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L’enigma di Anna

L’enigma di Anna

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Aprile 2022
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Il 21 Maggio 2060 una pandemia spazzerà via quasi tutti gli abitanti del mondo. Le conseguenze saranno disastrose: i sopravvissuti non avranno le competenze necessarie per far ripartire le fabbriche e la vita che conosciamo oggi, quindi il mondo cadrà nel buio più totale. La pandemia sarà inevitabile, ma esiste un modo per limitare il periodo di vuoto dell’umanità … sono le scuole speciali. Anna ha solo sei anni, ha in mano il destino del mondo e non lo sa. Sa solo che deve imparare un mestiere, un lavoro dei grandi, in un’azienda virtuale di trattamenti termici sull’acciaio… Anna non sa nulla, ha paura, ma va incontro al suo destino. E non sarà sola…

Perché ho scritto questo libro?

Mi piace alzarmi presto e scrivere, iniziare la giornata con uno spicchio di sogno. Ho scritto “L’enigma di Anna” in questi momenti solitari, prima del risveglio della mia famiglia, prima delle attività della giornata. Ho pensato a quanto poco le persone conoscano le scuole ed i lavori tecnici. Se ci sono storie di avvocati, poliziotti e medici, forse c’è spazio anche per una storia di tecnici, di operai, di ingegneri, per far conoscere a ragazzi e adulti un piccolo spaccato del mondo del lavoro

ANTEPRIMA NON EDITATA

1 – UNA GIORNATA DA DIMENTICARE

Per Anna quel 12 Febbraio 2050 era una giornata da dimenticare. Eppure si ricordava perfettamente di essere scesa dal letto col piede giusto. Aveva controllato bene, perché era stanca di sentire la sua mamma chiederle se avesse messo giù la gamba sbagliata, ogni volta che si svegliava inversa.

La realtà, però, se vogliamo dirla tutta, era che Anna era una bambina di sei anni e per di più lunatica, che alla sua famiglia piacesse o no. L’avevano fatta loro così, vero? Quindi voleva dire che i suoi genitori la volevano proprio com’era, altrimenti l’avrebbero fatta diversa.

In fondo, era divertente essere lunatica. Poteva assistere a discussioni che facevano proprio ridere. Papà Andrea iniziava subito a perdere la pazienza con lei e a diventare sempre più rosso, mentre mamma Michela iniziava a dirgli che era inutile che si arrabbiava, perché sua figlia era proprio uguale a lui. E allora papà diventava ancora più rosso e il suo grosso naso sembrava un pomodoro. E finiva che ad Anna veniva da ridere, a mamma pure, mentre papà andava a mettersi sul divano arrabbiatissimo.

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Si sarebbe messo comunque sul divano, era il suo posto preferito, però in quel caso aveva la scusa per andarci prima. Quindi in realtà papà avrebbe dovuto ringraziarla per essere lunatica, invece di arrabbiarsi così. I genitori a volte sanno essere davvero ingrati.

Quel 12 Febbraio, però, le cose erano andate in maniera del tutto diversa. Tutte le persone intorno a lei sembravano essersi messe d’accordo ed erano scese tutte con il piede sbagliato. Tutte tranne lei. Non c’era niente di più ingiusto, perché non c’era gusto ad essere lunatica tra lunatici ed essere normale era così noioso.

L’orologio appeso in cucina faceva “tic tac” come suo solito, scandendo il passare dei secondi. Anna trascinò le sue gambette magre sul pavimento, per andare a guardarlo. E se avesse spostato indietro le lancette? Poteva tornare a notte fonda e andare a raccomandare a tutti nel sonno di svegliarsi con il piede giusto al mattino. Ma il tempo va sempre e solo inesorabilmente avanti, a volte più lento ed altre più veloce e l’orologio, a modo suo, ce lo ricorda.

Quindi Anna non poteva avere un 12 Febbraio diverso, normale, ma doveva accettare quello che le era capitato. Ed ecco quello che era accaduto.

Beh, in realtà all’inizio era sembrata soltanto una giornata un po’ strana.

Si era svegliata presto, anche se sapeva che era sabato e che poteva dormire quanto voleva. Più che quanto voleva, poteva dormire fino a quando la mamma decideva che era ora che tutta la casa si alzasse. Aveva chiamato la sua mamma da sotto le coperte, sperando che lei la sentisse ed andasse vicino al suo letto. Non le importava se stava svegliando, con la sua voce, la sua sorellina Giulia, che dormiva nella cameretta accanto alla sua. Almeno avrebbero fatto colazione insieme.

Infatti in poco tempo la famiglia Rossi fu tutta intorno al tavolo della cucina, tutta tranne papà e fin lì era normale, dato che il sabato mattina lavorava. Mentre Anna era seduta di fianco a Giulia, la sua sorellina di due anni, e stavano mangiando i loro biscotti preferiti, la mamma diede loro la strana notizia, con aria molto seria. Papà non era andato al lavoro, come credevano, ma era a letto ammalato.

