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Momenti - Cronache dell'Universo Gentile

Momenti - Cronache dell'Universo Gentile
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Consegna prevista Ottobre 2021
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Cosa può accomunare la vita di un cacciatore a quella di un ragazzo che, per ritrovare il fratello, decide di intraprendere uno strano viaggio in canoa? E cosa avvicinerebbe le avventure oniriche di una donna insonne a quelle ben più modeste di una ragazza che insegue la polvere?
Nulla se non una magia tenue e intima, a volte evidente e a volte nascosta nelle trame del reale, alla quale ognuno potrà credere così come ignorarla.
Tutti gli abitanti dell’Universo Gentile hanno qualcosa da raccontare, ma non solo a parole, bensì con le loro storie ai limiti del credibile. I loro Momenti e le loro ricerche li porteranno da qualche parte?
Se sì, dove?

Perché ho scritto questo libro?

Potrei suonare banale dicendolo: ma l’ho scritto perché avevo qualcosa da dire e quelle storie premevano dentro di me per uscire allo scoperto. A questo libro ho affidato idee e pensieri maturati nel corso di anni, per questo ho scelto di scrivere dei racconti e non un romanzo, per dedicarmi ad essi singolarmente, con calma e passione. Infine, posso dire di aver scritto spinto da un’urgenza, da un sentimento forte e travolgente che mi accompagna da sempre: quello di esprimermi e comunicare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il pifferaio nel suo giardino

Nel paese c’era da sempre una casa che parlava una lingua diversa. Da che ne avevano memoria gli adulti, non era mai cambiata davvero. Le storie che adesso raccontavano ai propri figli, ai loro amici poco avvezzi alle tradizioni e alle leggende locali erano le stesse che venivano narrate loro quando avevano la giusta età per comprenderle. Di solito ciò avveniva vicino al fuoco, oppure in un posto all’aperto attrezzato con tanta passione, ma poca abilità. La casa era una struttura solida, curata nei minimi particolari da una delle prime famiglie insediatesi nella vallata, costruita con il legno migliore della zona. I lavori erano durati tanto a lungo che una targa commemorativa era stata depositata nel centro cittadino con i nomi di tutti coloro che avevano partecipato alla costruzione.
Aveva uno strano effetto sui bambini del posto: sollecitava la loro voglia di avventura con grande forza, ma solo fino a quando non giungevano proprio nelle sue vicinanze. Forse era la grande porta scura ad incutere un po’ di sano e irrazionale timore, forse l’enigmatico anziano signore che ci abitava, oppure questi più una moltitudine di altri fattori nascosti nella storia del luogo.

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Marilène, la figlia dell’erborista, subiva questa fascinazione in maniera molto più intensa rispetto ai suoi amici che non potevano che canzonarla per questo. Era sempre la prima a proporre delle “esplorazioni” che immancabilmente finivano per naufragare dopo pochi passi. Una volta furono tanto vicini da poter guardare al di là della bassa finestra vicina alla porta d’ingresso, ma un improvviso pensiero balenò nella mente di tutti loro e per questo se ne allontanarono senza più voltarsi indietro. Ripercorsero così i propri passi sull’erba fresca e verde, priva di qualsiasi altro colore. Quel pensiero ricorrente non aveva davvero un contenuto, era più un’impressione che altro, ma tanto bastava per soggiogare la curiosità di quei bambini spericolati. Non che fossero poco coraggiosi, anzi. Il problema stava nell’accettare qualcosa che andasse al di là dei loro sensi. Erano troppo abituati a cogliere tutto nella sua immediatezza, che si trattasse della natura, della società, della propria identità. Ecco perché si allontanavano tutti senza ragionarci su.

