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Un viaggio nel tempo per salvare il mondo, tre ragazzi catapultati in un futuro distopico. Claude, Stephen e Johnny attraverseranno un percorso di ricerca e di scoperta, di battaglie e di crescita, alla ricerca del Brando di Helash, l’unico in grado di sconfiggere il male e di riportare la pace. In mezzo a Nani, Troll ed Elfi, i tre ragazzi non avranno altra scelta che compiere la propria missione, rendendo realtà la profezia che li vede protagonisti.
Che fare, d’altronde, se il mondo come lo hai conosciuto smette di esistere? Nel futuro delle Tre lame, arretrato e spaventoso, i tre si troveranno a vivere un nuovo Medioevo. E l’uomo non sarà più solo… è il tempo del Ricongiungimento. È il tempo degli eroi.

Perché ho scritto questo libro?

Un libro non ha bisogno di motivazioni. Un libro nasce quando deve, quando le parole fluiscono sulla carta e le dita si muovono sulla tastiera come sotto dettatura. A me è capitato così. Ho sostato a lungo inutilmente davanti allo schermo quando volevo scrivere e ho dovuto al contrario costringermi a scrivere quando il racconto voleva prendere vita, anche quando non avevo molto tempo da dedicargli. Il racconto è un bimbo che richiede attenzioni e non si piega alle esigenze di chi lo scrive.

Capitolo 1
La luna si rifletteva sulle placide acque del Lago Superiore e
il vento freddo proveniente da nord spazzava via dalle strade di
Towertown le ultime foglie secche di un autunno che non voleva
ancora andarsene. Pochi frettolosi passanti si aggiravano in quella
tarda serata di novembre, troppo presi dalle loro commissioni e dai
loro impegni per accorgersi di quel lampo improvviso che solo per
un istante aveva illuminato il vicolo dietro al centro commerciale,
proprio là dove i commessi a fine giornata accumulavano gli scatoloni

vuoti della merce esposta. Quando la creatura uscì dal vicolo,
dopo aver abbandonato le sue reali fattezze, si confuse con gli ultimi
avventori del supermercato. La sua caccia era cominciata.
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Claude camminava stringendo le spalle nella corta giacca di lana
che indossava con poca disinvoltura. Il freddo pungente gli arrossava

le guance sbarbate da poco e lo costringeva a socchiudere gli
sporgenti occhi nocciola. Aveva lasciato il giaccone a casa, quello
colore verde acido che a sua madre piaceva tanto, ma che lui proprio
non sopportava. Quella sera doveva essere tutto perfetto e presentarsi

con quel capo da sfigato non era proprio il massimo. L’aveva
lasciato in garage, appeso all’appendiabiti assieme alla tuta da ginnastica

e alla giacca da giardino di suo padre.
Ho proprio bisogno di un giaccone nuovo, pensò. Era in ritardo,
come al solito. Da quando quattordicenne si era trasferito nella cittadina

del Minnesota assieme alla sua famiglia non era ancora riuscito a rimediare

alla sua difficoltà nel gestire la puntualità, nemmeno adesso che erano

trascorsi ben quattro anni dal loro arrivo.
Suo padre lavorava per una famosa multinazionale e così avevano
lasciato la Francia e tutto quello che possedevano per andare a vivere lì.

In fondo non era poi così male. Poche migliaia di abitanti,
perlopiù impegnati a lavorare nelle industrie metallurgiche che coronavano

la cittadina a pochi passi dal Canada, una chiesetta segnata dal passare

del tempo, un campo da football con le tribune arrugginite e

qualche locale di ritrovo per i giovani.
Avevano trovato alloggio in una bassa villetta non molto lontana
dal lago, con un ampio giardino e vicini discreti. Forse troppo discreti.

Non era stato facile per un ragazzo proveniente dal vecchio
continente inserirsi nel gruppo dei giovani del posto.

