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L’enigma di Anna

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La notte del 1° gennaio 2030 l’intera popolazione si sveglia dopo aver fatto lo stesso sogno: una pandemia globale nel 2060 paralizzerà l’economia mondiale, mietendo vittime e portando alla scomparsa delle competenze necessarie per svolgere le attività lavorative. Per questo viene istituito un protocollo di emergenza: i bambini dovranno frequentare delle scuole virtuali speciali dove, seguiti da esperti, impareranno i mestieri che un giorno saranno fondamentali per far ripartire la società. È in una di queste scuole, precisamente in una fabbrica di trattamenti termici dell’acciaio, che Anna si ritrova a imparare nuove nozioni ma anche ad affrontare le sue paure più grandi.

Non tutti però sono d’accordo con questo programma, qualcuno sta cercando di sabotarlo e di rovinare i loro piani. Toccherà proprio ad Anna e ai suoi amici prendere in mano la situazione.

Una giornata
da dimenticare

Per Anna, quel 12 febbraio 2050 era una giornata tutta da dimenticare. Eppure si ricordava perfettamente di essere scesa dal letto con il piede giusto. Aveva controllato bene, perché era stanca di sentire sua madre chiederle se avesse messo giù la gamba sbagliata, ogni volta che si svegliava al contrario. 

La realtà, però, se vogliamo dirla tutta, era che Anna era una bambina di sei anni e per di più lunatica, che alla sua famiglia piacesse o no. L’avevano fatta loro così, vero? E questo voleva dire che i suoi genitori la volevano proprio com’era, altrimenti l’avrebbero fatta diversa.

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In fondo, era divertente essere lunatica. Poteva assistere a discussioni che facevano davvero ridere. Suo padre Andrea iniziava da subito a perdere la pazienza con lei e a diventare sempre più rosso, mentre sua madre Michela cercava di calmarlo dicendogli quanto fosse inutile arrabbiarsi, perché sua figlia era proprio uguale a lui. A quel punto, lui diventava ancora più rosso, il suo grosso naso finiva per assomigliare a un pomodoro e ad Anna e sua madre veniva da ridere, mentre Andrea andava a mettersi sul divano arrabbiatissimo. 

Ci si sarebbe messo comunque lì, perché era il suo posto preferito, ma in quel caso aveva la scusa per andarci prima del previsto. Quindi, alla fine di tutto, suo padre avrebbe dovuto ringraziarla per essere lunatica, invece di arrabbiarsi così tanto. A volte i genitori sanno essere davvero ingrati.

Quel 12 febbraio, però, le cose erano andate in maniera del tutto diversa. Le persone intorno a lei sembravano essersi messe d’accordo ed erano scese tutte con il piede sbagliato. Tutte tranne lei. Non c’era niente di più ingiusto, perché non c’era gusto a essere lunatica tra lunatici ed essere normale era sempre così noioso.

L’orologio appeso in cucina faceva tic tac come al suo solito, scandendo il passare dei secondi. Anna trascinò le sue gambette magre sul pavimento per andare a guardarlo. E se avesse spostato indietro le lancette? Poteva tornare a notte fonda e raccomandare a tutti nel sonno di svegliarsi con il piede giusto al mattino seguente. Purtroppo, però, il tempo va sempre e solo inesorabilmente avanti, a volte più lento e altre più veloce e l’orologio, a modo suo, ce lo ricorda.

Anna, quindi, non avrebbe potuto avere un 12 febbraio diverso, normale, ma doveva accettare quello che le era capitato. Ed ecco ciò che era accaduto.

Be’, in realtà all’inizio era sembrata soltanto una giornata un po’ strana.

Si era svegliata presto, anche se sapeva che era sabato e che poteva dormire quanto voleva. Più che quanto voleva, poteva dormire fino a quando sua madre decideva che era ora che tutta la casa si alzasse. L’aveva chiamata da sotto le coperte, sperando che lei la sentisse e andasse vicino al suo letto. Non le importava se con la sua voce avrebbe svegliato sua sorella minore Giulia, che dormiva nella camera accanto alla sua. Almeno avrebbero fatto colazione insieme.

