calore eccessivo. Avvertii il piacere scorrere e trapassare dal corpo all’anima ferita. Andava meglio adesso ma durò poco. In quel momento infatti il motivetto di John Lennon mi ridestò. Dovevo rispondere al cellulare, era quel telefono. Dei due che ho, quello “privato” del team e l’altro del capo, suonava quello di John Stewart, il capo. Non squillava mai salvo quando stava partendo una nuova operazione e per qualche aggiornamento successivo. Livello di crittografia e super protezione ne rendevano molto difficile l’intercettazione.
Chiusi la doccia, afferrai un accappatoio e uscii dal vapore del bagno, avvertendo una sensazione inevitabile di fresco. Lasciai tracce di bagnato sul pavimento pulito e intonso. Prima di dormire avrei dovuto ripassarlo con lo straccio, mannaggia. No, come-on, lo avrei fatto l’indomani.
Mi asciugai la mano, intanto John Lennon rischiava di terminare la frase “all thaat piipool”. Non che importasse, dall’altra parte qualcuno rimaneva sempre in paziente attesa. “Hello, Peter Montana is here”
“Ehi Peter, come stai? Sei a Milano? Come te la passi?”.
La voce dall’altra parte in perfetto americano suonava bene come la musica di Lennon. Musica per le mie orecchie. “John, sono a casa mia, stavo facendo una doccia, tu sai che ci sono nove ore di fuso fra te e me, no?”
“Vagamente, mi interessa poco l’orario”.
Un rapporto lunghissimo di mutua stima diramava attraverso il cavo telefonico un ampio senso di piacevole condivisione. Ci scambiavamo sempre qualche battuta, mandandoci anche a ramengo quando fosse servito, ma sempre per rientrare poi nei binari della collaborazione, della trasparenza e della grande fiducia reciproca. “Ti ricordo allora che qui è notte e io potrei dormire”
“Non ti pago per sonnecchiare, non capisco proprio con quello che ogni volta ti metti in tasca come tu non abbia ancora trovato il modo di abolire la fase del sonno”
“Sì, no… l’avrei trovata, ma meglio non usarla, a te non piacerebbe e io mi troverei ben presto in fondo a qualche fiume con un bel buchetto nella testa e una palla di cemento attaccata al piede”
“Ti esprimi come un vecchio ormai, non capisco perché ancora mi rivolgo a te, non sai neanche che purtroppo ai nostri giorni hanno trovato altri modi per far sparire le persone, senza fatica, rumore e spostamenti noiosi di cadaveri”
“Vieni al dunque, la bolletta costa cara e non vorrei ridurti sul lastrico. So che stai per propormi una nuova complicatissima operazione, dove rischieremo tutti la pelle, me e i miei, per quattro soldi in croce”.
Silenzio, un sorriso ironico dall’altra parte. “Hai letto i giornali in questi ultimi giorni o sei sempre stato sotto la doccia?”
“La seconda che hai detto. A Milano piove ininterrottamente da due settimane, fuori sono sempre a mollo, e quando torno a casa mi doccio. Se dormo, sogno la pioggia. Ti ricordi quando abbiamo passato dieci mesi sotto El Niño? Qualcosa di simile. Beh, almeno non bruciano i boschi. Cos’è che dovrei aver letto?”
“Lunedì della scorsa settimana hanno ucciso l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma con una coltellata al cuore, di notte, dentro l’ambasciata, con gli allarmi innescati”
“Sì l’ho visto. Roba di corna, tradimenti…”
“Non scherzare. L’ambasciatore? Un elemento di primo piano nello scacchiere mediterraneo, non ce lo vedo coinvolto in sordide malefatte extraconiugali, quanto meno non tali da mettere in pericolo la sua attività. In più se qualcuno si è introdotto nell’ambasciata superprotetta come ha fatto a non far scattare alcun allarme?”
“Va beh, che c’entro io? La polizia Italiana ho sentito che sta facendo del suo meglio per fare piena luce sul fatto”
“Uhm… sono anche abbastanza in gamba, ma abbiamo bisogno di controllare quello che viene fuori o che scoprono, meglio ancora se dirigiamo noi e poi decidiamo come gestire eventuali inconvenienti”
“A cosa ti riferisci?”
“Ho bisogno di qualcuno che affianchi l’indagine, la conduca in una certa maniera, faccia luce ma non faccia luce, faccia emergere e non faccia emergere tutti i particolari, verifichi dettagli, ripercussioni, monitorizzi e anticipi situazioni imbarazzanti, difenda la politica americana. Mi spiego?”
“Vai avanti, la politica non fa per me”
“Sai quanto il nostro Presidente abbia operato istituendo nuove leggi moralizzatrici, per sconfiggere la corruzione e assicurare i diritti di libertà che sono patrimonio primo della costituzione degli Stati Uniti”
“… Osannato dal popolo per la sua rettitudine… John, per favore, con me lascia perdere la retorica. Utilizzala nei tuoi comizi in pubblico. Puoi venire al dunque?”
