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LINEA PUNTO

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Consegna prevista Gennaio 2021
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L**e trascorre bizzarri momenti di niente, tra tele che chiama dipinti e disegni che a fatica, spaccia come quadri. Roba strana, arte estratta da materia grigia e colorata; “alta espressione a bassi livelli”, così li chiama. Più che quadri vende interesse, e quello sì che non ha prezzo, ne scuce a valanga di quello. Lungo il percorso, nel mezzo del quale L**e rimane immobile, sfreccia tranquilla la città, l’arte, le sue muse e i suoi mercanti.
S’imbatte in gallerie senza uscita, illuminate dal presente, a sua insaputa viene messo all’asta da eccellenze ebbre del passato, viene accolto a ricevimenti indorati di promesse, dai servi del futuro. Là fuori L**e decifra l’essenza dell’ordinario ruolo assegnatoli: vendere delle tele, per tornare a fare la spesa tra le corsie di un lucente supermercato.
Quello che invece al mondo non compete, giace nel suo scantinato buio. Gli va a genio quel posto, c’è poca chiarezza lì.
Smarrirsi, è sempre stato il suo forte.

Perché ho scritto questo libro?

Nei momenti trascorsi tra tele bianche e colori, scrivevo valanghe di appunti autodistruttivi circa questo mio svago.
In seguito quindi, forte d’una supponenza legittimata dal continuo fiasco come artista figurativo, si compone da sé questo racconto.
Linea Punto altro non è che una breve storia, leggermente allungata, sbavagliata ed esasperata, di qualche peripezia in cui sono incappato, durante alcuni corti giorni di lunghissimi minuti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Tasche piene

“Sì esatto, io e gli altri saremo a T****a stasera. Domani appena arrivi chiamami. Come stabilito ci vediamo all’ostello V********o P*****s all’indirizzo che ti ho mandato.”
Ok, tutto chiaro, ho tutto l’occorrente per due giorni di viaggio: serbatoio pieno di benzina giusta, alcune paia di mutande e calze, quaderni, penne, tabacco e kit per due anni, due magliette e due maglioni, soldi, una cinquantina contando bene le monete in macchina.
Mi ritrovo su un’autostrada ligia al suo dovere, meno ligia al suo è la mia macchina che ogni sessanta chilometri mi indica una qualche diavoleria da controllare nei pressi del serbatoio dell’olio e di quello dell’acqua. Un viaggio di cinque ore ne sta durando già sette e mi mancano ancora venticinque chilometri, mentre il sole finge di sparire scomparendo dal mio specchietto retrovisore. A malapena arrivo a destinazione, dopo essermi fermato in un’altra, nonché l’ultima, stazione di benzina, dove un tipo con dei baffi grigi ha provato a vendermi dei tergicristalli Bluetooth.
L’ostello era in quella via indicata dalla mia amica libanese. Entro e un campanello fa -dlin!-. Passano due ragazzine in tuta e calze grigie, o ex bianche, o a breve nere. Confabulano in lingue dure e taglienti, che non capisco affatto. Un tizio con la chitarra fischia e saluta le due ragazzine le quali bleffano segni di stordimento e svenimento, ricambiando a stento il saluto con degli squittii.