Come sperava, in poco tempo la famiglia Rossi fu tutta intorno al tavolo della cucina, tutta tranne suo padre, che lavorava anche il sabato mattina. Anna era seduta di fianco a Giulia, la sua sorellina di due anni ed entrambe stavano mangiando i loro biscotti preferiti, quando la madre diede loro la strana notizia, con un’aria molto seria. Papà non era andato al lavoro come credevano, ma era a letto ammalato. 

Suo padre era direttore della Lavex, la fabbrica di lavatrici più grande d’Europa ed era molto orgoglioso del proprio lavoro. Per lui la lavatrice era una macchina misteriosa e incomprensibile: sapeva parlare solo il linguaggio femminile e questo per lui era una certezza. Era convinto di essere un buon direttore, perché aveva pieno rispetto e ammirazione per le macchine che produceva, tanto che non avrebbe mai osato toccarle. Amava talmente tanto il suo lavoro che si sentiva perso senza il suo ufficio e il suo computer e quindi, per essere rimasto a letto, voleva significare che era davvero molto malato.

E in effetti era proprio così, sua madre lo aveva confermato. Aveva ben 36,8 gradi centigradi di febbre e aveva già chiesto di fare testamento. Anna non sapeva cosa volesse dire “fare testamento”, ma Michela aveva usato un tono solenne, quindi doveva essere una cosa piuttosto grave. 

Mentre masticava il suo terzo biscotto della colazione, aveva pensato che fosse tutto troppo strano. C’era qualcosa che non quadrava e c’erano voluti altri due biscotti prima che riuscisse a capire davvero cosa. 

Solitamente suo padre con 36,8 era steso sul divano, più immobile del normale, ma la situazione non era ancora così grave da costringerlo a letto. Solo quando arrivava a 37 si distendeva in camera moribondo e a 37,3 abbassava addirittura tutte le tapparelle restando al buio, sotto quintali di coperte, senza dare segni di vita.

Suo padre si stava comportando in maniera anomala, per essere già a letto con 36,8 e questo era un gran brutto segno. Ma poi, perché aveva deciso di ammalarsi? 

Non c’era l’albero di Natale da fare e nemmeno valigie pesanti da caricare in macchina. Per quelle ormai non si ammalava neanche più, era intelligente e aveva capito che non ce n’era bisogno. Sua madre, che sicuramente avrebbero fatto santa, come diceva lei, preparava le valigie per tutti e caricava da sola la macchina, tanto che a volte lui non si accorgeva nemmeno che il giorno dopo fosse già tutto pronto per partire. Non c’era nemmeno una cena o una festa di compleanno in contemporanea con qualche partita di calcio della sua squadra preferita. 

Una delle prime cose che Anna aveva imparato da quando era nata, era che in realtà il tempo poteva essere fermato: l’unica cosa che lo poteva fermare era una partita di calcio. Nessuno le aveva ancora spiegato come mai la cosa funzionasse quasi esclusivamente nell’universo maschile, ma sapeva che in quella parte di mondo andava così. Quel “C’è la partita”, pronunciato con aria carica di desolazione da sua madre e con estrema gioia dal padre, aveva un potere speciale: non si poteva giocare in soggiorno, passare davanti alla TV, rivolgere la parola a papà, piangere o ridere, in poche parole non si poteva esistere. Il tempo doveva rimanere sospeso fino alla fine dell’incontro e poi ancora fino alla fine dei commenti e dei goal delle altre partite.

Non c’erano proprio motivi validi per fare ammalare papà, eppure quel giorno lui era a letto.

«Papà maato, Anna?» Giulia aveva la bocca tutta marrone per la crema al cioccolato del biscotto che stava mangiando a colazione e guardava la sorella più grande con una dolcezza infinita. 

