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Nel paese dei batimbo

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Pavia. Alberto Maggi, uomo di grande fascino, è architetto nello studio paterno. Tra lavoro, svaghi, sport, è felicemente single. Nella stessa città, per sentirsi indipendente dalla famiglia, Carolina ha lasciato la lussuosa casa dei genitori e condivide un piccolo appartamento con Claudia, l’amica del cuore. Federico, l’amico di sempre, frequenta Architettura e svolge tirocinio presso lo studio Maggi. Un incontro fortuito, grazie a Federico, segnerà l’inizio di una lunga storia tra lei e Alberto, in un susseguirsi di colpi di scena. Non ultimo, la decisione di Carolina, ormai laureata, di abbandonare l’Italia per prestare il suo aiuto in qualità di medico presso una Ong in un villaggio sperduto in centro Africa. Lì vivrà avventure incredibili che la porteranno a dubitare di se stessa e a chiedersi anche il perché di quella scelta.

Perché ho scritto questo libro?

È il colloquio avuto una sera con una giovane volontaria che ha vissuto in Burundi ad avermi spinto a scrivere questo libro. L’immagine che i media ci trasmettono dell’Africa è quella di violenza, di conflitti, di guerre fratricide, massacri e povertà. La sua invece è una terra senza tempo, dove ti innamori dei tramonti, ti inebri con il profumo dell’eucalipto, ti conquistano il sorriso dei bambini e la loro felicità nonostante tutto. È questa l’Africa che voglio far conoscere al lettore.

Oggi
Erano le sette e trenta di mattina di una uggiosa giornata settembrina, la calda estate era ormai solo
uno sbiadito ricordo e il sole stentava a farsi largo nella nebbia. Carolina infreddolita, le mani
affondate nelle tasche del cappotto varcò la soglia del policlinico San Matteo di Pavia, la grande
struttura ospedaliera in cui operava da ormai molti anni. Percorse il lungo viale interno e si diresse
verso il reparto in cui lavorava, entrò e subito l’avvolse un caldo tepore.
«Buongiorno dottoressa», la salutò Olga la caposala
«Buongiorno Olga», rispose lei con quel suo sorriso splendente e quella sua energia contagiosa.Continua a leggere
Continua a leggere

Un collega le fece cenno da lontano e la invitò a unirsi a lui, che con altri stava sorseggiando il caffè
alla macchinetta. Carolina lo raggiunse. Inevitabilmente il discorso cadde sui figli. Lei era
innamorata dei suoi ragazzi e non mancava giorno in cui non parlasse di loro. Non era stato facile
crescerli e lei era orgogliosa di esserci riuscita. Quanti momenti bui aveva dovuto superare, quante
incomprensioni, quante umiliazioni, ma poi alla fine era stata premiata. La sua famiglia era
meravigliosa, i colleghi la stimavano e lei si sentiva appagata.
Il reparto si stava animando, non si poteva più indugiare. Carolina salutò i colleghi e si diresse verso
il suo ufficio. Infilò il camice, pronta ad iniziare una nuova impegnativa giornata, non sapeva
ancora che quello per lei non sarebbe stato un giorno qualsiasi.
Nei corridoi tra tante persone in attesa, ognuna con i suoi timori, le sue trepidazioni, le sue paure,
due occhi… neri, brillanti, due occhi incredibili, no, non era possibile, non poteva essere lei!
Eppure qualcosa le diceva che quella ragazzina di colore era proprio Izuba e quel giovane uomo
che le sedeva accanto non poteva che essere Abel. No, non si poteva sbagliare!
Si erano fissati senza parlare, i loro sguardi incrociandosi avevano parlato per loro, troppo tempo
era passato dal loro ultimo incontro, ne era certa, l’avevano riconosciuta e come lei avevano
preferito tacere.
Quanti ricordi in quel breve attimo!
Come in un film Carolina rivide il suo passato.
Allora era una giovane neolaureata e prestava aiuto presso una ONG in un villaggio sperduto in
centro Africa. Era stata una cocente delusione amorosa a spingerla a fare quella scelta.