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La tipa dell’ostello mi indica la stanza, dopo le beffarde usuali battute circa il mio accento, la mia nazione di provenienza, la natura e l’arte che lì vi risiedono e riguardo gli alti standard di romanticismo e di pulizia della nostr’altra nazione.
La prima sera mi mezzo-ubriaco e finisco a parlottare a zig-zag con un tipo dai capelli blu che, a quanto pare, fa il cantante rap, ma con l’outfit di un punk. Ha 23 anni, si chiama J****S e sua madre fa la veterinaria. Mi scordo di chiamare la mia amica, ma di lei in giro per l’ostello neanche l’ombra. Presumo che, sia lei, che la sua ciurma di artisti, siano già a nanna. Mi infilo nella camerata da dieci posti letto, cinque letti a castello. Cerco di fare il meno chiasso possibile, ma noto che i coinquilini sono tutti silenziosamente svegli a parte un cumulo di coperte dal quale provengono dei rantoli e degli sfiati e una tipa il cui libro le sta abbracciando il petto.
Il giorno dopo è quello del grande evento.
La mia amica libanese mi chiama, invitandomi a muovere il culo ed arrivare in tempo per il discorso di apertura che si sarebbe tenuto alle 10.30 nella sala conferenze del palazzo ospitante la mostra. Alle 9.45 sono intento a sbloccare la zip dello zaino per cambiarmi le mutande. Alle 10.05 desisto e mi fiondo fuori, tra la neve che graffia il panorama senza orizzonte della viettina stretta dell’ostello. Corricchiando, con le mutande del giorno prima, ad un’andatura blanda degna delle dieci, anelo come il dito di una sposa sull’altare, a raggiungere l’indirizzo della mostra. 10.18 sono dentro e, nel modo in cui una falena sbatte sul freddo vetro prima di entrare in una casa, non vedo già l’ora di uscire, anche se so che sbatterò su molti vetri caldi, prima di riuscirci.
Incontro la libanese, saluti vari e introduzione di tutto l’harem di dipinti ed opere d’arte. Tutto fantastico. Mi ero perso il discorso di apertura. Perfetto. La mia amica nel suo intervento aveva introdotto se stessa e la propria ensemble di artisti. Si passa alle conoscenze umane. Artiste e artisti in gran numero, appaiono e scompaiono come stille di condensa in una botte zeppa di mosto. Poi galleristi e galleriste, impresari in cerca, come da antica tradizione, di atroci purché teatrali morti precoci. In ultimo, la crema della critica mondiale con al seguito uno strascico di vispi giornalisti sportivi e di cronaca nera in punizione e regrediti a dirigere il traffico della sub-cultura figurativa contemporanea.
La mia amica e il suo conciliabolo di pari sembrano a loro agio. Scambiano convenevoli sul futuro della pittura ad olio e frecciatine all’uso della matita e del temperino, inveendo contro i mercanti d’arte e contro quelli che usano le setole artificiali anziché quelle bovine o suine. A me non parla nessuno. D’altronde sono mica uno di loro, eppure mi guardano a rotazione, sono forse scienziati che osservano Plutone?
La mia amica poi mi introduce a qualcuno, svelando a mo’ di mago che a breve esporrò anch’io le mie opere. A quel punto vedo una serie di bocche mezze spalancate che emettono un fiato di ovazione seguito da semi-chiusure di labbra all’insù che sarebbero dovute assomigliare a sorrisi. Alcune teste giornalistiche si girano a guardarmi. Avevo portato mica nessun quadro io però. Chi me l’aveva detto. Ero un ospite indesiderato adesso? Ma soprattutto, avrei avuto lo stesso trattamento privilegiato di tutti loro al bar…?
Torniamo a circa quindici minuti prima.