«Sì, Giulia, papà è ammalato. Dobbiamo fare silenzio quando giochiamo.»

«Fae sienzio. Pechè papà maato?» Giulia aveva solo due anni e uno sguardo birichino. Il ciuffetto che la mamma le legava sopra la testa la faceva sembrare ancora più birbante. Adorava la sua sorellona e seguiva ciecamente tutto quello che lei le diceva.

«Non lo so, Giulia. Qualcosa non va, non è un buon segno.»

«Quaccosa no va?»

«Sì, Giulia. Ma ora finiamo la colazione, così possiamo andare a giocare.»

Anna aveva trascorso quel sabato mattina con sua madre e la sorellina Giulia, cercando di non fare troppo rumore. Avevano pranzato da sole, perché il padre non se l’era sentita di alzarsi. E poi… la giornata non era stata più solo strana: tutto era precipitato nel giro di pochi minuti. Era stato come essere su una spiaggia, vedere l’orizzonte diventare scuro – presagio di qualcosa di insolito – e poi improvvisamente assistere all’arrivo di uno tsunami, con tutta la sua forza distruttiva. 

Il cellulare di sua madre aveva squillato per tre volte e alla quarta lei aveva risposto. Un breve scambio di parole, lei che continuava ad annuire e poi un sorriso sul suo volto, mentre chiudeva la chiamata. 

Era stato quello il momento in cui la giornata era passata da “strana” a “disastrosa” ed è iniziata la nostra storia.

«Chi era al telefono, mamma?» Anna aveva smesso di giocare e la stava guardando con aria interrogativa.

«Chi ea teefono?» Giulia, che stava giocando poco più in là con le sue borsette, era corsa accanto alla sorella più grande e si stava grattando il pancino. Voleva sapere anche lei, era grande ormai.

Michela aveva guardato le sue due meraviglie, stupendosi ogni volta di quanto fossero dolci. Con un sorriso, aveva risposto con calma: «Era la tua scuola, Anna».

«Ma oggi non c’è scuola, mamma, è sabato!»

«È abato, non c’è a cuola.»

«È vero, bimbe, oggi siamo a casa. Però il preside ha chiamato lo stesso, aveva una comunicazione importante da fare.» 

La madre aveva atteso di avere l’attenzione di entrambe prima di continuare: «Anna, sei stata bravissima. Il preside ha detto che hai passato l’esame».

Ed ecco perché quel 12 febbraio doveva essere cancellato. Anna aveva passato l’esame. 

Mentre Giulia le stava dicendo “Bava Anna, passato esame, bava”, lei non aveva sentito più niente ed era corsa in camera sua a piangere, lasciando sua mamma e la sua sorellina senza parole: «Anna piange, mamma. Pechè piange?».

«Non lo so, Giulia. Senti, torna a giocare, mentre io vado a vedere cos’ha tua sorella» le aveva detto accarezzandole dolcemente i capelli e Giulia aveva capito, perché era andata saltellando dal suo peluche preferito e aveva iniziato a giocare con lui.

Anna era stesa sul letto in camera sua e singhiozzava in posizione rannicchiata. La sua stanza bianca e rosa era già immersa nella penombra della sera, poiché in inverno faceva buio fin dal pomeriggio. Sua madre si era seduta sul letto accanto a lei, le aveva accarezzato la schiena e poi chiesto cosa c’era che non andasse bene. Il pianto di Anna si era fatto ancora più fitto, voleva sfogare tutte le sue emozioni come un fiume in piena. 

Sua madre aveva atteso paziente, continuando a starle vicino e a sussurrarle parole dolci. Piano piano era riuscita a calmarla un pochino, quanto bastava per farla parlare.

«Non volevo passare l’esame, mamma… io proprio non volevo, te lo giuro…»

«Perché no, amore mio dolce? In realtà, dovrebbe essere una bella cosa.»

«No, non lo è. Ci hanno detto che cos’era l’esame solo dopo che lo abbiamo fatto. Se lo sapevo prima, facevo apposta a sbagliare.»

