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Le ombre del coguaro

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L’assassinio di un diplomatico americano nell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma scatena il panico a Washington. Per indagare con discrezione viene cooptato Peter Montana, un comandante delle forze speciali, che in numerose operazioni sottotraccia e predatorie si è guadagnato l’appellativo di Coguaro.

In una fase matura della sua esistenza, l’orgoglio per i successi ottenuti non è sufficiente a esorcizzare gli spettri che scaturiscono dai coni d’ombra del suo equivoco passato. Nel corso della complicata indagine romana, fra intrighi politici e traffici internazionali illeciti, il Coguaro rivive le tappe della sua trasformazione, da nerd di provincia a cinico esecutore governativo, a partire dal delitto risolto trent’anni prima, appena trasferitosi dall’Italia in California, che gli ha cambiato la vita.

CAPITOLO UNO

Alle sette di quella mattina di fine febbraio l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma era avvolta nel silenzio. Una leggera pioggia aveva inumidito l’ampio marciapiede adiacente all’edificio che ospitava la più autorevole istituzione straniera in terra capitolina. Dalle finestre la prepotente illuminazione irradiava un alone immaginario intorno alla barocca opulenza della costruzione.Renato Ughi, l’addetto alle pulizie incappucciato nel soprabito primaverile, si stava intrattenendo con Porzio, il poliziotto della security, all’interno del gabbiotto di sorveglianza, nell’atrio principale.