Appena entrato nel salone principale della mostra, alle 10.19, andai in bagno. Lì mi venne in mente un’idea banale, ma sempre motivante. Attaccare dei disegni strappati da uno dei miei block notes nei cessi. Non ho l’abilità e la classe di un vandalo, perciò desistetti dal disegnare qualcosa direttamente in loco. Così allungai 10,00 *** all’inserviente fuori dal bagno delle donne chiedendole di mantenere il segreto e di attaccare con lo scotch, che le porsi, un disegno in uno dei bagni delle signore. La tizia delle pulizie mi fissava con uno sguardo così misericordioso che stavo per mettermi a frignare. Poi allungò la mano, mi strappò i soldi, lo scotch e il disegno ed entrò in bagno con il carrello da lavoro.
Dopo aver pisciato, attaccai l’altro disegno nel cesso dei signori.
Torniamo ad ora.
Non appena la marmaglia di gente si leva dai coglioni, intendo chiedere alla libanese mia amica, maggiori delucidazioni in merito alla sua sparata di pocanzi. Ma lei mi precede.
“Allora quante tele hai portato alla fine?”
“Alla fine? Tele? Nessuna”.
“Ahah, dai che scemo. Quante opere hai portato?”
“Nessuna opera”.
“Non hai portato le tele??? Perché? Te l’avevo detto no?”
“No. Non penso. Anzi, no. Beh…”
“Oh madonna e adesso cosa diciamo a D*******e???”
“Che non ho le tele.”
“Eh sì, certo, quello ha affittato lo spazio, le luci, l’hostess, ti ha contato per le bottiglie al rinfresco.”
“Bottiglie al rinfresco?”
“Dai… ma sei un disastro, ma cosa sei venuto a fare qua?”
“Un invitato. Ospite … amico? No??”
“Bah va be senti non so che dirti, parla tu con quello, io… mi spiace, ma non so come aiutarti”.
A questo punto vorrei dirle: “In realtà avrei giusto due disegni su carta appiccicati uno nel cesso delle signore e l’altro in quello dei signori”. Ma desisto. Lei se ne va, agitando la stoffa rossa sipario del vestito, lasciando impronte nero avorio sul pavimento di linoleum turchese che spariscono passo passo seguendola.
A quel punto non mi resta che fare lo spettatore. Vago tra una marea di dipinti ed opere tetre e stravaganti. Facce, facce, corpi, dilaniate e dilaniati, colori di tutte le razze e di tutti gli stereotipi, perfezioni, inventive e fantasie ritenute perfette a causa dell’imperfezione, scritte, colate scolorite, iscrizioni, colpi bassi ai classici, diretti al mento ai simili, disgusto per tutto ciò che ci circonda, poesie scarabocchiate su teste di Dei e su corpi di Donne nude, consigli beffardi su come poter donare, alla propria atona esistenza, un accento distopico.
Non parlo con nessuno, se non un “we” alla donna col carrello vicino al bagno delle signore quando vado a pisciare. Il rinfresco sta per essere servito, mi fiondo. La libanese mi maledice circa quattro o cinque volte, prima di dirmi che, in media, il suo gruppo di artisti e artiste aveva guadagnato, pro capite, una cosa come 5.000,00 ***, solo in quella giornata, oltre ad aver avuto due o tre proposte di collaborazione con gallerie e riviste d’arte famosissime un po’ ovunque qua e (soprattutto) là.
“Addirittura”.
A questo punto penso che nessuno si accorgerà se mi intrufolo tra i vincenti e condivido con loro qualche bicchiere d’onore e gloria.
“Te l’avevo detto … questa era un’occasione perfetta anche per te. Sei un coglione… Ahah va be dai ora non ci pensare bevici su poi la festa continua in ostello!”.
Non fa in tempo a finire la frase che sono già imbarcato sulla scialuppa della terza classe pronto a farmi caricare i bicchieri fino all’orlo e stiparmeli per bene nello stomaco.
Spendo tutti i –per favore- che mi ero portato.
Inizio serata piacevole comunque, qualche risata, qualche pensiero fisso, puzza di carne umana, quel posto ne era diventato saturo dopo un’interna giornata di mitosi.