Carolina
Carolina, era nata a Pavia, città dove ancora oggi risiede. Abitava in un austero palazzo
dell’ottocento, in Strada Nuova proprio a pochi passi dall’università. In quell’edificio, che ancora
oggi fa parte del patrimonio di famiglia, ci sono le sue radici, ogni cosa lì è un pezzetto della sua
vita. La sua famiglia: mamma Anna medico, papà Francesco medico, Roberto il fratello più piccolo
di lei. Uno dei suoi primi giochi sotto l’albero: l’allegro chirurgo! Avrebbe potuto odiare o amare
quella professione, lei da subito l’amò.
Da bambina le piaceva passeggiare in centro con la mamma, percorrere quelle stradine medievali
con il naso all’insù mentre ammirava le alte torri che si ergevano maestose nei pressi
dell’università. Si sentiva piccina di fronte a quello spettacolo, in quei vicoli si respirava la storia.
Poi c’erano i racconti di epoche passate che la incuriosivano e le davano qualche brividino. La
leggenda sulle cento torri in particolare solleticava sempre la sua fantasia.
La storia narrava di una donna, una strega, che abitava in una baracca sulle rive del Ticino, lei
usciva solo di notte per raccogliere erbe e radici con le quali preparava infusi magici. Vecchia,
brutta, storpia incuteva paura eppure tutti andavano a cercarla. Si diceva avesse l’elisir della felicità!
Essere felici lo desideravano tutti, non solo giovinetti inesperti, donne e uomini del popolo ma
anche e soprattutto i signori del luogo, per loro la felicità risiedeva nella potenza, e a lei chiedevano
consiglio per dominare la città. La donna li riceveva tutti, li ascoltava, dietro lauto compenso li
consigliava e… li imbrogliava! A tutti diceva, punzecchiando il loro ego, che il dominio sulla città e
i suoi abitanti lo si poteva ottenere solo costruendo la torre più alta e fu così che Pavia divenne la
“città dalle cento torri”. Oggi a testimoniare quegli anni gloriosi ne sono rimaste solo sei, alcune
fanno parte di qualche vecchio palazzo, altre sono cadute perché consumate dal tempo.
Passavano gli anni e Carolina diventava sempre più bella. A sedici anni non indossava più quei
ridicoli calzettoni e quelle improponibili gonne a quadri tanto care alla mamma, ma i jeans e
frequentava il liceo. Fu in quel periodo che imparò ad apprezzare la sua Pavia, consapevole di
vivere in un luogo dove ogni pietra riportava al passato: il Duomo antichissimo risalente alla fine
del ‘400, il Broletto, la Basilica di San Michele, il Castello Visconteo dove soggiornò Petrarca
ospite di Gian Galeazzo Visconti. Anni intensi che passarono in un batter di ciglia tra studio e
divertimenti: le prime festicciole, le prime cotte, il primo grande amore e ahimè proprio alle soglie
della maturità la prima delusione amorosa. Ci volle tutta la sua determinazione per superare il
difficile momento. e ci riuscì. Affrontò la commissione d’esame con grinta e ottenne anche un
discreto risultato. E dopo tutto quello stress le meritate vacanze al mare ospite di Claudia, l’amica
del cuore. Era diventata una piacevole consuetudine ritrovare gli amici, passare con loro serate
frizzanti nelle discoteche alla moda indossando abiti eleganti atteggiandosi a dive. Quell’estate però
qualche cosa di diverso era nell’aria. Chi era alle prese con qualche materia da riparare, chi
piangeva un amore perduto, chi innamorato perso sostava lunghe ore al telefono e chi, come lei e
Claudia, impegnate a studiare per l’ammissione all’università. Quell’anno in valigia erano stati
aggiunti anche i libri, tantissimi libri. Ore e ore sottratte ai divertimenti e alla fine di quell’estate
memorabile, ammesse. Le attendevano anni difficili, avrebbero dovuto studiare con il massimo
impegno, per loro si apriva un nuovo mondo, avrebbero frequentato medicina.
