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Le vene della mia terra

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Consegna prevista gennaio 2020

Luca ha lasciato il suo paese, la sua nuova casa è Londra. Fredda e solitaria, la sua nuova vita fatta di turni estenuanti non sembra avere futuro. Così tornano a galla i ricordi della sua Basilicata, una terra che ha dovuto lasciare suo malgrado e verso cui prova sentimenti contrastanti. Il cielo sopra Viggiano è un manto di stelle infinito. Ma c’è di più. C’è anche il Centro Olio con la sua fame di petrolio. Ci sono gli amici di un tempo, che ora non si possono più chiamare così. E c’è la politica, disinteressata al bene reale e famelica di potere. Una vita, questa, che sembra essere un capitolo definitivamente chiuso, un passato da custodire, con tutta la rabbia e l’amore che si porta dietro. Ma il passato non si può seppellire, dimenticare. Un giorno il cellulare squilla e la voce del padre riporta Luca in Basilicata. Inizia così il ritorno alle sue origini, un viaggio che strappa definitivamente quel velo che ha voluto mettere sopra le sue radici, che ora si mostrano per quello che realmente sono.

Perché ho scritto questo libro?

Non c’è un motivo preciso per cui ho scritto questo libro. Posso soltanto dire che a un certo punto è come se avesse preso vita da solo. Io sono stato soltanto il tramite di qualcosa che voleva raccontarsi. Per quanto mi riguarda, sono stato sempre interessato a ciò che mi circonda, a confrontarmi con la realtà e a scavare nei luoghi più nascosti del mondo in cui viviamo per cercare di capire come ci sta trasformando. Forse, questo libro nasce dalla voglia di rifuggire la superficialità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Spesso aveva avuto la sensazione che non sarebbe rientrato nemmeno per le vacanze di Natale e Pasqua, come facevano tutti quelli che erano andati via da Viggiano. D’altronde, non aveva né il coraggio, né la forza e nemmeno un motivo reale o una minima giustificazione per farlo. Ora però, in un modo che non avrebbe mai immaginato, Luca doveva ritornare. Erano passati quattro anni.

In tutto quel tempo non aveva fatto altro che fuggire dai suoi ricordi: ogni volta che qualche pensiero riemergeva dal passato, lo scansava come si fa con le pozzanghere piene di acqua lurida sulle strade sterrate, dopo lunghi e spaventosi temporali.

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 Non era stato facile all’inizio. Con il tempo poi, e con le baldorie che offre Londra, era riuscito poco a poco a crearsi una realtà diversa, quasi parallela. Spesso le ore estenuanti di lavoro nei bar, pub o qualsiasi altro shit job gli si presentasse davanti, avevano affaticato il suo corpo e il suo spirito fino ad annullare anche il più infimo barlume di quei momenti passati. Alla fine delle giornate di lavoro, rimaneva spesso seduto al tavolino di un bar del centro, i capelli castani spettinati nella parte superiore e corti ai lati, gli occhi stanchi e afflitti che attraversavano la vetrina e fissavano inermi il viavai di gente in giro per la City. Quando era sicuro di potercela fare, e tutto era momentaneamente dissipato dopo il suo shot di vodka, indossava la sua giacca alzando il colletto per coprirsi le guance. E ritornava a casa nelle gelide sere inglesi.

