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Consegna prevista Giugno 2020

Era un ragazzino, quando un’entrata assassina ha cancellato la sua carriera di calciatore. Dopo le lunghe cure in ospedale Gianni aveva cambiato casa e non era più ritornato in quella zona di Milano dov’era cresciuto. Un giorno, 18 anni dopo, appena ricevuta la notizia del suo licenziamento, e dopo il recente fallimento di una lunga convivenza, Gianni prende come segnale del destino un pallone volato fuori da un cortile: non sa più andare avanti, allora guarda indietro, e guida convinto fino al centro sportivo del suo antico incidente. Qui si scontra fortuitamente con Giulia, tredici anni, un borsone da calcio sulle spalle. La piccola calciatrice è figlia di Simona, il suo amore adolescente mai consumato e mai spento. Giulia ha il talento degli eletti e vive con i nonni da sempre. Simona ha un passato doloroso, un presente complicato e un durissimo rapporto con sua madre. Gianni viene trascinato nella vita di queste due donne, fino al punto di non ritorno.

Perché ho scritto questo libro?

La prima volta che sono andato a veder giocare a calcio mia nipote ero scettico. Aveva otto anni ed era l’unica femmina in campo. Sono tornato una volta, un’altra ancora, e non ho più smesso. Dovevo scrivere di lei. Trascinandola in una vita nuova, inventata, ma tenendo integro il suo sentimento. Intorno a lei, le storie sono nate spontanee. Dolorose. Ambigue. Romantiche.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Gianni

Zoppico verso la mia auto di fretta. Lego la cintura, metto in moto. Prendo il bigliettino con il numero di Tony per ricopiarlo in rubrica, ma poi niente, lo rimetto in tasca. E parto lentissimo. Lentissimo, come aspettassi il suggerimento di una direzione. E all'improvviso dalla curva spunta correndo una ragazzina a testa bassa, con un borsone enorme sulle spalle. Inchiodo e spingo la mano sul clacson, ma lei ha le cuffiette, non sente e non mi vede. Quando incrocia con lo sguardo il cofano prova a scartare di lato, ma sbatte contro lo spigolo del fanale, e cade di fianco, pronunciando secca: – Ma vaffanculo!

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Esco al volo dalla macchina. Lei resta a terra e si tiene una coscia. Ha i capelli lunghi, scompigliati e biondi. Si sfila con un gesto delle spalle la borsa con la scritta U.S. Calcio Ardita.

– Mi dispiace tanto… Eri un fulmine. – Ma non mi sta sentendo perché ha ancora le cuffie. Ne toglie una. – Mi dispiace – ripeto, – non ho potuto far niente: andavi come un fulmine, a testa bassa…

La ragazzina mi osserva come fossi un alieno. O come se stesse pensando ad altro. I suoi occhi sono chiarissimi. Mi sembrano familiari.

– Ti fa male?

Non risponde. Con entrambe le mani stringe la parte bassa della coscia dove ha colpito la carrozzeria.

– Riesci ad alzarti? – insisto, questa volta piegandomi su di lei.  

– Non lo so – risponde e stende le gambe, appoggia le braccia tese con le mani aperte dietro la schiena. Non capisco se sia il suo modo per chiedermi di controllare io il muscolo. 

– Ma tu guardi davanti quando guidi? – aggiunge invece, sprezzante.

– E tu quando corri? – contrattacco come se avessi la sua età.

– Sì vabbè… Va' che per correre mica ci vuole la patente.

Lascio perdere, perché vedo che il suo astio si è smorzato. Faccio l'adulto, insomma. 

È asciutta. Atletica. Le spalle larghe spingono la felpa giallo limone. Ancora bambina. Lo dicono i boccoli, la rotondità del viso, e il busto piatto, quasi maschile. Il mio rapido contrattacco è come se l'avesse tranquillizzata.

– Giochi a calcio?

Annuisce.

– Allora questo è stato un fallaccio da espulsione.

Annuisce.

Mi guarda dritto. Ma non c'è arroganza. Una sottile presa per il culo, forse. Anche un'attesa. 

– Non vuoi provare ad alzarti?

Niente. La postura da pausa massaggio, una cuffia su e una che pende, e non smette di squadrarmi. Adesso però c'è una curiosità indagatrice. 

– Magari è meglio vedere se c'è qualche segno, – dico.

Solleva fino all'inguine la gamba della tuta, diligente e distratta. La coscia sopra il ginocchio è arrossata, con un graffio di qualche centimetro che sta diventando viola.