I singhiozzi erano tornati, questa volta un po’ più lievi. La mamma le aveva lasciato il tempo di riprendersi.

«Hanno detto che chi passava l’esame doveva stare via qualche giorno, lontano da casa, per imparare delle cose nuove bellissime e vivere un’avventura.»

Michela non riusciva a capire. Cosa c’era di così triste in tutto quello? Perché sua figlia era così disperata? Glielo aveva chiesto mantenendo il tono di voce più calmo possibile, nonostante l’impazienza di voler sapere subito la verità. Era un momento davvero delicato per entrambe. 

Anna aveva tirato su con il naso, poi aveva preso il fazzoletto che sua madre le stava porgendo in modo automatico e aveva risposto: «Mamma, io non voglio andare via da te, da papà e da Giulia. Sto bene qui a casa, con voi. E poi la maestra ha parlato di avventura e io… ho paura. E se devo salire su una scala? Oppure salire da qualche altra parte? Io ho paura di cadere, non voglio andare, mamma!».

Anna aveva ripreso a piangere e la madre si era sentita disarmata. Cosa poteva fare per consolarla? Come poteva convincerla ad accettare la sfida che aveva davanti? 

Le cose che non vogliamo affrontare, che cerchiamo di evitare a tutti i costi, prima o poi la vita ce le mette davanti. Possiamo decidere di continuare a evitarle, vivendo nella paura di incontrarle ancora, oppure possiamo prendere coraggio e affrontarle, con animo positivo e senza dar loro importanza. Solo allora non ci faranno più paura. Ma come fare a spiegare queste cose a una bambina di sei anni? A volte non basta una vita intera per capirle. Quelle erano le prime sfide della vita di sua figlia. 

«Anna, stai tranquilla. Non pensarci più, ora. Dobbiamo ancora sapere bene di cosa si tratta, non ci hanno detto nulla di preciso. Poi ne parliamo anche con papà e decidiamo cosa fare. Ti vogliamo bene, lo sai e vedrai che troveremo il modo di affrontare ogni cosa.»

Anna si era lasciata prendere in braccio sulle gambe di sua madre. Lei la teneva sempre così quando era stanca, triste o quando aveva bisogno di coccole. E la bambina si abbandonava a quell’abbraccio, certa che nulla di brutto le potesse accadere. 

Mentre ripensava a quella giornata, qualcosa dentro di sé le diceva, in fondo al cuore, che sua madre avrebbe trovato il modo di spingerla avanti. 

Come avrebbe voluto cancellare quel 12 febbraio… se solo avesse avuto i poteri per farlo. 

Quella sera Michela mise entrambe le bambine a nanna presto. Giulia non aveva voluto fare il sonnellino al pomeriggio perché era stata troppo presa dai suoi giochi e quindi era già crollata sul divano prima di cena, mentre la televisione dava il suo cartone preferito. Aveva mangiato con fatica, con gli occhietti che le si chiudevano e la mamma ne aveva approfittato per metterla in pigiama e farle lavare sia denti che manine subito dopo cena. 

Giulia abbracciò il suo peluche preferito e si lasciò mettere a letto senza scappare in giro per casa, come faceva di solito. Poi sua madre accostò la porta della camera e accompagnò Anna nella sua stanza, che era accanto a quella della sorellina. Le accarezzò il viso dolcemente dandole un bacio sulla fronte e le disse di scacciare i pensieri tristi e di sognare le cose che amava di più: «Domani sarà una giornata migliore, tesoro mio, vedrai…».

Dopodiché, tornò in soggiorno e guardò la casa vuota e silenziosa. Erano le otto e mezza di sera e tutti erano già a letto, non poteva crederci. 