Il proprietario della casa era l’unico inquilino benché di spazio ce ne fosse più che a sufficienza per ospitare una famiglia numerosa. Correvano delle voci sul destino degli ospiti di quell’edificio, ma nessuna andava poi davvero a concretizzarsi in qualcosa di serio o solo lontanamente credibile, anche se era plausibile che in passato ci fosse stata davvero una famiglia. L’unico abitante della radura si chiamava Ario e viveva lì da tempo immemore come un’eremita, usciva di rado e se lo faceva non si tratteneva a lungo da nessuna parte. Si limitava a sostenere il minimo delle conversazioni possibili, ma senza mai apparire brusco o indispettito. Camminava seguendo un’andatura tutta particolare, come se non fosse in grado di muoversi a suo piacimento all’interno del suo stesso corpo. Ogni tanto faceva letteralmente un passo più lungo della gamba, a volte non riusciva a raccogliere un oggetto a lui vicino per una questione d’apparente prospettiva. La sua ordinata barba brizzolata e i suoi lunghi capelli, legati dietro la testa con un laccio blu, incorniciavano un volto dalla saggia compostezza incrinata solo da un’espressione di complessiva ingenuità bonaria. Tutto ciò appariva forse leggermente eccentrico, proprio di una persona distratta, magari lunatica, ma semplicemente non era il tipo che amava parlare. Il suo carattere taciturno e schivo, però, lo rendeva ancora più interessante agli occhi di coloro che erano stanchi e annoiati dalla placida vita del paese. La vitalità di quasi tutti gli uomini e donne del posto sembrava bilanciare l’estrema riservatezza dell’anziano signore.
Alcuni dicevano fosse in realtà un mago, o un alchimista, in città se ne vociferavano di tutti i colori. Una sorta di placido timore reverenziale accompagnava ogni passo di Ario come se in realtà fosse un sacerdote di qualche culto benevolo, ma segreto.

Una notte alcuni falegnami di ritorno dal loro lavoro nei boschi avevano notato delle luci innaturali provenire dalla sua casa e, avvicinatisi con disinvoltura nei pressi dell’abitazione, videro che l’atmosfera tutto attorno emanava una fioca luminescenza fatata. Tornati nelle loro case, raccontarono questa storia alle famiglie che ne risero con una punta di dubbio, quel dubbio di chi è cosciente che c’è sempre qualcosa oltre al reale e che nessuno sano di mente oserebbe osservare al di là del proprio sguardo. La notizia si sparse per il paese a macchia d’olio, ma venne bollata come la classica fantasticheria di un gruppo di stanchi lavoratori che ben poco avevano da raccontare della propria giornata, che definire esaltante sarebbe stato davvero affidarsi alle arti magiche. Altri invece, più intraprendenti ma non meno spietati, tentarono di ricondurre il fenomeno non tanto ad un’illusione ottica causata dalla stanchezza o dall’ubriachezza, ma ad una proprietà del tutto naturale delle piante che crescevano intorno alla casa. Un giardino naturale sembrava infatti circondare la casa come un fossato poteva cingere un castello, e quei fiori, dalla bellezza straordinaria, crescevano solo in quel punto, come attratti da qualche corrispondenza nascosta ai più. Si diceva che, quando nessuno era in grado di vederli, iniziassero una danza allegra scambiandosi via via di posto e facendosi beffe del giorno che tentava invano di scoprire i loro movimenti una volta calata la luna. Durante questa danza avrebbero secreto dei particolari liquidi che, grazie al chiarore lunare, li facevano brillare di luce propria. Nessuno aveva mai indagato scientificamente in merito, ma l’ipotesi era accettata ben volentieri da tutti i sereni, e innocuamente superstiziosi, abitanti del posto.
Tralasciando queste chiacchiere da adulti, i bambini sapevano qualcosa che nessun altro poteva immaginare. Di notte la casa cantava seguendo un ritmo e una melodia che tutti i musicisti del paese avrebbero apprezzato con malcelata invidia. Le parole, ammesso che proprio di parole si trattasse, fluivano con leggerezza dall’abitazione fino alle orecchie assonnate dei bambini che, cullati da quella ninna nanna, si addormentavano profondamente solo per svegliarsi più energici che mai. Era una voce giovane, vibrante, quella che li conduceva tra la veglia e il sonno, che li traghettava nel mondo dei sogni alla maniera di un pifferaio. Il mattino seguente non provavano nemmeno a spiegare quell’esperienza ad altri, a loro bastava incontrarsi per le strade e scambiarsi un cenno d’assenso con il capo.

