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L'ora dei cani

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Consegna prevista Giugno 2020

Ogni sera, alla fine della giornata di lavoro, si svolge una rappresentazione teatrale: quella è l’ora dei cani, finalmente liberi di correre. Ma è anche l’ora dei padroni.
Il palcoscenico sono le quattro aiuole che chiamare parco è un po’ pomposo. Ma c’è l’erba, ci sono le piante, le panchine… e quindi è un parco, anche se è solo un centinaio di metri salvati dal cemento e circondati da strade trafficate. Ogni personaggio è in realtà costituito da due attori: una persona e un cane. Sono sempre gli stessi e di rappresentazione in rappresentazione non cambiano mai. Recitano le loro vite, i loro desideri, le loro frustrazioni e sono bravissimi, perché interpretano se stessi.  Andiamo anche noi, una sera qualunque in un parco. E assistiamo a questo spettacolo, che si chiama vita.

Perché ho scritto questo libro?

Mia moglie Cinzia e io abbiamo avuto due cani. Con i loro occhi umidi ci dicevano che non ci avrebbero abbandonato mai. Invece ci hanno abbandonato, perché in genere la vita di un cane dura meno di quella di un uomo.
La sera li portavamo al parco. Lì incontravamo altre persone e ognuna aveva una storia, preziosa perché era la sua vita.
Era quell’ora particolare del giorno quando persone e cani si ritrovano al parco e le loro storie e le loro vite si intrecciano.
L’ora dei cani.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Modello da combattimento

I ricordi più lontani nella sua testa gli mostravano una casa accogliente, una cuccia calda con una bella coperta soffice, le carezze del suo padrone, una bambino che giocava con lui e la padrona che alla sera gli preparava una pappa gustosa.
Poi qualcosa o qualcuno l’aveva strappato da quel paradiso. Erano due mani fredde e dure, che lo avevano afferrato un giorno dal sedile posteriore dell’automobile che i suoi padroni avevano lasciato aperta mentre facevano una commissione in un negozio lì vicino. Da allora non aveva più visto il suo padrone buono, il bambino con cui gli piaceva giocare e la padrona che gli preparava bene da mangiare.
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Dal paradiso era precipitato in un inferno. Non c’era più la casa calda ad accoglierlo, ma un magazzino freddo, zeppo di gabbie strette in cui stavano insieme a lui tanti altri cani. Non c’erano le carezze del suo padrone, ma le spinte e le botte che gli davano quegli uomini che ogni tanto entravano nello stanzone. Non c’erano più i giochi con il bambino, ma la realtà di mezzo metro quadrato di gabbia dove era difficile persino girarsi. Era sparita la ciotola piena di cose buone ed era stata sostituita da un mangiare che tutti i giorni era uguale e che bruciava nella gola.
E, soprattutto, c’era la paura. La paura per gli altri cani nelle gabbie accanto alla sua, che gli abbaiavano, sebbene lui a loro non avesse fatto niente, che lo guardavano digrignando i denti, che gli ringhiavano contro, che mostravano la volontà di aggredirlo, di azzannarlo, di fargli del male. C’era la paura quando il buio del magazzino dove restava tutto il giorno e tutta la notte improvvisamente veniva spezzato dalla luce bianca e fredda del neon e allora entravano nello stanzone degli uomini, che non sorridevano, che parlavano con toni duri, che afferravano qualche gabbia e la portavano via e quei cani che sparivano non tornavano mail. La paura era diventata la sua compagna di vita.
Poi venne il giorno in cui fu il suo turno. Entrarono gli uomini e fra urla e calci, afferrarono la sua gabbia e lo portarono fuori dal magazzino. In quel momento si accorse che lo stanzone, dove era stato tenuto tutti quei giorni e che aveva odiato, in realtà ora gli sembrava un luogo tranquillo e protetto. Adesso invece dove lo stavano portando? Che cosa gli avrebbero fatto?
Purtroppo lo scoprì presto e non fu divertente.
Arrivarono in un posto, un cortile. Lo fecero scendere e lo lasciarono al centro, da solo, e se ne andarono. Lui guardò se poteva scappare da qualche parte, ma il luogo era completamente cintato e comunque dopo meno di un minuto si aprì una porta e ne uscirono due uomini che tenevano al guinzaglio un cane enorme, nero, che abbaiava furiosamente contro di lui. Era di una razza robusta, da combattimento, ma per diventare così feroce gli avevano dovuto rendere la vita molto grama. Forse lo avevano picchiato, forse l’avevano lasciato senza mangiare e senza bere, forse gli avevano fatto ingoiare cose che lo avevano irritato, forse lo avevano drogato, forse tutte queste cose messe insieme. In quel momento capì qual era il suo ruolo: permettere all’altro cane di esercitarsi, di allenarsi, di gustare in anticipo il sapore del sangue dell’avversario per incattivirsi ed essere pronto per il combattimento vero, quello con un altro cane alla sua altezza, con intorno una torma di uomini che avrebbero scommesso soldi su di lui o sull’altro.
Era terrorizzato. Non riusciva neppure a muoversi. L’altro sentì la sua paura e si eccitò ancora di più. Quella era una preda facile, che si poteva distruggere senza difficoltà. Gli uomini sciolsero il cane nero dal guinzaglio e questi subito si avventò contro di lui. E lui non capì più nulla. Cercò di scappare; cercò di difendersi. Ma sentiva il peso, la forza e l’irruenza dell’altro contro di lui. Sentì le zanne che penetravano nella sua carne e laceravano, mordevano, strappavano. Si sentì bagnato. Non capì se si era pisciato addosso per la paura o se era il suo sangue che colava. Vide un liquido rosso e capì che il sangue aveva iniziato a fluire dalle sue ferite. Provò dolore, che gli arrivava da ogni parte del corpo, dalle cosce, dalla schiena, dalla faccia.