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«Come va, Porzio, stamani?»«Fra un po’ smonto, non vedo l’ora di andare a casa.»«Eh, ho un’intera giornata di lavoro davanti. Tutto tranquillo?»«Fai attenzione, Ughi, bussa un paio di volte prima di entrare nell’ufficiodell’ambasciatore, è rimasto qui a lavorare stanotte, magari sta riposando sul divano.»Ughi prese in consegna il badge d’ingresso e si fece disattivare gli allarmi negli uffici da riordinare. «I tuoi colleghi non si sono ancora visti» affermò Porzio mentre l’addetto alle pulizie, alzando le mani, si sottometteva alla perquisizione dello scanner rilevatore di metalli.«Lo so, arriveranno… sono bloccati sulla Cristoforo Colombo per un incidente.»«Ah, ok.» Uscito dalla guardiola, dopo la barriera che preveniva l’accesso agli uffici per i visitatori, si immise nel corridoio dove si affacciavano le stanze del piano terra. I neon, che ancora non erano stati sostituiti da energie più efficienti, lo accolsero distaccati, sprigionando una fredda atmosfera da corsia d’ospedale. Come faceva tutte le mattine da cinque anni, Ughi si accertò che le lucette sopra le varie porte fossero spente. Si fidava di Porzio, che conosceva perfettamente i sistemi, ciò nondimeno voleva eliminare qualsiasi possibilità, entrando, di far scattare l’allarme sonoro, provocando l’intervento della sicurezza interna, dei soldati che stazionavano all’esterno e degli agenti della vicina centrale di polizia, che operavano un monitoraggio discreto ma continuo del palazzo.Arrivato di fronte all’ufficio dell’ambasciatore, il primo a essere curato, bussò attendendo l’autorizzazione a entrare da parte dell’influente uomo politico. Non ricevendo risposta, bussò di nuovo. Ancora negativo. Forse era in bagno. Girò il pomolo e si introdusse piano piano, chiudendosi la porta alle spalle. Quella mattina avrebbe dovuto chiedere il permesso al signor ambasciatore prima di spalancare la finestra per far prendere aria e si preparò a scambiare con lui quelle poche parole di circostanza.Il locale era rischiarato a giorno dal lampadario appeso al centro del soffitto. Si accorse subito che qualcosa non quadrava, aleggiava una strana puzza. I suoi occhi fecero un giro per l’ampio spazio, fissandosi d’un tratto su una massa corporea distesa a fianco alla scrivania.In quei pochi istanti, se la mente rifletteva sul fatto di non poter mai più intrattenersi seppur laconicamente con l’autorevole diplomatico, l’occhio terrorizzato ne osservava il corpo riverso a terra, la schiena coperta da una chiazza scura, la testa piegata di lato, e il manico di un oggetto di metallo conficcato in mezzo alle spalle. Che si trattasse proprio di lui non aveva dubbi, si trovava nel suo ufficio. E poi, la faccia dell’ambasciatore e i suoi occhi vitrei parevano fissarlo, quasi compiacenti di metterlo in imbarazzo. «Porca miseria, è morto! Hanno ammazzato l’ambasciatore» farfugliò il povero Ughi, impaurito e tremante, avvicinandosi con fare incerto. Già da due metri poteva realizzarne la rigidità assoluta nella pozza di sangue, ormai quasi secco. L’ambasciatore Winston era stato assassinato. Un portafoglio completamente vuoto giaceva ai piedi del morto. Alcune carte sparse per terra. Fece per accostarsi ulteriormente, ma fu preso da un conato di vomito. Dovette respirare profondamente. Riprese parzialmente il controllo, poi d’improvviso realizzò che doveva chiamare Vito Farina, il poliziotto capo del servizio di sicurezza. Prontamente fece il numero sul cellulare, ancora inspirando a fondo. Risposta istantanea: «Sono Farina, che c’è?».«Signor Farina, un disastro, una disgrazia, l’ambasciatore è morto, credo… ammazzato, per terra, con un qualcosa ficcato nella schiena.» Dall’altra parte, una naturale esclamazione di sorpresa e sconcerto, la consueta avvertenza di non toccare nulla e l’impegno di arrivare subito.In effetti il capo della sicurezza si palesò dopo nemmeno un minuto, trafelato. Entrando in stanza dalla porta aperta, fece andare subito lo sguardo verso la scrivania. Vide il corpo e vi si avvicinò, rapidamente. Inginocchiandosi, spostò la testa di lato per osservare bene la faccia e gli occhi del cadavere. Non toccò niente. Neanche il portafoglio per terra; tantomeno le carte.Dopo qualche secondo prese il cellulare e chiamò l’agente in guardiola. «Porzio, vieni immediatamente nell’ufficio dell’ambasciatore. È stato commesso un delitto, l’ambasciatore è stato assassinato. Ho bisogno che tu ne venga a presidiare l’ufficio e… il corpo. Corri!»Non udì commenti. Verosimilmente Porzio era rimasto esterrefatto. Lo vide apparire dopo poco,completamente bianco in volto. Si mise quasi sull’attenti ad aspettare ordini vicino al cadavere, badando bene a non guardarlo. Gli faceva impressione. Nel frattempo Farina cercava di parlare al telefono con il capo diretto al Ministero degli Affari Esteri a Washington. Doveva essere l’una di notte. Ma, per una cosa del genere, andava svegliato.