Giunse il giorno del decimo compleanno di Marilène. Chiese ai suoi compagni di avventura di radunarsi nella via sotto la sua casa prima dello scoccare della mezzanotte e loro, obbedienti ed emozionati, si fecero trovare pronti. Ludwig aveva portato la sua amata fionda, alcuni sassolini scelti accuratamente e un borsello troppo grande “preso in prestito” da qualcuno a casa. Clara era uscita di casa con la vestaglia che usava come pigiama, ma nessuno sembrò notarlo, e se lo fecero tennero la bocca chiusa per evitare ritorsioni. Klaus e Corìn erano invece ancora abbracciati l’uno all’altra, gemelli inseparabili che già sonnecchiavano per l’ora tarda. La spedizione venne ovviamente capitanata dalla più grande, in realtà non ancora, del gruppo. Bandana verde posizionata in maniera infantile, calzoncini sporchi di terra sulle ginocchia e uno sguardo fiero e intimorito come solo i bambini erano in grado di esibire, Marilène prese una via secondaria per raggiungere la casa del vecchio Ario, spiegando nel mentre il suo piano agli altri. La sua idea era semplice, voleva sentire da vicino la splendida musica che ascoltavano ognuno dalla propria stanza e, se possibile, guardare come riusciva “il vecchio scontroso e gentile” a creare una sinfonia così dolce e forte allo stesso tempo. Con il favore delle tenebre e delle urla provenienti dai locali ancora aperti, la banda di bambini riuscì a non farsi scoprire dagli adulti e giunse nello spiazzo erboso che decretava l’inizio della proprietà di Ario. L’assenza di vento non fece che peggiorare la sensazione di caldo che provavano da quando si erano messi in marcia, piccole gocce di sudore facevano loro il solletico attraversando le minute spine dorsali. Marilène controllò l’orologio che aveva preso dal mobile nel soggiorno di casa e vide che la mezzanotte stava per passare. In trepidante attesa, iniziò a pregustare lo spettacolo al quale stava per assistere insieme ai suoi amici. Gli altri intuirono la sacralità del momento e rimasero in religioso silenzio, attendendo un segno. Passarono molti minuti e nulla venne in loro soccorso. I due gemelli erano vicini al loro limite, seduti a terra, stavano per abbandonarsi sull’erba soffice e fresca. Ludwig aveva preparato la sua fionda deciso a colpire un punto distante, visibile solo ai suoi occhi. Clara attendeva sbadigliando, le mani immerse nelle enormi tasche della vestaglia. Proprio quando stavano tutti per abbandonare le speranze, una singola nota risuonò nella radura. Marilène credette di vederla fisicamente allontanarsi verso la foresta, ma gli occhi degli altri erano troppo impegnati per poter seguire quella traiettoria illusoria.
Silenzio.
Dall’interno si iniziò a percepire il frenetico battere su una superficie di legno.
Svanì rapido come si era manifestato.
Un’altra nota, stavolta lunga e insistita, si fece largo nella loro immaginazione eccitata.
Quella che chiamavano nota era in realtà un suono indefinibile, abbastanza simile a se stesso da non essere confuso con un insieme di toni, ma anche abbastanza etereo da non poterne distinguere la provenienza precisa né l’origine.
Marilène si fece forza e respinse l’innaturale desiderio di correre verso casa, si avvicinò alla finestra e con attenzione ladresca provò a sbirciare oltre il vetro. Clara le si avvicinò senza colpo ferire, sicura e falsamente annoiata mentre Ludwig dovette abbandonare il suo progetto con un sospiro. Lasciarono i gemelli a dormire sull’erba, ben consci del fatto che il giorno seguente si sarebbero ritrovati i vestiti umidi e sporchi e che per questo non l’avrebbero passata liscia a casa.
Una sinfonia lunga e avvolgente si liberò dall’abitazione accompagnata da un profumo inconfondibile e lontano che i bambini ricondussero alla loro infanzia. Ciò che videro fu tanto travolgente da far loro dubitare di essere davvero spettatori di quella scena.
Ario piroettava in quello che sembrava essere il soggiorno della casa, tra le sedie e il tavolo da pranzo, con la bocca spalancata e uno sguardo perso in chissà quale antro dell’esistenza. Fu a quel punto che ebbe inizio la metamorfosi: i suoi lunghi capelli iniziarono a cadere, oscillando accarezzati da un vento sovrannaturale, la sua barba cambiò prima colore, assumendone di stranissimi, per poi dissolversi senza nemmeno perdersi sul pavimento e il laccio rosso che teneva stretti i capelli si allargò in maniera sinuosa fino a vibrare intorno alla testa dell’uomo, visibilmente fuori di sé. L’elastico cominciò la sua danza personale attorno alla creatura, come un satellite, e infine, in un guizzo, ruotò tutt’intorno al suo corpo fino a sparire dalla vista dei bambini increduli. I vestiti erano ormai a terra e nella evanescente penombra di quella notte videro quel corpo indefinito, liscio e giovane, eseguire evoluzioni fantastiche, appartenenti ad un universo con un’eleganza profondamente diversa. Più osservavano la scena, più il profumo aumentava d’intensità dando loro alla testa. I passi di Ario divennero leggeri perdendo la loro consistenza. Prima che Marilène cadesse preda di un sonno luminoso ma privo di sogni, ultima della banda ad essere rimasta con gli occhi aperti fino a quel momento, Ario si voltò casualmente verso di lei mostrandogli ciò che riflettevano le sue pupille. Era circondata da fiori bellissimi che non aveva mai visto.