Le due amiche desideravano la libertà, volevano essere indipendenti, si sentivano grandi, non
accettavano più di vivere in famiglia, e quando Carolina comunicò la decisione di voler uscire di
casa e di ritagliarsi uno spazio tutto suo in un piccolo appartamento con Claudia, papà e mamma
non la presero molto bene.
Mamma in particolare non approvava la decisione, lei da buona chioccia, come tutte le mamme
avrebbe voluto tenersela ancora vicina.
«Non ti capisco, perché uscire di casa, perché voler vivere da sola?», le ripeteva in continuazione.
Ma ormai la decisione era stata presa.
Erano mesi che programmavano la “fuga”. Avevano già trovato un piccolo “rifugio” senza pretese,
niente di particolare ma a loro piaceva tanto. Abbandonavano le loro case lussuose senza rimpianti,
volevano vivere nuove esperienze e quelle quattro mura erano il luogo perfetto dove rifugiarsi.
Ottenuto il consenso e soprattutto il finanziamento per sopperire alle spese, tutte e due si erano
trasferite nella nuova casa. Avrebbero dovuto pagarsi l’affitto, sostenere le spese per vivere e magari
concedersi anche il lusso di qualche piccolo divertimento. Quella per loro sarebbe stata una vera
scuola di vita.
***
L’alloggio, cui si accedeva attraverso una ripida scala in sasso, era veramente piccolo, e veniva
chiamato mansarda, ma risultava solo un sottotetto che abilmente era stato adattato ad abitazione.
Nell’insieme però era molto carino, con le sue finestrelle con le tendine bianche arricciate, i
pavimenti con le mattonelle in cotto e le pareti tinteggiate di fresco. Prima dell’inizio dell’anno
accademico si erano organizzate. Ognuna saccheggiò da casa quanto possibile e con pochi
interventi ben calibrati riuscirono a renderlo decisamente accogliente. Non mancava nulla, c’erano
anche radio, giradischi e un piccolo televisore, qualche poster alle pareti e gli inseparabili peluche
sui letti. Si erano improvvisate arredatrici, erano fiere del loro lavoro, mancava solo la supervisione
dei genitori che dopo un’attenta ispezione, a malincuore diedero il consenso. Ora si trattava solo di
fare le valigie, di riporvi gli abiti e quanto di personale rimaneva negli armadi.
Anche se fremeva dalla voglia di quella nuova esperienza, fu difficile per Carolina abbandonare la
sua casa, fu come rompere il cordone ombelicale che ancora la legava alla famiglia. Un bacio
frettoloso a mamma e papà, non voleva certo far trasparire quel turbinio di sentimenti che quasi le
stava attanagliando la gola, e via per la nuova strada. Anche Claudia lasciò la famiglia, e anche lei
come Carolina nel momento dell’abbandono si sentì persa.
Mancavano pochi giorni all’inizio dell’anno accademico e già da perfette padrone di casa invitarono
gli amici per l’inaugurazione.
Anno 1996
E venne la mattina dell’inizio delle lezioni.
Claudia e Carolina, per conquistarsi il lasciapassare, il documento che necessariamente doveva
possedere una matricola, il giorno precedente erano state sottoposte a goliardici riti di iniziazione da
parte di alcuni amici “anziani”. Possedere quel foglietto era importante, significava avere libero
accesso all’università con la certezza di non subire prepotenze da parte di gruppi di studenti vogliosi
di accanirsi sulle giovani matricole.
Le due amiche, che da cittadine pavesi la goliardia l’avevano vissuta da sempre, in città, in famiglia,
tra gli amici, conoscevano l’importanza di quel “pezzettino di carta” ma non ne avevano mai stretto
uno tra le mani, ora anche loro lo possedevano, lo guardavano incuriosite e non era niente di che.
