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May Tomorrow Never Come

May tomorrow never come
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Consegna prevista Giugno 2021
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Ogni notte Keith si sveglia in un incubo, privo di memoria, in una stanza in rovina, fuori della quale attende una minacciosa presenza. Fino a quando si risveglia, per davvero, nel mondo reale. In questo mondo vive la vita di tutti i giorni in un’anonima metropoli, facendosi strada tra la folla di passanti anonimi per recarsi a un lavoro che odia ma di cui non può fare a meno, mentre sogni di qualcosa di più grande che lo aspetta da qualche parte scivolano via col tempo e la rassegnazione.
Ma un volto tra la folla, pieno di una vitalità che sprigiona colori che non riesce più a vedere nel mondo attorno a sé, cambierà tutto. Il volto è quello di Terry “Turtle”, una vecchia senza tetto che spingerà Keith a intraprendere un viaggio tra sogno e realtà, che lo porterà ad affrontare i suoi incubi, a riscoprire se stesso e risvegliarsi forse in un mondo migliore.

Perché ho scritto questo libro?

Sono sempre stato affascinato dalla prospettiva di potermi immergere in altri mondi, perdermi nelle storie che leggevo. Mi immaginavo spesso scene ed eventi che poi pensavo potessero diventare storie a se. Le prime pagine in cui descrivo l’incubo di Keith sono nate così. E in principio non erano più di quello. Un paio di pagine di una storia di cui non sapevo ancora nulla. Ed è per queste cose che volevo comunicare che ho scritto questo libro, anche se quando ho iniziato non lo sapevo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Nero come la pece. Il vago senso del suo corpo in quel mare oscuro. Poi il buio si increspa e s’infrange come un sasso lanciato in uno specchio d’acqua, cedendo spazio a un bagliore smorto. La sua coscienza affiora infine, con fatica, alla superficie. Tutto è indefinito, anche i suoi pensieri.

Un bagliore accecante si affievolisce in una sterile luce giallastra. La foschia lentamente si dirada per mostrargli una camera spoglia. Una lampadina pende da un soffitto crepato di un indefinito colore che doveva esser stato crema. Ancora intontito scuote il capo. Lentamente, il torpore abbandona le sue membra. La sedia di legno su cui è seduto è consunta e scheggiata. Muoversi gli richiede ancora grande sforzo.

Cerca di mettersi in piedi e sente mancare le forze, la testa inizia a girargli, una fitta attraversa le tempie, cade in ginocchio.

Il dolore si attenua, lentamente si alza in piedi.

Impiega qualche istante a mettere a fuoco la vista, fissandosi le mani. Piccole cicatrici bianchicce corrono lungo il loro dorso. Solleva lo sguardo. Attorno a lui prende forma più concreta la stanza in cui si trova.

Vede ciò che attimi prima avrebbe giurato non essere lì. Una porta di legno, crepata e deformata dall’umidità. Una finestra sbarrata da alcune assi. Sparsi per la stanza, alcuni mobili. Una cassettiera, un armadio, alcune credenze. Tutti in pessime condizioni, in chiaro stato di abbandono. La cosa più strana però, è che non ricorda come è arrivato lì. E cosa ancora più sconcertante non riesce a ricordare chi è.

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D’improvviso sente dei forti tonfi provenire al di fuori della stanza. Qualcosa colpisce ritmicamente il muro dall’altro lato della porta. Polvere e pezzi d’intonaco cadono dalla parete e dal soffitto. I colpi lungo il muro si muovono gradualmente verso la porta fino a quando la raggiungono. Chiunque o qualunque cosa sia dall’altro lato inizia a colpire ripetutamente e con estrema forza la porta che si incrina verso l’interno fino a cedere, spalancandosi sconquassata sui cardini, schegge che volano in tutte le direzioni. Nella cornice della porta non si intravede nulla. Al di là di essa un’oscurità impenetrabile. Ma la sensazione che qualcosa lo osservi dal varco della porta divelta si fa sempre più forte. E’ quasi certo di avvertire un pesante respiro provenire dal buio. Qualcuno, qualcosa… sta per entrare…

Keith aprì gli occhi. Inspirando fortemente, si sollevò a sedere di scatto, le lenzuola attorcigliate attorno al corpo.

Sempre lo stesso incubo. Lo ricordava nei minimi dettagli. 

Con una mano si ravvivò i capelli giallo paglia, percorsi da linee grigie che si facevano sempre più numerose. Si mise a sedere al lato del letto e si passò le mani sul volto per dissipare i residui del sonno. Come sempre si osservò il dorso delle mani perfettamente liscio, chiedendosi cosa significassero quelle cicatrici che non c’erano.

