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Mariarita è speciale, ma ancora non lo sa

Mariarita è speciale, ma ancora non lo sa
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Consegna prevista Agosto 2021
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Mariarita non è una ragazza come tutte le altre e lo sa bene: dentro la sua testa le emozioni vorticano un po’ troppo forte e questo la costringe a rallentare in tutte quelle situazioni che per i suoi coetanei sono normali. Mariarita comunque è molto fortunata: Mami c’è sempre per lei, Papo la porta a mangiare il gelato, Gabri una volta su cinque la fa vincere a nascondino e Sara è l’amica più bella e perfetta che una ragazza possa desiderare. A volte però basta poco per spezzare un equilibrio che pareva raggiunto: Mariarita ancora non lo sa, ma occorrerà tutto il suo coraggio e la sua forza di volontà per far capire al mondo, al suo mondo, che lei merita una vita all’altezza delle sue aspettative.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro dopo alcune esperienze di volontariato in ambienti in cui la disabilità non viene trattata come una malattia, ma semplicemente come una caratteristica personale. Sentivo il bisogno di “buttare fuori”, almeno in parte, ciò che avevo vissuto. Penso che raccontare un storia, anche se questa è totalmente inventata, possa sensibilizzare e perché no, persino strappare un sorriso a tutti coloro che di fronte a situazioni di diversità rimangono bloccati.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

Mariarita

 Mi piace il mio nome.

Se lo ripeto tante volte di fila diventa una pappina senza senso.

MariaritaMariaritaMariaritaMariaritaMariarita.

Però quando lo faccio a voce alta Papo si arrabbia, soprattutto se in tv c’è il Tg1.

“Mariarita non sento niente e non fare così che sembri una stupida”, mi dice senza guardarmi negli occhi, con la faccia seria.

Allora smetto.

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Mami mi ha spiegato che il mio nome è importante: prima di tutto mi chiamo Maria come la mamma di Gesù, che fra tutte le mamme è la più buona in assoluto, perché ha amato talmente tanto il suo bambino che anche se lo hanno ucciso poi lei ha perdonato chi gli ha fatto del male.

Poi mi chiamo Rita come la nonna, non so perché.

Però mi ricordo che quando era viva mi prendeva sempre in braccio e aveva un buon profumo: sapeva di fragola talmente tanto che una volta le ho dato un morso su una spalla e non l’ho mollata per un pezzo, finché non è uscito il sangue.

Ma non era un morso da bambina cattiva, ero solo piccola e golosa di fragole.

Perché mi piacciono tanto.

Con la panna sopra poi, sono proprio il mio cibo preferito. Anzi, sono al secondo posto, perché al primo c’è la pizza con il prosciutto cotto.

Ogni tanto ci penso al mio nome.

Mi piacerebbe anche chiamarmi Mariasara, perché la mamma di Gesù non si discute, ma Sara è la mia migliore amica e l’unica che non si arrabbia se la spio e ogni tanto la seguo nei corridoi durante l’intervallo.

Lei è bellissima: alta, bionda e con tante lentiggini sulle guance.

Mami dice che fa girare la testa a tutti i ragazzi della città.

Io non so se vorrei fare questo effetto, però mi piacerebbe essere diversa: forse con un altro nome sarei una bambina come tutti gli altri.

È per questo che Mami mi ha chiamato come la mamma di Gesù, perché lei è l’unica che può aiutarmi. Lo ripetiamo sempre quando andiamo in chiesa insieme, inginocchiate su quelle panche che sono di un marrone così scuro perché sono fatte di mogano, che è un legno molto costoso: me l’ha detto Papo.

A me viene subito male alle gambe, ma tengo duro.

Sento il legno freddo che sfida le mie ginocchia, così guardo Mami, che con gli occhi chiusi e le mani giunte prega per me senza perdere mai la concentrazione.

Uno dopo l’altro i pallini del rosario passano fra le sue dita, velocissimi.

Ed è vero che non vedo l’ora di uscire da quella chiesa buia e silenziosa, ma è anche vero che le preghiere sono l’unica possibilità che ho per guarire.

Ho sentito che lo diceva a Mami il prete di cui non ricordo mai il nome, ma che inizia con la T: e se l’ha detto lui, deve essere vero.

Per forza.

Perché davvero se c’è anche solo una speranza di diventare come gli altri e se Maria la mamma di Gesù è l’unica che può aiutarmi, allora sono pronta anche a scorticarmi le ginocchia ogni giorno della mia vita.

Però io continuo a crescere, a diventare sempre più grande e qui non succede niente di nuovo.

Di questo passo finirò la scuola senza avere neanche un fidanzato.

Senza contare Manuel, ovviamente.

Ma lui sbavava troppo: non potevamo stare insieme, non ce l’avrei mai fatta a baciarlo come vedo i ragazzi fare nel cortile del nostro condominio.

In fondo io vorrei solo essere come tutti gli altri, non chiedo molto, ma sembra proprio che nessuno mi ascolti.

E allora ripeto il mio nome a bassa voce nella mia testa, tanto così Papo non può sentirmi.

Io lo frego sempre.

MariaritaMariaritaMariaritaMariaritMariarita……

Mami

“Cosa faccio ma’? Mi dici cosa cazzo faccio?”