“Sì, bravo, adesso faccio i comizi in pubblico. Ti sei scordato che ruolo ho? Peter, ascoltami, a Roma non deve saltar fuori nulla di compromettente. Nello stesso tempo, si deve fare giustizia, non possiamo permettere che l’uccisione di un ambasciatore venga derubricata o dei criminali da strapazzo la facciano franca. Bisognerà tenere a bada i giornalisti, buttar loro qualche osso finto. L’immagine dell’America va salvaguardata”.
“Hai paura che sotto ci sia qualche schifezza?
“Proprio così, mio caro”.
Leggermente preoccupato, assentii brevemente.
John continuò. “Per questo, non è proponibile la gestione remota di un caso così complesso”
“Fare giustizia mi quadra, ma tutto quello che viene prima o dopo mi porta a chiederti di nuovo: che c’entro io? E le guardie d’ambasciata?”
John Stewart spiegò che aveva intenzione di far bloccare da un lato qualsiasi indagine della forza pubblica interna per non inquinare le acque prima del tempo. Dall’altro ribadì che la polizia italiana, per quanto capace, andava governata con grande maestria. Avrebbe probabilmente supportato l’indagine ma certamente provando a mantenere una sua autonomia, assicurando solo una collaborazione di facciata. Bisognava metterli in riga. “Devi tornare in pista, Peter, voglio che sia tu ad andare laggiù e a dirigere l’indagine. Sarai il nostro jolly. Chiameremo ambasciata, autorità e capo della polizia italiana per avvertirli del tuo arrivo, e del ruolo a te assegnato. Questo ovviamente se accetti di metterti in gioco”
“Io non sono un commissario di polizia, non saprei neanche da che parte cominciare, in una situazione del genere va meglio un detective”
“Sì, forse, ma non posso affidare a uno qualsiasi per quanto bravo un caso così spinoso. La patata bollente mi è stata affidata dalla persona che sai e io ho fiducia piena solo in te. Altrimenti dovrei ingaggiare qualcuno di cui non so abbastanza e che non ho modo di tenere in pugno”
“Me… mi tieni in pugno, quattro maledetti dollari e sono tuo schiavo ”
“Non lo fai solo per i soldi, Peter, lo so. Aiutami e fai del tuo meglio”
“Sai che non posso dirti di no, John. Dovrò coinvolgere qualcuno dei miei per proteggermi le spalle e aiutarmi”
“Vai, verifica, capisci, poi mi dici cosa ti serve e quanto costa. Il budget lo stabilisci tu come sempre”
“Ok. Adesso cerco di dormire un po’. Parto questa mattina alle dodici in macchina in modo da poter essere in ambasciata in prima serata. Vorrei incontrare il capo della polizia stasera a cena”
“Va bene, lo farò chiamare dalla nostra persona a Washington, ti preparerà il campo”
“Chi è?”
“Il senatore Mc Fontaine, capo della Commissione Affari Esteri del Senato, uomo di fiducia del presidente, dovrei dire dei presidenti essendo stato riconfermato diverse volte. Persona oltretutto di assoluto valore morale. Lo conosci?”
“Mi sembra di aver già avuto a che fare con lui ma non riesco bene a collocarlo. Comunque mi fido, ti chiamo dopo la cena per un ragguaglio. Inviami un messaggio con tutte le info, nome, telefono cellulare, luogo e ora dell’incontro”
“Sarà fatto, sapevo di poter contare su di te… grazie ee…”
“What?”
“Bentornato… Coguaro”
“Fuck you, John”. Non tolleravo l’appellativo. Me l’avevano affibbiato dopo una missione truce. Mi tornò alla mente lo sguardo della donna a cui avevo piantato una pallottola calibro quarantacinque nel cuore. Non che l’avessi risparmiata al suo uomo. Una coppia di feroci criminali a capo della più vasta distribuzione di droga negli Stati Uniti. John mi aveva pregato di distruggerne la struttura piramidale con ogni mezzo. Con piccoli passi calcolati e pazienza infinita mi ero introdotto nell’organizzazione, facendomi passare da affidabile sub distributore per la fascia alta della popolazione, che John mi faceva bazzicare durante opportuni ricevimenti confezionati all’uopo. L’obiettivo era togliere di mezzo i principali responsabili dello spaccio in Nord America. E non dovevano andare a processo, perché avrebbero trovato il modo di continuare la loro opera di distruzione delle menti da dentro il carcere. Bisognava fermarli per sempre. Un ordine perentorio, cui non potevo sottrarmi. Ma ero stato io a premere il grilletto. Quel terrore negli occhi delle vittime, che guardavano per l’ultima volta il loro carnefice, mi si era conficcato dentro, come le spine del riccio calpestato durante un bagno nel mar di Sicilia nella mia ormai lontana adolescenza. Io nelle vesti del boia di quegli esseri disgustosamente delinquenziali, ma pur sempre viventi. La donna, non meno feroce dell’uomo, da cadavere appariva indifesa e incolpevole, così come il marito, soltanto vagamente rassomigliante lo stomachevole escremento che era stato in vita. La chiazza rossa sul petto non era il pomodoro di un film di Almodovar, li avevo fatti fuori. Del resto lasciandoli vivere avrei sempre dovuto guardarmi le spalle. Ma quello sguardo disperato…