Il primo ostacolo era stato la lingua. Il secondo i gusti e

le preferenze. Per il primo
poteva affermare che dopo quattro anni, accento a parte,

il problema non si poneva più. Quanto ai gusti… Un’auto piena di militari che
intonavano un canto goliardico sfrecciò dalla direzione opposta alla
sua, ricordandogli che doveva affrettare il passo se voleva arrivare
in tempo. In mano stringeva una bottiglia di vino francese prelevato
dalla riserva personale di suo padre. Non era un grande bevitore, ma
aveva scoperto che da quelle parti il buon vino era molto apprezzato
e quella sera a casa di Johnny c’era una festa. Johnny era la ragazza

più strana che avesse mai conosciuto in vita sua. Piuttosto alta e
robusta, dotata di un carattere deciso e risoluto, era il “ragazzaccio”
più dispettoso e irriverente che si fosse mai visto a Towertown. Ed
era la sua migliore amica. Si erano conosciuti a scuola, pochi giorni
dopo il suo trasferimento e subito si era creata una certa empatia. A
differenza degli altri, si era sforzata di capire lo stentato inglese di
quell’allampanato ragazzo venuto dall’Europa e ben presto avevano
cominciato ad apprezzarsi. Lo aveva aiutato nello studio e introdotto,

un po’ alla volta, nella sua cerchia di amici. Certo, era ancora
“quello che parla solo di calcio e di Pogba”, ma cosa poteva farci, se a
lui piaceva il calcio? Alla fine aveva dovuto rassegnarsi e aveva riposto

nel cassetto il poster del Paris Saint-Germain sostituendolo con
quello dei Minnesota Vikings.
Diede un rapido sguardo all’orologio che portava al polso. Le dieci
e mezzo. Se non mi sbrigo farò tardi anche stavolta e non me lo

perdonerebbero. Sono sei mesi che prometto questa bottiglia di Bordeaux
dell’89, pensò. In realtà la sua preoccupazione era rivolta a qualcos’altro.

Allungò la mano libera per cercar la tasca della giacca e trovò
conforto nelle forme spigolose del pacchettino che custodiva gelosamente.

Era un regalo per Janette. Si sorprese a sorridere come uno
sciocco al ricordo del giorno in cui l’aveva conosciuta. Occhi azzurri,
fluenti capelli biondi e un tono accusatore nella voce mentre lo

rimproverava di averla urtata con la bicicletta, facendole cadere a terra il
frullato alla fragola che stava gustando. Per scusarsi l’aveva invitata
al bar all’angolo, dove tra un frullato e l’altro avevano scambiato alcune

parole e l’iniziale diffidenza nei suoi confronti si era stemperata.
Erano usciti dal locale con il numero di cellulare l’uno dell’altra e
la promessa di rivedersi; avevano continuato a frequentarsi per tutta l’estate.

Claude non credeva ai colpi di fulmine – o almeno che potessero

capitare a lui –, ma non sapeva descrivere diversamente la
sensazione che provava quando era in compagnia della ragazza.

Eppure non aveva mai avuto il coraggio di rivelarle i suoi sentimenti.
Temeva di rovinare qualcosa o di aver frainteso… Si ridestò dai suoi
pensieri, risoluto. Questa sera sarebbe stata quella giusta. Johnny
aveva invitato anche lei. Aveva messo da parte qualche dollaro per
comprare un anellino d’argento. I suoi amici avrebbero detto che
era una pacchianata, ma in Francia si usava ancora così. Ripassò
mentalmente il piano: sarebbe entrato in casa, avrebbe salutato
Janette, l’avrebbe invitata in veranda, si sarebbe dichiarato e poi…
«Maledetta timidezza» imprecò a denti stretti. Non era sicuro che
le cose sarebbero andate così, ma non poteva aspettare oltre. Un festoso

e chiassoso frastuono veniva dalla casa in fondo alla via. Casa
di Johnny. Raggiunse l’abitazione, si rassettò il nodo della cravatta e
sfoderando il migliore sorriso di cui era capace suonò il campanello.
A qualche isolato di distanza il ragazzo stava per eseguire una
consegna. Le pizze si stavano raffreddando velocemente nel portapacchi

della bicicletta e al suo capo non piacevano le lamentele
dei clienti. Per questo fu restio a fermarsi quando quell’uomo lo
chiamò. «Ragazzo, un’informazione per favore.» L’uomo aveva una
voce profonda ed era stato molto cortese, diversamente dal tipo a
cui aveva fatto la consegna precedente.
«Conosci questa persona?»
Il ragazzo diede una sbirciata rapida al nome scritto in modo frettoloso

su quel pezzo di carta. «Sì certo, tutti la conoscono in città.»