«Johnson speaking.»«Marty, Winston è stato assassinato. L’ambasciatore, qui a Roma.»«Per la miseria! Cosa mi stai dicendo?»«È morto, ucciso, un coltello… anzi, un tagliacarte di metallo nella schiena, all’altezza del cuore.»«Morto… Winston. Dove? Ma come?»«Non lo so, Marty, nel suo ufficio in ambasciata, sembra un furto. Il suo portafoglio è stato svuotato. Di primo acchito mi sembra gli abbiano portato via anche l’orologio, credo di grande valore… lo aveva sempre al polso.» Farina dette al boss quei pochi dettagli che risultavano evidenti e Johnson ci mise un po’ a riaversi. Era già a letto e la notizia lo aveva naturalmente scombussolato. Disse a Farina che avrebbe coinvolto immediatamente la polizia italiana, ci avrebbe pensato lui a parlare con il questore Moretti, una persona in gamba. La cosa migliore, far iniziare a loro l’indagine, in attesa di poter inviare qualche detective da Washington per prendere ilcomando della situazione. Ci sarebbe voluto del tempo, nel frattempo meglio utilizzare gli italiani e la Scientifica della questura romana, che sapeva essere molto preparata. Farina non digerì benissimo l’idea. Da capo, avrebbe preferito mantenere la responsabilità, però si rendeva anche conto che questa era una cosa grossa. Tutto sommato meglio fare quello che suggeriva Johnson e lasciar la palla a qualcun altro. Profferì un ordine secco, rivolto a Ughi, che era ancora lì, incerto se andarsene: «Ughi, raduni tutti i suoi colleghi, in giro o che stanno arrivando, e si rechi nella stanza delle riunioni, qui all’inizio del corridoio. Dopo dovrò parlarvi».Disse a Porzio di rimanere lì, badando bene a non far entrare nessuno, fintanto che non fosse arrivata la polizia e mentre andava a verificare la situazione nelle stanze attigue, quella del segretario Carson e dell’assistente Morrison. Uscì subito dopo.Il commissario Ottorino della questura arrivò a sirene spiegate con la sua squadra dopo una ventina di minuti. Farina nel frattempo era ritornato e fece strada fino all’ufficio della vittima. Il detective della polizia, robusto, con un atteggiamento fiero e sicuro, ispirava fiducia, dimostrava di sapere cosa bisognasse fare. Era accompagnato dal dottor Righetti, l’anatomopatologo di turno, un tipo segaligno, piccolo, con dei capelli fluenti tutti bianchi. Completavano la formazione due tecnici della Scientifica, in tuta bianca e scarpe incappucciate nelle babbucce di nylon. Con un cenno della mano, il commissario Ottorino chiese al responsabile della security di rimanere fuori nel corridoio. I quattro entrarono e presero possesso della scena. Il funzionario della questura fu il primo a visionare il cadavere da vicino. Era quello di un uomo corpulento, di quasi un metro e novanta, torace possente, coperto da una camicia intrisa del caratteristico e scuro liquido ematico. Si chinò sul corpo rimanendo a una distanza di mezzo metro. Il manico di un oggetto di metallo, un tagliacarte, spuntava dalla schiena del cadavere, appena sotto le scapole, spostato verso sinistra. Solo un paio di centimetri di lama erano scoperti; il resto dell’improvvisata arma, quasi completamente conficcata nella carne, aveva raggiunto il cuore provocandone presumibilmente l’arresto in pochi attimi. Il sangue, uscito copioso, era colato in parte sul pavimento, formando una vasta chiazza, addensandosi quasi subito e seccando nelle poche ore che dovevano essere trascorsedal momento in cui era stata inferta la pugnalata letale. Ottorino scosse la testa, poi si alzò, lasciando spazio ai periti. Vide due porte nella parete a destra della stanza. Una, aperta, dava sul bagno privato dell’uomo politico. Entrò, il locale era piccolo, qualche metro quadro, vi sostò brevemente per stabilire che fosse vuoto. Dopo essere uscito, aprì la porta attigua. Immetteva in una stanza comunicante. Fece capolino: anch’essa era desolatamente vuota. Gli impiegati ancora non avevano preso servizio. All’interno si avvide però che vi era una rientranza nella parete in corrispondenza del bagno dell’ambasciatore. E un’altra porta. Andò ad aprirla: un secondo bagno, anch’esso vuoto, quello dell’impiegato che, svolgendo lì il suo lavoro, doveva essere un collaboratore stretto del deceduto. Da quell’ufficio uscì nel corridoio per parlare con Farina.