Tornato in ostello vengo a conoscenza di essere lo zimbello della comitiva di artisti della mia amica; artisti disperati, ma con le tasche piene di speranza. La libanese aveva spifferato che mi ero dimenticato il materiale. A nessuno sembra fregare più di tanto. L’ostello è invaso dalla stessa identica gente della mostra. Sono stati scremati solo alcuni critici e galleristi che soggiornano al B*****a & T***e Hotel, sei o sette stelle. Si dice che a loro, quella giornata, avesse fruttato, pro capite, circa 500.000,00 ***.
A cena ognuno prepara qualcosa. La cucina dell’ostello sembra delle dimensioni di quelle con cui ho sempre immaginato la cucina di un antico esercito orientale. Un ragazzo alto e biondo rosola delle salsicce bianche, una tipa con i capelli neri manteca un risotto con i funghi, alcuni scongelano delle pizze, cliccano come picchi le dita sul forno microonde in cerca della giusta potenza (W) per lo stadio successivo di scongelamento di quel materiale, prodotto da macchinari chef in chissà quale industria di periferia.
Una signora apre bottiglie di vino a ripetizione, svita una quantità di tappi incredibile senza mai versare, definendo ogni sniffata di tappo come “reale”. Alcuni sono già seduti a tavola. Fumo una sigaretta nel cortile interno dell’ostello. Nevica ancora, non ci sono insetti. I pini sono imbiancati, ma si intravede ancora del verde scuro ostinato.
Rientro e mi siedo ad un tavolo, avevo portato due bocce di vino. Bastano come lascia passare.
“Tu non cucini?” Mi chiede un testone pelato male circondato da due tipe ridacchianti con le braccia pelose bene.
“Sì sì ho messo l’acqua per la pasta”. Basta come lascia passare.
Caspita, le salsicce sono speciali, i funghi del risotto sembrano appena colti, la pizza appena sfornata, il vino … reale. Le mie bottiglie sono rimaste chiuse, le nascondo sotto al tavolo durante una risata generale ad una battuta indegna perfino di un umorismo d’occasione. Scoppio di salute.
Fumo una sigaretta. L’acqua per la mia pasta è evaporata. Passando davanti ai fornelli giro la rotellina nera del gas su 0. Nevica. Il verde dei pini diventa sempre più scuro ed impercettibile.
Senza ripassare dalla cucina mi sdraio su un divano di tessuto marrone della sala relax con le pareti gialle piena di scritte di –benvenuto- in tante lingue diverse. Mi si avvicina un tizio, fino ad ora visto mai. Si lascia cadere a peso morto sul divano, dal quale si sprigiona una vistosa nuvoletta cristallina di polverina bianca-grigia. Porta un cappellino di lana, fantasie invernali rosse e blu, con dei prolungamenti di tessuto i cui pon-pon gli si adagiano su una felpa verde vischio. Mi guarda un attimo, prima di frugarsi in una tasca alzando una chiappa.
“Guarda cos’ho trovato in bagno. Sto cercando da tutta la sera l’artista che l’ha fatto. Secondo me è ge-ni-a-le. Va be per motivi che non capiresti perché non è immediato coglierli dal disegno, capisco, so mettermi nei panni del pubblico eh.”
Prende una boccata d’aria, io chiudo gli occhi temendo il peggio, che puntuale arriva: “Sai l’arte figurativa è come un roseto nel quale ogni spina rappresenta … io… … metodo che …io … d’interesse generale … obiettivi … sapere … … Dio … … paradossalmente le scuole … io … luce ed ombra… io … farsi capire serve … bene e male… sono … io … … ” Mi si stacca a scatti l’udito, qualcuno dentro di me schiaccia a ripetizione il tasto –mute-, come facevo da piccolo quando fingevo di scratchare (tipo mixare, tipo intervallare con pause) una canzone che ascoltavo in tv sul canale musica. Mi perdo quindi il succo del discorso. Da quanto sono in fissa, mi sembra di vedere il tappeto persiano lercio iniziare a muoversi strisciando sotto al pavimento di finto legno chiaro. È sparito. Lo fisso.
Mi riprendo all’improvviso alzando la testa di scatto, come se fossi stato appena sorpreso a masturbarmi, non appena il ricciolino aumentando il volume della voce termina la sua apologia: “… e pertanto … implausibile!!! … No?!?”