«E sai dirmi dove posso trovarla?» Il fattorino sfilò dalla tasca la
penna che usava per fare firmare le ricevute e tracciò sul foglio un
semplice percorso. L’uomo prese il foglio e lo osservò compiaciuto.
«Posso sapere perché le interessa saperlo? Sa, è una mia amica…»
«Devo consegnarle una pizza» rispose l’altro quasi subito.
«Ma sono io il ragazzo delle pizze!» si risentì l’altro, seccato.
«Non per molto» mormorò la creatura mentre il suo braccio descriveva

un arco rapido sotto la gola del ragazzo.
Quando con qualche difficoltà la bicicletta ripartì, fu chiaro che la
gran parte delle pizze contenute nel portapacchi non sarebbe stata
consegnata.
«Lasciate stare il poster di Jonathan Rhys Meyers!» gridò Johnny
dall’interno della casa, mentre a passi decisi raggiungeva la porta di
ingresso, aprendola. «Claude… vecchia spugna! Ti si vede, finalmente.

Eravamo in pensiero.»
«In pensiero per me o per la mia bottiglia di Bordeaux?» replicò
maligno Claude.
«Non dire fesserie, entra, ci siamo tutti! E con voi due facciamo
subito i conti!» riprese lei, urlando rivolta alle sue spalle, dove su
una parete campeggiava il poster del suo attore preferito al quale
erano stati tratteggiati barba e baffi con un pennarello.
«E…» Claude ammiccava a Johnny cercando di scorgere nel frattempo

tra gli invitati il familiare volto di Janette.
«Certo, certo, c’è anche lei. Credo che ti stia aspettando. Vi vedo
bene insieme.»
Claude arrossì leggermente mentre il suo volto si stendeva in un
sorriso soddisfatto.
«Grazie Johnny, sei un vero tesoro.»
«Ehi, non esageriamo, ragazzo!» scattò Johnny.
«Certo… scusa» si giustificò Claude. Johnny non amava molto i
complimenti sdolcinati.
Il ragazzo protese lo sguardo all’interno della stanza, da cui proveniva

una cacofonia di musica ad alto volume e un vociare persistente. La festa si

presentava molto variopinta. Mike Ford completamente sbronzo si

ciondolava goffamente sulle gambe in cerca
di un appoggio, possibilmente femminile. Stephen si dava da fare
assaggiando ogni stuzzichino disponibile sulla tavola imbandita,
Luke e Fabio seguivano la partita di basket alla TV, mentre gli altri
ballavano al ritmo delle ultime hit. Claude abbassò lo sguardo sulla
sua cravatta e ben presto si rese conto di non averci azzeccato molto
con l’abbigliamento.
«Avevo detto abbigliamento casual, ragazzo» lo rimproverò
Johnny. «Non stai andando a un funerale. Via quella cravatta!» e
così dicendo lo liberò dal collare e chiuse la porta alle sue spalle.
Dall’altro lato della strada il ragazzo delle pizze cominciò ad attraversare.

Sarebbe stato facile, un lavoretto semplice. Non capiva
come mai il suo Padrone si preoccupasse così tanto. Pochi istanti e
il problema sarebbe stato risolto… alla radice.
Claude entrò in salotto destreggiandosi abilmente tra gli improvvisati

ballerini e si diresse verso il tavolo delle bevande. Lì depose
la sua preziosa bottiglia e poi, guardandosi in giro, cercò di individuare

Janette. Infine la vide che ballava in un angolo della stanza,
cercando di evitare con abilità Mike Ford, che per l’ennesima volta
cercava di trovare qualcuna da abbordare.
«Coraggio pupa, vieni a fare un giro, eh… ti va?» stava dicendo.
«Dai, Mike,» lo apostrofò Claude «non vedi che non ci sta… lascia
perdere.»
«Ehi, tu, pivello, lasciami lavorare» ruttò Mike, investendo Claude
con una zaffata che sapeva di birra e ketchup messi assieme.
Claude non raccolse l’offesa. «Ok Mike, vai a dormire che è meglio…