02 luglio 2020

Aggiornamento

Da un po’ stavo pensando a quale poteva essere una colonna sonora adatta per il Coguaro. Finalmente l’ho trovata: dall’album “lightless”, di Nick MORINI, “escape overture”, di cui riporto il link https://youtu.be/Q8FJAhInMls
30 giugno 2020

Aggiornamento

Questa è l’intervista realizzata per il Blog “ricominciodame” dalla giornalista Giovanna Samà  http://ricominciodame.me/?p=2457
13 giugno 2020

Aggiornamento

Ecco il link della registrazione della videoconferenza realizzata in data 12 giugno nella sala lettura del Comune di Taino col patrocinio del delegato alla cultura https://www.facebook.com/comune.taino/videos/286475885996082/
11 giugno 2020

Evento

Salve, domani 12 Giugno, dalla pagina facebook del Comune di Taino diretta streaming della presentazione del libro di Daniele Gennari alle ore 20:45. A cura del giornalista Marco Tresta. Collegarsi al link:
https://www.facebook.com/events/2561798280740775/
24 maggio 2020

Aggiornamento

Ho realizzato un video di lettura delle prime due pagine del libro con l'associazione culturale happening-cult. Ecco qui il link per visualizzarlo. Grazie dell'attenzione.
https://www.youtube.com/watch?v=3sshbkdFwg4
21 maggio 2020