Segue un attimo di suspense, che purtroppo non afferro.
“Va be guarda qua, dimmi, cosa ne pensi??”.
Prendo il foglio di carta disegnato strappato malamente da un lato.
“Bello”. Glielo ridò.
“Volevo mostrartelo, ti piace?”
“Bello”. Rispondo mentre faccio un sorso di vino.
“Va be dai, grazie, vado a fumare, ci vediamo!”
Si alza sbuffando e se ne va, riponendo il disegno nella tasca posteriore sinistra dei jeans neri.
Finisco il vino, mi domando svariate cose. La più permanente è se quello stronzo riuscirà aessere colto, prima o poi, da qualcuno o da qualcosa che lo possa riporre in un vaso, in bella vista sulla ringhiera di un balcone al primo piano, affacciato su di una via affollata, così da poter urlare agli sguardi della lenta gente appiedata, -le sue cose-, come fosse sempre il giorno del mercato o una domenica di un giorno di festa, che poi finisce, ma che poi, più in là, tanto ricomincia.
Parlo con altre tre o quattro mascotte da museo, citando Jean-Michel, le quali mi aggiornano sulle loro inviluppate relazioni socio-romantiche, sulle loro sconcertanti rivelazioni artistiche e tecniche, sulle sorti delle manifestazioni dei sentimenti dell’umanità a loro affidate; sembra tutto sulle loro spalle.
Allorché sono esausto, pieno di benzina sbagliata.
Sto per levare l’ancora, quando una tipa, con i capelli arrotolati in una fascia e delle bretelle di jeans multicolore, si fionda a circa due metri da dov’ero seduto emettendo un gemito da tennista professionista. Mi stavo alzando con le mani già cariche sulle ginocchia pronte a darmi la pressione giusta per la spinta verso l’alto. Mi fa: “Ei, ei, aspetta, sei del gruppo di artisti? Cioè sei un artista? Non mi sembra vero?”
“No”.
Guardandosi intorno tira fuori un foglio strappato malamente.
“Guarda qua. Nel bagno della mostra ho trovato questo, non è pazzesco? Ahah incredibile, tra tutta la merda che ho visto oggi, questa è perlomeno … autentica, la più vera di tutte insomma”.
“Una vera merda insomma”.
“Ahah Esatto! Ahah … no dai, chissà chi diavolo l’avrà fatto. Ho provato a chiedere in giro, ma nessuno ne sa nulla. Wow, che mistero eh?”
Temendo di finire sepolto da un’altra valanga di citazioni metaforiche e sperando di fare cosa gradita allo stronzo in attesa di essere colto, taglio corto: “Ti consiglio di chiedere a quel tipo con i riccioli, là, quello con i jeans neri e il cappellino di lana”.
“Uuuh … mmmh … Dici che è lui?”
A quel punto mi alzo e l’unica scena umana che ricordo è la tipa insieme al ricciolino che ridono, ridenti, parlano, si danno leggere spintarelle sulle spalle, poi sui fianchi, si procurano lievi brividi di entusiasmo, poi si toccano a vicenda le guance, poi le labbra.
Prendo l’ultima bottiglia di vino e vado in camera.
Una luce è ancora accesa, qualcuno russa.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    È difficile descrivere ciò che ci piace, tanto, ma non sappiamo perché. E come se risuonasse in noi un colore, forse tanti colori, che riconosciamo ma che non ha/ hanno nomi. Come i bambini, quando non sanno parlare… se fai loro vedere qualcosa di arancione non possono dirti “quello è arancione”, però possono indicarti qualcos’altro di quel colore, quello sì.
    Ecco. Io indico un quadro di Schiele in un museo viennese o un bel murales nel cesso del bagno di un locale pulcioso della provincia rumena. Non cambia niente.
    Forse, a colorare le retine e il cuore solitamente anestetizzato, contribuisce anche la scrittura di questi racconti, tanto affamati di vita: così grezza, così cruda, così ironica, così brillante. Una scrittura in cui le regole servono a poco e le parole diventano solo parole. La punteggiatura crea un ritmo tutto suo, tutto nuovo.
    È arancione anche quello.