02 luglio 2020

Aggiornamento

Da un po’ stavo pensando a quale poteva essere una colonna sonora adatta per il Coguaro. Finalmente l’ho trovata: dall’album “lightless”, di Nick MORINI, “escape overture”, di cui riporto il link https://youtu.be/Q8FJAhInMls
30 giugno 2020

Aggiornamento

Questa è l’intervista realizzata per il Blog “ricominciodame” dalla giornalista Giovanna Samà  http://ricominciodame.me/?p=2457
13 giugno 2020

Aggiornamento

Ecco il link della registrazione della videoconferenza realizzata in data 12 giugno nella sala lettura del Comune di Taino col patrocinio del delegato alla cultura https://www.facebook.com/comune.taino/videos/286475885996082/
11 giugno 2020

Evento

Salve, domani 12 Giugno, dalla pagina facebook del Comune di Taino diretta streaming della presentazione del libro di Daniele Gennari alle ore 20:45. A cura del giornalista Marco Tresta. Collegarsi al link:
https://www.facebook.com/events/2561798280740775/
24 maggio 2020

Aggiornamento

Ho realizzato un video di lettura delle prime due pagine del libro con l'associazione culturale happening-cult. Ecco qui il link per visualizzarlo. Grazie dell'attenzione.
https://www.youtube.com/watch?v=3sshbkdFwg4
21 maggio 2020