Janette, posso invitarti a ballare?» disse Claude meravigliandosi

della sua sicurezza.
«Sì, certo… volentieri.»
I due si allontanarono verso il centro della stanza, lasciando

esterrefatto il povero Mike che non trovò niente di meglio da

fare che attaccarsi all’ennesima bottiglia di birra.
Stephen aveva da poco terminato il suo hamburger e cercava

qualcos’altro da mettere sotto i denti. Era un quindicenne tranquillo con
una ristretta cerchia di amici di un paio d’anni più grande di lui.
Molto alto per la sua età, spesso preferiva dedicarsi al simulatore
di volo installato sul suo computer piuttosto che assistere al basket
in televisione. Conosceva segreti e caratteristiche di ogni aereo
conosciuto, commerciale o passeggeri che fosse e sapeva atterrare
in ogni aeroporto del mondo. Virtualmente parlando, ovviamente.
Passava molto tempo in camera leggendo i libri di suo padre,

prevalentemente testi tecnici di meccanica e di idraulica. Si interessava
a tutto quello che era tecnologia e innovazione e spesso gli amici
facevano affidamento sulle sue competenze per sistemare problemi
grandi e piccoli sui loro computer. Come tutti gli altri era stato invitato

da Johnny quella sera, e non si era di certo fatto pregare per
accettare l’invito. Partecipare a un party in casa di Johnny voleva
dire potersi aspettare di tutto.
«Vai, magico Kobe!» urlava esaltato Luke, saltando sulla vecchia
poltrona in pelle davanti al televisore. Da grande tifoso dei Lakers
qual era, Luke non si perdeva una partita della sua squadra preferita
per nessuna ragione al mondo e nemmeno quella sera aveva voluto
rinunciare all’appuntamento con il basket. Al suo fianco, assonnato
e annoiato, sedeva Fabio, un ragazzo di origini italiane. Era un amico

di Claude, anche lui appassionato di calcio, l’unico del paese che
condividesse questa sua predilezione per lo sport più praticato del
vecchio continente.
«Wow… hai visto, Fabio? Questo è sport… guarda che schiacciata.»
L’altro, dal canto suo, annuiva con indifferenza mentre sorseggiava

svogliatamente una Coca. Stephen seguiva divertito il monologo
di Luke mentre sgranocchiava una manciata di salatini. La musica si
stava facendo più blanda, dal rock si era passati alla disco e già stavano

facendo la loro comparsa i primi lenti dei vecchi anni Ottanta.
«Senti Janette, che ne diresti di andare in veranda a prendere un
po’ d’aria fresca?» Claude finalmente si era deciso.
«Certo, qui dentro mi sento soffocare… troppo fumo credo.»
Raggiunsero in breve tempo la veranda che si apriva sul giardino
con vista sul lago; in lontananza si udiva lo sferragliare del rapido
delle 23:10 diretto a Detroit, mentre alcuni cani randagi in strada
ululavano alla luna.
«È bello qui fuori…» esordì Claude con titubanza.
«Già, sembra di essere in un vecchio film» replicò lei intirizzita.
Era bellissima con le gote arrossate. Era il momento. Claude si
schiarì la voce e la guardò dritta negli occhi: «Senti Janette, io…».
Un tonfo improvviso fece sobbalzare i due. Era Alpher, il barboncino

di Johnny che, seduto sul davanzale della finestra che dava sul
salotto, aveva fatto cadere un vaso di dalie.
«Alpher, maledizione!» sbottò Claude tra lo spaventato e l’irritato.

Il barboncino osservò i due con noncuranza, zampettò un po’ per
la veranda e si diresse trotterellando verso il soggiorno e da qui in
cucina.
«Bene, ora venite fuori di lì e di corsa!» tuonava Johnny. «Non fate
i codardi, affrontate la vostra giusta punizione» e dicendo questo
puntava con fare accusatore l’indice della mano destra verso i

malcapitati decoratori di poster che erano ben lontani dal voler uscire
dal loro riparo.
«Guardate, voi due, che se non uscite spontaneamente, io…»
Johnny fu interrotta dal festante abbaiare di Alpher che dopo una
breve ricerca per la sala giungeva tra le sue braccia.
«Ah, sei qui, canaglietta» sussurrò dolcemente Johnny. Alpher era
l’unica cosa al mondo che mettesse in mostra il suo lato più tenero.
«Vieni qui in braccio… ehi… sei tutto sporco di terra. Che cosa hai
combinato? Non importa, tesoro.» Alpher da parte sua ricambiava
con tanto affetto, leccando il viso della ragazza e scodinzolando festosamente.
Quando il campanello suonò per la seconda volta, Johnny spazientita sbuffò.