Poi, quel pomeriggio, una telefonata. “Tua madre sta male”, aveva detto senza troppi giri di parole, secco. Quando era apparso il nome del padre sul display del cellulare, la sua prima e istintiva reazione era stata di non rispondere. Perché farlo? Ancora non gli era chiaro che dovevano lasciarlo in pace, così lontano com’era? Subito dopo però, per quello strano sesto senso proprio di circostanze così inaspettate, aveva risposto con la sensazione che quella chiamata avrebbe cambiato il corso delle cose. Il padre lo aveva salutato appena, nonostante fossero passati molti mesi dall’ultima volta che si erano sentiti. Lui aveva voluto così: tagliare i contatti con tutti e sapere il meno possibile di quanto succedesse a Viggiano. Ma quelle poche e così nette parole avevano avuto su di lui l’effetto di quei rumori tonfi che si sentono nel silenzio dell’oscurità. Mentre rimaneva attaccato al telefono senza sapere cosa rispondere, Luca si era accorto tutto a un tratto che, per via di quella necessità di allontanarsi, non aveva mai considerato che il tempo sarebbe passato anche a Viggiano e, con esso, anche la vita sarebbe trascorsa. “Non sappiamo quanto tempo le rimanga, sai come sono queste malattie. Si può trattare di settimane, forse mesi” aveva detto il padre con la voce rotta. “Faremo tutto il possibile, ma sinceramente” aveva sospirato “non so fino a quando potremo”. Silenzio. Il padre sospeso nell’attesa di una risposta, una qualsiasi reazione. Luca era riuscito a farfugliare solo qualche parola senza senso. “Certo, certo”, sembrava che stesse parlando da solo. “Dove ti trovi?” lo incalzò allora il padre “è tanto che non abbiamo tue notizie, stai bene?”. “Si, sto bene. Tutto a posto” aveva risposto lui sentendo una fitta tra le costole e un’impellente esigenza di chiudere al più presto quella conversazione. D’un tratto antichi bruciori di stomaco erano ricomparsi e ora sentiva che quei buchi di un tempo non si erano mai rimarginati. “Qui sono cambiate molte cose. Ogni giorno ne esce una nuova” aveva cercato di trattenerlo il padre percependo il suo stato d’animo. “Comunque” aveva poi detto all’improvviso “se non vuoi ritornare non sei obbligato a farlo. Tua madre non dirà niente, come al solito”, fece un’altra pausa e respirò profondamene un paio di volte. “Sicuramente ne soffrirà molto” disse poi tutto d’un fiato, “non voglio dirtelo per farti sentire in colpa, ma è stata tanto male da quando sei andato via”.

Subito dopo aver riattaccato, Luca si era diretto verso il suo mini appartamento a Bayswater. Moscow Road gli era sembrata più vuota del solito. Anzi, quella strada non era mai stata affollata ogni volta che l’aveva percorsa di ritorno dalla metropolitana, e lui se ne era reso conto solo in quel momento. Per quattro anni aveva sempre seguito lo stesso percorso, e adesso si era accorto che camminando lungo quel marciapiede così curato, con le aiuole perfettamente tagliate ai lati, poteva quasi sentire i suoi stessi passi. Il freddo dei pomeriggi invernali non era mai stato così forte per lui, ma ora sembrava penetrargli fino alle ossa. Quelle strade così anonime e ordinate erano solo l’appendice di una vita non vissuta, di un corpo vagante senza un’anima che ne dirigesse il cammino.

Ora però quel torpore doveva finire, così come era iniziato quando era atterrato a Stansted.

[……]

3)

Il giorno dopo arrivò con grande anticipo al ristorante in Oxford Street. Il manager lo accolse col solito sorriso che riservava ai suoi impiegati. In tutti i ristoranti che aveva cambiato, sbattuto fuori o scappato per quanto lo sfruttavano, aveva notato una cosa che si ripeteva spesso: il sorriso falso che i manager avevano stampato sui loro volti, come se fossero stati prodotti in serie per ricoprire quel ruolo così beffardo. Incitare i dipendenti, spingerli ad esser ottimisti pur sapendo di essere all’inferno: dovevano incarnare la felicità, il lato positivo dell’esistenza stessa, il concetto che nonostante ore e ore di lavoro in posti di merda e con le ossa rotte, quella vita era comunque magnifica, la migliore possibile. Molte volte, complici i suoi vizi della sera prima, quei sorrisi si accentuavano e lo irritavano di più, assumendo delle sembianze ancora più affettate del solito.

Negli occhi di tanti suoi colleghi gli era sembrato spesso di poter scorgere quella contentezza imposta per manipolazione. Non poteva tollerarlo, ma nemmeno poteva vivere senza lavorare. Per questo, la soluzione era cambiare spesso prigione per avere l’impressione di poter esser libero di scegliere dove andare, approfittando di quella tanto decantata flessibilità anglosassone.