– Come ti chiami? – le chiedo. 

– Giulia – dice con fastidio e serra le labbra.

– Io Gianni.

Le labbra chiuse si alzano in un mezzo sorriso. Non capisco se beffarde o per lieve soddisfazione.

– Senti Giulia, devi provare ad alzarti. E comunque credo sia una botta. Bisogna solo vedere quanto è forte, se è successo qualcosa al muscolo. Non lo so, non sono un dottore.

A un tratto quella sfumatura ironica scompare. Si fa seria. Toglie anche l'altra cuffia, le appallottola insieme e le mette nella tasca della felpa. Dove si vede la forma dello smartphone.

Allora le offro le braccia. – Dai, proviamo ad alzarci, – e la prendo da sotto le ascelle per sollevarla. Lei si aggrappa e si mette in piedi. 

– Prova a battere il piede. 

Lo fa.

– Ora fai due passi: vediamo quanto è il male.

Fa due passi, giusti. Poi le viene il magone. Ma non piange.  

– Ma fa così male? Vuoi che andiamo al Pronto Soccorso?

Fa no con la testa, tira su con il naso e si risiede per terra. Mi piego sulle gambe, e lo faccio con la solita fatica.

– Non è niente, tranquilla. Una botta, un po' di ghiaccio, alla tua età si guarisce in pochi giorni.  

– Ma ti chiami Gianni veramente?

– Lo so, è un nome da vecchi, come Gianni Morandi: nessuno si chiama Gianni se ha meno di cinquant'anni. 

Mi scappa la rima da deformazione professionale.

– Ma tu abitavi qui?

– Sì, ma tantissimi anni fa. – E non capisco se sia io a desiderarlo, per il senso di colpa, o lei a offrirmelo, fatto sta che per aiutarla a rimettersi nuovamente in piedi abbozzo un abbraccio leggero, pudico, quasi a simulare il gesto, a voler scongiurare qualsiasi ambiguità. E lei mi asseconda. Anzi, sembra quasi che vi si abbandoni. Non so cosa fare. E sta succedendo troppo spesso oggi. 

– Senti… – Le parlo restando in questa posizione. La spugnosità della felpa mi preme le labbra, e i lunghi capelli mossi mi si infilano nel naso, che inizia a prudere. Ma devo resistere. È un abbraccio che mi stupisce, e quasi mi preoccupa, ma non lo lascerò per grattarmi una narice.

– Dai, mettiamo la borsa in macchina e andiamo al Pronto Soccorso. Così stiamo più tranquilli. Mi sa che sei un campione ed è meglio fare le cose perbene.

– Sei come mio nonno – sillaba tra un singhiozzo e l'altro.

Vero che i ragazzini vedono tutti vecchi gli adulti. Ma ho l'età di suo padre, non di suo nonno.

– Anche lui dice sempre perbene. 

– Ah sì. E come si chiama tuo nonno?

– Antonio. Ma tutti lo chiamano Tony.

Lascio l'abbraccio, al rallentatore, proprio nel momento in cui vorrei stringerla.

Ora il magone le è passato. 

– Non voglio andare all'ospedale. Tanto non possono farmi niente. – Solleva la borsa più grande di lei e la rimette sulle spalle. Prova a fare qualche passo, ma zoppica pesante. 

– Sento come se qualcosa mi morde, proprio qui, – e indica il punto del graffio viola.

Mi mordesse, si dice, avrei l'istinto di correggerla; ma resisto a tacere, mi volto verso il cofano e fingo di calciare contro il fanale colpevole, per punirlo. 

– Minimo tre giornate di squalifica! –  esclamo.

– Anche tu zoppichi – dice Giulia, riprendendo il tono iniziale. Ora mi accorgo delle piccole lentiggini sotto gli occhi. Le vedo perché ora so chi è. 

– Anch'io per un brutto fallo. Storia vecchia.

La sua curiosità si è accesa. Il dolore può aspettare.

– Ma quando?

– Avevo qualche anno più di te. Ma adesso pensiamo alla tua gamba, che ci serve. Mi sembra che ti faccia meno male, giusto?

– Mi fa malissimo. Ma non è che piangevo per quello… cioè, che stavo quasi piangendo. È perché non posso allenarmi, e per sabato, se non posso giocare.

– Guarda che ti capisco. Io ancora oggi mi porto il ricordo di quel dolore.

– Non si ricordano mica i dolori.

– Si continuano a provare. Vabbè, alla tua età devi pensare alla gioia di giocare, altro che dolore. Vadaviaiciapp il dolore.