10 ottobre 2019

Aggiornamento

Sergio detestava i cani, per motivi politici. Infatti sosteneva che questi animali sono schiavi e sono contenti di essere schiavi. A differenza dei lupi, che invece sono liberi. Poi ha conosciuto Cinzia e il suo cane, un pastore tedesco femmina che si chiamava Lara. Allora ha scoperto un altro mondo e un altro modo di pensare. È stata anzitutto Lara a fargli cambiare opinione, perché si è innamorata di lui e Sergio di lei. Nel libro che presentiamo è citata, ma con un nome diverso. Poi c'è stata Cinzia, che ama tutti gli animali (tranne le zanzare). Quando ne incontra uno, sui marciapiedi della città o nei viali di un parco o sul sentiero di una montagna, lo saluta e si mette a parlargli. Sergio subito rimase stranito da quella ragazza un po' stramba, ma poi se ne innamorò. Adesso anche lui parla con gli animali...

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Sergio Albesano
Sergio Albesano è nato a Novara nel 1958. Quando aveva tre anni, la sua famiglia si è trasferita a Torino e lì Sergio ha trascorso tutta la vita. La sua passione principale è scrivere e lo ha sempre fatto, sia per lavoro sia per piacere. Un'altra sua passione è suonare e tutte le notti gli dorme accanto la sua Fender Stratocaster bianca, che gli ha regalato sua moglie Cinzia. Se andate a curiosare su Youtube troverete alcune sue composizioni. Il suo è un sodalizio artistico che lo unisce ancora di più a sua moglie Cinzia. Infatti nelle canzoni Sergio scrive la musica e lei i testi. Anche questo libro è un lavoro condiviso, visto che Cinzia ha avuto l'idea e gli ha suggerito diverse storie e Sergio, da buon artigiano della penna, ha poi messo su carta i pensieri condivisi con sua moglie. Come autore di questo libro appare il suo nome, ma in realtà dovrebbe essere accompagnato da quello di Cinzia.
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