Aggiornamento

Qui di seguito uno stralcio della presentazione che ho effettuato in videoconferenza internazionale per presentare il progetto editoriale, con ottima partecipazione di pubblico.
Buonasera, saluto tutti con grande calore, vi do il benvenuto in questa sala virtuale e vi ringrazio per la partecipazione. Avrei preferito tenere questa riunione dal vivo ma d’altro canto in quel modo non avrei potuto invitare partecipanti da location così diverse. Oggi abbiamo amici dal Lago Maggiore, da Milano, dalla California, da Pisa, da Roma. Abbiamo chi rappresenta le amministrazioni pubbliche, chi la medicina e la sanità, scienziati, matematici, professori di lettere, studenti, ragazzi. Un pubblico misto e qualificato. Ringrazio veramente tutti di cuore perché capisco quanto sia difficile ritagliarsi una mezzora di tempo in giornate che in questo periodo sono state ancora più caotiche. Specialmente per chi ha 9 ore di fuso di differenza. Il libro è un thriller: due omicidi commessi a distanza di trent’anni, con una prima indagine del protagonista da giovane in America, su un delitto avvenuto in azienda, che ricalca lo stile classico del giallo all’inglese, con i dialoghi, le situazioni psicologiche, e poi una parte centrale e finale, che si svolge intorno all’assassinio di un importante uomo politico statunitense in ambasciata a Roma, seguendo i dettami del thriller d’azione, all’americana, con sparatorie e colpi di scena. Le due indagini si intersecano, si innestano una dentro l’altra per dare dinamismo alla scena e creare attesa nel lettore. Quando sei immerso in una inchiesta ti rode, spero, che l’autore improvvisamente, nel capitolo successivo, ti riporti nell’altra. L’indagine californiana mi ha offerto l’opportunità di ricordare alcuni episodi autobiografici, aneddoti vissuti in quel periodo. Ma io oggi non voglio parlare del mio libro, ma di che cosa mi ha spinto a scriverlo. Quando ero ragazzo desideravo diventare uno scrittore, mi vedevo forse come tanti di noi, come un poeta maggiore, di quelli studiati a scuola, volevo essere un romanziere. Amavo Dickens, per tanti anni ho considerato David Copperfield il miglior romanzo che fosse mai stato scritto. Poi, un bel giorno, dovrei dire semplicemente un giorno, perché non so ancora bene, un amico qui presente in sala, oggi, mi convinse, durante la visita per il militare, ad iscrivermi a Scienze dell’informazione. Era una facoltà nuova, a Pisa per la prima volta in Italia, lavoro assicurato. Lì sono diventato pragmatico e la mia vita cambiò. Sono entrato in quel mondo dell’informatica, e vi sono rimasto per 40 anni. Appena laureato fui inviato dall’Olivetti in California.
Nel libro ho raccontato un aneddoto di come fecero a convincermi a trasferirmi. Insomma mi dissero, vai per un mesetto, per un’esperienza formativa, a imparare un po’ d’inglese. L’esperienza è stata sicuramente formativa, il mesetto sono diventati 11 anni, in diverse fasi. Se sono voluto tornare in Italia mi sono dovuto trasformare o, come si usa dire riciclare, termine più attuale, in un uomo di commercio, di marketing, negli ultimi anni addirittura di amministrazione. Un passo obbligato, non so se positivo. In questi anni passati in giro a organizzare o aspettare riunioni, in treno o in aereo, quando a maggio avevo già superato le 100.000 miglia che davano diritto alla card di lusso delle compagnie aeree, per far passare il tempo e sconfiggere la noia leggevo e continuavo a cullare dentro di me il desiderio di scrivere. Un giorno, cascasse il mondo, avrei scritto qualcosa. Ma in quegli anni successe anche un’altra cosa dentro di me. Avevo bisogno di staccare, di fantasticare, di pensare ad altro, di fiction, di azione, di pathos, di emozioni e il mio interesse si era spostato da Dickens a Connelly, a Cornwell, a Child, a Chandler, Crais. Se avete notato tutti autori che iniziano per C, forse per avere qualche chance dovrei chiamarmi Cennari. Mi viene in mente un aneddoto a proposito del mio inglese e del nome. Quando arrivai in California mi presentai in banca per aprire un conto corrente, è la prima cosa da fare se si abita per un po’ in America. L’impiegato mi chiese di fare lo spelling del mio nome, ovviamente. Io mi impegnai di brutto. Una settimana dopo, perché in America sono efficienti, mi arrivò a casa un libretto degli assegni intestato a me: il nome era Daniel senza la e finale, e questo ci sta. Il cognome era invece così composto: J-e-n-h-a-r-y. Daniel Jenhary. Per anni sono stato chiamato dai miei amici di quel periodo Jenhary, enfatizzando la J e la h aspirata.
Quando mi sono ritirato ho avuto tutto il tempo del mondo. Ho cominciato a ricordare e a mettere in word le mie esperienze giovanili, prima per scherzo, poi ho visto che riuscivo a scrivere 10 pagine al giorno, 100 pagine in pochi giorni. E sono venute fuori, contemporaneamente, la mia passione per i libri gialli americani e l’imprinting commerciale che mi ero cucito ad- dosso. Ho voluto farne un prodotto, per il mercato editoriale, raccontare le mie cose, ideando una fiction, che piacesse a donne, uomini, giovani, adulti, maturi, manager, studenti, viaggiatori, ragazzi. Oggi qui ci sono dei ragazzi giovani, che sembrano apprezzare il libro. Io ne sono profondamente orgoglioso. Un prodotto quindi, spero ben confezionato, ma che si aspetta da tutti voi una critica valutazione, un feedback, perché possa migliorare ancora, prima della versione finale che verrà pubblicata fra qualche mese, e per permettere a me di migliorare. Di passare dalla fase dilettantesca a quella professionale. Perché io mi diverto a scrivere, un mondo, ma vorrei farne anche una professione, la mia prossima professione.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Bellissimo libro, complimenti all’autore che non conoscevo pur essendo un grande amante di thriller. Ne valeva la pena! Aspettiamo il prossimo!