Chi poteva essere? Erano arrivati tutti ormai. Forse
stavano facendo troppa confusione e i vicini avevano chiamato la
polizia? Posò Alpher a terra e i suoi lunghi capelli mori le scesero
sul volto. «Con voi faccio i conti subito» minacciò verso lo stanzino
delle scope, dove intanto i ragazzi si erano nascosti. Si avvicinò alla
porta. «Chi è?» disse mentre apriva.
«Pizza a domicilio!» rispose la creatura mentre sfilava dalla tasca
un lungo pugnale.
Claude aveva perso un’occasione d’oro, il momento più propizio
era passato e si sentiva imbarazzato e tremendamente in difficoltà.
Così, mentre il ragazzo si arrabattava su questo problema, ci pensò
Janette a risolverlo: «Cosa volevi dirmi prima, Claude?».
Il ragazzo arrossì leggermente, ma a causa della penombra lei non
se ne accorse. «Ecco io… Janette, tu mi piaci, e tanto, ci conosciamo da
poco ma io…»
Il dito di Janette giunse a socchiudergli le labbra.
«Non c’è bisogno di parlare così tanto, Claude, anch’io ti voglio
bene.»
Il ragazzo sentì un grande calore sprigionarglisi dal petto e salire
alla testa, si chinò leggermente in avanti e dischiuse le labbra mentre

avvicinava il suo volto a quello di Janette.

12 settembre 2019

Evento

Tolmezzo, Biblioteca A. Pittoni, giovedì 12 Settembre presso la Biblioteca Comunale di Tolmezzo, l'autore presenterà Le tre lame.
21 settembre 2018

Radio Studio Nord

A questo link potete trovare podcast e video dell'intervista rilasciata in diretta oggi a Radio Studio Nord.
14 agosto 2018

Telefriuli

Guardate a questo link il video dell'intervista rilasciata dall'autore all'emittente televisiva Telefriuli. Buona visione!
09 agosto 2018

Il Friuli.it

Ecco una nuova intervista rilasciata dall'autore alla testata giornalistica "Il Friuli.it".
30 luglio 2018

Euroregionenews

Sul sito di informazione transfrontaliera Euroregionenews è stato pubblicata in data odierna un'intervista all'autore da parte del direttore della testata. Oggi l'intervista sarà anche trasmessa da sei stazioni radio locali. Per accedere al sito e ascoltare l'intervista, il link è questo!
20 luglio 2018

Aggiornamento

“Le tre lame” nasce una sera di ottobre del lontano 1985, quando diciottenne, assieme a due miei amici (Arianna e Stefano) passammo qualche ora a discutere di paradossi spazio-temporali. Avevamo appena assistito alla proiezione di “Ritorno al futuro” e ci era piaciuto molto. La mattina seguente, armato di penna e una agenda che qualche banca generosa aveva regalato a mio padre, cominciai a scrivere. E dopo cinque capitoli mi fermai. Forse non sapevo dove volevo andare a parare e probabilmente non avevo idea in quale ginepraio mi fossi infilato! Per un paio di mesi rimase lì, un’agenda verde con molti scarabocchi e qualche parola incomprensibile che il mio amico Sandro cercava di tradurre mentre con il suo 286 si esercitava a trascriverlo in un più decifrabile Times New Roman 11. Ecco, forse se oggi sono qui a presentare il mio libro è proprio per colpa sua. “Vai avanti” mi diceva, incuriosito dalla storia che via via si stava dipanando, prendendo strade e pieghe inaspettate. “Di cosa parla?” questa era la domanda più frequente che mi sentivo rivolgere da chi direttamente o meno veniva a sapere della mia passione. Alla fine mi sono trovato a rispondere “è un fantasy” in un’epoca in cui il fantasy era quasi esclusivamente Tolkien o Terry Brooks. Passarono anni, decenni, e la domanda era diventata “E il tuo libro?” con il tono velatamente ironico di chi ha trovato il tuo punto debole. Ebbene, a Natale del 2016 la serie infinita di “…sono fermo da anni……non ho l’ispirazione….è solo un passatempo” cambiò inaspettatamente in “E’ finito!” Che cosa è rimasto dell’idea originale? Non so dirlo, ma sicuramente mi sono divertito a svilupparla. E ancora oggi, dopo più di trent’anni posso condividere un pezzo della mia storia e della mia fantasia con i miei amici. Come quella sera di ottobre del 1985.
07 luglio 2018

Aggiornamento

Siamo arrivati a 100 preordini! Grazie a tutti! La strada è ancora lunga ma sono fiducioso. Nell'attesa vi invito a dare un'occhiata a questa immagine, opera di Adriano Fruch e disegnata appositamente per il libro...Chi è il personaggio rappresentato? E cosa rappresenta quella strana spilla? Se siete curiosi sfogliate le bozze...
03 luglio 2018

Aggiornamento

Abbiamo raggiunto e superato le 60 copie preordinate in breve tempo! Questo vuol dire che chi ha ordinato una copia la riceverà nel formato scelto al termine della campagna. Se credete nella storia di Claude, Johnny e Stephen e della loro inaspettata missione continuate con il passaparola. Grazie a tutti!