Papà era direttore della Lavex, la fabbrica di lavatrici più grande d’Europa ed era molto orgoglioso del proprio lavoro. Per papà la lavatrice era una macchina misteriosa, incomprensibile: sapeva parlare solo il linguaggio femminile e questo per lui era una certezza. Papà era convinto di essere un buon direttore, perché aveva pieno rispetto ed ammirazione per le macchine che produceva, tanto che non avrebbe mai osato toccarle. Amava moltissimo il suo lavoro ed era perso senza il suo ufficio ed il suo computer. Per essere a letto doveva essere molto molto malato.

E in effetti era proprio così, mamma lo aveva confermato. Aveva ben 36,8 gradi centigradi di febbre e aveva chiesto di fare testamento. Anna non sapeva cosa volesse dire “fare testamento”, ma sua mamma aveva usato un tono solenne, quindi doveva essere una cosa piuttosto grave.

Mentre masticava il suo terzo biscotto della colazione, aveva pensato che era tutto troppo strano. C’era qualcosa che non quadrava e c’erano voluti altri due biscotti prima che riuscisse a capire cosa.

Di solito papà con 36,8 era steso sul divano, più immobile del normale, ma la situazione non era ancora così grave da costringerlo a letto. Solo quando arrivava a 37 si metteva a letto moribondo e a 37,3 abbassava addirittura tutte le tapparelle e si chiudeva in camera al buio, sotto quintali di coperte, senza dare segni di vita.

Suo papà si stava comportando in maniera anomala, per essere già a letto con 36,8, ed era un gran brutto segno. Ma poi, perché aveva deciso di ammalarsi?

Non c’era l’albero di Natale da fare e non c’erano valigie da caricare in macchina. Per le valigie ormai non si ammalava neanche più, era intelligente e aveva capito che non ce n’era bisogno. Mamma, che sicuramente avrebbero fatto Santa, come diceva lei, preparava le valigie per tutti e caricava da sola la macchina, tanto che a volte lui non si accorgeva nemmeno che il giorno dopo dovevano partire.

Non c’era nemmeno una cena o una festa di compleanno in contemporanea con qualche partita di calcio della sua squadra preferita.

Una delle prime cose che Anna aveva imparato, da quando era nata, era che in realtà il tempo poteva essere fermato: l’unica cosa che lo poteva fermare era la partita di calcio. Nessuno le aveva ancora spiegato come mai la cosa funzionava quasi esclusivamente nell’universo maschile, ma sapeva che in quella parte di mondo andava così. Quel “C’è la partita”, pronunciato con aria carica di desolazione da mamma e con estrema gioia da papà, aveva un potere speciale: non si poteva giocare in soggiorno, passare davanti alla tv, rivolgere la parola a papà, piangere o ridere, non si poteva esistere. Il tempo doveva rimanere sospeso fino alla fine della partita e poi ancora fino alla fine dei commenti e dei goal delle altre partite.

Non c’erano proprio motivi validi per fare ammalare papà, eppure quel giorno lui era a letto.

<<Papà maato, Anna?>> Giulia aveva la bocca tutta marrone per la crema al cioccolato del biscotto che stava mangiando a colazione e guardava la sorella più grande con una dolcezza infinita. <<Sì, Giulia, papà è ammalato. Dobbiamo fare silenzio, quando giochiamo>>

<> Giulia aveva solo due anni e uno sguardo birichino. Il ciuffetto che la mamma le faceva sopra la testa la faceva sembrare ancora più birbante. Adorava la sorellona e seguiva ciecamente tutto quello che lei le diceva.

<>

<>

<<Sì, Giulia. Ma ora finiamo la colazione, così possiamo andare a giocare>>

Anna aveva trascorso quel sabato mattina con la mamma e con la sua sorellina Giulia, cercando di non fare troppo rumore. E avevano pranzato da sole, perché papà non se l’era sentita di alzarsi.

E poi … e poi la giornata non era stata più solo strana: era precipitato tutto nel giro di pochi minuti. Era stato come essere su una spiaggia, vedere l’orizzonte diventare scuro, presagio di qualcosa di insolito e poi improvvisamente assistere all’arrivo di una tromba marina, con tutta la sua forza distruttiva. Il cellulare di mamma aveva squillato per tre volte e alla quarta lei aveva risposto. Un breve scambio di parole, mamma che continuava ad annuire. Poi un sorriso sul suo viso, mentre chiudeva la chiamata. Era stato quello il momento in cui la giornata era passata da strana a disastrosa ed è iniziata la nostra storia. <> Anna aveva smesso di giocare e la stava guardando con aria interrogativa.

<> Giulia, che stava giocando poco più in là con le sue borsette, era corsa accanto alla sorella più grande e si stava grattando il pancino. Doveva sapere anche lei, era grande ormai.

La mamma aveva guardato le sue due meraviglie, stupendosi ogni volta di quanto fossero dolci. Con un sorriso, aveva parlato con calma: <>

<>

<<È abato, non c’è a cuola>>

<<È vero, bimbe, oggi siamo a casa. Però il preside ha chiamato lo stesso, era per una comunicazione importante>>

Mamma aveva atteso di avere la loro attenzione <<Anna, sei stata bravissima. Il preside ha detto che hai passato l’esame>>

Ed ecco perché quel 12 Febbraio doveva essere cancellato. Aveva passato l’esame.