– Vadaviaiciapp – ripete facendo schioccare le p, e sorride soddisfatta. Lampeggia il metallo dell'apparecchio che le attraversa i denti.

– Vedi, sei come mio nonno. 

– Lo conosco tuo nonno. Tony. Ho appena parlato con lui. Ma è così giovane! Quindi la tua mamma era giovanissima quando sei nata.

– Sì, siamo una famiglia di giovani.

– Ok. Senti: il nonno ti starà aspettando.

– Sì, ma tanto lui è lì. Gli allenamenti sono tra un'ora. 

– Allora perché correvi?

– Perché mi piace correre. Ovvio.

Giulia fa anche la faccia dell'ovvio.

– Vado prima e sto con lui, che fa le cose; intanto messaggio un po'. A casa mi rompo.

– Con la mamma e il papà…

– Con la nonna.

– Ah, i tuoi genitori sono al lavoro.

– Non lo so dove sono. Allora tu abitavi qui?

– Sì, te l'ho detto, tanti anni fa.

Ha la faccia contenta, e vai a capire perché.

– Se conosci mio nonno, allora conoscevi anche la mia mamma.

– Sì, di vista, però. 

Giulia ride. 

– Hai una figlia?

Perché una, e perché femmina? 

– No, purtroppo no.

– Vorrei quasi che tu fossi mio padre.

– Io? Ma cosa stai dicendo? E poi non mi conosci!

– E allora?

E allora? Allora niente. Non ho la risposta pronta. Questo è un assist che non posso mettere in rete. 

– Anche tu diventi triste quando sei contento?

– Perché?

La sua improvvisa sicurezza mi mette sulla difensiva.

– Si vede, dai. Ti sei emozionato perché ti ho detto che ti voglio come papà.

– Non mi sono emozionato. Senti Giulia, sei divertente però adesso è meglio che entri, se non vuoi che ti porti al Pronto Soccorso… 

– No, vado dal nonno. Mi accompagni tu? Così gli dici cosa è successo, che magari lui si preoccupa e cerca il colpevole. Dice che chi mi fa del male lo uccide.

– Anch'io – dico. E rido. Per far vedere che non sono triste. 

– Ok, dai. Aspetta che posteggio. 

Giulia resta fiera e dritta con la borsa che sembra la casa della tartaruga. Mi guarda fare manovra. Si tocca il muscolo. Batte un paio di colpi a terra. Fa dei passi di prova. Zoppica. Il dolore c'è. Però sorride e mi fa il segno dell'Ok. Poi tira fuori l'iPhone 6. Messaggia con la rapidità nervosa dei nativi digitali. Ricorda il frenetico intrecciare delle zampette di una mosca. 

Da dietro il parabrezza, come fosse la macchina del tempo, la osservo.

Il viso è quello di sua madre. Simona dietro la rete. Dove si appoggiava quasi sdraiandosi. Dal campo la guardavo per vedere se mi stava guardando. Flirtavamo di sguardi. Eppure le avevo detto solo dei Ciao. Le dicevo Ciao appena potevo. E lei rispondeva sempre rapidissima. Ma niente di più. Un giorno mi convinsi all'azione, le avrei parlato, poi invece nulla, le circostanze me lo impedirono. Ma anche lì, mi era mancata la giocata istintiva, che rompe gli schemi. 

La ricordo di una bellezza esagerata, anche se era poco più di una bambina. Due cose che mi attraevano e intimidivano ferocemente. Erano le scuse che mi consegnava la paura dell'innamoramento. 

Copriamo i duecento metri fino al cancello mano nella mano. Me l'ha presa lei e mi vergogno un po' che la mia sia leggermente sudata. Giulia vuole zoppicare uguale a me e dopo pochi metri trova il passo. 

– Come fanno i soldati nel film Full Metal Jacket, Gianni.

– Vero. Ma non potresti vederlo quel film, è vietato ai 14. Forse anche ai 18.

– La nonna non voleva ma io e il nonno l'abbiamo guardato insieme. In streaming. Quando non dovevo vedere mi metteva le mani sugli occhi. Ma non c'era sesso. 

– È violento, molto violento però. Soprattutto a parole.

– Ma chissene delle parole, quelle non si sognano. E poi sono le stesse che dicono i miei compagni di classe; e pure quelli di squadra. Dai, papà! 

E scoppia a ridere come se avesse detto una battutona.