Commenti

  1. Claudio De Michielis

    Grazie Alexis! Il seguito, “Il Brando di Helash” è in campagna di crowdfunding da una ventina di giorni!

  2. Girando per il sito della Bookabook mi sono imbattuta in questo romanzo fantasy. Dopo aver letto la trama mi sono subito incuriosita ed ho deciso di dare un’opportunità a “Le tre lame”. Scelta davvero saggia…

    Con questo romanzo ho potuto ritrovare quella passione ed adrenalina che è tipica dei fantasy.

    Anche se la storia è ambientata nel futuro, sulla Terra vi è stata una regressione e il mondo sembra essere tornato al Medioevo. Protagonisti sono tre giovani – Claude, Stephen e Johnny – che dalla loro normalità fatta di feste, amici e problemi quotidiani si ritrovano teletrasportati nel futuro. Dopo uno smarrimento iniziale e aver compreso (a grandi linee) il loro nuovo compito, il trio di “avventurieri” dovranno cercare il Brando di Helash per poter sconfiggere il male che affligge il mondo (ed il tempo).

    La profezia che viene tramandata da anni tra i vari regni parlerà di loro? Riusciranno a trovare il loro “posto” in questa battaglia?

    Ho apprezzato molto lo stile di scrittura, mi ha ricordato molto Tolkien e Brooks. Le descrizioni non appesantiscono per niente il romanzo, che risulta scorrevole e riesce sempre ad avere l’attenzione del lettore al massimo con colpi di scena e rivelazioni, tanto da non poter lasciare il libro neanche per un minuto.

    Spero che il seguito ci sarà presto perché voglio assolutamente scoprire come continuerà la storia.

  3. (proprietario verificato)

    La trama del libro è avvincente… appena inizi a leggerlo fai fatica a smettere, è appassionante ed avvincente… da leggere assolutamente.
    Non vedo l’ora di leggere il prossimo !!

  4. (proprietario verificato)

    Cristina in realta e quella che legge il libro, e’ fatto molto bene al pari delle grandi firme… Avvincente, ricco di intrecci, veramente bello se dovesse scriverne altri 10 io li compro!
    In bocca al lupo.

  5. (proprietario verificato)

    Ho avuto la fortuna di leggere la prima stesura… e sono stato il primo ad incoraggiare l’autore a scrivere.
    Sono un appassionato del genere fantasy e mi sono bastati i primi 5 capitoli per innamorarmi dei personaggi e della storia.
    Oramai l’ho letto 3 volte… e aspetto con ansia che Claudio riprenda a scrivere, per farmi volare ancora con la fantasia nel mondo che descritto con quel dettaglio e quella leggerezza di cui solo lui è capace.
    I personaggi, poi, mi sono sembrati così reali che mi sembra di conoscerli da sempre.
    UN LIBRO DA NON PERDERE.

  6. Paolo

    (proprietario verificato)

    Il Fantasy non è un genere facile, si rischia di cadere nelle banalità e nelle “solite storie”, lette e rilette. Ma non è questo il caso, in questo libro troviamo il classico Fantasy ma con una visione più ampia e con delle derive decisamente inusuali e molto accattivanti. La narrativa è scorrevole e incalzante, i colpi di scena ai susseguono e la caratterizzazione di personaggi e ambienti è particolarmente piacevole. Che dire si più…speriamo che l’autore continui a scrivere!!! DA NON PERDERE!

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Claudio De Michielis
Claudio De Michielis, nato a Udine nel 1967, laureato in Scienze Forestali, sposato, con due figli, è docente di Tecnologia presso l’IC di Tolmezzo (Ud), città in cui risiede da sempre. Lettore di fantasy fin da ragazzo, inizia a scrivere avventure per giochi di ruolo, delineando scenari e personaggi che lo portano in seguito a cimentarsi con la narrativa. Ha pubblicato con bookabook nel 2019 "Le tre lame".
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