Quel sogno era ormai una costante che lo accompagnava da un tempo che non riusciva a definire. Ciò che lo turbava maggiormente era il ricordare nitidamente il sogno nei minimi dettagli, ritrovarlo come un vecchio compagno, quando invece all’interno di esso non aveva memoria di nulla, neanche di se stesso. A volte si chiedeva quando stava davvero dormendo… Nel sogno o nella veglia?

Madido di sudore, si alzò dal suo giaciglio, lasciando cadere il lenzuolo al suolo. Vagò con lo sguardo sul suo appartamento semispoglio. Non vi aveva mai posto molto sforzo a personalizzarlo, un po’ forse per pigrizia e un po’ perché sentiva che quel posto era solo un alloggio temporaneo, a cui non voleva legarsi. Anche se ormai era temporaneamente lì da anni.

Attraversata la piccola stanza, entrò nel bagno e si gettò dell’acqua in volto. Dallo specchio lo fissava il suo riflesso, grondante acqua da una barba di pochi giorni. Gli occhi di un azzurro cinereo erano incorniciati dalle linee delle rughe che come delle crepe si espandevano verso i lati del capo. Sforzò le labbra in un tentativo di sorriso che durò pochi faticosi secondi.

Era passato parecchio tempo da quando aveva pensato di poter essere chiunque volesse e andare ovunque desiderasse, vivere avventure uniche…. Ora era solo un uomo di mezz’età, in un anonimo quartiere di periferia.

Dalla camera arrivò il suono del telefono, stridente e insistente. Dopo qualche momento ancora a fissare il volto nello specchio, Keith decise di andare a rispondere.

Scostati dei vecchi libri consunti che non ricordava di aver letto da sopra l’apparecchio, alzò la cornetta. 

“È giunto il momento” sussurrò la bassa voce dall’altro lato, dal sesso indefinibile, carica di un tono di presagio.

D’un colpo tutto divenne buio e Keith si chiese se si fosse in effetti mai svegliato.

Capitolo 1

La strada semideserta dava uno scorcio sul cielo grigio e nuvoloso, incassato tra le linee degli edifici che svettavano cupi e incombenti, quasi con un’intenzione consapevole di voler chiudere anche quel piccolo spicchio di cielo tetro. Keith uscì dal portone del palazzo, ancora stranito dai residui del sogno e da quella strana telefonata. Uno scherzo, a quell’ora del mattino? Con un tale disturbante tempismo? 

Il vento soffiava sollevando fogli di giornale e foglie secche che vorticavano nell’aria sfiorandolo. Si strinse nel soprabito mentre si incamminava lungo il marciapiede. Poche persone erano in strada oltre lui, ognuna col capo piegato o incassato tra le spalle a proteggersi dai colpi del vento. Il tragitto di un ordinario giorno settimanale si prospettava e dispiegava nella sua eccellente monotonia. Il cubicolo del suo ufficio lo attendeva, sterile e impersonale quasi come un ambiente asettico.

Keith si chiese, non per la prima volta, se fosse questo che suo padre aveva inteso quando aveva iniziato a ripetere incessantemente al figlio di soli nove anni che il momento dei voli di immaginazione era passato e doveva concentrarsi sulla realtà vera e concreta perché, altrimenti, non avrebbe avuto un granché di soddisfazioni nella vita. Bisognava focalizzarsi nel presente tangibile e immediato per cogliere le migliori opportunità, era stato solito dirgli. Da che potesse ricordare, non aveva mai visto una scintilla d’emozione nel volto perennemente rassegnato di Trevis Evans, se non forse una malcelata sofferenza che il piccolo Keith era arrivato a pensare fosse causata dal dover avere a che fare con un figlio lasciatogli da una donna che non c’era più. L’uomo aveva in volto quella stessa espressione quando usciva la mattina di casa per andare al lavoro fino a quando tornava e si sedeva in poltrona a guardare la televisione o sbrigava qualche faccenda domestica. Keith ricordava che da ragazzo trovava qualsiasi scusa per non essere a casa insieme al padre.