Quella specie di salvacondotto era semplicemente un foglio di quaderno bucato ai quattro angoli e
al centro da una sigaretta accesa, firmato degli anziani con accanto ad ogni firma un numero di
pallini (i bolli) che corrispondevano agli anni di frequenza. Ne compresero l’utilità quando quella
mattina esibendolo erano passate indenni all’ingresso nell’ateneo. Chi non lo possedeva, lo stavano
constatando, era sottoposto a riti di iniziazione quasi al limite del sadismo. Superata la “dogana” si
diressero verso il punto dove avrebbero assistito alla prima lezione.
Entrando si trovarono in una grande aula ad anfiteatro, dai soffitti affrescati, con gli scalini in legno
che scricchiolavano ad ogni loro passo. Erano intimidite, davanti agli occhi il “santuario” della
medicina, chissà quanti insigni medici le avevano precedute e quanti cattedratici prima di loro
avevano occupato quei posti a sedere! Era la prima volta che vedevano dal vivo un’aula
universitaria, si guardavano intorno estasiate. Con loro tanti giovani aspiranti medici desiderosi di
apprendere. Un brusio generale nell’attesa del docente, poi eccolo! Con passo deciso lui entrò, si
avvicinò alla lavagna luminosa, si presentò e brandendo il microfono iniziò la lezione, un’ora
interessantissima a cui ne seguirono altre non meno interessanti.
Al termine delle lezioni si avviarono verso casa, trasformandosi da studentesse in casalinghe.
Improvvisarono un frugale pasto attingendo alle ultime scorte del frigorifero, nel pomeriggio
riassettarono la casa e riordinarono i libri. Alla sera una pizza con gli amici e la giornata era giunta
al termine, stanche ma felici si augurarono la buonanotte. E la mattina successiva e tante altre
ancora, sveglia presto e di corsa alle lezioni.
***
Si erano organizzate, da buone donne di casa, spesa al sabato e pulizie stabilite secondo un rigoroso
calendario che le vedeva entrambi coinvolte. Cenette in casa con amici con la costante presenza di
Federico, l’amico di sempre e qualche puntatina in famiglia per non perdere i contatti e per
assaporare qualche leccornia preparata da mamma; raramente – quando le finanze lo permettevano –
cinema o ristorante.
Federico e Claudia si conoscevano da tempo ma tra di loro non era mai nato un qualche cosa che si
potesse considerare al di là della semplice amicizia, ora però le cose stavano cambiando, loro due si
piacevano e una sera Carolina improvvisandosi Cupido organizzò una cenetta a tre. Teatro
dell’incontro un ristorante regno di uno chef emergente di cui si parlava tanto in città. Nel locale,
bello e accogliente, era stato riservato loro un grazioso tavolo in un angolo appartato.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Questo libro dimostra come un bel racconto coinvolgente e delicato si può scrivere anche senza far ricorso ad un linguaggio violento e volgare. Una bella storia che si intreccia tra una piccola ed un po’ pettegola città di provincia, Pavia, ed un paese africano nel Burundi dove tra enormi disagi, povertà e malattie, si capiscono i veri valori della vita. Una dolce melodia fra i tanti suoni e frastuoni che ci vengono quotidianamente propinati. Alberto Gallo

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Ester Ugazio
Sono nata in un paese della Bassa Padana, tra le risaie dove il mare è a quadretti, così amava definirlo Sebastiano Vassalli, mio compaesano d'adozione. Ho compiuto gli studi universitari a Pavia laureandomi in Scienze economiche e commerciali. Per molti anni ho insegnato in un istituto superiore, professione che ho abbandonato per mia libera scelta sentendomi demotivata e incapace di modificare il sistema, quel sistema che in ultima analisi può considerarsi anche responsabile dei mali della nostra società. Non ho abbandonato le mie origini, vivo ancora tra le risaie, alla periferia di Novara, in campagna tra la natura, nel mio mondo dove mi rifugio al termine delle giornate stressanti. Sposata, madre di un figlio, amo leggere, viaggiare e dipingere. Da alcuni anni ho scoperto il piacere di scrivere.
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