Certo, aveva anche provato a mandare il suo curriculum a diverse scuole, di qualsiasi tipo, per rendere in qualche modo utile la sua laurea in Lettere Moderne. Dopo i primi esiti negativi, aveva però capito che, per qualche imperscrutabile ordine delle cose, doveva andare tutto esattamente in quel modo. E poi, allo stesso tempo, in fondo gli faceva comodo vivere in maniera meccanica e senza troppo tempo per pensare. Da un lato, quindi, odiava quei posti pieni di gentaglia, dall’altro ne aveva bisogno e dipendeva da quei quattro soldi che gli consentivano di partecipare, seppur con un misero contributo, al mercato del consumo inglese e, soprattutto, di spendere quelle preziose risorse per annullare la sua mente nei momenti in cui non era impegnato al lavoro.

Durante la pausa pranzo dagli uffici, il ristorante si riempiva così tanto che era quasi impossibile girare tra i tavoli e prendere le ordinazioni. Ogni minimo spazio, ogni angolo disponibile, ogni centimetro che si liberava, veniva subito occupato da qualche pupazzo incravattato e madido di sudore che si sedeva e urlava il nome di una “specialità” da portargli di corsa. Con la stessa fretta, una volta servito, lo squalo di turno divorava la “pietanza” respirando a stento: quasi sempre sandwich con salame gommoso e formaggio scadente preconfezionati ad hoc. Quella massa non era altro che gente dozzinale, educata a produrre e portare benefici all’impresa per poter ascendere verso posizioni lavorative che in pochi avrebbero raggiunto ma che rappresentavano la loro meta ultima. Riempivano i loro vuoti con l’efficienza e i ritmi serrati: la promozione di sé stessi come merce-lavoro e l’obbedienza ai padroni. Esseri a “una dimensione” come avrebbe detto Herbert Marcuse, il filosofo che gli aveva aperto la mente su molti aspetti del mondo in cui viveva. Che posto occupava anche un solo minuto speso per pensare in una società che non poteva perder tempo in cazzate?

Dopo il momento intenso del pranzo, ritornava la normalità accompagnata dai resti delle specialità che rimanevano sparpagliati sui tavolini o spiaccicati per terra. Bisognava quindi pulire a fondo e prepararsi per il break del pomeriggio, quando lo spettacolo si sarebbe ripetuto ma, per fortuna, con proporzioni più ridotte.

Quel giorno si era svolto lo stesso copione e aveva lavorato con la testa proiettata già a fine giornata, quando si sarebbe licenziato di nuovo. Questa volta, però, sarebbe stata l’ultima perché ora gli toccava ritornare al passato, o al futuro: lasciare Londra e ritornare a Viggiano.

08 giugno 2019

Evento

Libreria Fataghiò & Marpidò: la presentazione.
02 maggio 2019

Aggiornamento

Qui la video intervista per la Gazzetta della Val d'Agri su Le vene della mia terra   

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Francesco Petrone
Francesco insegna attualmente Storia e Filosofia in un Liceo Scientifico e in passato ha lavorato soprattutto nel mondo accademico. Dopo la laurea in Filosofia a Napoli e quella in Scienze Politiche a Bruxelles, ha ottenuto un dottorato di ricerca in Filosofia Politica e Politiche Globali presso l'Universidad de Barcelona, dove è stato anche coordinatore del "Seminario de Filosofía Política". È stato ricercatore invitato a New York (CUNY) e a Rio de Janeiro (BRICS Policy Center). Parla cinque lingue.
La sua esperienza lavorativa spazia anche in altri ambiti: la comunicazione, il marketing e il giornalismo (per hobby). Dall'esperienza nel mondo della comunicazione (face to face) è nato il suo primo libro: Quando la Onlus diventa un guadagno. Tecniche per arricchirsi salvando i bambini.
Da allora, crede che la vera rivoluzione risieda nel "creare coscienza".
Francesco Petrone on sabfacebook

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