Si trovò a pensare ai suoi amici di allora. John, sempre un po’ sulle sue, ma non di meno una solida presenza per il loro gruppetto. Steve era invece quello sempre con la battuta pronta, il più esuberante tra loro, riusciva a tenerli sempre allegri. Anche John non poteva fare a meno di incrinare la sua espressone seriosa con un mezzo sorriso. E poi c’era Kathee, la sua prima cotta. Kathee, con i suoi occhi verdi e i capelli castani ramati. Lei aveva un paio d’anni in più di loro, ma le piacevano le avventure. Insieme, loro quattro compivano continue scorribande nei boschi del parco nei dintorni del loro paese natio, per il disappunto e il fastidio di suo padre. Quei momenti erano sembrati interminabili e immutabili, destinati a durare per sempre. Ricordava di essersi sentito davvero felice, in pace con tutto e tutti. Lì, in quegli istanti, con quei tre amici, era il suo posto. E poi era successo quello che ora vedeva come inevitabile. Erano cresciuti. La prima ad allontanarsi era stata Kathee. Aveva iniziato a frequentare sempre più spesso altre ragazze e aveva poi trovato un ragazzo più grande di lei, sorriso affascinante e automobile… era così che era andata? Non riusciva a ricordarlo chiaramente. In ogni caso, l’avevano gradualmente persa di vista, venendo poi a sapere che lei e la sua famiglia si erano trasferiti. Era poi toccato a John. Crescendo era diventato sempre più scontroso e introverso. E un giorno, lui e Steve erano venuti a sapere che il loro amico Johnny era stato spedito in riformatorio, in una cittadina distante circa una decina di miglia. E non l’avevano più visto. Infine arrivò anche il momento di Steve. Un giorno venne a salutarlo. Andava via. I suoi genitori avevano deciso di mandarlo via da quel paese senza prospettive, gli disse. Ma lui era ottimista. Qualcosa di grande lo attendeva nel mondo là fuori, diceva. E così era rimasto solo. In principio aveva continuato con le sue escursioni, ora solitarie, in uno slancio di diniego allo scorrere del tempo, a quel cambiamento indesiderato. Ma dopo poco aveva smesso. Non era più la stessa cosa. Non lo era stato fin da quando Kathee li aveva lasciati. Era quasi certo che il carattere di John fosse iniziato a peggiorare sin da allora. Dopotutto non doveva essere stato il solo a guardare a Kathee in quel modo. Ora faceva meno male pensare a quei momenti andati che non sarebbero più tornati. E si chiese se era perché per lui risultavano sempre più sbiaditi i particolari delle loro avventure, sempre più lontani e dimenticati. Ogni volta che ci pensava, si trovava allarmato dal progressivo spegnersi delle sue emozioni nei riguardi di quell’infanzia sempre più remota e vaga. Inoltre, ogni volta che correva con la mente a quei tempi così distanti, aveva la sensazione di aver dimenticato completamente qualcosa di importante, un particolare di quel periodo della sua vita, una sorta di buco sconcertante nella sua memoria. Eppure era lì, appena a portata della sua mente, ma velato da una coltre di nebbia che obnubilava i suoi ricordi. E, come sempre, piuttosto di lottare dolorosamente una battaglia persa con quel che doveva essere una semplice conseguenza del proseguire del tempo, relegava quella sensazione straniante in secondo piano e veicolava la propria mente verso altri pensieri. Dopotutto era stato tempo fa, in un altro mondo. Un vecchio mondo che si era dimenticato di pensare e aveva pigramente lasciato che un pugno di avidi burocrati e dirigenti d’azienda prendesse il controllo di qualsiasi cosa: l’economia, le leggi, i mezzi mediatici, la verità. Era così dannatamente difficile ora pensare a quel vecchio mondo, così diverso da questo mondo nuovo e alienante. Si, era meglio lasciarlo andare.

Il dipinto smorto delle strade cittadine che gli si presentava davanti agli occhi veniva sporcato ogni tanto da qualche foglia di un marrone più acceso che gli sfilava davanti, intromettendosi nella sua visuale, quella personale vista cinica su un mondo monotono e noioso. Una immagine a cui però un poco teneva, crogiolandosi ogni tanto in quel sentimento dolce amaro di non appartenenza in cui si identificava e si esaltava, elevandosi al di sopra di quella misera città in cui si trovava incastrato, di certo destinato a qualcosa di eccezionale, inimmaginabile e al momento irraggiungibile.