  2. (proprietario verificato)

    Come descritto nella presentazione del libro e come altri lettori hanno indicato, il libro consiste di due trame parallele. L’esordio del giovane software engineer in Silicon Valley, raccontato in flash back, si intraccia e alterna con il racconto del presente, cioè l’investigazione dell’assassinio dell’ambasciatore americano a Roma. La metamorfosi del software engineer in “Conguaro” connette le due. Questa struttura rende la lettura scorrevole, avvincente e piacevole. I vari personaggi vengono introdotti man mano che il racconto si svolge e diventano sempre più reali, come un’immagine dapprima sfuocata e poi sempre più nitida. Questo grazie all’abilità dell’autore di descriverne le emozioni e il ruolo.
    Durante l’indagine non mancano momenti più rilassati che rendono meno cupa l’atmosfera del racconto e la lettura interessante. La fiducia reciproca dei componenti del team e la fedeltà al loro leader è cattivante, oltre a far risaltare l’aspetto umano, ormai forse sopito dello spietato Coguaro.
    Ne consiglio la lettura.

  3. (proprietario verificato)

    Consigliatissimo! Generalmente non sono un appassionato di gialli, ma un carissimo amico mi ha convinto a leggere questo nuovo autore. Sono rimasto anch’io rapito dalla trama del libro. Davvero complimenti!

  4. Mauro Turchetti

    (proprietario verificato)

    Libro bellissimo. Purtroppo ieri e’ finito… Mi è piaciuto talmente tanto che questa mattina ho ordinato una seconda copia, da regalare ad un amico che vive in Venezuela ed è amante di libri gialli ! Aspetto con ansia il secondo!

  5. Daniele Gennari

    (proprietario verificato)

  6. (proprietario verificato)

    Ho appretto Le ombre del coguaro, il giallo di Daniele Gennari. Non sono riuscito a staccare e l’ho letto tutto d’un fiato (cosa strana visto che in genere leggo più di due/tre libri in parallelo). Inutile dire che mi è piaciuto. Un doppio intrigo; uno attuale a Roma ed uno ricordato oltre 30 anni prima a Cupertino in California. Molti dei personaggi della parte ricordata possono essere riconosciuti da chi ha lavorato all’Olivetti ATC nei primi anni 80.
    Un informatico che diventa investigatore ad altissimo livello, uomo di punta di indagini politiche che coinvolgono ambasciatori e senatori.
    Un gran bel giallo; speriamo che Daniele ci dia ancora occasione di leggerlo.

  7. (proprietario verificato)

    Ho appena finito di leggere il giallo Le ombre del coguaro di Daniele Gennari. Mi è piaciuto molto. Ambientato tra Italia e Stati uniti, si legge di un fiato. Il protagonista, un investigatore ad alto livello politico, mentre cerca di districare l’intricata faccenda dell’omicidio di un ambasciatore, ci fa partecipi delle sue riflessioni esistenziali sulla propria vita attraverso un diario della sua prima importante esperienza lavorativa quando era un giovane di belle speranze. Quanto è rimasto, dopo decenni, dell’entusiasmo e delle idee che coltivava all’inizio della sua carriera in ambito informatico? Le sue prime vicende lavorative e la sua difficile e pericolosa indagine si dipanano in parallelo, trovando punti di contatto sia sul piano filosofico che inaspettatamente sul piano pratico. Il libro sarà particolarmente apprezzato da chi è attento ai risvolti politici del racconto e anche da chi è appassionato del mondo dell’informatica e dello sviluppo degli strumenti moderni in questo campo, anche nell’ambito della sicurezza.

  8. (proprietario verificato)

    Un giallo che mi ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine..niente è scontato in questo libro. Ho adorato le descrizioni dei luoghi a me cari, il delinearsi graduale dei personaggi, il continuo rapporto tra il passato e presente del protagonista. Il “Coguaro” un uomo in cui convive l’adulto pieno di esperienze un po’ cinico ed il ragazzo inesperto che affronta pieno di speranze il nuovo mondo. Un giallo a 5 stelle .

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Daniele Gennari
Daniele Gennari, nasce a Pisa nel 1955. Laureato in informatica, sposato, due figli. Direttore Marketing di Apple Italia, fondatore di startup, General Manager di filiali estere. Dopo aver trascorso una vita lavorativa fra la Silicon Valley, dove ha vissuto la rivoluzione tecnologica degli anni ottanta, Londra, Città del Messico e Milano ha deciso di ritirarsi e coltivare la sua passione per thriller e gialli. Ambisce a diventare scrittore di livello internazionale occupando uno spazio da sempre appannaggio dei grandi autori di lingua inglese. Il suo primo libro è un thriller ambientato in una cornice geografica sovranazionale, fra Roma e la California. Ne ha appena terminato un secondo, un romanzo giallo più legato alla tradizione italiana.
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