Michela era laureata in Matematica e Statistica. Insegnava alla scuola media in una delle cittadine accanto a Lainate, dove abitava. Secondo i suoi conti, le probabilità che le proprie figlie fossero già a letto a quell’ora di sabato sera erano davvero basse, eppure l’evento si era realizzato. Sempre secondo i suoi conti, la probabilità che suo marito fosse ancora a letto malato era molto alta. E qui era sicura di avere ragione.

Più che affidarsi alla logica e alla matematica, utilizzava il suo intuito per prevedere certe situazioni. Conosceva bene la sua famiglia e alcuni comportamenti si ripetevano ciclicamente. Aveva quasi la certezza di previsione.

Le sue intenzioni erano quelle di mettersi in pigiama e di sdraiarsi sul divano, sotto la coperta, per scegliere un bel film da vedere. Erano rare le occasioni in cui poteva permettersi un lusso del genere e non poteva sprecare quella serata, in cui tutti erano fuori combattimento.

Però… un salto da suo marito era giusto farlo. Non si era fatto vedere tutto il giorno, convinto sicuramente di essere molto malato e la cosa migliore da fare era assecondarlo. Doveva sforzarsi di rimanere seria in quella circostanza, perché sapeva quanto fosse importante per lui conservare il suo orgoglio maschile intatto. Inoltre, doveva anche avvisarlo dell’esame di Anna: forse non avrebbe capito molto, stordito dalla terribile malattia, ma doveva almeno provarci. Si trattava di un’emergenza familiare ed era giusto che anche lui ne fosse a conoscenza.

Michela aprì la porta della camera e venne investita da un odore acre, di chiuso. La stanza non era mai stata arieggiata dal giorno prima e non si poteva certo pensare che profumasse di fragranze di montagna. Arieggiare in quel momento non era il caso, rischiava di peggiorare l’agonia della sua dolce metà. Poteva solo lasciare aperta la porta verso il corridoio, sperando che ci fosse almeno un minimo di corrente, per quanto l’aria viziata rimanesse all’interno della casa. Meglio di niente.

Un lamento fioco raggiunse le sue orecchie e lo considerò un buon segno: papà Andrea era ancora vivo. Si avvicinò al letto e gli si sedette accanto, chiedendogli come stava. Conosceva già la risposta, ma bisognava pur dargli un po’ di attenzione e di importanza. 

Lui si sentiva a pezzi, come se avesse tutte le ossa rotte, gli scoppiava la testa, gli faceva male la gola, era raffreddatissimo, la cervicale non gli dava tregua, non era riuscito a riposarsi per i dolori… insomma, i suoi soliti sintomi da 36,8 di febbre. O forse era salita? Meglio togliersi il dubbio.

Michela andò in soggiorno a prendere il termometro e poi fu di nuovo in camera. Doveva capire se dargli qualche medicina. Fu confermato il 36,8, quindi niente. Era profondamente convinta che, se gli uomini avessero dovuto fare figli, la specie umana si sarebbe estinta nell’arco di pochissime generazioni. 

«Amore mio, anche se sei molto malato devi ascoltarmi lo stesso, perché è una situazione di emergenza» disse Michela con tono solenne. 

Andrea fece un piccolo accenno di movimento, poi guardò sua moglie come per dirle “se proprio devi”, sguardo che venne tranquillamente ignorato. Lei gli raccontò della telefonata del preside, gli disse che Anna aveva passato l’esame e di come aveva reagito alla notizia. 

Tutto si aspettava da suo marito, fuorché le parole che lui le disse. Questo confermava che, per quanto la natura umana sia prevedibile, a volte non si arriva ugualmente a prevedere tutto.

«Scusa, ma di quale esame stai parlando?» 

Michela era rimasta esterrefatta. Poteva capire che non si ricordasse come era vestita la figlia, anche se la vestiva lui la mattina per portarla a scuola; ma appunto, in quel caso era mattina e i due neuroni di suo marito probabilmente non si erano ancora incontrati, in tutto quello spazio vuoto. Ma alla sera come poteva succedere? Meglio mantenere la calma. Tutto quello che non era il suo lavoro, per Andrea era trascurabile, quindi bisognava risvegliare l’eco di parole lontane. E pensare che l’esame era stato solo mercoledì.