Perso nei suoi pensieri di gloria immaginaria, d’un tratto si sentì spiazzato da qualcosa che i suoi occhi avevano visto, ma che la sua mente distratta aveva recepito solo con una minima parte di attenzione. Si fermò di colpo e, guardandosi intorno, cercò con espressione smarrita quella distrazione, una goccia vivida e brillante in un grigio mare in tempesta. A un certo punto, il suo sguardo si posò su una figura dall’altro lato della strada che spingeva un carrello pieno di cianfrusaglie. Era più simile a un fagotto di stracci che si muoveva a un andatura sobbalzante che ad una persona. Un senzatetto vestito di cenci che lo ricoprivano come il guscio di una testuggine. Ma la cosa che aveva attirato maggiormente l’attenzione di Keith erano i vividi e variopinti colori che componevano quel carapace. Da un rosso acceso a un giallo intenso, a un verde smeraldo, in un caleidoscopio vorticante che gli dava la sensazione delle foglie che venivano sollevate dal vento in quel momento. La cosa più curiosa era il fatto che fosse attirato dai quei colori, che poteva scorgere ovunque intorno a se, ma in quel punto, in quella figura, essi si accendevano di un’intensità tanto più forte, come se si fossero liberati di una coltre di cenere che invece sembrava ricoprire tutto il resto, lì attorno. D’un tratto il senzatetto sollevò quello che doveva essere il suo capo al di sotto di tutti quei tessuti e un volto dalla pelle scura, pieno di rughe, dal sesso indistinguibile, si volse verso l’altro lato della strada, verso Keith. La figura sfoderò uno smagliante sorriso con dei denti così bianchi che sembravano indubbiamente fuori posto in una persona in quelle condizioni. Un unico dente nella fila superiore al centro sembrava fatto d’oro, luccicante e abbagliante. Al di sopra del naso bitorzoluto il sorriso si era esteso a due grandi occhi verdi pieni di divertimento e un pizzico di malizia. Il senzatetto gli fece l’occhiolino. Keith aprì la bocca interdetto, pensando a cosa fare o dire, ma d’un tratto la visuale dell’altro lato della strada fu interrotta da un bus che transitava lungo la carreggiata. Gli sfilò davanti un’insegna pubblicitaria affissa sul fianco del veicolo che raffigurava un ragazzino con in mano uno spazzolino da denti e un sorriso smagliante, ma con uno sguardo sorprendentemente gelido e vuoto. Quando il bus fu passato non vi era più traccia della peculiare figura sul marciapiede opposto. Keith volse lo sguardo lungo tutta la lunghezza dell’isolato per scorgerla, ma senza risultato. Vagando con lo sguardo lungo l’altro lato della strada, alla ricerca di quella figura così esotica, così fuori posto, ricordò qualcosa di cui aveva sentito parlare. Una leggenda urbana.  Alcune voci raccontavano di una persona bislacca che compariva in una miriade di colori, come dal nulla. Un momento non c’era e l’attimo dopo era lì. Pareva che venisse avvistata sempre in zone dove c’erano nutrite comunità di senzatetto. Girava voce che, dopo la sua comparsa, alcuni di loro scomparissero assieme a quella figura dai colori sgargianti, senza lasciare traccia. A seconda di chi raccontava la storia, c’era chi diceva che rapiva quelle povere persone per far loro del male, oppure che le portasse via, in un posto migliore. Ne aveva sentito parlare al lavoro, qualche volta. Alcuni dei suoi colleghi, ridacchiando cinicamente, ipotizzavano che si trattasse di un serial killer e che, forse, faceva un favore a quei poveri disgraziati ed anche alla società. Però, il viso pieno di allegria che lo aveva guardato dall’altro lato della strada non gli aveva trasmesso la sensazione di essere in grado di fare del male a qualcuno. E poi, comunque, era solo una storia. Non c’era nulla di reale. Era come credere all’esistenza dell’uomo nero…

Si sentì spintonato. Un uomo in giacca e cravatta con una ventiquattrore lo sorpassò mugugnando.

“Guarda dove ti fermi, la gente ha da andare al lavoro”. 

Le ultime parole dell’uomo furono attutite dal suo allontanarsi e dal rumore del vento. D’un tratto fu consapevole della presenza di molte più persone intorno a lui, una folla di corpi indifferenti che proseguivano per la propria strada. Molte più persone di un attimo prima, molte più persone di quelle che di solito erano in giro alle sette di mattina. Guardò il suo orologio e si rese conto, sorpreso, che erano le dieci e non più le sette. Cosa gli era successo? Aveva sognato ad occhi aperti?

2020-09-17

Aggiornamento

Salve lettori! La campagna è ufficialmente iniziata e in poco tempo siamo abbiamo passato il buon traguardo del 25% di copie ordinate! Ho pensato di proporvi una playlist collaborativa di canzoni che hanno il mood adatto alla mia storia. Alcune si trova ad ascoltarle il nostro protagonista Keith durante il suo viaggio. Altre invece le trovo molto in sintonia! https://open.spotify.com/playlist/011CTxLaTc8vRKYxK1gY5R?si=DPVqOG02T_Sivh32PU9wYQ A presto!

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Marco Ferrentino
Classe 1978, Marco Ferrentino è nato e cresciuto a Napoli e ha conseguito la laurea in Lingua e Letteratura Inglese presso l’Istituto Universitario l’Orientale a Napoli. Da sempre appassionato di storie e di narrativa, da giovane ha avuto un maggiore inclinazione verso il fantastico e il romanzo d’evasione. Una predilezione che è rimasta predominante durante la sua crescita e formazione ma che non gli ha però impedito di apprezzare altri generi narrativi. Dopo gli studi ha lavorato per lo più in ambiti lavorativi estranei alle sue passioni che ha poi deciso di voler coltivare partecipando a corsi di scrittura creativa e sceneggiatura. Ha deciso infine di portare a frutto queste esperienze con questo suo primo romanzo.
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