Aggiornamento

Qui di seguito uno stralcio della presentazione che ho effettuato in videoconferenza internazionale per presentare il progetto editoriale, con ottima partecipazione di pubblico.
Buonasera, saluto tutti con grande calore, vi do il benvenuto in questa sala virtuale e vi ringrazio per la partecipazione. Avrei preferito tenere questa riunione dal vivo ma d’altro canto in quel modo non avrei potuto invitare partecipanti da location così diverse. Oggi abbiamo amici dal Lago Maggiore, da Milano, dalla California, da Pisa, da Roma. Abbiamo chi rappresenta le amministrazioni pubbliche, chi la medicina e la sanità, scienziati, matematici, professori di lettere, studenti, ragazzi. Un pubblico misto e qualificato. Ringrazio veramente tutti di cuore perché capisco quanto sia difficile ritagliarsi una mezzora di tempo in giornate che in questo periodo sono state ancora più caotiche. Specialmente per chi ha 9 ore di fuso di differenza. Il libro è un thriller: due omicidi commessi a distanza di trent’anni, con una prima indagine del protagonista da giovane in America, su un delitto avvenuto in azienda, che ricalca lo stile classico del giallo all’inglese, con i dialoghi, le situazioni psicologiche, e poi una parte centrale e finale, che si svolge intorno all’assassinio di un importante uomo politico statunitense in ambasciata a Roma, seguendo i dettami del thriller d’azione, all’americana, con sparatorie e colpi di scena. Le due indagini si intersecano, si innestano una dentro l’altra per dare dinamismo alla scena e creare attesa nel lettore. Quando sei immerso in una inchiesta ti rode, spero, che l’autore improvvisamente, nel capitolo successivo, ti riporti nell’altra. L’indagine californiana mi ha offerto l’opportunità di ricordare alcuni episodi autobiografici, aneddoti vissuti in quel periodo. Ma io oggi non voglio parlare del mio libro, ma di che cosa mi ha spinto a scriverlo. Quando ero ragazzo desideravo diventare uno scrittore, mi vedevo forse come tanti di noi, come un poeta maggiore, di quelli studiati a scuola, volevo essere un romanziere. Amavo Dickens, per tanti anni ho considerato David Copperfield il miglior romanzo che fosse mai stato scritto. Poi, un bel giorno, dovrei dire semplicemente un giorno, perché non so ancora bene, un amico qui presente in sala, oggi, mi convinse, durante la visita per il militare, ad iscrivermi a Scienze dell’informazione. Era una facoltà nuova, a Pisa per la prima volta in Italia, lavoro assicurato. Lì sono diventato pragmatico e la mia vita cambiò. Sono entrato in quel mondo dell’informatica, e vi sono rimasto per 40 anni. Appena laureato fui inviato dall’Olivetti in California.
Nel libro ho raccontato un aneddoto di come fecero a convincermi a trasferirmi. Insomma mi dissero, vai per un mesetto, per un’esperienza formativa, a imparare un po’ d’inglese. L’esperienza è stata sicuramente formativa, il mesetto sono diventati 11 anni, in diverse fasi. Se sono voluto tornare in Italia mi sono dovuto trasformare o, come si usa dire riciclare, termine più attuale, in un uomo di commercio, di marketing, negli ultimi anni addirittura di amministrazione. Un passo obbligato, non so se positivo. In questi anni passati in giro a organizzare o aspettare riunioni, in treno o in aereo, quando a maggio avevo già superato le 100.000 miglia che davano diritto alla card di lusso delle compagnie aeree, per far passare il tempo e sconfiggere la noia leggevo e continuavo a cullare dentro di me il desiderio di scrivere. Un giorno, cascasse il mondo, avrei scritto qualcosa. Ma in quegli anni successe anche un’altra cosa dentro di me. Avevo bisogno di staccare, di fantasticare, di pensare ad altro, di fiction, di azione, di pathos, di emozioni e il mio interesse si era spostato da Dickens a Connelly, a Cornwell, a Child, a Chandler, Crais. Se avete notato tutti autori che iniziano per C, forse per avere qualche chance dovrei chiamarmi Cennari. Mi viene in mente un aneddoto a proposito del mio inglese e del nome. Quando arrivai in California mi presentai in banca per aprire un conto corrente, è la prima cosa da fare se si abita per un po’ in America. L’impiegato mi chiese di fare lo spelling del mio nome, ovviamente. Io mi impegnai di brutto. Una settimana dopo, perché in America sono efficienti, mi arrivò a casa un libretto degli assegni intestato a me: il nome era Daniel senza la e finale, e questo ci sta. Il cognome era invece così composto: J-e-n-h-a-r-y. Daniel Jenhary. Per anni sono stato chiamato dai miei amici di quel periodo Jenhary, enfatizzando la J e la h aspirata.
Quando mi sono ritirato ho avuto tutto il tempo del mondo. Ho cominciato a ricordare e a mettere in word le mie esperienze giovanili, prima per scherzo, poi ho visto che riuscivo a scrivere 10 pagine al giorno, 100 pagine in pochi giorni. E sono venute fuori, contemporaneamente, la mia passione per i libri gialli americani e l’imprinting commerciale che mi ero cucito ad- dosso. Ho voluto farne un prodotto, per il mercato editoriale, raccontare le mie cose, ideando una fiction, che piacesse a donne, uomini, giovani, adulti, maturi, manager, studenti, viaggiatori, ragazzi. Oggi qui ci sono dei ragazzi giovani, che sembrano apprezzare il libro. Io ne sono profondamente orgoglioso. Un prodotto quindi, spero ben confezionato, ma che si aspetta da tutti voi una critica valutazione, un feedback, perché possa migliorare ancora, prima della versione finale che verrà pubblicata fra qualche mese, e per permettere a me di migliorare. Di passare dalla fase dilettantesca a quella professionale. Perché io mi diverto a scrivere, un mondo, ma vorrei farne anche una professione, la mia prossima professione.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Bellissimo libro, complimenti all’autore che non conoscevo pur essendo un grande amante di thriller. Ne valeva la pena! Aspettiamo il prossimo!

  2. (proprietario verificato)

    Come descritto nella presentazione del libro e come altri lettori hanno indicato, il libro consiste di due trame parallele. L’esordio del giovane software engineer in Silicon Valley, raccontato in flash back, si intraccia e alterna con il racconto del presente, cioè l’investigazione dell’assassinio dell’ambasciatore americano a Roma. La metamorfosi del software engineer in “Conguaro” connette le due. Questa struttura rende la lettura scorrevole, avvincente e piacevole. I vari personaggi vengono introdotti man mano che il racconto si svolge e diventano sempre più reali, come un’immagine dapprima sfuocata e poi sempre più nitida. Questo grazie all’abilità dell’autore di descriverne le emozioni e il ruolo.
    Durante l’indagine non mancano momenti più rilassati che rendono meno cupa l’atmosfera del racconto e la lettura interessante. La fiducia reciproca dei componenti del team e la fedeltà al loro leader è cattivante, oltre a far risaltare l’aspetto umano, ormai forse sopito dello spietato Coguaro.
    Ne consiglio la lettura.