  2. Le metafore, dalle più vere alle meno false, la cui fantasia ti proietta a secoliluce dalle circostanze descritte per poi immancabilmente obbligarti, senza obbligarti, a ritornare lì, nel presente; un po’ come fa la vita.

    Ossimori, increduli essi stessi della propria essenza, che esasperano fino a insinuare anche nei più esausti, il dubbio sull’esaustività della verità; un po’ come fa la vita.

    Un disincanto incantato dalla realtà incapace tanto di proseguire quanto di arrestarsi; un po’ come fa la vita.

    Un mescolarsi ed alternarsi di spirito materico e materia spiritica, di densità e rarefazione, che ai più provocherà sgomento mentre ai pochi provocherà sé stessi; un po’ come fa la vita.

    La poesia si confonde con la prosa e il rap, e ci confonde a proposito dell’effettività del bisogno e dell’utilità di “distinguere” – lato sensu; un po’ come fa la vita.

    Una soggettività ammutolita che per far fronte alla propria oggettiva incomunicabilità, non si perde nel non perdersi alcun dettaglio ma insiste nel raccogliere ed assimilare proprio e solo quelli che la illuderanno di non aver compreso e al contempo ricompreso la comprensione altrui; un po’ come fa la vita.

    Un sarcasmo dissacrante e dignitoso, e umile, che rispetta chi di lui è oggetto senza perdere l’occasione di sottolinearne l’inevitabile quanto insufficiente necessarietà; un po’ come fa la vita.

    Tutto questo lascia un senso di cauto benessere, pulizia imperfetta e attento stupore che accompagnerà per sempre chi avrà l’ardire di ricordare senza annotare e di obliare senza rinnegare.

    E ora, quale sarà la prossima mossa?

  3. (proprietario verificato)

    Sean Todenil sorprende con questi racconti di una realtà beffarda in cui i protagonisti reggono meglio l’alcol piuttosto che il genere umano. Avventure visionarie e senza senso, divertenti e spesso dissacranti, raccontate senza filtro e senza vergogna.
    Invidia, rabbia, disdegno, ammirazione, perplessità. Qualcosa proverete, sarà impossibile rimanere indifferenti di fronte a questa opera. E quando uno scrittore riesce a lasciare qualcosa….

  4. Simone De Simone

    (proprietario verificato)

    L’inverno e l’isolamento fanno da culla a quei lettori che non leggono mai. Io sono uno di questi. LineaPunto è uno di quei racconti inclassificabile perché troppo avanti per lettori come Voi, signori, accaniti di novelle bucoliche e piene di saliva. L’unica pecca ti questo libro!? Probabilmente voi.
    Sean Todenil è nato per stupire.
    Grazie Sean.

  5. (proprietario verificato)

    ERRATA CORRIGE
    I racconti sono 6:

    Circo, Cinque tele, Donna e whiskey, Tasche piene, Mille chilometri e The last chance.

  6. (proprietario verificato)

    Una raccolta di 5 storie di quotidiana ordinarietà rese memorabili attraverso la loro insolita narrazione.

    Uno spaccato di verità raccontata attraverso difetti e sbavature dei personaggi, dal busker al maschio alpha, da L***h al cavaliere P*******o, dal pittore alla signora col camice.

    L’autore osserva la realtà in maniera cinica e melanconica e questo libro ci invita, per il tempo della lettura, a immergersi nel mondo senza sovrastrutture, né pregiudizio o pudore.
    Lettura vivamente consigliata.

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Sean Todenil
Sean Todenil nasce in Irlanda, a Moher per l’esattezza.
Si trasferisce presto per strada, a Galway.
Dipinge soggetti ed altre figure, ritrae sagome che si bevono i suoi soldi.
A corto di parole, poi, si mette a scrivere.
Si trasferisce in montagna, sulle Alpi, poi al mare, all’Isola.
Per sbadataggine ritorna in una città, a Milano, nella quale, ad oggi, è dato per disperso.
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