L'ho lasciata sulla panca nello spogliatoio. Giulia ha voluto sedersi lì. Così se le passa il dolore è pronta a cambiarsi. Deve sempre sbagliare con la sua testa, mi ha sussurrato Tony mentre riempivano la borsa del ghiaccio classica, visto che quelle istantanee le porta il mister e Giulia non voleva aspettare. Tony ci ha sbriciolato dentro quattro ghiaccioli presi dal frigo del bar. Quelli al limone, che i ragazzi non chiedono mai, ha detto.  

Quando il nonno le ha chiesto dei compiti Giulia ha sbuffato che non riesce a farli in cucina o in sala, perché c'è sempre la nonna che fa qualcosa, o la lavatrice che va, o l'aspirapolvere. E non si concentra. Lui le ha confermato che settimana prossima sarebbero andati a prendere il letto nuovo. A castello. Così sotto si fa lo spazio per la sua scrivania. – Grande Tony! – ha esclamato Giulia, e gli ha preso la testa come un pallone, per baciare precisa la ruga che Tony ha in mezzo agli occhi. Una crepa profonda che dalla fronte scende sul naso. Poi Giulia mi ha guardato con un sorrisetto furbo. 

– È il bacio contro la vecchiaia.

Quindi Tony si è preoccupato per me, che dovevo scappare, come avevo detto un'ora prima. E sono stato costretto ad andarmene dall'unico posto dove volevo stare.

10 ottobre 2019

Aggiornamento

Mi sono riletto i nomi di chi ha comprato una copia, o più di una, della mia piccola scommessa da scriba. Voglio ricordarmeli bene, visto che dimenticare ultimamente mi viene troppo facile. Una cosa stupida, romantica, quasi nostalgica; come guardare vecchie fotografie, lo sfogliare l'elenco delle persone che ti sono vicine. Dietro il lampo di pochi euro ho percepito il sentimento leggero di una pacca sulla spalla, di un timido abbraccio, di una stretta di mano; il calore di un incitamento, l'esaltazione del tifo. Ho intuito la stima, così come una forma di tenerezza, ma anche il sano scetticismo, che non è però bastato a fermarli. Dietro ogni numero scalato dai fatidici 200 c'è insomma un sacco di roba. E niente. Grazie.
15 settembre 2019

Aggiornamento

Guardo la fascetta che si riempie come un termometro del mercurio, la temperatura delle copie vendute, e vi aspetto. Mette un po' d'ansia, ma fa parte del gioco. Lo so che avete ben altro per la testa: le incombenze del quotidiano, un lavoro ballerino, forse un amore che si disfa, figli che assorbono e una cronaca che strattona gli umori verso il peggio. Ma c'è la piccola Giulia che vive per calciare un pallone. Sua madre Simona aggrappata a un enorme segreto. E Gianni una seconda volta, con un coraggio che non sapeva. Hanno bisogno di voi. E forse anche un po' voi di loro.
20 settembre 2019

Evento

Upcycle Venerdi 20 settembre, dalle ore 20.30 alle 21.00, insieme a Gianluca Sormani porterò all'Upcycle questo spettacolo. A fine reading, atto d'amore verso la bicicletta urbana, inviterò i presenti a considerare la ghiotta opportunità di acquistare Lo spareggio. Sempre di sentimento e azione si tratta.
10 settembre 2019

Aggiornamento

È buffo ritrovarsi a controllare la pagina per vedere se il numero sale, e scoprire chi sia il nuovo salito a bordo della sfida. Mette anche un po' d'ansia, e vabbè: il tempo social la comprende 🦸. E succede che siano tante persone che conosci ma vedi pochissimo, o tuoi lettori sui social, o sui giornali dove scrivi, che non hai mai incontrato di persona. Si prova un sentimento di gratitudine. Desiderio di abbraccio. Ed è a voi che siete entrati in questa pagina e leggete questa mia che chiedo di non fermarvi, e di coinvolgere le persone più vicine, amici e parenti che amano leggere. C'è un romanzo in cambio, una storia diversa, degli eroi quotidiani che aspettano di prendere vita. Grazie.

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Maurizio Baruffaldi
Nato a Milano, frequento da sempre con ostinazione e libidine il paesaggio urbano e la sua antropologia, la parola scritta in tutte le sue forme e posizioni. Giornalista freelance e paroliere, oltre che scrittore di svariati racconti pubblicati e di due romanzi: "Lo zucchero e la dinamite" con ilmiolibro.it, e "La metà dell'amore", per l'editore Nobook. Sono innamorato di tre donne.
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