Michela gli ricordò l’avviso sul diario che informava i genitori dell’esame speciale che avrebbero svolto i loro figli. E siccome lui non sapeva che esame fosse, lei aveva dovuto ripetergli quello che era stato detto in riunione prima di Natale. Erano bastati tre giorni e lui se ne era dimenticato di nuovo. E sì che era importante, era diventato l’argomento di conversazione di tutti i genitori mentre aspettavano fuori dalla scuola che si aprissero i cancelli per l’uscita.

Ah ecco, adesso Andrea si era ricordato, la malattia gli aveva proprio dato alla testa. Era quell’esame. Ognuno temeva e allo stesso tempo sperava che venisse scelto il proprio figlio; era il primo anno che veniva svolto e quindi era rivolto solo alle classi prime, dando la possibilità di essere ammessi solo a pochi studenti. Non tutti poi avrebbero mantenuto l’ammissione al secondo anno, mentre altri bambini avrebbero fatto il primo. Tutto partiva quell’anno e per questo c’era tanta fibrillazione nell’aria.

«È una buona notizia, allora. Chissà com’è felice Anna di essere passata!» Andrea parlava a fatica.

«E invece il problema è proprio questo. Lei è corsa in camera a piangere, non voleva passare. Ha paura e non capisco bene perché.»

«Ha paura? Be’, sappiamo che è un po’ fifona, ma comunque non capisco. Cosa ti ha detto esattamente?»

Michela gli spiegò che la figlia non voleva allontanarsi dalla famiglia e aveva paura di andare in alto, in quell’avventura. 

Andrea sospirò e rispose: «Credo che voler stare a casa sia del tutto comprensibile. È ancora piccola, ma ho paura che il vero motivo sia l’altro. Non credevo che cadere dallo scivolo l’avesse condizionata così tanto. Le è rimasto il terrore dell’altezza».

Michela sapeva che suo marito aveva ragione. Dovevano aiutarla ad affrontare le difficoltà, a reagire di fronte alle proprie debolezze. Per lo meno dovevano provarci. 

«Troveremo il modo di convincerla, spero. Non possiamo obbligarla.» Michela vide che Andrea annuiva, mentre si portava una mano alla fronte. Era arrivato al limite della sua umana sopportazione. Capì che era meglio lasciarlo solo, si sentiva fiacco e faceva fatica a fare qualsiasi cosa. Gli diede un bacio e se ne andò in soggiorno per la sua serata con film e divano. 

Lei e Andrea dovevano assolutamente aiutare Anna ad accettare la sua nuova avventura. Ma come potevano fare a convincerla?

2021-07-20

Aggiornamento

Mi piace pensare ad ogni libro acquistato come ad una foglia che è nata su un albero in primavera. Così come foglia dopo foglia si crea la chioma, acquisto dopo acquisto mi avete aiutato ad arrivare alla pubblicazione. Un grazie di cuore ad ognuno di voi. Ora dobbiamo portare i fiori ed i frutti sul nostro albero e mi serve il vostro aiuto. Gli acquisti che grazie a voi verranno fatti saranno i fiori. I suggerimenti che mi darete per migliorare il racconto saranno i frutti e faranno diventare “L’enigma di Anna” un libro anche vostro.

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Monica Brignole Genoni
nasce nel 1980 a Milano. Diplomata al liceo classico, si laurea in Ingegneria meccanica e poi come ingegnere della saldatura, lavorando in aziende metalmeccaniche. Davanti alla domanda “che lavoro fai?” si trova in difficoltà a dare una risposta semplice. Decide quindi di raccontare una storia divertente e misteriosa per far conoscere il suo mondo. Nasce così "L’enigma di Anna", il suo romanzo d’esordio, scritto di mattina presto sul cellulare e ambientato a Lainate, la cittadina in cui vive.
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