  3. (proprietario verificato)

    Consigliatissimo! Generalmente non sono un appassionato di gialli, ma un carissimo amico mi ha convinto a leggere questo nuovo autore. Sono rimasto anch’io rapito dalla trama del libro. Davvero complimenti!

  4. Mauro Turchetti

    (proprietario verificato)

    Libro bellissimo. Purtroppo ieri e’ finito… Mi è piaciuto talmente tanto che questa mattina ho ordinato una seconda copia, da regalare ad un amico che vive in Venezuela ed è amante di libri gialli ! Aspetto con ansia il secondo!

  5. Daniele Gennari

    (proprietario verificato)

  6. (proprietario verificato)

    Ho appretto Le ombre del coguaro, il giallo di Daniele Gennari. Non sono riuscito a staccare e l’ho letto tutto d’un fiato (cosa strana visto che in genere leggo più di due/tre libri in parallelo). Inutile dire che mi è piaciuto. Un doppio intrigo; uno attuale a Roma ed uno ricordato oltre 30 anni prima a Cupertino in California. Molti dei personaggi della parte ricordata possono essere riconosciuti da chi ha lavorato all’Olivetti ATC nei primi anni 80.
    Un informatico che diventa investigatore ad altissimo livello, uomo di punta di indagini politiche che coinvolgono ambasciatori e senatori.
    Un gran bel giallo; speriamo che Daniele ci dia ancora occasione di leggerlo.

  7. (proprietario verificato)

    Ho appena finito di leggere il giallo Le ombre del coguaro di Daniele Gennari. Mi è piaciuto molto. Ambientato tra Italia e Stati uniti, si legge di un fiato. Il protagonista, un investigatore ad alto livello politico, mentre cerca di districare l’intricata faccenda dell’omicidio di un ambasciatore, ci fa partecipi delle sue riflessioni esistenziali sulla propria vita attraverso un diario della sua prima importante esperienza lavorativa quando era un giovane di belle speranze. Quanto è rimasto, dopo decenni, dell’entusiasmo e delle idee che coltivava all’inizio della sua carriera in ambito informatico? Le sue prime vicende lavorative e la sua difficile e pericolosa indagine si dipanano in parallelo, trovando punti di contatto sia sul piano filosofico che inaspettatamente sul piano pratico. Il libro sarà particolarmente apprezzato da chi è attento ai risvolti politici del racconto e anche da chi è appassionato del mondo dell’informatica e dello sviluppo degli strumenti moderni in questo campo, anche nell’ambito della sicurezza.

  8. (proprietario verificato)

    Un giallo che mi ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine..niente è scontato in questo libro. Ho adorato le descrizioni dei luoghi a me cari, il delinearsi graduale dei personaggi, il continuo rapporto tra il passato e presente del protagonista. Il “Coguaro” un uomo in cui convive l’adulto pieno di esperienze un po’ cinico ed il ragazzo inesperto che affronta pieno di speranze il nuovo mondo. Un giallo a 5 stelle .

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Daniele Gennari
è nato a Pisa nel 1955. Sposato, due figli. Ha ricoperto incarichi dirigenziali in importanti aziende informatiche. Ha fondato startup e diretto filiali all’estero di imprese italiane. Una vita trascorsa fra San Francisco, Londra, Città del Messico e Milano. Oggi è consigliere delegato alla cultura per il Comune di Ranco, sul lago Maggiore. Le ombre del Coguaro è il suo libro d’esordio.
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