Tappo le orecchie a Gabri, che è seduto accanto a me sul divano e gioca con due dinosauri dai denti aguzzi, ma ormai è tardi.

Ha sentito la parolaccia con la C, e ora mi guarda con quei due meravigliosi occhioni spalancati, indeciso se farmi notare o meno la violazione di una regola che io stessa ho stabilito.

“E che pensi di fare Marinella? Un figlio non è un cane. Non puoi decidere se tenerlo o no”, mi dice mia madre Rita con una voce secca e decisa, senza smettere di tagliare una manciata di pomodori raccolti poco prima dall’orto.

“Hai per caso delle alternative?”

La mia esitazione è già una risposta.

Vedo la donna che mi ha cresciuto alzarsi di scatto dalla sedia di legno su cui prepara la cena da più di trent’anni e pararsi davanti a me in pochi istanti.

Per un attimo mi sembra di tornare bambina: mi aspetto solo di sentire lo schiaffo che impatta sulla mia guancia.

E invece il silenzio mi annienta.

Il bruciore sul viso per lo meno mi avrebbe lasciato un dolore su cui costruire un litigio, e invece sono costretta ad arrancare anche questa volta, di fronte all’unica donna che riesce a farmi sentire uno schifo con meno di venti parole.

“Gabri vieni da nonna che andiamo a farci un giro fuori: sono nati tre pulcini!”

Vedo mio figlio che si getta entusiasta fra le braccia di quella vecchietta che è stata capace di crescere una figlia con un marito stroncato da un male cattivo e con una sveglia che suonava alle cinque e mezza della mattina anche la domenica e il giorno di Natale.

“Forte nonna! Di che colore sono? Posso prenderne uno mamma? Ti prometto che sta solo nella mia camera e il mangime lo compro con la paghetta! Ti prego, ti prego, dopo quando diventa un gallo grande lo riportiamo dalla nonna!”

Faccio sì con la testa, con una smorfia che dovrebbe essere un sorriso: so di avere un figlio eccezionale.

Vedo il suo futuro che si srotola davanti a me come un tappeto rosso: potrebbe diventare un medico, un biologo o un ingegnere.

È un bambino curioso e sorridente: mi renderà una madre orgogliosa.

Oppure sarà un operaio senza famiglia che perde lo stipendio alle slot, o un ubriacone ridotto a cercare conforto fra le bottiglie di birra e non fra gli affetti di una famiglia.

Ma in qualche modo accetterei anche questo, perché sarebbe una vita pagata a prezzo di scelte fatte.

Questa piccola cosa che è nella mia pancia invece, che fine farà?

Non è ancora nata e già so che mancherà di tante cose a cui nessuno dovrebbe rinunciare a priori.

Forse non potrà prendere il treno da sola, non si farà un tatuaggio per poi odiarlo dopo qualche anno e non seguirà una serie tv dall’inizio alla fine.

Ne vale la pena?

Guardo il cellulare e trovo otto chiamate senza risposte da Massimiliano, ma ora non ho proprio la forza di sentire la sua voce al telefono.

Quanto avrei voluto che fosse stato con me, quando la dottoressa mi ha dato quella tremenda notizia.

Ma quel cantiere del cazzo è da portare a termine entro febbraio, me lo ripete di continuo.

E allora sono rimasta là, stesa su quel lettino e cosparsa di liquido freddo sulla pancia, a sentirmi dire che mia figlia non sarebbe mai stata come tutti gli altri.

Non ho nemmeno voluto pulirmi da quella poltiglia che ormai mi scivolava verso le gambe: ho infilato gli strati di vestiti uno sopra l’altro e sono fuggita senza aprire la bocca, decisa a rimandare una scelta che nessuno è in grado di affrontare da solo.

Mi asciugo una lacrima con la manica del golfino, consapevole che la scelta che prenderemo questa sera ci cambierà la vita per sempre.

Sento la porta del soggiorno che si spalanca e sbatte contro il muro; vedo Gabri di ritorno con una scatola di cartone grande quasi quanto lui.

Sento mia madre che lo ammonisce da lontano: “fra due giorni vengo a casa vostra e se vedo che il pulcino non sta bene ritorna qua in un battibaleno, chiaro signorino?”

“Sì certo nonna” risponde Gabri da soldatino educato, “ma i pulcini possono mangiare i fusilli al pomodoro?”

Mi scappa un sorriso, e realizzo che forse la mia vita non è tutta da buttare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Enrico Alpi
Ho 27 anni, da due sono sposato con Matilde e cinque ore prima dell'ufficialità del lockdown sono diventato il babbo di Emma. Da piccolo non capivo come mai i miei compagni di classe fossero in difficoltà di fronte a un foglio bianco da riempire di parole: per me era la cosa più naturale al mondo! Non ho mai pubblicato nulla in vita mia, ma non posso escludere che fra i troppi "libri" iniziati sul mio pc, ci sia il prossimo caso editoriale italiano. Nel tempo libero leggo sulle scale del mio appartamento e progetto vacanze che non farò mai. Non credevo che sarebbe arrivato il giorno in cui avrei trovato il mio nome sulla copertina di un libro...ma a quanto pare mi sbagliavo!
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