Il giorno successivo si svegliò pensando si fosse trattato di un sogno.
I suoi genitori le rivolsero i loro affettuosi auguri, il gatto miagolò sullo sfondo e lei scambiò i soliti cenni d’intesa con i suoi amici senza alludere ai ricordi della notte precedente. Non riusciva a scordare ciò che aveva visto negli occhi “dell’anziano signore”, ma non poteva neanche accettare quel che era successo senza porsi qualche domanda. Svegliatasi nel suo letto come per magia ci mise poco a rendersi conto di non essere tornata da sola. Eppure nessuno sapeva cosa fosse accaduto e gli adulti non si erano accorti di niente. A mezzogiorno vide Klaus e Corìn camminare nella piccola piazza centrale con il padre, gli occhi bassi e vergognosi, i pantaloni umidi e macchiati di verde.

Quando la ragazza aprì gli occhi ritrovò il familiare tetto di legno ad attenderla. Indossava i vestiti del giorno prima, quelli con i quali aveva salutato la mezzanotte del suo diciassettesimo compleanno. Si alzò di scatto ed uscì di casa senza nemmeno lavarsi o salutare i suoi genitori. Corse per la strada principale senza curarsi dei conoscenti che la osservavano incuriositi. Superò la casa lasciata da Ludwig qualche mese addietro. Arrivò nella radura dove si trovava la casa di Ario spinta da un’indefinibile sensazione di vuoto e leggerezza solo per notare, per la seconda volta, un bellissimo giardino di fiori stravaganti.
Clara le si avvicinò di soppiatto strillandole qualcosa nelle orecchie. Frastornata, non capì cosa le stava dicendo. Quella che giunse alle sue orecchie era una lingua diversa, perlomeno dalla sua.

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Gianmarco Papi
Mi chiamo Gianmarco e non festeggio alcun onomastico. Ho ventidue anni, sono laureato in lettere moderne e nella vita acchiappo parole come i bambini le farfalle col retino.
Mi ritengo un giullare pur non riuscendo sempre spiritoso e il mio nome d’arte è talmente lungo e pomposo da essere stato più storpiato che preso in considerazione. La mia passione per la scrittura nasce dalla lettura e questa a sua volta dal mio bisogno istintivo di perdermi nella bellezza dell’immaginazione e delle storie, che siano reali, verisimili o del tutto fantastiche.
Sono un nemico della noia e della parola “incomunicabile”. Adoro l’idea di poter divertire, intrattenere, stupire e, magari, riuscire a far riflettere, tutti quei coraggiosi che avranno il fegato di entrare in contatto con me e con la mia passione.
Dulcis in fundo, sono un aspirante insegnante, così, per non farmi mancare proprio nulla.
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