Mentre Giulia le stava dicendo <>, lei non aveva sentito più niente ed era corsa in camera sua a piangere, lasciando sua mamma e la sua sorellina senza parole. <>

<> Le aveva accarezzato i capelli e Giulia aveva capito, perché era andata saltellando dal suo peluche preferito ed aveva iniziato a giocare con lui.

Anna era stesa sul suo letto, in camera sua, e singhiozzava in posizione rannicchiata. La sua stanza bianca e rosa era già immersa nella penombra della sera, poiché in inverno arrivava buio molto presto. La mamma si era seduta sul letto accanto a lei, le aveva accarezzato la schiena e le aveva chiesto cosa c’era che non andava. Il pianto di Anna si era fatto ancora più fitto, doveva sfogare tutte le sue emozioni, come un fiume in piena.

La mamma aveva atteso paziente, continuando ad accarezzarla e a sussurrarle parole dolci. Piano piano era riuscita a calmarla un po’, quanto bastava per farla parlare.

<>

<<Perché, amore mio dolce? In realtà, dovrebbe essere una bella cosa>>

<<No, non lo è. Ci hanno detto che cos’era l’esame solo dopo che lo abbiamo fatto. Se lo sapevo prima, facevo apposta a sbagliare>>

I singhiozzi erano tornati, questa volta un po’ più lievi di prima. La mamma le aveva lasciato il tempo di riprendersi.

<>

La mamma non aveva capito. Cosa c’era di così triste in tutto questo? Perché sua figlia era così disperata? Glielo aveva chiesto, mantenendo il tono di voce più calmo che conosceva, nonostante l’impazienza di voler sapere subito la verità. Era un momento delicato.

Anna aveva tirato su col naso, poi aveva preso il fazzoletto che la mamma le stava dando in modo automatico. <<Mamma, io non voglio andare via da te, da papà e da Giulia. Sto bene qui a casa, con voi>> Beh, non si poteva certo darle torto <>

Anna aveva ripreso a piangere e la mamma si era sentita disarmata. Come poteva fare a consolarla? Come poteva convincerla ad accettare la sfida che aveva davanti?

Le cose che non vogliamo affrontare, che cerchiamo di evitare a tutti i costi, prima o poi la vita ce le mette davanti. Possiamo decidere di continuare ad evitarle, vivendo nella paura di incontrarle ancora, oppure possiamo prendere coraggio e affrontarle, con animo positivo, senza dar loro importanza. Solo allora non ci faranno più paura. Ma come fare a spiegare queste cose ad una bimba di sei anni? A volte non basta una vita intera per capirle. Quelle erano le prime sfide della vita di sua figlia.

<<Anna, stai tranquilla. Non pensarci più, ora. Dobbiamo ancora sapere bene di cosa si tratta, non ci hanno detto nulla di preciso. Poi ne parliamo anche con papà e decidiamo cosa fare. Ti vogliamo bene, lo sai e vedrai che troveremo il modo di affrontare ogni cosa>>

Anna si era lasciata prendere in braccio sulle gambe di mamma. Mamma la teneva sempre così, quando era stanca o triste o quando aveva bisogno di coccole. E lei si abbandonava a quell’abbraccio, certa che nulla di brutto le potesse accadere.

E mentre ripensava a quella giornata, qualcosa dentro di sé le diceva, in fondo al cuore, che la sua mamma avrebbe trovato il modo di spingerla avanti.

Come avrebbe voluto cancellare quel 12 Febbraio … se solo avesse avuto i poteri per farlo.

2021-07-20

Aggiornamento

Mi piace pensare ad ogni libro acquistato come ad una foglia che è nata su un albero in primavera. Così come foglia dopo foglia si crea la chioma, acquisto dopo acquisto mi avete aiutato ad arrivare alla pubblicazione. Un grazie di cuore ad ognuno di voi. Ora dobbiamo portare i fiori ed i frutti sul nostro albero e mi serve il vostro aiuto. Gli acquisti che grazie a voi verranno fatti saranno i fiori. I suggerimenti che mi darete per migliorare il racconto saranno i frutti e faranno diventare “L’enigma di Anna” un libro anche vostro.

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Monica Brignole Genoni
Monica Brignole Genoni nasce a Milano il 2 Marzo 1980. Dopo il liceo classico si laurea in Ingegneria meccanica, con specializzazione in materiali metallici. Cresce a Turbigo, ma vuole scoprire altre realtà. Così si trasferisce in cittadine diverse e conosce molte aziende, finché decide di mettere radici a Lainate. Ha incontrato il suo vero amore e finalmente si sente a casa. Da alcuni anni lavora come responsabile di qualità e saldatura in una carpenteria metallica, riuscendo a conservare i suoi spazi per la famiglia. La gioia della sua vita sono le sue bambine e suo marito. Ama cucinare, scrivere, la compagnia di amici e famigliari, il mare e la montagna. Adora alzarsi presto al mattino per vivere ogni istante della giornata con ironia, pazienza e sorriso. Perché la vita, a seconda di come la si guarda, può avere degli aspetti davvero divertenti.
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